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una storia originale di Andrej Koymasky


pin SOLO PER POCHI GIORNI CAPITOLO 4
LA PRIMA RIVELAZIONE

"Papà?"

"Sì?"

"Ma secondo te... Voglio dire, anche se ci ho provato... Io tre anni fa ci ho provato con una ragazza... ma... proprio non ha funzionato. Però, pensavo, se magari... forse lei non era quella giusta e... se magari ne trovo un'altra, una che..."

"La maggioranza degli uomini, se non fosse condizionata dalla società o dai propri pregiudizi, funzionerebbe bene, sessualmente intendo, sia con un uomo che con una donna. Il corpo, stimolato in modo opportuno, reagisce. Come quando uno si masturba, no? Se la mente è libera, il corpo semplicemente reagisce, è naturale."

"Anche tu, papà?" gli chiese Daneel, quasi sottovoce, chiedendosi se non gli avesse fatto una domanda troppo personale.

"Anche io, sì." rispose serenamente il padre.

"Vuoi dire che... l'hai fatto sia... con... cioè..."

"Sia con maschi che con femmine?"

"Eh." assentì Daneel e si senti arrossire lievemente.

"Sì, sia con ragazzi che con ragazze, è così."

"E funzionava... ti piaceva... con tutt'e due?"

"Sì, anche se mi piaceva di più... molto di più..." disse Pauwels, con una lieve esitazione.

"Con le ragazze, no?"

"No, Daneel, con i ragazzi." rispose in tono sereno il padre.

Il figlio spalancò gli occhi e lo guardò pieno di meraviglia.

"Vuoi dire, papà... che anche tu... che tu sei... come me?"

"Forse no, dato che con le ragazze... e con mamma, non c'erano problemi. Però sì, io mi sono sempre sentito più gay che etero."

"Ma allora, papà... allora... perché ti sei sposato?"

"Per molti motivi... Onestamente non saprei dirti quale sia stato il più importante. Uno è che... la società, la mia famiglia mi spingevano a sposarmi, a metter su una famiglia. Uno è che, anche un gay può provare desiderio di paternità. E sono felice di averti messo al mondo, di averti dato la vita. Uno è perché mi ero illuso che mamma... fosse la persona giusta per me. E chissà se non ce ne sono altri. Come t'ho detto ieri, sposarmi è stato uno sbaglio, a parte il fatto che sei nato tu. Tu non sei stato uno sbaglio: ti ho voluto, ti ho desiderato, e sono felice di averti dato la vita."

"Però mi hai detto che, dopo che ti sei sposato, non le hai mai messo un corno... cioè, non l'hai mai tradita."

"Né con un uomo né con una donna. Le avevo promesso fedeltà, davanti a dio ed agli uomini."

"Ma non ti pesava?"

"A volte sì, certo. Ma era un peso sopportabile."

"Ma allora... è per poter vivere con un uomo che te ne sei andato?"

"No, non è per quello. Dopo che me ne sono... andato, non ho mai più avuto una vita... sessuale."

"Ma prima di conoscere mamma, ti sei mai innamorato di un uomo?"

"Sì... Prima di un compagno di classe. Poi anche di un collega al lavoro."

"E come mai non vi siete messi assieme? Non siete restati assieme?"

"Se adesso è difficile per te, pensa quanto più lo era quando ero più giovane di te ora. Forse avremmo potuto, ma ce ne è mancato il coraggio... Purtroppo. Però, se fossi rimasto con l'uno o con l'altro, non saresti nato tu, perciò ora sono contento che sia andata così, nonostante tutto."

"Ma allora non ero nato, perciò mica sapevi che..."

"Ma ora lo so, e ora mi dispiacerebbe se tu non fossi nato." gli disse con un tenero sorriso il padre.

"Perciò, secondo te, se io riuscissi ad accettarmi per come sono... dovrei mettermi con Jean-Marie, costi quel che costi?"

"Certamente, ma prima dovresti accettarti. Però penso che siate adatti l'uno all'altro."

"Ma non lo conosci..."

"Se ti ama tanto da accettarti come sei, e da aspettare che tu possa maturare, deve essere un ragazzo in gamba. E dato che io ti conosco e so che sei un ragazzo in gamba, non credo che ti saresti innamorato di lui se non fosse degno di stima, di fiducia. Vorresti poter fare l'amore con lui, no?"

"Se fossi sicuro che dopo tutto andasse bene, sì."

"Ma con lui mica ti vuoi solo divertire, giusto?"

"No. Ma, a parte Jean-Marie... è sbagliato, secondo te, che due... facciano sesso solo per divertirsi?"

"No, se c'è mutuo rispetto, comunque. Però, certamente, il sesso fatto per esprimere il proprio amore è tutt'altra cosa. Se lo fai solo per necessità o per divertimento... è un po' come mangiare un pasto da Mac Donalds, ma se lo fai per amore, allora è il pasto più equilibrato, sano, nutriente, gustoso che ci sia."

"Ma come faccio per... per accettarmi pienamente come sono?"

"Sbaglio... o sei già sulla buona strada?"

"Certamente, averne parlato con Jean-Marie, parlarne con te, mi sta aiutando, però... non so ancora se... Ma tu eri contento di essere gay? O bisessuale, comunque?"

"Più gay che bisex. No, non ero contento. Né mi dispiaceva. Lo ero e basta. Cioè, voglio dire: tu sei contento di avere due gambe?"

Daneel sorrise: "Tre no di sicuro... e due è meglio che una sola."

"E non ti dispiace di non averne quattro... come un centauro?"

Questa volta Daneel rise: "No, certo, o non sarei più io!"

"Appunto. Se tu non fossi gay, o maschio, o un moretto, o belga eccetera, non saresti più tu, saresti un altro. Magari migliore, magari peggiore, ma un altro."

"Cavolo, papà... queste cose me le dovevo sentir dire quando avevo tredici, quattordici anni..."

"Quando è cominciato tutto il tuo casino, vero? Purtroppo non ho potuto. Comunque, quando avevi tredici anni, non avevo la più pallida idea di come si sarebbe sviluppata la tua sessualità."

"Tu cosa avresti preferito? Che fossi gay o etero?"

"Che tu fossi te stesso, gay o etero o bisex, comunque. Quando tua madre era incinta, molti mi chiedevano: preferiresti che fosse un maschio o una femmina? E io onestamente rispondevo: quello che viene, è perfetto. Un genitore deve accogliere un figlio come viene e cercare solamente di essergli utile perché sviluppi al meglio la propria personalità, il proprio carattere. Un figlio non è un'appendice dei genitori, una loro promanazione: è un altro essere, che deve diventare autonomo, indipendente."

"Perché, papà, non posso venire via con te?" gli chiese Daneel, ma più che una domanda era un'implorazione.

"Perché... devi farti la tua vita, Daneel. Il fatto che io sia potuto tornare da te... è già... qualcosa di speciale."

"Hai aspettato che mia madre e Petrus se ne andassero..."

"Diversamente non avremmo potuto avere tutto questo tempo, questa tranquillità. E perché sentivo che comunque questo era il momento giusto per tornare, per tentare di darti una mano... come non ho potuto fare in tutti questi anni."

"Ma io... sono gay perché sei gay tu?"

"No, non c'entra nulla. Genitori etero possono avere figli gay e genitori gay possono avere figli etero. Non credo che esista il gene dell'omosessualità."

"Oh, papà... ma... quando te ne dovrai andare... resteremo in contatto? In qualche modo?"

"In qualche modo, sì. Anche se non nel modo che tu o io potremmo desiderare."

"Te ne sei andato via da casa senza portare via nulla... e non hai usato le carte di credito... forse per non far sapere dove eri, penso, ma... come hai vissuto, in tutti questi anni, papà?"

"Non ho avuto problemi, Daneel. Sono sistemato... bene. Non ti devi preoccupare per me."

"Papà... scusami, sai, però... ho l'impressione che tu non mi voglia parlare di che cosa è successo dopo che te ne sei andato. Al lavoro hanno detto che tu li hai avvertiti che dovevi andare dal medico, ma il medico non ti ha visto, quella mattina. Non puoi aver trovato lavoro con il tuo nome, qui, o la polizia ti avrebbe potuto rintracciare. Hai detto che sei andato lontano, molto lontano. Sei forse andato all'estero? Però il tuo passaporto era rimasto qui in casa..."

"Hai ragione, Daneel, preferirei non doverti parlare di... di come e perché sono scomparso. Sono cose del passato."

"La mia non è solo curiosità, papà... è che... ho bisogno di sapere. Mi sono chiesto tante volte se fosse per colpa mia..."

"No! No, tesoro, non è assolutamente colpa tua."

"Allora... di mamma?"

Pauwels De Smet non rispose e Daneel vide un'ombra di dolore offuscare per un momento i suoi occhi.

"È stata colpa di mamma. Vero? Aveva... capito... scoperto che tu sei gay?"

Il padre annuì.

"Ma come? Se tu non la tradivi con un uomo, come ha potuto scoprirlo?"

"Daneel... è meglio se... se non ne parliamo adesso, credimi."

"No, papà. Io ho avuto, ho trovato il coraggio di dirti che sono gay, anche prima di sapere che mi avresti potuto capire. Perché tu non mi vuoi spiegare, raccontare..."

"Non ti voglio ancora creare problemi, non voglio darti un dolore..."

"Io temevo di darti un dolore a confessarti che sono gay, ma ho corso il rischio. E ora sono contento di averlo fatto: mi ha fatto sentire meglio, anche per come tu mi hai accettato. Non credi che anche io saprei... eventualmente sopportare il dolore, ammesso che quello che voglio sapere me ne dia?"

"Se proprio insisti... se sei sicuro di volerlo sapere..."

"Sì, papà."

"Te lo dirò. Ma non ora, non oggi. Prima di andare via di nuovo, se vuoi, te ne parlerò."

"Perché prima di andare via e non ora?"

"Perché ora devo ancora aiutarti a rimettere in ordine il casino che hai dentro di te. Per questo sono tornato."

"Sta già cominciando a... Sai, non ne avevo mai potuto parlare con nessuno, prima. Al dottore, sì, ma a lui interessava solo appurare se io fossi sano o malato. E i ragazzi con cui ho... avuto le mie avventure... non c'era la confidenza, l'amicizia necessaria. E logicamente con mia madre, con il suo odio per i gay, nemmeno a pensarci. Non dico che sia tutto risolto, papà, però... Però sento che sta andando meglio. Un poco ne ho potuto parlare con Jean-Marie, è vero... Ma lui, per così dire... essendo parte in causa... Capisci?"

"Sì, capisco. E capisco anche che è molto difficile risolvere sei, sette anni di problemi in un paio di giorni..."

"Forse neanche in una settimana o in dieci giorni... Però, sai, a volte anche dopo tre giorni di pioggia in mezz'ora il cielo si può rasserenare. Ci vuole solo un forte vento e... il fatto che sei tornato, che sei ricomparso è stato come un forte vento... che sta spazzando via le nubi."

"Tu sei forte, Daneel, ma devi diventare anche più forte."

"Forte io, papà? A me pare invece di essere tanto debole! Quante volte mi sono ripromesso di cambiare, ci ho provato con tutte le mie forze ed invece ho fallito!"

"Non potevi riuscire a cambiare la tua natura... Hai applicato le tue energie, la tua forza su qualcosa di impossibile. Quanti si sono illusi di esserci riusciti, per poi rendersi conto che era stata solo, appunto, un'illusione! No, tu sei forte perché nonostante il casino in cui ti sei trovato, hai tirato avanti. Perché nonostante tu fossi convinto di aver fallito, non ti sei arreso, benché fosse inutile continuare a lottare. Questa è la vera forza, la tua forza. Ma come ti ho detto, devi diventare ancora più forte."

"E come, papà?"

"Tanto per cominciare, accettandoti per come sei, accettandoti veramente e completamente. Poi, appoggiandoti a chi ti può dare forza nei momenti in cui ti senti troppo stanco, troppo debole, magari sedendosi semplicemente accanto a te per aspettare che tu stia meglio... Appoggiandoti a chi ami e ti ama."

"Ma tu hai detto che devi andare di nuovo via... Prima che mia madre e Petrus tornino, comunque."

"Mi riferivo a Jean-Marie, Daneel. Perché non provi ad andare a vederlo? Perché non gli chiedi di passare una mezza giornata, una giornata assieme?"

"E... gli posso dire che sei tornato?"

"Forse non ancora, non ora... Forse in seguito. Se e quando lo riterrai opportuno."

"Gli posso telefonare e chiedere se può venire qui... Ma tu..."

"Io posso andare a fare un giro, se lo vuoi far venire qui."

"Ma... e se i vicini ti vedessero? Qualcuno ti potrebbe riconoscere. Tu sei venuto qui che era notte..."

"Forse non mi riconoscerebbero, dopo tanti anni e comunque, se mi salutano, posso fare finta di non conoscerli, di non essere io... posso fare finta di essere straniero... Comunque troverò il modo di cavarmela."

"Sì... e se chiedessero a me, negherò di averti visto."

"E poi, sai, quando si crede che qualcuno sia morto, anche se si nota che la somiglianza è forte, si pensa che sia solo un caso. Un morto che ritorna... nessuno ci crede." gli disse con un lieve sorriso il padre.

"Io ti ho riconosciuto subito... anche perché non sei cambiato affatto..."

"No, Daneel, tu m'hai riconosciuto subito perché dentro al tuo cuore non hai mai creduto che io fossi veramente morto. E poi tu sei mio figlio, non sei un qualsiasi vicino di casa."

"Oh, papà... è così bello averti di nuovo qui... Anche se... anche se solo per poco tempo."

"Vorrei anche io che potesse essere per più tempo, credimi."

"Papà?"

"Dimmi."

"Tu quando hai capito che ti piacevano i ragazzi? Com'è stata la tua prima esperienza con un ragazzo?"

Pauwels sorrise: "Curioso, eh?"

"Sì..." ammise Daneel facendogli un dolce sorriso. "Se ti va di parlarne, si capisce."

"Mah... vedi, Daneel, io fin da piccolo stavo bene sia coi miei compagni di classe che con le compagne. Con i compagni giocavo a calcio o a chi sputava più lontano, o alla guerra, o a lottare come galletti, per gioco, si capisce... Con le compagne mi piaceva giocare alla famiglia o al dottore, con le loro bambole... o disegnare, o provare a trafficare in cucina.

Crescendo, la mia famiglia, che s'era trasferita qui a Namur, è vissuta per due anni con la famiglia del cugino di mio padre, che aveva due figli, una ragazza che aveva un anno più di me e un ragazzo che ne aveva quattro... Avevano una casa molto grande, quindi c'era una camera per i miei genitori, mentre me, mi misero a dormire nella camera di mio cugino.

Le mie prime esplorazioni sessuali avvennero con la mia cuginetta. A volte, quando eravamo soli in casa, si giocava al dottore, ma non con le bambole: uno di noi due faceva il paziente e l'altro il medico... E allora, mi piaceva come mi toccava, mi palpava... insomma, mi eccitavo e lei ridacchiava e si faceva toccare da me e il paziente diventava dottore e viceversa... Però mi piaceva anche molto, quando ero in camera con mio cugino, guardarlo mentre dormiva.

Lui era già "grande" ed aveva non so quante ragazze... Spesso arrivava a casa tardi, la sera dopo cena, e il rumore che faceva per andare a dormire, mi svegliava. Allora, io aspettavo che si addormentasse. Lui dormiva solo con le mutande indosso... Quando capivo che dormiva, scendevo pian pianino dal mio letto, sollevavo il suo lenzuolo per guardare il suo corpo più maturo del mio e seminudo, e soprattutto il rigonfio nelle mutande.

Pian piano divenni più ardito e cominciai anche a toccarlo e quel gioco mi faceva eccitare anche più che giocare al dottore con la mia cuginetta. Non lo so se lui davvero non s'è mai accorto dei miei giochini segreti o no, ma da come mi guardava di giorno, immagino che ne fosse ben cosciente. Comunque non disse mai niente, neanche quando trovai il coraggio di infilargli una mano sotto le mutande per carezzarlo lì.

Poi giunse la mia adolescenza, i miei trovarono un alloggio ed andammo a vivere da soli. E con l'adolescenza cominciarono i classici giochini segreti fra compagni di classe, che abitavano tutti nei dintorni di casa nostra. E grazie a loro, scoprii i primi giornaletti pornografici, e la masturbazione anche reciproca e le gare a chi schizzava più lontano o chi faceva più getti...

Si giocava anche a fare i fidanzati... cioè uno di noi a turno fingeva di essere una ragazza, e ci si toccava, ci si baciava... e si giustificava quel gioco un po' spinto con la scusa che era per provare a vedere come si fa con le ragazze, anche un po' per la timidezza che avevamo nei loro confronti. Però io gradualmente mi accorsi che in realtà a me piacevano molto quei giochi, anche se ancora credevo che maturando, mi sarei sentito attratto solo dalle ragazze come pareva che accadesse a tutti.

Ma a poco a poco cominciai a rendermi conto, con un certo disagio ed un po' di preoccupazione, che quello che provavo non era una cosa "normale". Eppure non ero affatto effeminato come i compagni dicevano dei finocchi. Comunque in quel periodo ebbi anche due, tre esperienze con le ragazzine... Beh, niente di veramente serio, si capisce, più che altro qualche bacetto di nascosto, o stare con la mano nella mano quando si andava al cinema e si spegnevano le luci... qualche carezza un po' intima fra le gambe... e ci pareva di aver osato chissà cosa, e ci sentivamo... adulti!

Però, devo ammettere, non c'era quel trasporto, quella magia di cui i compagni parlavano a volte... E anche la curiosità che spingeva i miei compagni a spiare dal buco della serratura le donne... spingeva me piuttosto a cercare di carpire la nudità di un uomo. Anche di mio padre, quando andava in bagno, per vedere quanto ce l'aveva grosso e... sognare di avercelo anche io un giorno così.

Devo dire che crescendo provavo un certo senso di disagio nel sentirmi "diverso", e questo inizialmente mi portò ad isolarmi un po' dai compagni e dalle compagne. Finché persi la testa per un compagno di classe, un ripetente, perciò più grande e ben sviluppato di me. Ma, neanche a dirlo, a lui piacevano le ragazze. Logicamente non gli dissi mai niente, però è stato lui il mio primo vero amore, e per lui non provavo solo una forte attrazione fisica... mi bastava sedergli accanto per avere un'erezione, e lo sognavo ogni notte, gli scrivevo poesie che poi distruggevo, sognavo ad occhi aperti che mi baciasse, che mi carezzasse, che si accorgesse di me, che mi accettasse e mi volesse... anche se sapevo che era impossibile.

Avrei voluto avere il coraggio di confessargli quello che provavo per lui, e sognavo che un giorno o l'altro per un miracolo, mi sussurrasse quelle tre paroline magiche che ogni innamorato vorrebbe sentirsi dire: io ti amo! Ma logicamente non accadde mai nulla di simile, anche se in cuor mio io avrei dato la mia vita per lui. Sognavo di salvarlo da un grave pericolo, e perciò io finivo in ospedale, sul punto di morire, e lui, riconoscente, mi vegliava, mi abbracciava e quando tornavo in me mi baciava e mi diceva: Io ti amo!

Quando avevo diciassette anni, decisi che ci dovevo riprovare con una ragazza. Un po' per capire come ero veramente, un po' perché era "naturale" farlo. Le ragazze mi piacevano, dopo tutto. Beh, alcune, per lo meno: quelle più belle e più simpatiche. E così ebbi la mia prima storia seria con una ragazza. Durò abbastanza a lungo, tutto sommato. Lei era molto carina, e buona, e intelligente, e spiritosa e... Insomma una ragazza in gamba.

E così un giorno, dato che anche lei pareva stare molto bene con me, ci trovammo abbracciati e ci baciammo... e io mi eccitai. Però, a differenza che con quel mio compagno, che mi bastava solo pensarlo per eccitarmi, con lei capitava solo quando ci si abbracciava e baciava. Con lei ebbi la mia prima relazione sessuale completa: fu piacevole, ma non veramente esaltante. Così, dopo qualche mese, ci lasciammo, pur restando buoni amici.

Quando avevo diciotto anni, le mie compagne di scuola mi presentarono un ragazzo, un loro vecchio compagno di scuola che si era trasferito a Bruxelles e che era tornato qui per qualche giorno per stare con i nonni. Anche se era un gran bel ragazzo, alto, moro, con occhi verde-nocciola, un fisico da atleta, non mi sentii attratto subito da lui. Forse perché ancora non avevo messo a fuoco cosa io fossi...

Ricordo che andammo in discoteca tutti assieme e quella sera, guardandolo ballare, di colpo mi accorsi di lui e mi sentii fortemente attratto. Terminata la serata lui, che aveva l'auto, si offrì di riaccompagnarmi a casa. Accettai, benché mi sentissi incredibilmente eccitato, e faticassi a coordinare i miei pensieri. Mentre guidava, non cessavo di guardare il suo bel profilo, le sue labbra morbide e morivo dalla voglia di baciarlo.

E lui, ad un certo punto, spostò la mano che aveva sulla leva del cambio e la appoggiò sulla mia coscia. La sentii quasi bruciante e sussultai ma non mi mossi. Lui fece scivolare un po' la mano su e giù, come in una carezza. Vedendo che non reagivo, la sua mano si fece più ardita e lentamente si spostò fino a posarsi sulla mia patta e sentì in che stato ero. Sorrise, ma non disse nulla. Però cambiò direzione e guidò fuori da Namur, e si fermò a lato della strada, in una piazzola di sosta fra gli alberi, spense tutto e ci trovammo nel buio...

Mi spogliò, lo spogliai, facendo incredibili contorsioni e finalmente facemmo l'amore! Fu molto bello. Scomodo ma bello. Mi baciava in bocca, mi diceva che gli piacevo da morire, mi sussurrava nell'orecchio paroline dolci, mentre si continuava a fare l'amore. Purtroppo ci incontrammo solo un paio di volte, dopo quella notte, perché poi dovette tornare a Bruxelles. Però ora capivo che a me piacevano sia le ragazze che i ragazzi, ma di gran lunga più i ragazzi.

Ecco, Daneel, è così che ho capito di me, che mi sono accettato, e queste sono state le mie prime esperienze. Ci ho messo un po', ma non troppo, e comunque anche quando ancora non capivo se ero carne o pesce, non ne ho mai fatto un dramma. Molto probabilmente perché i miei genitori non avevano mai... demonizzato il sesso."

Daneel lo aveva ascoltato, la sua attenzione totalmente assorbita dal racconto.

"Ma, papà, se i nonni avessero saputo di te, come avrebbero reagito? Cosa ti avrebbero detto?"

"Non lo so, sinceramente. Probabilmente prendevano i miei ragazzi per semplici amici, magari per la pelle, grazie alle poche ragazze con cui a volte filavo. Era la fine degli anni sessanta, l'inizio dei settanta."

"E come hai conosciuto mamma?"

"Avevo ventotto anni e lei soltanto diciassette. Forse quello che fisicamente m'aveva attratto in lei era il suo aspetto un po' efebico, vagamente mascolino... ma non so. Mi pareva dolce, gentile... mi innamorai di lei e, poiché era anche bella... con i suoi capelli così scuri, che hai preso da lei... La conobbi perché era la cugina di un mio collega... a casa sua... Scattò subito una forte simpatia. Dopo sei mesi che si filava, decidemmo di sposarci. Dopo un anno sei nato tu..."

"Come mai non sono nati altri figli?"

"Il caso. Non abbiamo mai cercato di evitarlo. Sai che lei è... molto di chiesa, no?"

"Ma le cose fra voi... voglio dire... fisicamente... andava tutto bene?"

"Sì."

"Cioè, non ti mancava... un ragazzo, un uomo?"

"Non tanto da crearmi un problema. Certo quando capitava che ne vedessi uno bello, che era il mio tipo... bello e simpatico... un pensierino ce lo facevo pure... ma solo così, una cosa puramente cerebrale e senza conseguenze."

"Ma hai detto che mamma un giorno ha scoperto che tu... che hai avuto storie anche con i ragazzi, vero?"

"Sì."

"E?"

"E come conseguenza me ne sono dovuto andare."

"Ma perché?"

"Ne parleremo... poi. Non telefoni al tuo Jean-Marie per chiedergli se può venire qui?" gli chiese il padre, evidentemente per cambiare discorso.

"Ma e tu?"

"Vado a fare un giro, te l'ho detto. Torno per cena, va bene?"

Daneel annuì e si alzò per andare a telefonare. Guardò l'ora, non l'avrebbe trovato a casa, perciò lo chiamò al telefonino.

"Pronto? Jean-Marie? Sono Daneel."

"Sì, ho riconosciuto il numero. Come stai? Sei al lavoro?"

"No, sono a casa. Ho avuto... qualche giorno di permesso."

"Mica stai male, no?"

"No. Senti... verresti, quando esci dal lavoro, qui a casa mia?"

"Sei... solo?"

Daneel lanciò un'occhiata al padre, poi rispose: "Sì, mia madre e suo marito sono in Portogallo."

"Ah, già, me l'avevi detto. D'accordo, vengo verso le tre, tre e mezzo, va bene?"

"Benissimo. Ti aspetto, allora."

"Sei sicuro che sia opportuno che vengo a casa tua?"

Daneel capì che cosa intendesse dire. "Sì, è opportuno." rispose con determinazione.

"D'accordo. A presto."

Dopo che ebbe agganciato, disse al padre: "Viene qui, fra le tre e le tre e mezzo. Dio... cosa gli dico?"

"Che gli vuoi bene, no?" rispose il padre con un sorriso.

"Mi piacerebbe che tu lo conoscessi... Non ho neanche una sua foto da farti vedere, purtroppo. Sai... non volevo che mamma..."

"Già."

"Ma che facciamo?" chiese smarrito il ragazzo.

"Abbraccialo... bacialo..."

"Ma poi?"

"Poi... andrà come deve andare."

"Ma se... Se poi... Se facciamo... se succede qualcosa ma poi... come con gli altri..."

"Parlagliene prima, chiaramente, e fidati di lui... di te stesso e di lui."

"Di lui sì, ma di me stesso..."

"Devi fidarti di te stesso, Daneel. Devi comportarti... spontaneamente, naturalmente. Devi essere onesto con te stesso e con lui. Devi avere forza e farti dare da lui quella che ti manca."

"Ho un po' paura, papà..."

"Lo capisco. Ma non devi aver paura o, per meglio dire, devi vincerla."

"Ho paura di sbagliare, di perderlo... di comportarmi male. Di..."

"Pensa solo che ti ama e che tu lo ami... non pensare ad altro. Se tu veramente lo ami, farai tutto quello che sei in grado di fare perché lui sia felice. E certamente anche lui farà così."

"Papà... ho ventuno anni ma mi sento come se ne avessi... solo quattordici."

Pauwels sorrise, lo abbracciò e lo strinse a sé. "Questa è una cosa bella, credimi..."

"Ma se fra lui e me... se capitasse..."

"Devi esserne felice e non sentirti sporco."

"Ci riuscirò?"

"Tu pensi che Jean-Marie sia un ragazzo sporco? Che sia degenerato? Pervertito?"

"No, oh no!"

"Eppure è gay come te. Quindi, se lui non è sporco, perché dovresti esserlo tu? E il sesso in sé non è una cosa sporca. Può diventarlo quando si violenta, quando si usa l'altro come oggetto, quando è fatto per segno di spregio... Ed è splendido quando lo si fa per amore. Ricordati, Daneel, tutto è puro per chi ha il cuore puro."

"E che cosa rende un cuore puro, papà?"

"L'amore. L'amore di donazione, non l'amore di possesso. Perché d'altronde solo il primo è vero amore."

"Papà... tu mi sei mancato tanto, ma... solo adesso mi rendo veramente conto di quanto mi sei mancato."

"Eppure sei venuto su bene, onesto, che è la cosa fondamentale."

"Ma con che casino dentro! Io... ho ancora bisogno di te, papà."

"Non avrai più bisogno di me quando avrai finalmente il tuo Jean-Marie. Mi vorrai sempre bene, certo, ma non avrai più bisogno di me, perché ci sarà lui al tuo fianco."

"Sarà meglio che mi metto a cucinare qualcosa per pranzo, ora..." disse Daneel. "Vieni in cucina con me, papà?"

"Certo."

Mentre cucinava, di tanto in tanto, i loro sguardi si incontravano e i loro occhi sorridevano.

"Non te l'ho detto, papà, ma ora lavoro all'archivio del Quotidien de Namur."

"M'avevi accennato che lavori al giornale. Ti piace?"

"Sì. Si lavora molto, ma non troppo. Il capo non è niente male e i colleghi piuttosto simpatici. La paga è buona. Sto mettendo un po' di soldi da parte. E da qui ci vado con un solo autobus. Non ho ancora la macchina, ma in fondo non mi serve."

"Molto bene. Ti potrà essere utile il tuo lavoro nell'archivio del giornale."

"Utile, papà? Per che cosa?"

"Mah... così... per tante cose... Sai, a volte si cerca della documentazione per un argomento che interessa e..."

Daneel ridacchiò.

"Che c'è?" gli chiese il padre, con uno sguardo divertito.

"Mi è capitata in mano una foto di Brad Pitt completamente nudo... mi era venuta la tentazione di fregarla... però non l'ho fatto, logicamente."

"Ti piace, Brad Pitt?"

"Sì, abbastanza. Ma è più bello Jean-Marie... anche se non l'ho ancora mai visto nudo."

A Daneel piaceva poter parlare così, liberamente, serenamente... e con suo padre! Sentiva come se un peso gli venisse a poco a poco tolto dalle spalle.

Mise a tavola e mangiarono. Il padre gli fece i complimenti e Daneel si schermì, ma gli fece piacere.

Poi, dopo aver finito e rigovernato, Pauwels guardò l'orologio: "Sarà meglio che io vada, ora. Tornerò per cena, d'accordo? Diciamo verso le otto, va bene?"

"Sì, papà. Fammi gli auguri..."

Il padre lo abbracciò: "Vedrai che andrà tutto bene... Lo sento."

"Speriamo..."

Poi il padre gli strizzò l'occhio ed uscì. Daneel sentì la porta di casa chiudersi ed andò in soggiorno, alla finestra, per guardarlo allontanarsi, ma non lo vide. Un po' stupito, aprì la finestra e si affacciò, e guardò su e giù per la via... Pensò che forse aveva girato attorno alla casa, nel vicolo fra la sua e quella del vicino, per andare nella via parallela, dove passava l'autobus. Richiuse la finestra ed andò a sedere sul sofà.

Guardò l'orologio: erano le due e cinquanta. Da un momento all'altro sarebbe arrivato Jean-Marie. Si sentì eccitato. Eccitato ma anche lievemente in apprensione.

Cosa gli avrebbe detto? Non che aveva rivisto suo padre, perché gli aveva chiesto di non dire ancora niente. Gli avrebbe detto che... che voleva fare l'amore con lui? Che... che forse... che forse era tempo che ci provassero, finalmente? Certamente, Jean-Marie sarebbe stato molto contento.

Povero Jean-Marie, quanta pazienza aveva avuto con lui. Sì, doveva veramente amarlo, per aver avuto tanta pazienza.

"Se mamma lo scoprisse... mi odierebbe... Devo... devo decidermi ad andare via da casa... in fondo lavoro e guadagno discretamente... anche Jean-Marie lavora... fra tutti e due saremmo in grado di pagarci un appartamentino, no? E finalmente... finalmente libero... liberi di amarci..." pensava e sentiva un piacevole calore indosso, che non era solo dovuto all'eccitazione fisica, ma soprattutto al fatto che finalmente iniziava a vedere una via di uscita...

Grazie a suo padre.


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