Furono svegliati dallo squillare del telefono. Aprirono gli occhi contemporaneamente, si guardarono un po' stupiti, perché dalla finestra entrava la luce del giorno, e nessuno dei due s'era reso conto di aver passato tutta la notte seduti sul sofà.
Daneel fece per alzarsi, ma Jean-Marie gli fece cenno di restare seduto ed andò a rispondere. Comunque Daneel si alzò in piedi e si stirò, guardando, un po' intontito, l'amico andare e sollevare la cornetta del telefono.
"Pronto? Il signor Daneel De Smet? Qui è l'ispettore Lutgen." disse la voce all'altro capo del filo.
"No, sono Jean-Marie Dubois, l'amico che l'ha accompagnato ieri alla centrale di polizia."
"Ah, sì. Ebbene, dica al signor Daneel De Smet che dovrebbe venire per identificare il cadavere del padre. Lo può accompagnare lei?"
"Certamente. Dove? Alla centrale?"
"No, alla camera mortuaria dell'ospedale, sezione medicina legale. Alla Clinique Saint-Luc a Bouge. Sa dove è?"
"Sì, certo. C'è un orario per andare?"
"Se poteste venire entro un'ora, io sarò ancora là e potrei così assistere all'identificazione. Questo sveltirebbe e semplificherebbe le pratiche."
"Va bene. Credo che sia meglio se c'è anche lei."
"E che ci sia anche lei, col suo amico, penso. Non sarà certamente una bella vista..."
"Lo immagino..."
Chiusa la comunicazione, si girò verso Daneel che lo stava guardando, massaggiandosi le braccia.
"Era l'ispettore..." disse all'amico.
"Vuole che vada... a riconoscere il corpo di papà, giusto?"
"Sì... Dice che se andiamo entro un'ora..."
"Lo immaginavo. Sì, andiamoci subito."
"Non ti lavi? Non vuoi fare..."
"Colazione? No, penso proprio di no. Andiamo subito... se per te va bene."
"Certo. Dovrai essere forte, Daneel."
"Sì. Papà me l'aveva detto che avrei dovuto essere forte, molto forte. E m'ha anche detto che mi darai tu la forza che mi mancherà."
Jean-Marie lo abbracciò stretto.
Salirono in auto e Jean-Marie guidò fino a Bouge, alla Clinique Saint-Luc. Si informarono dove fosse la camera mortuaria di medicina legale. Quando entrarono, l'ispettore era sulla porta con due agenti. Entrò con loro e fece un cenno all'infermiere, che tolse da una barella in centro alla stanza un telo bianco.
Lo scheletro aveva ancora indosso brandelli degli abiti ed era leggermente sporco di terra, nonostante fosse stato in parte ripulito. Era ancora legato, come un capretto quando si porta a macellare. Daneel lo guardò, stringendo le labbra fra i denti e cercando di reprimere i singhiozzi che lo scuotevano. Jean-Marie gli pose una mano su una spalla e strinse lievemente, quasi ad infondergli forza, benché anche lui fosse scosso a quella vista.
Daneel annui: "Sì... è lui... è Pauwels De Smet... è mio padre... Ha gli... stessi... abiti con cui... con cui... l'ho visto... l'ultima volta e... e l'anello... è il suo... e anche gli... gli occhiali..." disse con voce rotta, bassa, poi si girò, pallido, si appoggiò con il volto sulla spalla di Jean-Marie e scoppiò in un pianto dirotto, aggrappandosi quasi alle sue spalle.
Jean-Marie lo strinse a sé e pianse con lui: era stato un shock anche per lui, e poteva immaginare, sentire quanto grande fosse per il suo amato. L'ispettore li guardò senza dire nulla e fece cenno all'infermiere per fargli intendere che poteva ricoprire nuovamente i poveri resti con il lenzuolo.
"Posso... posso andare, ora?" chiese, implorò Daneel.
"Sì, certamente. Mi spiace, ma era necessario..." mormorò l'ispettore.
Nonostante quello fosse il suo mestiere, nonostante avesse dovuto fare il callo alla morte, era sempre scosso dal dolore dei vivi, specialmente dei più giovani. Forse anche perché aveva un figlio poco più giovane di Daneel.
"Sì, certo." disse Jean-Marie, poi aggiunse: "Senta, ispettore, si pensava... Daneel non se la sente per ora di restare in casa... non solo perché non vorrebbe che la madre arrivasse prima che voi la fermiate, ma neppure se la sente di vedere il patrigno, benché lui non c'entri. Così si pensava di trovare un altro posto, se è permesso, se non ci sono problemi..."
"Certamente, capisco. No, non c'è nessun problema. È sufficiente che mi comunichiate il nuovo indirizzo." rispose l'ispettore, cercando di nascondere la propria commozione.
Jean-Marie accompagnò fuori l'amico.
"Camminiamo un po'... Qui nei dintorni..." gli disse Daneel.
"Sì. Va bene."
"Aveva... aveva lo stesso abito con cui... con cui è tornato da me... e anche lo stesso anello... e gli occhiali... Hai visto come l'avevano legato, povero papà, quei... quei due..."
"Sì..."
"Pensi che me lo daranno, il suo anello?"
"Credo di sì, quando... quando sarà finito tutto. Dovrai fare domanda, penso, ma te lo dovrebbero dare."
"Cerchiamo... cerchiamo subito una casa... per noi due?"
"Sì... ma se non la trovassimo subito, in pochi giorni, nel frattempo... potresti magari venire a dormire da me... con me..."
"Ma i tuoi? I tuoi non sanno di te e..."
"Non mi importa..."
"No... forse è meglio, se non troviamo subito qualcosa, che piuttosto io mi trovi una stanza in una pensione... non so... Non me la sento di... di affrontare i tuoi..."
"Una stanza per due, comunque." disse Jean-Marie.
"Sì, meglio."
"E della casa, che intendi farne? Appartiene solo a tua madre o anche al tuo patrigno?"
"A me. Non so perché, ma è intestata a me. Già, non mi sono mai chiesto perché..."
"Forse l'avevano intestata a te per motivi di tasse..."
"Sì, forse. Meglio così, comunque; almeno la posso mettere subito in vendita."
"Se affidi tutto ad un'agenzia immobiliare, forse è più facile che ti trovino un'altra casa, forse possono fare più in fretta se si tratta di una permuta."
"Ma la casa nuova... voglio che sia a nome mio e tuo."
"Come vuoi tu. Dove vuoi che cerchiamo la casa nuova?" gli chiese Jean-Marie, pensando che parlare di quello avrebbe allontanato i pensieri del suo amato dalla pietosa visione dei poveri resti del padre.
"Fra il giornale e la ditta dove lavori tu."
"Io comunque ho l'auto."
"Oggi non fa troppo caldo..." mormorò Daneel guardandosi intorno.
"No, è vero."
"Povero papà..." sussurrò Daneel. "Non mi aveva abbandonato... non mi ha abbandonato. Mai."
"Certo, mai."
Camminarono a lungo, parlando un po' della casa, un po' del padre, un po' di loro due, un po' d'altro, come capitava. Ma Daneel non parlò mai della madre, del delitto. Jean-Marie non cercava di dirigere il discorso da una parte o dall'altra, lasciava che Daneel parlasse di quello di cui si sentiva di parlare, intuendo che quello era forse il modo migliore per farlo sfogare, calmare.
Quando giunse l'ora di pranzo, stavano ancora camminando lentamente su e giù nei dintorni dell'ospedale, davanti a cui era parcheggiata l'auto di Jean-Marie. Allora gli propose di portarlo a mangiare da qualche parte. Daneel accettò.
Trovarono una piccola trattoria di campagna alle porte di Namur e presero posto ad uno dei tavoli sul retro, sotto una pergola. Daneel chiese a Jean-Marie di ordinare lui. Mangiarono in silenzio.
Dopo il pranzo, tornarono in città ed andarono a cercare un'agenzia immobiliare: Daneel aveva fretta di cambiare casa. Furono fortunati: c'era un appartamento libero e l'agenzia accettò di occuparsi dei passaggi di proprietà. Daneel, uscendo, disse a Jean-Marie che era suo padre che li stava assistendo...
L'incaricato li portò subito a vedere l'alloggio che era disponibile. Era stato appena risistemato, le pareti erano state ridipinte ed il pavimento lucidato.
Il nuovo appartamento era luminoso, sito al quarto piano di una dignitosa casa costruita una decina di anni prima; aveva ingresso, due camere da letto, soggiorno, una grande cucina, un bel bagno ed anche un'ampia terrazza.
Andarono subito a firmare, e l'agenzia consegnò loro le chiavi. Contattarono un'impresa di traslochi segnalata dall'agenzia, che disse loro che potevano mandare un camion il giorno seguente. Daneel vi fece portare solo la propria camera da letto, gli oggetti personali e la poltrona del soggiorno su cui era seduto il padre quando era scomparso, niente altro.
Il primo giorno in cui andarono ad abitare nella nuova casa, finalmente fecero di nuovo l'amore, sul lettino di Daneel. Dopo quella prima volta, infatti, non c'erano ancora riusciti. Lo fecero a lungo, con calma, con tenerezza, con piacere, e per Daneel fu un vero balsamo, contribuì molto a fargli ritrovare una certa serenità.
Nei giorni seguenti volle andare a scegliere con Jean-Marie tutti gli altri mobili, fra cui, logicamente, una bella camera matrimoniale, moderna. Jean-Marie aveva comunicato alla famiglia che andava ad abitare con Daneel, giustificando la cosa con la tragedia che aveva colpito l'amico. Che ci avessero creduto o no, la famiglia non fece storie.
Frattanto, entrambi erano dovuti tornare al lavoro. Poiché la notizia del ritrovamento del cadavere di Pauwels De Smet s'era diffusa, e di conseguenza anche quella della denuncia di Daneel nei confronti della madre e del suo antico complice-amante, i giornalisti si misero alla sua caccia, ma non riuscirono a scovare il suo nuovo indirizzo. Secondo Daneel, di nuovo per opera del padre.
Di fatto né l'agenzia immobiliare, avvertita da Jean-Marie, né la polizia, né il giornale dove lavorava Daneel, su decisione del direttore, dettero a nessuno l'indirizzo nuovo del ragazzo.
Quando Daneel tornò a lavorare nell'archivio di "Le Quotidien de Namur", logicamente tutti i colleghi erano a conoscenza della tragica storia e ne avevano parlato molto fra di loro. Il capo lo prese subito in disparte.
"Daneel, come puoi immaginare, abbiamo saputo della doppia tragedia che ti ha colpito."
"Sì..."
"E abbiamo deciso di non parlarne, di lasciarti in pace. È l'unica cosa che possiamo fare per te, oltre ad esprimerti tutti, per mezzo mio, le nostre condoglianze e la nostra simpatia."
"Grazie."
"Avrai ancora molti momenti difficili, per tutto il tempo del processo, e dell'appello... Purtroppo queste cose vanno per le lunghe."
"Ho incaricato il mio avvocato di rappresentarmi. Non intendo testimoniare contro mia madre e il suo complice, e d'altronde non potrei dire nulla, non sono a conoscenza di nulla. L'avvocato mi ha detto che pensa che il giudice capirà e non mi costringerà ad essere presente, a testimoniare."
"Sì, capisco, certo. Te lo auguro."
Quando il giudice ebbe dato l'autorizzazione, Daneel ebbe l'anello e gli occhiali del padre e poté farlo seppellire. Non volle nessuno alla sepoltura, a parte Jean-Marie, non avvertì della data neppure i parenti del padre, ma fece sapere loro dove era stato sepolto solo a cose fatte.
Dopo la semplice cerimonia della sepoltura, Daneel, tenendo per mano Jean-Marie, gli mostrò la foto del padre che aveva fatto apporre sulla pietra tombale.
"Vedi, Jean... questo è papà..."
Non disse "era", ma "è".
"Sì... un bell'uomo... un bel sorriso..."
"Sì... bello e, soprattutto, buono... E... papà... vedi? Questo è il mio Jean-Marie." sussurrò Daneel sfiorando con le dita la pietra tombale. "Io non assomiglio granché a papà, diceva che avevo preso molto da nonna, da sua madre."
"Il naso... la fronte, un po' la piega della bocca... è la stessa." gli disse Jean-Marie con un tenero sorriso.
"Perché mi vuoi bene, vedi una somiglianza con chi mi vuole bene." gli disse serenamente.
"Mi sarebbe piaciuto incontrarlo..."
"Anche a me avrebbe fatto piacere. Ma credo che non l'avresti potuto vedere, tu. Per quello non ti voleva incontrare, non voleva che ti parlassi di lui. Non era ancora ora che... che io sapessi, che capissi che era tornato per me, ma che in realtà era già morto. Sai... dicono che i morti non hanno ombra. Io non ci ho fatto caso, perché siamo sempre stati in casa e... e credevo che fosse ancora vivo, quindi... non ci ho fatto caso. Se non fosse stato lì in casa sia prima che dopo quella prima volta che tu e io abbiamo fatto l'amore... penserei anche io che sia stato tutto un sogno."
"Perché dici anche, Daneel? Io ci credo che lui è tornato, che è tornato per te."
"No, dico 'anche' perché all'ispettore avevo detto che era stato un sogno e ci ha creduto. La gente crede ai sogni... Beh... riposa in pace, papà. Ti voglio bene." mormorò poi Daneel e, sempre tenendo per mano Jean-Marie, lasciò il cimitero.
La madre di Daneel era stata bloccata ed arrestata appena tornata in Belgio, al controllo dei documenti fatto eseguire sul treno dall'ispettore, quando aveva saputo dall'agenzia viaggi con che treno sarebbero tornati.
Al processo di primo grado, sia Adeline Peeters che Jaspar Baert furono condannati all'ergastolo per omicidio premeditato eseguito con particolare efferatezza, e per associazione a delinquere. La tesi dei legali della difesa che Adeline Peeters fosse incapace di intendere e di volere, fu ampiamente smentita dai periti del tribunale. I legali dei due imputati logicamente ricorsero in appello, ma il verdetto fu pienamente confermato.
Nel frattempo Petrus Rottier, il secondo marito di Adeline Peeters, aveva chiesto ed ottenuto il divorzio. Aveva cercato di incontrare Daneel, ma Jean-Marie gli aveva fatto da filtro, ed era andato con lui nel magazzino dove erano state portate tutte le cose della casa, per fargli portare via le sue cose personali e qualsiasi cosa gli interessasse avere. Il resto, aveva deciso Daneel, sarebbe stato regalato a qualche opera benefica per i poveri.
La cassazione, infine, aveva riconfermato le precedenti sentenze. Sicuramente tutto il materiale contenuto nella cassetta, che Adeline Peeters aveva nascosto nella cantina, aveva costituito la prova schiacciante della colpevolezza dei due. E il DNA dei capelli trovati sotto le unghie del cadavere inchiodarono Jaspar Baert, i cui legali avevano tentato di dire che, benché contattato dalla donna e benché avesse steso il piano dell'agguato con lei, come risultava inequivocabilmente dalle registrazioni che la complice aveva fatto, non aveva partecipato all'omicidio.
Daneel era passato quasi indenne attraverso i tre gradi del processo. Era stato scovato dai giornalisti, specialmente, com'è logico, da quelli di "Le Quotidien de Namur" ma, assistito da Jean-Marie quand'era a casa, e dal suo capo e dai colleghi quando era al lavoro, continuava a dire a tutti che lui non sapeva nulla e che solo per puro caso aveva trovato le prove dell'omicidio, che aveva perciò fornito alla polizia.
"Che cosa vorrebbe dire a sua madre?" gli aveva chiesto un giornalista.
"Niente!"
"Ma l'ha perdonata?" chiese un altro.
"Deve chiedere perdono a dio, non a me. Comunque non me l'ha chiesto."
"La odia?" chiese una giornalista.
"Non si può odiare chi non esiste più. E per me... non esiste più."
"Che cosa ha provato quando ha dovuto riconoscere il corpo di suo..." iniziò un altro giornalista.
"Non avete il minimo pudore? Andatevene, lasciateci in pace! Se volete capire com'è, che cosa si prova... vi auguro di passare attraverso la stessa esperienza!" disse con durezza Jean-Marie, e condusse via Daneel.
Leggendo i giornali, pareva che nelle cassette che la madre aveva registrato, la donna non avesse parlato mai del vero motivo per cui aveva deciso di uccidere il marito, mentre risultava assai chiara la promessa che sarebbe diventata l'amante del complice se questi l'avesse aiutata. Perciò non apparve su nessun giornale il passato gay del padre di Daneel.
Daneel ne fu contento, perché sapeva che questo avrebbe infangato la memoria del padre, vista la mentalità corrente dei cosiddetti "benpensanti", sì che qualcuno sarebbe persino giunto a "giustificare" la madre.
Quando finalmente la trafila giudiziaria giunse a termine ed i giornali smisero di occuparsi del caso, i genitori di Jean-Marie gli dissero che ormai il suo amico non aveva più bisogno della sua presenza, e che sarebbe anche potuto tornare a casa.
Jean-Marie rispose che ormai abitava lì, con l'amico, ci stava bene, e non vedeva la necessità di andarsene.
"Ma via, Jean-Marie!" gli disse il padre. "Abbiamo capito ed anche apprezzato il fatto che tu volessi occuparti del tuo amico e stargli vicino per la tragedia che l'aveva colpito, ma ormai è tutto finito. Lui deve farsi la sua vita e tu la tua, no? Mica puoi fargli da balia per sempre!"
"Non gli faccio da balia, papà. Daneel ha ancora bisogno di me... e anche io di lui. Stiamo molto bene assieme e non è solo per la sua tragedia che ho deciso, anzi, che abbiamo deciso di continuare a vivere assieme."
"Cosa significa che tu hai ancora bisogno di lui?" gli chiese la madre, scrutandone l'espressione.
"Significa semplicemente che abbiamo deciso di vivere assieme."
"Ma mica è la tua ragazza, no? Che senso ha? Lui troverà un ragazza, si sposerà, e tu pure, sei nell'età giusta per pensare seriamente a mettere su famiglia." disse il padre.
"Daneel e io... siamo una famiglia." rispose il figlio.
"Ma non dire..." reagì il padre, poi lo guardò stupito, incredulo, e a voce bassa gli chiese, chiaro e tondo: "Vuoi dire che... che tu e quel ragazzo... siete... che siete gay?"
"Sì, papà, e siamo innamorati. Mi dispiace, se questo vi delude, se vi ferisce, ma è così."
Nella stanza scese un silenzio greve.
Poi la madre chiese, a bassa voce: "Ma, Jean-Marie... sei sicuro? Siete sicuri? Cioè, voglio dire... sia lui che... che tu... Non è solo... solo una cosa..."
"Papà, mamma... io ho sempre saputo di essere così, anche da prima di incontrare, di conoscere Daneel. Ed anche lui sapeva di essere gay. Ci abbiamo messo quasi un anno prima di... di decidere di metterci assieme, nonostante sapessimo uno dell'altro. Non è un'avventura, non è una ragazzata, non è... Daneel e io ci amiamo, e intendiamo vivere assieme, io per lui e lui per me..."
Il padre annuì, con espressione grave, accigliata: "No lo so, ma forse... forse l'ho sempre saputo, capito... Non parlavi mai di ragazze, tu, e... Ma un padre... spera sempre che il figlio sia normale, e... forse ingenuamente, rifiuta di credere quello che pure il suo subconscio intuisce..."
"Papà... mamma... ma io sono normale... Daneel è normale... Il fatto che non siamo come la maggioranza, non significa che non siamo due ragazzi normali..."
"Ma, Jean-Marie... ma siete... contenti di essere... così?" gli chiese la madre, incerta.
"No, mamma, non siamo né contenti né dispiaciuti. Ma siamo molto contenti di esserci innamorati uno dell'altro, questo sì."
"Che vuoi che ti dica, Jean-Marie?" disse il padre, in tono ancora lievemente teso ma quieto, "Se siete così... e se... se state bene assieme... spero che... ti auguro che tutto vada per il meglio. E capisco che... che vuoi vivere con lui."
"Ce ne hai sempre parlato, ma... non ce l'hai mai fatto conoscere..." disse la madre.
Il padre la guardò un po' sorpreso. La madre gli sorrise e gli mise una mano sul braccio: "Papà, se quella è la sua vita, se il nostro Jean-Marie sta bene con quel ragazzo... mi sembra logico che mi piacerebbe incontrarlo, conoscerlo, no?"
"Beh, non... Ecco, vedi... Capisco che se... se Jean-Marie è così... non ci possiamo fare niente... E certo che preferisco che stia con quel ragazzo piuttosto che... che frequentare certi... certi posti... Però non è la stessa cosa che se si fosse fatto la ragazza, no?" disse il padre un po' confuso.
"Perché, papà?" gli chiese la madre carezzandogli lieve l'avambraccio e guardandolo con un sorriso incerto ma tenero. "Se si vogliono bene... se il nostro Jean-Marie è felice con quel ragazzo... Non è questo l'importante per noi? Che differenza c'è?"
"Ma è un ragazzo, non una ragazza! Come dovrei chiamarlo, considerarlo? Nuora? Nuoro? Genero?"
"Semplicemente per nome, semplicemente Daneel, papà, non credi?" disse la madre con dolcezza. "E se vuole bene a nostro figlio... dovremmo volergli bene per questo, non credi? Già avranno non poche difficoltà nella vita per i pregiudizi della gente... Non creiamogliene anche noi, no? Se vogliamo bene a Jean-Marie, se gli vogliamo veramente bene, papà, se lo accettiamo per come è... dobbiamo anche accettare il ragazzo a cui vuole bene, non ti pare?"
Jean-Marie li guardava commosso, con affetto. Non si era aspettato una simile reazione, e ne era lieto, sollevato.
Il padre guardò la moglie, poi Jean-Marie: "Certo che ti vogliamo bene, Jean-Marie. Sei sempre stato un figlio... in gamba... Certo mamma e io non sapevamo che... e perciò speravamo che tu un giorno ci presentassi una brava ragazza..."
"È logico, papà, ma... non ci posso fare niente se..."
"Da quello che ci ha detto di lui, anche quel povero Daneel è un gran bravo ragazzo, papà..." interloquì la madre.
"Sì... sì... d'accordo..." disse il padre. Poi emise un profondo sospiro. "Che vuoi che ti dica, Jean-Marie... finché state bene assieme... finché vi volete bene... sarà sempre il benvenuto in questa casa."
"Grazie, papà. Grazie, mamma." disse a voce bassa Jean-Marie, commosso. "Vi voglio bene e... e anche Daneel ve ne vorrà e... e voi a lui, quando lo conoscerete. Non ha più una famiglia, a parte me e... e se voi lo accoglierete... sarà una cosa molto bella anche per lui..."
"Quando... quando ce lo porti a conoscere, allora?" gli chiese il padre, abbozzando un sorriso un po' schivo.
"Che ne dici se i ragazzi vengono a pranzo qui da noi domenica prossima?" propose prontamente la madre.
"Sì... sì, va bene... per me va bene. E per voi, Jean-Marie?" disse il padre, ancora lievemente titubante.
"Penso di sì, dovremmo essere liberi, ma devo prima sentire lui..."
"Bene, facci sapere, allora." disse la madre. Poi chiese: "C'è qualcosa che Daneel non può o non gli piace mangiare?"
Jean-Marie sorrise a quella domanda pratica, che di fatto sdoganava la situazione: "No, non mi risulta. Non preoccuparti mamma, gli piacerà la tua cucina."
Daneel fu molto contento per quell'invito e, logicamente, più ancora per l'accettazione da parte della famiglia del suo Jean-Marie. Così la domenica, si presentarono assieme alla porta dei genitori. Daneel aveva voluto portare un mazzo di fiori per la madre ed un bottiglia di buon vino per il padre.
Quando suonarono, arrivarono ad aprire entrambi i genitori, che li accolsero con un sorriso ancora un po' incerto. Jean-Marie fece le presentazioni. Entrarono ed andarono a sedere in soggiorno. Il padre fece un'osservazione sul tempo, sull'autunno che era mite e piacevole, poi parlarono dei trasporti urbani, poi di altre banalità, che mostravano come vi fosse ancora un certo imbarazzo.
Ad un certo punto la madre si alzò e disse: "Scusatemi, ma io devo andare a finire di dare gli ultimi ritocchi in cucina, così ci possiamo mettere a tavola."
"Vengo a darti una mano!" disse prontamente Jean-Marie alzandosi e seguendola.
Appena furono in cucina, la madre gli disse: "Mio dio, quant'è bello il tuo Daneel! E che espressione dolce, che occhi buoni!"
"Ti piace, mamma?" chiese Jean-Marie, felice.
"Sì, molto. E se penso a tutto quello che ha dovuto passare, povero ragazzo! Mi fa tanta tenerezza... E con che occhi ti guardava e tu lo guardavi... si vede che siete innamorati. Che dio vi protegga, figlio mio e vi doni tanta felicità."
Jean-Marie la abbracciò: "Grazie, mamma... E papà?"
Proprio in quel momento, dal soggiorno, venne il suono di due risate divertite.
"Pare che stia andando bene..." disse la madre, allegra. "Ma adesso dai, diamoci da fare, che dobbiamo mettere in tavola!"
"Sì, mamma."
Quand'erano rimasti soli, Daneel aveva detto al padre: "Immagino che non sia stato facile, per lei, signor Dubois, scoprire che suo figlio... stava con me... Voglio dire..."
"Sì, so cosa vuoi dire. No, non è stato facile, anche se... Non l'avevo veramente sospettato, ma qualcosa, sotto sotto, me lo diceva..."
"Sì, Jean-Marie mi ha detto..."
"Sì. Però... dopo tutto, se Jean-Marie è così... se siete così... A noi interessa solo che nostro figlio sia felice e... pare che lo sia, con te. Che abbiate intenzioni serie."
"Certo che abbiamo intenzioni serie, signor Dubois. Spero di essere capace di renderlo sempre felice. Io... io lo amo davvero, signor Dubois, mi creda."
"Sì... si vede. Bisognerebbe essere ciechi per non vederlo. Che vuoi che ti dica... In Olanda e in altri paesi potreste anche sposarvi, dopo tutto... e pare che stiano discutendo anche qui da noi la legge per permettere a due... come voi, di sposarsi."
"Sì e... e se la legge, come Jean-Marie e io speriamo, passa... noi due... vorremmo sposarci, signor Dubois."
"Sì, capisco. Beh, se vi volete bene... sarebbe anche logico... penso. Però, scusami, Daneel, ma... proprio mentre sempre più coppie di uomini e donne regolarmente sposate divorziano, voi al contrario volete il matrimonio..."
"Il fatto che due possano divorziare, non toglie nulla al valore del matrimonio, quando c'è amore... E noi vorremmo un vero matrimonio, non solo il riconoscimento di essere una coppia di fatto."
"Un vero matrimonio... con tanto di cerimonia, di pranzo di nozze e di luna di miele..."
"Beh, questi sono aspetti secondari... come il velo bianco e..."
"Il velo bianco?"
"Credo proprio, signor Dubois, che sia Jean-Marie che io... ci rifiuteremmo risolutamente di metterci il velo bianco!" esclamò Daneel con occhi ridenti.
Il signor Dubois scoppiò a ridere, divertito all'idea, e Daneel rise con lui.
"Spero proprio che sia come dici tu!" disse il padre, poi aggiunse: "Comunque... mi piaci, Daneel e sai... sai che ti dico... Non sarebbe ora che tu smetta di dare del lei a me e mia moglie?"
"Ne sarei veramente felice e onorato." rispose Daneel, commosso.
"E se... se te la senti... potresti anche chiamarci papà e mamma..."
"Con vero piacere... papà." disse Daneel e sentì lacrime di commozione premergli negli occhi.
Il padre di Jean-Marie se ne accorse, si alzò, fece alzare Daneel e lo strinse in un virile abbraccio: "Siamo noi la tua famiglia, ormai... figlio mio!" gli sussurrò, anche lui commosso.
"Grazie, papà." mormorò Daneel e non sapeva neppure lui se quel "grazie" era più rivolto al proprio padre o a quello di Jean-Marie... o a tutti e due, in un unico, dolce, felice, grande abbraccio.