Dopo aver cenato, avevano parlato per tutta la sera, poi si erano augurati la buona notte e Daneel era tornato in camera sua. Aveva guardato con un sorriso compiaciuto il letto con le lenzuola ancora scompigliate. Si spogliò e, per la prima volta, non si mise il pigiama, ma si infilò nel letto, completamente nudo, sperando quasi di poterci ritrovare le belle sensazioni che vi aveva provato con il suo Jean-Marie.
Si chiese se il suo amato, in quel preciso momento, stesse pensando a lui. Non poteva saperlo, ma qualcosa gli diceva che doveva essere così. Poi ripensò a suo padre, e alla quieta gioia con cui aveva accolto la notizia che aveva fatto finalmente l'amore con Jean-Marie e che tutto era andato bene. Che abissale differenza con sua madre! Come avevano potuto mettersi assieme?
Sì, certo, se non si fossero messi assieme, lui non sarebbe nato... ed ora finalmente era pienamente felice di essere nato! Ci aveva messo sette, otto anni a ritrovare la serenità, ma l'aveva raggiunta, finalmente.
Si addormentò sereno, rilassato, il cuore pieno del suo Jean-Marie e di suo padre.
La mattina seguente si svegliò sentendosi perfettamente riposato, pieno di energie. Sentì che il padre stava trafficando in cucina e capì che stava preparando la colazione. Saltò giù dal letto e stava per andare in cucina, quando si ricordò di essere nudo! Sorrise. Si infilò gli slip ed i jeans, le ciabatte e, a torso nudo, andò in cucina.
"Ciao, papà!" salutò in tono allegro.
"Ciao... è quasi pronto..."
"Vado a darmi una lavata e arrivo."
"Bene."
Si lavò le mani e la faccia, i denti, si rasò, si sorrise allo specchio mentre si pettinava. Poi tornò in cucina: il padre aveva appena messo in tavola.
"Hai dormito bene, Daneel?"
"Sì, ottimamente. Avrei dormito anche meglio se c'era Jean con me." disse con un sorriso birichino.
Il padre gli sorrise: "Certo, lo immagino."
Terminarono di fare colazione. Assieme, rigovernarono.
Poi Daneel disse: "Te ne vai oggi, hai detto..."
"Sì."
"Ma prima... mi lasci il tuo indirizzo e mi spieghi che cosa è successo fra te e mia madre... e perché te ne sei andato."
"Sì, te l'ho promesso." disse il padre e Daneel notò un velo offuscare per un momento i suoi occhi.
"Ti fa... male parlarmene?" gli chiese, esitante.
"Farà molto più male a te, temo."
"Ma io... ho bisogno di sapere."
"E ne hai il diritto. Ma devi... essere forte."
"Sì, papà."
"Vieni di là, in soggiorno."
Lo fece sedere su una poltrona e sedette su quella a fianco, a novanta gradi. Poi fece un profondo sospiro. Daneel lo guardò, in attesa.
"Come ti ho già accennato, Daneel... dopo aver sposato tua madre, non l'ho mai tradita, né con un uomo né con una donna..."
"Sì..."
"Però... non ho rinnegato il mio passato, e quanto di bello c'era stato. Ti ho anche detto che... prima di conoscere Adeline... ero stato innamorato di un mio collega, vero?"
"Sì, papà."
"Con lui... c'era stato un forte amore, ma purtroppo... proprio un anno prima che conoscessi Adeline... la nostra storia è finita."
"Oh... e come mai?"
"Lui non se la sentiva più di vederci di nascosto da tutti e... e aveva conosciuto un canadese che gli aveva offerto di andare a vivere con lui, che gli dava un lavoro in Canada e così... mi ha lasciato."
"Ti è dispiaciuto, immagino..."
"Beh, certo. D'altronde, per quanto ancora ci si volesse bene, le cose non stavano più andando veramente bene fra noi due. Con lui, si chiamava Jean... ma non Jean-Marie come il tuo ragazzo, solo Jean, ci si era scambiati diverse lettere. Quando andò via con il canadese, mi restituì tutte le mie lettere, e le foto..."
"Perché?"
"Forse per il desidero di dimenticarmi, non so. O forse perché il suo canadese sarebbe stato geloso... Non me l'ha detto. E io, ho fatto un errore: ho conservato il tutto, le sue lettere e le mie, le foto, tutto... anche dopo che mi sono sposato con Adeline."
"E mia madre... ha scoperto tutto... dopo più di tredici anni?"
"Sì. Non so come abbia fatto e perché. Non è stata mai curiosa... e il tutto era in una scatola che avevo riposto in soffitta, e... Comunque sia, la mia era stata una grossa imprudenza, evidentemente."
"E allora... ti ha affrontato?"
"No. Non subito, per lo meno. Anche se io avevo notato che... era strana, ma lei disse che era solo un... malessere passeggero..."
"Per questo, dopo che ha scoperto che mi masturbavo... ogni tanto tornava a parlare con tanto disprezzo dei gay..."
"Probabilmente per tenerti alla larga da certe... tentazioni, immagino."
"Ma non ti disse niente, hai detto, quando scoprì quelle carte... Quella scatola in soffitta..."
"No, non mi disse niente, per alcuni giorni. Ma decise che me la doveva far pagare perché... perché si sentì tradita..."
"Ma tu stavi solo con lei, no?"
"Probabilmente ha creduto che io conducessi una doppia vita, non so... Doveva essere rimasta sconvolta da quella scoperta, ma riuscì a dissimularlo molto bene..."
"Ma poi... ti affrontò, no? Ti disse di scomparire, di andare via?"
"Non proprio. Lei... lei si ricordò di un suo antico compagno di scuola, un certo Jaspar Baert, di un anno più vecchio di lei... un poco di buono, che era stato dentro e fuori dal carcere per varie cose: rapina a mano armata, spaccio di droga, violenza... e pensò che quello potesse aiutarla a... a mettere a punto il suo piano..."
"Il suo piano?" gli chiese Daneel cercando di capire.
"Sì... aveva deciso di farmi scomparire. Di... uccidermi."
"Eh? Che? Ma... ma come... cosa... Ma era diventata matta?"
"No. Semplicemente mi disprezzava talmente che... che pensava che io non fossi neanche degno di vivere. Che io valessi meno di un animale, di uno schifoso animale."
"E allora?"
"Allora... riuscì a rintracciarlo. Ma Adeline è molto intelligente, sapeva che chiedergli aiuto per il suo piano l'avrebbe messa nelle sue mani. Perciò prese le sue precauzioni, per poterlo controllare. Fece in modo, senza che lui se ne accorgesse, di registrare e fotografare tutti i loro incontri. Gli espose il suo piano, gli promise soldi e... e di diventare la sua amante, perché lui le aveva sempre fatto il filo ed era ancora interessato a lei. Lui, comunque, era anche un bell'uomo e... e soprattutto non era gay."
"La sua amante? Così pia, religiosa e... voleva ammazzare te e scopare con un criminale!"
"Evidentemente le sembrava molto meno grave del fatto che io fossi gay..."
"E allora?" chiese Daneel completamente sbalordito.
"E allora... quando il loro piano fu pronto... una mattina mentre tu eri a scuola, mi telefonò in ufficio e mi disse che dovevo andare subito giù, che mi aspettava in macchina, che era una cosa urgente. Le chiesi che cosa ci fosse di tanto urgente e lei mi disse che... che tu avevi marinato la scuola e che eri... che eri andato con un ragazzo a fare le... le porcherie in una vecchia casa fuori città..."
"Io? Ma se ancora... Sì e no che mi masturbavo, a tredici anni..."
"Le dissi che ne avremmo parlato quando fossimo stati a casa, anche perché volevo avere il tempo di riflettere e... Ma lei insistette, mi disse che il padre dell'altro ragazzo vi aveva sorpresi e che vi aveva legati e che lei aveva paura... A quel punto ebbi paura anche io, per te. Così, con la scusa che dovevo andare dal medico, uscii precipitosamente dall'ufficio.
"Mi aspettava lì fuori, entrai in macchina e lei guidò fuori città, fino a quella casa semiabbandonata. Notai che era stranamente fredda, ma pensai che fosse solo una reazione alla paura, non ci feci caso. Avevo solo fretta di arrivare in tempo per toglierti dai pasticci...
"Arrivammo, la porta sulla strada era socchiusa, mi precipitai dentro chiamandoti... Lei mi seguì... arrivai in una stanza e mi trovai di fronte quel Jaspar Baert, con una pistola in mano, spianata, che mi ordinò di stare fermo, di non muovermi, di non gridare, se volevo rivederti vivo. Mi immobilizzai. Adeline era alle mie spalle.
"Alle mie spalle... sì. E lei mi disse, la voce gelida come una lama, di girarmi. Mi girai. Aveva un coltello in mano e mi guardava con odio. L'altro, mi arrivò alle spalle e cercò di immobilizzarmi. Lottai. Riuscii a fargli cadere la pistola e lei la raccolse. Eravamo a terra. Gli afferrai i capelli e cercai di fargli battere il capo sul pavimento, per liberarmi, tramortirlo, ma lei mi sferrò con il calcio della pistola un violento colpo in testa e fui io a finire tramortito.
"Mi legarono. E lei mi disse quello che aveva scoperto e mi comunicò che mi avrebbe ammazzato come il maiale che ero. Jaspar rideva, divertito e mi sputava addosso, insultandomi. Confermò che mi avrebbero ucciso e che lui si sarebbe scopato mia moglie... perché lui era un vero uomo.
"Tentai di spiegarle che era una storia del passato, che le ero sempre stato fedele, ma non mi credette. Le chiesi dove eri. A scuola, logicamente, mi rispose. Era solo la scusa per portarti qui e farti fuori. Se anche lui fosse frocio come te, ammazzerei lui pure, mi disse...
"Poi... poi... rese la pistola a Jaspar. Lui le chiese se doveva spararmi in testa, al cuore o sulle palle. Lei gli disse che non gliene fregava niente, ma che poteva spararmi solo dopo che lei mi avesse dato la lezione che mi meritavo e... e mi inferse una coltellata dritto sul cuore!"
Daneel gridò, gli occhi spalancati per l'orrore. "Ma... ma non c'è riuscita, no? Tu... tu sei qui, sei vivo..." gemette, sconvolto.
"No, tesoro mio... Sono solo tornato per... per salvarti da lei... devi... devi metterti in salvo prima che torni."
"Ma tu sei qui... sei tu... sei vivo... abbiamo mangiato assieme, mi hai abbracciato... sei vivo!"
"No, Daneel, tesoro mio, non lo sono e per questo non posso portarti con me. Il mio corpo, quello che ne resta è sulla strada per Charleroi, al chilometro sette, sepolto dietro la casa verde, che ormai è in rovina. Sepolto nel retro, fra il muro e l'albero di ciliegio."
"Ma tu sei qui, sei vivo!" gridò ancora Daneel, precipitandoglisi in braccio, stringendolo convulsamente a sé.
"No, Daneel... sono potuto tornare per salvarti, per aiutarti. Ma devo andarmene. E solo tu mi puoi vedere, toccare, sentire, nessun altro."
"Non è vero... non è vero... no, papà..." gemette Daneel scoppiando in singhiozzi, stringendolo a sé, convulsamente.
"Vorrei tanto anche io che non fosse vero, Daneel..."
"Io... io li denuncio, io li... io li... ammazzo..."
"Denunciarli, se vuoi, sì, almeno ti liberi di lei. Ammazzarli no: nessuno ha il diritto di ammazzare un altro essere vivente. Vai alla polizia, se vuoi. Ma devi avere delle prove."
"E come faccio? Anche se posso... anche se gli faccio ritrovare... il tuo corpo..."
"Adeline, per proteggersi da quel Jaspar... ha fatto il mio stesso errore. Ha conservato le registrazioni, i filmati, tutto. Sono in una cassetta di legno, in cantina. L'ha murata dietro la caldaia. Sai quell'alto gradino di mattoni, no?"
"Sì... ma tu, come fai a sapere anche questo?"
"Un morto... la sua anima... sa, vede..."
"Ma come puoi essere morto e... e essere qui?"
"A volte... anche se molto di rado... possiamo tornare sulla terra, in casi speciali."
"E mamma, è stata con quello per due anni... l'ha portato qui..."
"Sì. Poi lui s'è stancato. Non la poteva ricattare, perché sapeva che lei, pur di liberarsi di lui, sarebbe anche andata in galera. Perciò per un po' restò con lei e poi la lasciò. Lei non lo trattenne: non le interessava veramente. L'aveva solo usato per farmi fuori, e l'aveva... pagato andando a letto con lui."
"Se trovo la cassetta, basterà per incastrarli tutti e due?" chiese Daneel, tremando violentemente.
"La cassetta, e il mio corpo, e i capelli di Jaspar nelle mie mani, il DNA, ora, lo sanno trovare. Nella cassetta c'è anche il coltello sporco del mio sangue. E la pistola con miei capelli sul calcio... Non ha gettato via niente."
"La odio, la odio la odio!" urlò Daneel completamente sconvolto.
"L'odio... fa più male a te che a lei. È giusto che paghi, soprattutto perché solo così ti puoi liberare di lei e vivere la tua vita con il tuo Jean-Marie. Ora... ora io devo andare, Daneel... per sempre."
"No..." gemette Daneel aggrappandosi ancora più forte a lui ma... mentre lo guardava con occhi imploranti, vide la sua immagine tremolare, divenire trasparente, e mentre spariva le sue braccia serrarono il vuoto e si trovò in ginocchio davanti alla poltrona vuota, singhiozzante... e per l'ultima volta gridò: "Papà..."
Una voce lieve, che proveniva dall'aria, da nessun luogo in particolare, disse: "Resterò sempre con te, con voi due, tesoro mio, te lo prometto. Vi voglio bene..."
"Papà..." gemette ancora Daneel. "Papà mio... Oh, papà... ti voglio bene..."
Non sapeva quanto tempo fosse restato a piangere, scosso dai singhiozzi, inginocchiato davanti alla poltrona vuota, invocando il padre. Vi restò per ore. Finché un suono si insinuò nella sua mente, un suono acuto, ripetitivo. Si rese conto che era il telefono. Si alzò, indolenzito, stanco, spossato, sentendosi vecchio come il mondo. Quasi in trance, raggiunse il telefono e rispose.
"Pronto?" gemette nel ricevitore.
"Daneel? Sei tu?" chiese la voce di Jean-Marie.
"Sì... sono io..."
"Come stai? Che hai?" chiese preoccupato.
"Male... male... vorrei morire..."
"Per... ieri?" chiese Jean-Marie allarmato.
"No... Puoi venire subito qui? Ti prego..."
"Sì... sì, certo ma... che è successo?"
"Vieni, ti prego... Vieni subito... subito... Ti prego... Ho bisogno di te. Ho bisogno di te!"
"Sì, certo, subito. Arrivo..."
"Grazie..." disse Daneel, agganciò il ricevitore e sedette a terra.
Si appoggiò con la schiena al mobiletto su cui era il telefono, rovesciò la testa indietro, poggiandovela, e chiuse gli occhi, lasciando scorrere le lacrime giù per le guance, le braccia abbandonate ai lati, le gambe stese.
Si sentiva completamente svuotato, privo di ogni energia, il dolore era talmente forte che lo aveva quasi anestetizzato, sentiva solo un macigno sul proprio petto, sul proprio cuore.
Riconobbe vagamente il rumore del motore dell'auto di Jean-Marie, che dopo poco si stava precipitando in casa, chiamandolo sottovoce. Daneel cercò di rispondere, ma la voce non uscì dalla gola. Jean-Marie entrò in soggiorno e lo vide. Immediatamente gli si accoccolò accanto, lo prese per le braccia e lo chiamò di nuovo, sottovoce.
Daneel aprì gli occhi e Jean-Marie vi lesse un dolore enorme, immenso, straziante.
"Daneel... amore... che è successo?"
"Jean... Mia madre... ha ucciso... mio padre!"
"Il tuo patrigno?"
"No, mio padre... otto anni fa..."
"Tua madre... otto anni fa... tuo padre? Ma come... cioè come puoi... come fai a... dopo otto anni..." gli disse confuso, sedendo sul pavimento accanto a lui, e lo abbracciò, lo tirò a sé, quasi cullandolo.
Con la voce rotta, riprendendo a singhiozzare, Daneel gli raccontò tutto, ogni cosa, dal "ritorno" di suo padre a quanto questi gli aveva rivelato quella stessa mattina, prima di scomparire.
"Ma... Daneel... i morti... non ritornano. Forse hai solo... sognato tutto... solo perché... perché sai che tua madre odia i gay... e ieri noi due... Forse..."
"No, Jean, credimi, ti prego. Non è stato un sogno. Un incubo, sì, ma non un sogno. Non più di noi due che abbiamo fatto l'amore ieri pomeriggio... mentre papà era... mi aveva lasciato solo, per permettermi di stare con te. Non è un sogno e poi... se non mi credi... andiamo in cantina e troviamo quella cassetta..."
Nonostante fosse quasi mezzogiorno, nessuno dei due ragazzi sentiva fame. Scesero in cantina, Daneel lo guidò al locale della caldaia, gli indicò lo strano gradino di mattoni e disse: "È lì."
"Hai... un piccone?" gli chiese Jean-Marie.
"Ci deve essere fra gli attrezzi da giardinaggio... Vieni..."
Andarono a prenderlo e tornarono alla caldaia. Jean-Marie afferrò il piccone ed iniziò a rompere i mattoni, che saltavano via a pezzi, battendo contro la caldaia e facendola risuonare sinistramente. E, finalmente, si aprì lo stretto vano e comparve una cassetta di legno.
Jean-Marie allargò il foro e la estrasse, la posò a terra e ne aprì il coperchio incernierato: dentro c'erano cassette da registratore, un coltello, una pistola... proprio come Daneel aveva detto che gli aveva descritto il padre. Stava per prendere qualcosa quando Daneel lo fermò con un secco: "No!"
"Non credi che dobbiamo essere sicuri..."
"Corrisponde esattamente a quanto mi ha detto papà. Non toccare niente, ci metteresti solo le tue impronte digitali. Torniamo su."
Arrivati in soggiorno, Jean-Marie appoggiò la cassetta sul tavolo.
"E... adesso?" gli chiese.
"Adesso chiamo la polizia, che veda dove l'abbiamo trovata e che verifichi che cosa contiene. Dirò loro dove è sepolto papà... e denuncerò mia madre e il suo complice. Tu... puoi restare con me, per favore?"
"Sì, certo. Lasciami solo telefonare a casa per avvertire che non rientro... e anche al lavoro che prendo un permesso..."
"Che gli dici? Ai tuoi, al lavoro?"
"Ai miei... che hai bisogno di me e il perché, se me lo permetti. Al lavoro... dirò solo che sono motivi di famiglia."
"Va bene. Ai tuoi... gli puoi dire che... che ti fermi a dormire qui con me? Non vorrei restare solo, stanotte."
"Certo, capiranno. Non ti lascio solo, né stanotte né le prossime."
Jean-Marie fece le due telefonate, spiegò ai suoi il problema di Daneel e li informò che sarebbe rimasto con lui finché ne avesse avuto bisogno, e che si sarebbe anche fermato a dormire a casa sua. Al lavoro disse che aveva bisogno di cinque giorni lavorativi. Poi chiese a Daneel se preferisse che fosse lui a chiamare la polizia.
"No, devo farlo io. Questo devo farlo io!" rispose con decisione.
Prese il telefono e compose il 101.
Quando ottenne risposta, disse il proprio nome, l'indirizzo di casa, poi aggiunse: "Devo denunciare mia madre Adeline Peeters per aver ucciso mio padre Pauwels De Smet, con la complicità di Jaspar Baert. Qui in casa ho le prove. Vi aspetto."
L'agente disse che avrebbe mandato subito una pattuglia.
"Ma come pensi di spiegargli come fai a sapere queste cose?" gli chiese Jean-Marie. "Non ti crederanno se gli dici... la verità."
"Ma qui ci sono le prove, e troveranno il cadavere... Però... hai ragione; gli dirò che... che papà mi è apparso in sogno: probabilmente, per quanto strano, sarà più credibile."
"Sì, forse. Comunque avranno le prove, che è quello che conta. Dio mio, povero Daneel... come ti senti?"
"Male... vuoto... Stammi vicino, ti prego..."
"Certo, certo. Non mi muovo da qui, non ti lascio."
"Meno male che ci sei tu, Jean... papà mi diceva che... anche se lui mi doveva lasciare di nuovo... ci saresti stato tu."
"Ma se non trovassero il corpo di tuo padre?"
"Lo troveranno! Se papà ha detto che è ancora là... è ancora là. Come sapeva di quella cassetta, sa anche il resto."
"Sì, è giusto. Ma tu... gli parlavi, lo toccavi... era come se... come se fosse..."
"Come se fosse vivo, concreto, reale. Proprio come te, ora. Ma poi, davanti ai miei occhi... è diventato... come trasparente... come le dissolvenze al cinema e... e non stringevo più niente..."
"Doveva amarti moltissimo per... per essere tornato. Ma perché dopo tanti anni?"
"Ha detto che se non fosse venuto, mia madre avrebbe scoperto di me e... mi avrebbe fatto fare la stessa fine che ha fatto fare a lui... Mia madre... odia i gay e..." Daneel si interruppe e fece un risolino nervoso, poi riprese: "Ed è tutta chiesa, casa e lavoro... e fa la comunione tutte le domeniche... e adesso, è andata a Fatima..."
"Forse... forse è il rimorso, non credi?"
"Se avesse provato rimorso... non avrebbe odiato tanto i gay... e mio padre forse non sarebbe dovuto tornare... Dio... ero così contento che fosse tornato e... e avrei voluto tanto che ti conoscesse, che lo conoscessi..."
"Forse, almeno lui... forse mi conosce..."
"Già, è probabile... Ecco perché era uguale a come lo ricordavo, uguale a come era otto anni fa... E anche i vestiti... sì... dovevano essere quelli di quel giorno... di quando l'hanno ucciso..."
"È tornato per... per salvarti e per farci... per farci mettere assieme."
"Vero. Anche se ha aspettato che gliene parlassi io, sapeva già di te, molto probabilmente. Sì, ne sono sicuro. E... e ha pensato, no, sa che tu sei... il ragazzo giusto per me."
"Lo spero..." gli disse con tenerezza Jean-Marie, carezzandolo lieve.
"Senza te... forse mi sarei ucciso... dopo aver ammazzato mia madre... Spero che le diano l'ergastolo!"
"Omicidio premeditato... non è una cosa da poco."
"E ha usato me per fregare mio padre... Povero papà..."
"Coraggio, Daneel. Ne usciremo, assieme."
"Assieme, sì. Assieme."
Finalmente giunse l'auto della polizia, ne scesero quattro agenti, fra cui uno in borghese. Daneel andò ad aprire la porta prima che suonassero, con Jean-Marie al suo fianco.
"Chi è che ha telefonato? Chi di voi due è Daneel De Smet?" chiese l'uomo in borghese.
"Sono io, agente..."
Uno degli agenti disse: "È l'ispettore Lutgen."
"Ah, scusi, ispettore."
"Non importa. Possiamo entrare?"
"Certo, venite."
"E lui? Un parente?"
"No, il mio migliore amico, Jean-Marie Dubois. L'ho chiamato per... per aiutarmi, per assistermi. Ecco ispettore, in quella cassetta ci sono le prove della denuncia che ho fatto per telefono."
"Le spiace ripetermi, in sommario, i fatti, signor De Smet?"
Daneel gli disse del "sogno", di come questo lo avesse turbato, avesse perciò chiamato Jean-Marie, gli avesse raccontato tutto e fossero scesi insieme in cantina, di come avessero trovato assieme la cassetta e li condusse a vedere il luogo, nel locale della caldaia. Poi gli disse anche dove, secondo il suo "sogno" si doveva trovare il corpo del padre. L'ispettore prese il cellulare ed ordinò che una pattuglia si recasse al chilometro sette della strada per Charleroi e iniziasse immediatamente le ricerche del corpo del padre di Daneel.
Daneel fu lievemente sorpreso per come l'ispettore avesse ascoltato tutta la sua storia senza fare obiezioni né mostrare incredulità.
"Dove è ora sua madre, e quello che ci ha indicato come il suo complice?"
"Mia madre è in Portogallo con il suo secondo marito, Petrus Rottier, che non c'entra niente in questa storia. Dovrebbero tornare fra una decina di giorni. Quanto a Jaspar Baert, non ho proprio idea di dove sia, ora."
L'ispettore gli chiese: "Le spiace accompagnarci al posto di polizia per stendere regolare denuncia, signor De Smet?"
"No, certo, vengo. Può venire, per favore, anche lui, il mio amico?"
"Non ci state in due nella nostra auto..."
"Ma io, ispettore, ho l'auto e posso portare Daneel al posto di polizia. Posso seguire la vostra auto."
"Ah, bene. Sì, facciamo così. Avete toccato qualcosa dentro la cassetta?" chiese aprendone il coperchio e lanciandovi un'occhiata prima di richiuderla.
"No, abbiamo solo guardato dentro. Non abbiamo toccato nulla."
"Molto bene." disse l'ispettore e fece cenno ad uno degli agenti di prendere la cassetta. "Avete con voi i vostri documenti?"
"Io mi devo finire di vestire e li prendo." disse Daneel. "Se potete aspettare un attimo..."
"Io li ho con me." aggiunse Jean-Marie.
Daneel, accompagnato da Jean-Marie, andò a finire di vestirsi, poi seguì fuori gli agenti, chiuse a chiave la porta e con l'auto dell'amico, seguì l'auto della polizia.
Giunti alla sede centrale della polizia, Daneel dovette ripetere tutto il suo racconto perché fosse messo a verbale, poi firmare la denuncia a carico della madre e del suo complice. Frattanto un agente aveva fatto una ricerca su Jaspar Baert, ed aveva trovato un voluminoso dossier sul suo conto, e disse all'ispettore che ora era in carcere, da tre anni, con una condanna per stupro. L'agente fece anche notare che, nella data in cui doveva essere accaduto l'omicidio, Baert era libero.
Terminate tutte le formalità, l'ispettore gli disse che potevano andare, ma avvertì Daneel di tenersi a disposizione.
"Arresterete mia madre?" chiese Daneel.
"Farò esaminare immediatamente il contenuto della cassetta e se vi trovo la conferma sarà emesso l'ordine di cattura, che sarà inviato alla polizia di frontiera."
"Non la voglio vedere, incontrare... Non voglio che torni a casa." disse Daneel.
"Se lei ci sapesse dire esattamente con che aereo tornerà dal Portogallo..."
"Sono andati e torneranno in treno. A casa dovrei forse trovare il nome dell'agenzia che gli ha fatto tutti i documenti di viaggio e le prenotazioni degli alberghi."
"Sarebbe molto utile se ce lo potesse fornire. Chieda di me al telefono e me lo faccia sapere. Se non sono in ufficio, detti i dati all'agente che le risponde."
Giunse una chiamata dalla pattuglia inviata al chilometro sette della via per Charleroi, in cui comunicavano che era stato trovato un cadavere sepolto dove era stato indicato. Quando Daneel ebbe la notizia, fu assalito da un forte tremore e lacrime cocenti gli colarono dagli occhi.
Tornati a casa, Daneel cercò le ricevute dell'agenzia di viaggi che la madre ed il patrigno avevano incaricato di organizzare il loro viaggio. Le trovò, telefonò alla polizia e ne dettò i dati all'ispettore Lutgen, compresa la data di ritorno. L'ispettore prese nota e lo ringraziò.
Daneel disse a Jean-Marie: "Anche se arresteranno mia madre appena mette piede in Belgio, il marito tornerà qui... e non mi va di vederlo. Come posso fare, Jean-Marie?"
"Hai detto che ci sono ancora una decina di giorni, no?"
"Sì... Una settimana..."
"Per questa notte, dormiamo qui. Poi troveremo qualcosa."
"Farai l'amore con me, questa notte?" chiese Daneel con un filo di voce.
"Ma... te la senti?"
"Credo di... averne bisogno, Jean... Forse per... sentirmi vivo... per sentirmi amato... Se te la senti tu..."
"Dormiremo assieme, comunque. E ti darò tutto il mio amore, in un modo o in un altro, non dubitare."
"Mi sento così... così..."
"Non hai bisogno di dirmelo, amore mio. Lo sento tutto, credimi, il tuo dolore."
"Mi dispiace di averti coinvolto in questa storia, ma..."
"Che senso avrebbe volersi bene, amarsi, sennò? Io sono qui per te, e ci sarò sempre, come so che lo sarai tu per me."
"Ero così felice, stamattina..."
"E lo sarai di nuovo... lo saremo di nuovo, assieme."
"Ero così felice perché... ero riuscito a fare l'amore con te e a non pentirmene, a non sentirmi sporco dopo... Ero così felice perché papà era qui con me, anche se mi aveva detto che se ne sarebbe dovuto andare... Ero così felice..."
"Ma io sono ancora con te e il nostro amore, anche sul piano fisico, ha superato la prima, più difficile prova... E tuo padre t'ha detto che comunque, col suo amore ti resterà vicino... Certo, scoprire che... che tua madre..."
"Mia madre! Ora mi è persino difficile pensare a lei come mia madre... Credevo che il suo odio per noi gay fosse solo... solo un'espressione verbale, un'esagerazione... pregiudizio, certo, però... E invece... E papà mi ha detto che uno dei motivi per cui è tornato è perché sapeva che... che se non fosse intervenuto, avrebbe ucciso anche me... Mia madre... capisci? Oltre ad aver ucciso mio padre, se avesse scoperto, se avesse saputo, capito come sono... avrebbe ucciso anche me..."
"Forse... forse è... pazza."
"No. Oggi tutti quelli che commettono crimini osceni sono quasi assolti, giustificati con la scusa della pazzia. No, ci ho vissuto assieme per tutta la vita. No, non è pazza. È cattiva, semplicemente. Perfida. Non credevo che lo potesse essere fino a questo punto, eppure, avrei dovuto capirlo. E poi... lei che faceva la morale a me... che mi ha svergognato, accusato delle peggiori cose perché da piccolo m'aveva sorpreso a masturbarmi... lei... lei ha ripagato il suo complice scopando con lui!"
"Non ci pensare, ora..."
"E come faccio, Jean? Come posso non pensarci?"
"Hai ragione, ma..."
"Oggi abbiamo saltato il pranzo, sarà meglio che preparo qualcosa da mangiare... anche se non è che mi vada tanto di mangiare."
"Vuoi che provi a preparare qualcosa io?"
"No, grazie. Fare qualcosa, tenermi occupato, forse mi aiuta un po'. Vieni in cucina con me?"
"Certo."
Dopo la cena, andarono a sedere in soggiorno, sul sofà, fianco a fianco, la luce spenta, e Jean-Marie gli cinse le spalle con un braccio. Daneel appoggiò il capo sulla sua spalla. Restarono in silenzio, immobili.
Dopo un po', Jean-Marie si rese conto che Daneel era scivolato nel sonno. Si chiese se svegliarlo per andare a letto ma decise di lasciarlo riposare, almeno per un po', perché forse il sonno gli avrebbe permesso di non pensare e di rilassarsi un poco.
Dopo diversi minuti, però, anche Jean-Marie, senza rendersene conto, scivolò nel sonno e restarono lì, seduti uno accanto all'altro, semiabbracciati, per tutta la notte.