La giornata di metà luglio era calda, anzi afosa. Le abbondanti piogge dei due giorni precedenti avevano fatto aumentare incredibilmente l'umidità. Daneel stava semisdraiato sul letto, in camera sua, e leggeva un saggio sulla seconda guerra mondiale.
Sentiva le voci della madre e del patrigno provenire dal soggiorno. Sapeva che stavano controllando per l'ennesima volta i documenti di viaggio, le prenotazioni e tutto il resto per la vacanza di tre settimane che avevano deciso di prendersi in Portogallo. Le valigie erano già pronte: sarebbero partiti la mattina seguente, presto. Avevano già prenotato il taxi che li sarebbe venuti a prendere e li avrebbe portati alla stazione.
Sentì la madre dire, in tono lamentevole: "Però è un vero peccato, Petrus! Quanto mi sarebbe piaciuto se ci si poteva fermare un giorno di più a Fatima!"
"Ma dai! Per stare a messa, fare la comunione e accendere un cero... un giorno basta e avanza. D'altronde alla casa del pellegrino avevano solo una notte libera, ha detto l'agenzia."
"A te interessano di più i musei che le chiese!"
"Ma no, lo sai... E poi anche nelle chiese ci sono opere d'arte..."
"Sì, tu ci vai solo per quello... mica per pregare!"
"Preghi abbastanza tu per tutti e due, Adeline..." disse il patrigno in tono fra l'ironico e il condiscendente.
Daneel pensò che per le tre settimane in cui sarebbe restato solo, poteva finalmente saltare la messa la domenica. La messa e logicamente anche la comunione. La sua vita religiosa era un enorme casino! Doveva andarsi a confessare ogni sabato sera, in modo da poter fare la comunione la domenica mattina. Non avrebbe saputo resistere più a lungo senza commettere "il" peccato.
Ma se non avesse fatto la comunione, la madre l'avrebbe sottoposto ad un penoso, stringente, interminabile interrogatorio. Come se lui non ci avesse provato a non commettere più "il" peccato! In tutte le sue troppe varianti... Da sette anni lottava contro il proprio istinto e gli pareva sempre più una battaglia persa. Tutto ciò che metteva in atto, era efficace quanto la linea Maginot: facilmente aggirabile dalle tentazioni!
Il peccato! Non rubava, non odiava, non diceva parolacce, era onesto, scrupoloso, non faceva peccati di gola, non provava invidia, non... Però a volte mentiva. Ma quelle menzogne non erano che la conseguenza del peccato da cui non riusciva a liberarsi.
Il nemico: le tentazioni! Pareva che spuntassero da ogni parte, come funghi, come la gramigna, come... Da ogni parte, in ogni momento... a volte persino mentre era in chiesa, e allora si sentiva ancora più in colpa. Ogni volta che provava a pregare, doveva smettere dopo pochi minuti: pareva che le sue preghiere, invece di dargli protezione, suscitassero ancora più potenti le tentazioni!
Com'era che diceva quel salmo che aveva sentito una volta in chiesa? Eccolo avanza, mi circonda, come un leone pronto a saltare sulla preda, è sempre in agguato... o qualcosa del genere! Ecco, sì, quando aveva sentito quelle parole, s'era sentito proprio così: una preda circondata da leoni.
Peccava nel pensiero, nel migliore dei casi... peccava da solo, quando andava bene... peccava con altri... e quel che è peggio, mentre lo faceva gli piaceva, anche se dopo si sentiva sporco, debole, un letamaio! Ecco, sì, un letamaio!
Sette anni di inutile lotta. Sarebbe mai cessata? A volte aveva voglia di smettere di lottare, di arrendersi. Ma non poteva, anche se si sentiva sempre più stanco. Come negli antichi eserciti: dietro ai fanti c'erano i fucilieri, che avrebbero sparato addosso a chiunque avesse voltato le spalle al nemico ed avesse tentato di fuggire. Ecco, sua madre era il corpo dei fucilieri... Gli impediva di fuggire e così doveva continuare a lottare.
Ma sua madre, proprio come i fucilieri, mica si rendeva conto di quanto fosse forte, terribile, agguerrito il nemico! Avanzare e morire... fuggire e morire... beh, meglio morire lottando che fuggendo! Ma quant'era difficile... Come puoi lottare con un bastone contro chi ti assale con la mitragliatrice? Oh, certo, i proiettili di quella mitragliatrice ti penetravano nella carne e la facevano bruciare, ma non ti uccidevano! E l'unico modo per attenuare, almeno per un po' di tempo, quel bruciore nella carne era lasciarsi andare al "peccato".
Poi, lavarsi, prima il corpo, poi l'anima... e riprendere la battaglia, chiedendosi quando sarebbe stato colpito di nuovo. Ratatatan... bruciore... il peccato... doccia... confessionale... e poi il terrore di sentire un'altra raffica... Ed eccola, arrivava: ratatatan... bruciore... il peccato... doccia... confessionale... E ancora, e ancora, per sette anni, senza cessa, senza tregua, senza armistizio... figurarsi poi trovare la pace!
Una volta aveva persino pensato di uccidersi, per trovare la pace. Ma poi, no, non poteva, perché avrebbe commesso un peccato ancora più grave... e chi muore in peccato, patisce le pene dell'inferno, per sempre. Ma non era un inferno, quello che stava vivendo? Però c'erano anche giorni in cui la mitragliatrice pareva tacere... a volte solo per poche ore, ma a volte anche per più di una settimana. Benché questo capitasse piuttosto di rado.
La madre arrivò in camera sua: "Daneel! E ricordati di non far entrare nessuno in casa!"
"Certo, mamma..."
"E la domenica vai a messa, mi raccomando... e porta a casa il foglietto del vangelo!"
Fregato! "Sì, mamma..."
"E non farmi trovare tutto un porcile, quando torno a casa!"
"No, mamma."
La voce del patrigno dal soggiorno: "Adeline! Ha quasi ventuno anni, non è più un bambino!"
Non aveva un buon rapporto con Petrus, ma neppure cattivo. Convivevano civilmente. Quasi come con i colleghi al lavoro. Ma almeno non rompeva come la madre. Petrus lo rispettava e lui rispettava Petrus.
"Tu non puoi capire, Petrus! Per una madre il figlio è sempre un bambino!" disse la madre, a voce alta e seccata ed in tono deciso, tornando in soggiorno.
"Sarà meglio che andiamo a letto, Adeline: domattina ci dobbiamo alzare presto."
"Hai cambiato abbastanza soldi, no?"
"Abbiamo le carte di credito, Adeline!"
"Sì, ma mica si può dare una mancia o ordinare un tè, o... fare un'elemosina in chiesa con la carta di credito, no?"
"Sì, Adeline ho cambiato quanto m'hai detto, in franchi francesi, in pesetas e in... come si chiama... moneta portoghese!"
"L'escudo, Petrus, l'escudo! Ti sei fatto dare anche le monetine, no?"
"Quel poco che avevano in banca. Se necessario cambiamo le banconote. Se tu m'avessi dato retta ed avessimo preso l'aereo..."
"L'aereo è troppo veloce. Un viaggio di piacere si deve percorrere, non... volare, saltare! Si dovrebbe fare in carrozza, se ancora ce ne fossero... o almeno in automobile..."
Daneel scosse la testa e cercò di riprendere a leggere. Ma non ci riusciva. Per fortuna da circa tre anni la madre non pretendeva più che lui prendesse le ferie con lei, con loro. Era stato Petrus a deciderlo, prima ancora che si sposassero, e di questo Daneel gli era veramente grato.
Certo che Petrus aveva una bella pazienza con sua madre, pensò Daneel. Un po' la lasciava parlare, un po' faceva come voleva lei e a volte si impuntava e non gliela dava vinta e allora non lo smuoveva neppure una cannonata e la madre doveva cedere. Petrus, comunque, non alzava mai la voce, neanche quando la alzava lei. Non perdeva mai le staffe, mai la calma. Daneel si chiese come facesse. In questo lo ammirava.
Sì, non era male, il suo patrigno.
"Noi andiamo a dormire, Daneel. Non fare tardi, tu!"
"No mamma, buona notte. Buona notte Petrus."
"Ci salutiamo adesso, ché domattina noi usciamo da casa alle cinque e non è il caso che ti svegliamo." disse Petrus.
Daneel scese dal letto e mise via il libro. Andò in soggiorno ed augurò buon viaggio a tutti e due. La madre ne approfittò per fargli un'altra dozzina di raccomandazioni. E finalmente i due andarono nella loro camera da letto. Daneel spense la luce in soggiorno e tornò in camera propria.
Decise di spogliarsi e di indossare il pigiama. Con quel caldo avrebbe preferito dormire nudo, ma non poteva, con la madre in casa.
"Ma da domani, dormo nudo!" si disse determinato.
Ed ecco, quasi fosse una parola magica, un sortilegio, quella parola gli rimbalzò lungo le circonvoluzioni cerebrali come una pallina del flipper, accendendo qua e là sprazzi di luce, immagini... "nudo... nudo... nudo... maschio nudo... bel figo nudo... spogliati nudo... nudo... tutto nudo... cazzo nudo... nudo... nudo... nudo... scopa nudo..."
Scosse con violenza la testa, quasi a centrifugare fuori quella parola, quelle immagini. Si denudò... "denudare... ti spoglio nudo... spogliati nudo... nudo... denudati... bello nudo... tutto nudo...".
Si infilò in fretta il pigiama, ed ebbe un piccolo problema a non far uscire il membro, che gli si era rizzato, dall'apertura dei calzoni... Spense la luce e si gettò sul letto...
E la mano, quasi fosse un grande insetto animato di vita propria, scese sull'apertura dei calzoni del pigiama, vi si insinuò... ed afferrò la preda e la divorò... la assaporò, muovendola su e giù, lenta, fremente, piii...aaa...ceee...vooo...leee...
Nudo... bel ragazzo nudo... bello... sorride... sorride invitante... oh quanto invitante... mi tocca... così... e me lo mena... sorride... "succhiamelo"... chi l'ha detto? Io? Lui? Che importa... succhiare... bello... mi vuole? Lo voglio? Sì... mi vuole... lo voglio... così, sì... fammi godere... nudo... bello... ahhh... geme... gemo... "baciami!"... "leccami!"... "mettimelo!"... Lui? Io? Che importa... Ses-san-taaa-no-ve... il numero magico... Io il sei... tu il nove... ses-san-ta-nooo-veee... aaahhh... eccolo... no... nooo... nooooo... siiiiiii!
E Daneel si scaricò nel fazzoletto che aveva fatto appena in tempo a premere contro il proprio membro palpitante. Quando il sesto... settimo... ottavo schizzo fu lanciato, attese ancora un poco, ansimante. Poi portò il fazzoletto al naso e ne aspirò l'odore... l'odore del peccato!
Si rilassò quasi di colpo, con un profondo sospiro. C'era cascato di nuovo. Di nuovo. Di nuovo... Era un debole. Senza forza di volontà. "L'uomo si distingue dall'animale perché sa resistere all'istinto", parola di sua madre. "Il modo migliore per cacciare le tentazioni è non resistergli", parola di... chi? Oscar Wilde? O... "posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni"; sì doveva aver detto così... Proprio come avrebbe potuto dire lui!
Quando la madre aveva scoperto che si masturbava...
Aveva compiuto da poco tredici anni... sì... lo ricordava bene... il padre era scomparso da un mese, più o meno... lo ricordava anche troppo bene...
Era stato un compagno di classe che gli aveva insegnato a masturbarsi... non ne ricordava neppure il nome... né il viso... però ricordava bene come, rimasti gli ultimi nello spogliatoio della palestra, l'amico gli avesse fatto vedere che ce l'aveva duro... poi si era masturbato davanti a lui... e l'aveva invitato ad imitarlo... e si erano masturbati, ognuno da solo ma guardandosi e ridacchiando come due stupidelli... e il compagno aveva schizzato... lui aveva solo emesso alcune gocce.
Gli era piaciuto! Ecco, tutto il suo problema era iniziato proprio quel giorno. Perché da allora non solo aveva preso a masturbarsi, alcune volte anche tre, quattro volte in un giorno... altre non lo faceva per un paio, tre giorni... ma ogni volta immaginava che fosse un altro a prenderglielo in mano e ad agitarglielo fino a farlo godere... o di essere lui a prenderlo in mano ad un altro... Sempre, solo, esclusivamente un altro, un ragazzo, mai una ragazza.
Sì, era scomparso da circa un mese, suo padre. Non si sapeva perché, dove fosse andato: la polizia continuava a dire che non c'era traccia di lui... Non negli ospedali, non fra i cadaveri trovati e non identificati... Svanito nel nulla...
Daneel amava suo padre, aveva sofferto molto per la sua scomparsa. Il padre era forte, gentile, quasi sempre sorridente... Il padre lo capiva... trovava sempre tempo per stare con lui... ed era scomparso. Così, senza un motivo. Una mattina, mentre usciva per andare a scuola, il padre, ancora in pigiama, l'aveva salutato col solito sorriso e gli aveva fatto l'occhiolino. A pranzo non s'era visto... non aveva telefonato... La madre aveva telefonato al lavoro: avevano detto che era uscito alle dieci per andare dal medico e non era tornato...
Dal medico? Perché dal medico? Non stava mica male! La madre aveva telefonato al medico di famiglia: no, non aveva nessun appuntamento, non l'aveva visto... Allora aveva telefonato a tutti gli amici, ai parenti, a tutti veramente. Nessuno l'aveva visto, nessuno ne sapeva nulla. Non era tornato neppure a cena. Daneel non era riuscito a dormire, quella notte. Sentiva la madre piangere, quasi istericamente... Lui non riusciva neppure a piangere...
La mattina dopo, presto, aveva sentito la madre telefonare alla polizia. Erano arrivati. Avevano fatto mille domande. No, non avevano litigato... No, non c'erano problemi finanziari... No, non aveva mai parlato di andarsene... No, non aveva un'amante, né giocava, né si drogava... No... No... No... Ma era scomparso! Volatilizzato. Senza lasciare tracce. L'auto nel parcheggio della ditta dove lavorava... Le sue cose in ufficio in ordine. Nessun indizio. Nulla! Ma era scomparso.
Era passato circa un mese, durante il quale "la tentazione" non s'era presentata... ma poi... chissà perché, chissà come, aveva sentito l'esigenza di rilassarsi con quell'unica pratica che pareva avere il potere di dargli quiete...
E una volta... era sicuro di aver chiuso a chiave la porta del bagno... ma evidentemente non l'aveva fatto bene... Stava in piedi, i calzoni e le mutande calate, le gambe larghe davanti allo specchio... e, gli occhi semichiusi, la testa lievemente piegata indietro, guardava la propria immagine riflessa, e si masturbava velocemente... sognando che quello dall'altra parte dello specchio fosse un altro ragazzo e che si stessero masturbando a vicenda...
Aveva sentito il rumore della porta ma credeva fosse chiusa... poi il grido della madre, lì, sul vano della porta aperta, che lo guardava pallida, furente.
"Daneel! Porco! Che fai, eh? Maiale!"
Era rimasto congelato, era impallidito. S'era affannato a rivestirsi e pareva non riuscirci: tirava su i calzoni ma le mutande erano rimaste giù e li avevano bloccati... e il membro era duro e pareva non volersi ammosciare... e la madre gridava... e si tirava su gli slip e riusciva a coprirsi... e la madre lo picchiava... Era riuscito finalmente a tirarsi su i calzoni e chiuderli... e la madre urlava... si era riparato con le braccia dalla furia della madre... tremante... immobile...
"Non voglio un figlio degenere, un pervertito in casa! Guai a te se ti scopro ancora... Sei disgustoso! Quelle cose schifose... in casa mia non si fanno! Devi giurare che non le farai mai più... mai più... mai più! E devi andare subito a confessarti, subito, di corsa!"
E Daneel aveva giurato, in lacrime... e a causa di quel giuramento, aveva iniziato a dire le bugie. Non le aveva mai dette prima di allora. Anche quando ne aveva combinata qualcuna, aveva sempre detto la verità... anche l'unica volta che aveva marinato la scuola, aveva detto la verità. Sempre. Ma ora... ora non poteva più dirla... Non voleva più vedere la madre così furiosa con lui... Non l'aveva mai vista prima così...
La madre lo aveva portato da padre Erik Mailleux, il parroco, e s'era confessato...
"Quante volte l'hai fatto?"
"Non lo so, padre... tante..."
"Da solo o con altri?"
"Da solo... meno una volta... Poi sempre da solo..."
"Ma non lo sai che quella cosa è un peccato grave? Anche da soli? Il peccato di Onan: gettare il seme che Dio ci ha dato per procreare. Pensa quante vite hai buttato via! Bambini che non sono nati per colpa tua! La sessualità è un dono che Dio ci ha dato per fare figli nell'ambito del santo matrimonio... Non è un giochino da fare come se niente fosse. Devi promettere che farai del tuo meglio per non cedere alla tentazione!"
Aveva promesso... Era seriamente determinato a non compiere più quell'orribile cosa, quel brutto peccato... Per qualche giorno, per lo shock, per paura, perché aveva giurato... era riuscito a non ricaderci, ma poi... ancora... e ancora... e ancora...
La madre non l'aveva più sorpreso... e anche se gli controllava le mutande e le lenzuola, lui lo faceva nel cesso e si scaricava nel water, poi se lo lavava, perciò non lasciava tracce. Ed andava a confessarsi... Non più da padre Erik, perché si vergognava di non aver saputo mantenere la promessa, ma dal viceparroco... E ogni volta che si confessava, prometteva che avrebbe cercato di non farlo più... Ma ogni volta era invano.
Due anni di confusione, di pena, di difficoltà... Di sogni e pratiche proibite, di pentimenti, di cedimenti. Due anni in cui s'era sviluppato rapidamente e in cui gli sembrava che tutta la sua vita fosse focalizzata, in bene o in male, lì, fra le sue gambe, sul suo membro che di tanto in tanto si risvegliava e pretendeva le sue attenzioni. Due anni in cui vedere i suoi compagni cambiarsi prima o dopo le attività sportive, era una croce e una delizia...
Il desiderio si rafforzava man mano che il suo corpo si sviluppava. Aveva anche tentato di filacchiare con le compagne... perché aveva capito che i suoi erano desideri da frocio, e non voleva! Tutto andava bene, con le compagne, finché la cosa veniva spinta un po' oltre e si cominciavano a toccare... e a lui proprio non veniva duro e anzi si sentiva vagamente infastidito... E invece, gli si rizzava anche solo a vedere, fantasticare su un bel ragazzo.
No, Daneel non voleva diventare un frocio... eppure si rendeva conto che lo stava diventando e non riusciva a compiere un'inversione di marcia... I compagni si raccontavano l'un l'altro le loro prodezze sessuali... con le ragazze, logicamente... E lo prendevano in giro perché lui ammetteva, sinceramente, di non aver fatto ancora niente... Così, per non essere giudicato "strano" iniziò a dire bugie anche a loro, ispirandosi a quanto raccontavano i compagni e dicendo che anche a lui era capitato, quella volta, con una ragazzina del vicinato...
Le uniche sue bugie riguardavano quell'argomento. A casa, la madre, non era più tornata sul soggetto, anche se Daneel era conscio che continuava a controllarlo. Gli aveva imposto di non chiudersi più a chiave in bagno... e così ora si masturbava ogni volta che faceva la doccia... o chiuso nei cessi della scuola... E continuava a sognare, a fantasticare di trovare qualcuno come lui, per farlo insieme... Poi si pentiva, si andava a confessare...
Dopo che il padre era scomparso, per un paio di anni s'era visto gironzolare in casa loro un certo Jaspar Baert: era stato un compagno di liceo della madre... s'erano ritrovati al lavoro... un buon amico della madre... A Daneel non piaceva. Cioè... fisicamente lo attraeva incredibilmente: era molto sensuale, era bello, d'una bellezza maschia, virile...
S'era chiesto se non fosse l'amante della madre, ma non li aveva mai visti scambiarsi nessun segno di affetto... anche se Jaspar agiva un po' come il padrone di casa... anche nei confronti di Daneel. E poi... la madre non avrebbe mai fatto "quelle cose" senza essere sposata, pensava Daneel. Non la madre, tutta casa, lavoro e chiesa! Semplicemente, essendo scomparso il marito, si appoggiava all'amico, al collega...
Ma Daneel aveva iniziato a masturbarsi fantasticando di farlo con il bel Jaspar. Una volta l'aveva visto, con i soli calzoncini corti indosso, aiutare la madre a curare il giardinetto dietro la casa, e ne aveva ammirato i muscoli guizzanti e brillanti al sole per le minute goccioline di traspirazione che lo coprivano... Più che ammirato, si era sentito eccitato, tanto che era corso in bagno per masturbarsi, spiando da dietro la tendina della finestrella che i due non tornassero in casa...
S'era appena sfogato e rimesso a posto, quando i due rientrarono. La madre stava parlando animatamente con Jaspar...
"... tutti in galera, come minimo! Sono solo dei maiali pervertiti, ecco cosa sono! Aha! E fanno pure le manifestazioni, quegli schifosi. Lo chiamano gay-pride! Cosa hanno da essere orgogliosi, eh? Di dare via il culo? Non c'è più pudore."
"Proprio così, Adeline." aveva risposto Jaspar. "Bisognerebbe castrarli tutti. Quegli schifosi effeminati, che insidiano i bambini. Sì, si dovrebbe castrarli!"
E Daneel si sentì impallidire: era come se stessero parlando di lui... eppure... non potevano sapere... sospettare... E poi lui non era effeminato... E lui non insidiava i bambini: a lui piacevano i compagni più sviluppati, più virili, più cresciuti. A lui piaceva, almeno fisicamente, Jaspar... No, lui non era effeminato. Quando si guardava allo specchio, l'immagine che vi vedeva era quella di un normale quindicenne... I segni della virilità si stavano affacciando sul suo corpo... E non si muoveva, non parlava come una femminuccia. Non gli interessavano le bambole, tutt'altro!
Quindici anni... E la sua prima "caduta" seria...
Era andato in treno fino a Bruxelles, per vedere la partita di calcio della squadra giovanile di Namur contro quella di Bruxelles. I compagni con cui era andato, dopo la partita, volevano fermarsi ancora un po' a Bruxelles, ma lui doveva tornare a casa, o la madre si sarebbe arrabbiata. Perciò prese il treno per Namur, da solo. Era quasi vuoto. Entrò in uno scompartimento e si sistemò.
Poco prima che partisse il treno, entrò un giovanotto... avrà avuto poco più di venti anni, pensò Daneel. Si affacciò allo scompartimento e gli chiese, con un sorriso garbato, se poteva sedere con lui.
"È vuoto, e i posti non sono prenotati..." gli disse guardandolo da capo a piedi. "Si accomodi..."
"Mica mi darai del lei! Fra ragazzi..." disse l'altro sedendo sul posto centrale, esattamente di fronte a Daneel.
Era biondo, aveva occhi chiari, corporatura snella e mani, notò, veramente belle. Indossava una giacchetta sportiva, azzurra, aperta su una T-shirt celeste con un disegno che non riusciva a distinguere bene... pareva una scena di mare, di surf... Calzoni morbidi color antracite e mocassini color cuoio, senza le calze: le caviglie lievemente pelose si intravedevano fra il risvolto dei calzoni e le scarpe. Questo particolare parve molto, molto sensuale a Daneel...
Il giovanotto rovistò nella sua sacca da sport e ne estrasse un libro e si mise a leggerlo: Daneel vide che era "La danse du coucou" di Aidan Chambers... Aveva letto quel libro, logicamente di nascosto da sua madre, poiché narrava dell'amore fra due ragazzi... Quel testo lo aveva eccitato e spaventato ad un tempo, a causa della tragica fine di uno dei due adolescenti quando l'altro l'aveva lasciato per mettersi con una ragazza...
Era assorto in questi pensieri, ma continuava a guardarlo. Ad un certo punto quel ragazzo sollevò lo sguardo e gli sorrise. "Lo conosci, questo libro?"
Un po' imbarazzato per essere stato sorpreso a guardarlo un po' troppo sfrontatamente, gli disse: "Sì... l'ho letto..."
"Io è la seconda volta che lo leggo. Faccio sempre così: una prima lettura veloce per sapere come è e, se mi piace, una seconda lettura più attenta per godermelo. Scendi anche tu a Namur? Abiti lì?"
"Sì... e tu?"
"No, vado a trovare mio padre... è separato da mia madre... Mi fermo da lui solo un paio di giorni." gli disse con un sorriso caldo... attraente.
Daneel lo trovava incredibilmente affascinante, sexy, e stava leggendo una storia di una relazione gay! Il treno lasciò la stazione. Erano ancora soli. Il giovane si alzò e tirò le tendine verso il corridoio. Daneel si chiese perché. Quello sedette di nuovo.
"Ti è piaciuto il libro?" gli chiese l'altro.
"Se non finiva male..." rispose Daneel.
L'altro si mise più comodo, spingendo lievemente in avanti il bacino ed allargando un po' le gambe e lo sguardo di Daneel corse sulla sua patta. Notò che si intravedeva la forma di ciò che nascondeva. Distolse subito lo sguardo, imbarazzato e lo guardò negli occhi. L'altro continuava a guardarlo ed a sorridere.
"Non finisce sempre così, fra due ragazzi..." gli disse con voce soffice.
Daneel non sapeva cosa dire, era imbarazzato. Arrivò il controllore, vidimò i loro biglietti e se ne andò, richiudendo la porta. Erano di nuovo soli. L'altro allungò le gambe incrociandole con le sue; quelle del ragazzo erano all'esterno e quasi sfioravano quelle di Daneel. Il treno sferragliava sui binari e la carrozza dondolava lievemente, facendo dondolare anche i loro corpi, sì che di tanto in tanto i loro polpacci entravano in contatto.
Quel lieve tocco non solo non dispiaceva a Daneel, ma lo fece eccitare incredibilmente e si sentii la testa in subbuglio e vampate di calore assalirlo. L'altro strinse lievemente le gambe che ora erano a contatto con le sue ed il dondolio della carrozza le faceva premere più o meno fortemente... Lo guardò confuso, perplesso: stava leggendo il suo libro. L'altro sollevò lo sguardo dal libro e gli sorrise. Daneel arrossì, anche perché era cosciente che gli stava venendo una forte erezione.
"Ho voglia di te..." gli disse il ragazzo in un sussurro.
"Eh? Che?" mormorò Daneel, sempre più agitato e confuso.
Il suo sguardo scese rapidamente fra le gambe di Daneel, poi tornò sui suoi occhi: "Ce l'hai duro... anche tu hai voglia."
"No... io..." balbettò, cominciando a tremare lievemente, il cuore che gli batteva a trecento all'ora.
"Sì..." disse lui.
Posò il libro, si sollevò a sedere e si chinò verso Daneel. Una sua mano si posò sulla sua spalla, poi scivolò lungo il collo, si appoggiò sul suo orecchio e lo tirò lievemente a sé. Lo carezzò sui capelli, sopra la nuca e lo fece avvicinare di più al suo volto... avvicinò le sue labbra e gli dette un bacio, dapprima lieve, poi tenero, poi intenso...
"No... Che fai..." gemette Daneel.
Non gli sembrava possibile, non gli sembrava vero. Mille pensieri, mille parole si affollarono in lui, ma non era più capace di capire, di dire nulla. Sapeva che non sarebbe stato capace di sottrarsi a lui... né lo voleva.
Le sue mani scesero ad esplorare il corpo di Daneel, le braccia che teneva abbandonate ai fianchi, poi di nuovo il collo, poi scesero a carezzargli il petto attraverso la leggera camicia di cotone, scesero sul ventre, sulle cosce che parevano incandescenti e sfiorarono lievi, attraverso la tela, il suo pene duro e bruciante. Daneel sussultò. "Che fai?" chiese all'altro una voce dentro di lui, ma le parole non uscirono dalle sue labbra.
"Mi piaci..." disse l'altro e gli scivolò in ginocchio davanti, mentre le sue mani trafficavano sul bottone dei jeans, poi iniziavano a far scendere la cerniera.
"No..." gemette, "... è... pericoloso... qui..."
L'altro si alzò, andò alla porta e fece scattare la chiusura. "Ecco. Vieni qui..." gli disse con un sorriso incoraggiante.
Come in trance, Daneel si alzò ed andò verso di lui, continuando a ripetersi di no, che non doveva, che era pericoloso, che era sbagliato che era... L'altro lo sospinse contro la porta e gli si accoccolò davanti, gli infilò una mano nella patta ancora aperta e frugò, lo afferrò e glielo tirò fuori. Daneel lo guardava, tremante. L'altro sollevò lo sguardo e gli sorrise.
"Sei bello anche qui..." sussurrò.
Fece scorrere le labbra lungo il suo pene turgido, dritto come un fuso, e Daneel gemette: era incredibilmente piacevole. Gli fece scendere un po' i calzoni aperti, ma lui li trattenne perché non scivolassero giù e gemette di nuovo, mentre l'altro gli stuzzicava la punta del pene con la lingua. Una sua mano gli impastava lieve i testicoli, l'altra gli carezzava il sedere ed un dito scivolò fra le sue natiche tese e nervose e gli stuzzicò il buchetto...
"No..." mormorò Daneel, chiudendo gli occhi e sentendosi le gambe cedere per l'emozione.
Ma non voleva che smettesse. Fletté un po' le gambe e lui gli spinse il dito contro lo sfintere e frattanto si fece scivolare tutto il pene in bocca. Daneel gemette di nuovo ed aprì gli occhi, guardando in giù: vide il suo pene scomparire fra le labbra e provò un piacere incredibile, fortissimo. L'altro iniziò a muovere il capo avanti e indietro, via via più velocemente, con affondo vigorosi, facendoselo scendere fino in gola: quella bocca era calda, umida, piacevolissima!
Il suo dito continuava a frugare sul buchetto di Daneel, che ora palpitava. Il suo pene vibrava nella sua bocca, il respiro gli si fece affannoso, i tremiti lungo il suo corpo si fecero convulsi. Rovesciò la testa indietro, chiudendo gli occhi e sentì la tendina, il vetro, duri, freddi, dietro di se. E improvvisamente, inaspettatamente, con una serie di spasmi fortissimi, gli regalò tutto il suo caldo seme, che l'altro bevve con golosità, mentre Daneel gemeva, con voce bassa e strozzata: "Ooohh... gooo... gooodo... gooodooo... oooh..."
Continuò a succhiarglielo finché non poté trarne più nulla. Poi si staccò da Daneel. Senza aprire gli occhi, il ragazzo si rimise in fretta a posto gli slip, i calzoni, chiuse la cerniera, li abbottonò ed emise un lungo, tremulo sospiro. Quando riaprì gli occhi, l'altro era in piedi davanti a lui, un sorriso soddisfatto negli occhi chiari, sulle labbra morbide.
"T'è piaciuto?" gli chiese, sicuro della risposta.
Daneel annuì, ma mormorò: "Non dovevamo farlo..."
"E perché no? È andata bene, no?"
"Ma..." provò ad obiettare, però non aggiunse altro: gli era piaciuto enormemente, ma ora, forse proprio per quello, si vergognava terribilmente.
"Perché non lo fai tu a me, adesso?" gli chiese l'altro.
"No... non posso..." gemette e, riaperta la porta, scappò in corridoio, incurante della voce dell'altro che gli diceva di non andare via, e andò in un altro vagone.
Guardava nervosamente la porta di comunicazione fra le carrozze, temendo e sperando di vederlo arrivare. Aveva l'impressione che tutti lo guardassero e provava un forte senso di vergogna... che però non riusciva a scacciare da lui la piacevole spossatezza per aver goduto tanto intensamente! Se masturbarsi era un brutto peccato, quanto più brutto era quanto aveva permesso che accadesse?
E l'indomani mattina sarebbe stata domenica... e avrebbe dovuto fare la comunione... e ora non poteva... Magari, però, se andava in chiesa prima, poteva confessarsi... Anche se a quell'ora nel confessionale ci sarebbe stato padre Erik Mailleux... che certamente gli avrebbe fatto una lunga ramanzina... Ma se non avesse fatto la comunione, chi l'avrebbe sopportata sua madre, poi? Meglio il parroco...
Il treno giunse a Namur e Daneel scese per primo e si allontanò di corsa. Non voleva più neanche vederlo, quel ragazzo così bello... così sfacciato... così bravo... che gli aveva donato un piacere incredibile, ma proibito. Salì sull'autobus di linea, temendo ancora che l'altro l'avesse seguito, ma non lo vide. Lungo il tragitto verso casa, gradualmente si calmò.
Entrò in casa e salutò. Sentì la voce della madre e di Jaspar rispondere al saluto, e mentre andava in camera sua, li sentì discutere e si fermò in corridoio, colpito, il cuore in gola, ad origliare.
"... quel ragazzo gay, hanno fatto solo bene a pestarlo, almeno impara... E i giornali che quasi lo difendono! Che vergogna!" diceva la madre.
"I giornali rimestano sempre nel torbido: genitori che mandano in ospedale un figlio, nel tentativo di drizzarlo, fanno notizia! E passano per violenti i genitori. Se un figlio non riga dritto, ci vuole il bastone, altro che!" diceva Jaspar.
"E soprattutto un figlio che fa quelle porcherie con gli altri ragazzi! Lo fanno tutti, ha avuto il coraggio di scrivere il giornalista!"
"Io no di sicuro..." commentò Jaspar ridacchiando. "Con le ragazze, sì, certo, ma con un altro ragazzo! Gli avrei piantato il coltello in pancia se un pervertito ci avesse provato con me!" affermò Jaspar.
Daneel smise di ascoltare, andò in camera e si gettò sul letto, tremante, spaventato. Un pervertito, ecco cosa era quel ragazzo sul treno... e lui non voleva diventare un pervertito! Però... perché era stato così incredibilmente piacevole? Non aveva mai goduto tanto... E quello... s'era bevuto tutto... e pareva contento... Un pervertito, sì... ma quant'era bello...
No, lui non poteva, non doveva diventare un pervertito. Non avrebbe dovuto permetterglielo... ma non era stato capace di farlo smettere... I suoi "no" erano stati inutili... perché diceva di no ma... ma lo voleva! Dio, che vergogna! Lo aveva voluto, benché ancora non avesse idea che sarebbe stato così piacevole...
Si alzò, si spogliò ed andò in bagno a fare una lunga doccia, per lavarsi via di dosso quello che aveva permesso che accadesse, che aveva fatto, che gli era successo.
L'acqua tiepida che gli scorreva sul pene, gli riportò alla memoria la sensazione di quella bocca... e gli venne una nuova erezione... lottò brevemente contro la nuova tentazione... ma si arrese quasi subito. Appoggiò le spalle alle piastrelle della parete, piacevolmente fredde, se lo prese in mano e, sotto il getto, iniziò a masturbarsi... spinse l'altra mano dietro di sé, e con un dito si stuzzicò il buchetto come aveva fatto quel ragazzo in treno... e dopo poco venne di nuovo, con meno intensità che in treno, ma provando un fortissimo piacere.
Si sciacquò e pensò che c'era cascato di nuovo... Aveva fatto un altro peccato... Beh, di disse... l'indomani mattina avrebbe confessato due peccati invece di uno. Ma... possibile che fosse così incapace di controllarsi? Così debole? Si chiese se, crescendo, sarebbe stato capace di controllarsi... se la voglia di godere si sarebbe calmata... se il suo pene avrebbe smesso di rizzarsi così spesso e di pretendere da lui... di controllarlo... di dominarlo...
Però... quant'era bello quel ragazzo in treno... e sfacciato... ardito... e l'aveva fatto godere come mai gli era capitato prima... E lui era scappato, quando quello gli aveva chiesto di farlo a lui...
Chissà come era farlo? Leccare, succhiare un bel pene ritto e duro? E che sapore aveva il seme? Si disse che doveva assaggiare il proprio, una volta o l'altra... Eh, no! Doveva smettere! Altro che una volta o l'altra. Non doveva caderci più. Non aveva neanche visto come ce l'aveva, quel bel ragazzo. Probabilmente doveva avercelo bello, dato che il viso, le mani erano belli.
Si asciugò, si rivestì e tornò in camera cercando di scacciare quei pensieri dalla sua mente. La partita... ecco, doveva pensare alla partita di calcio. Alcuni dei giocatori erano proprio belli, sexy... Eh no, cavolo, di nuovo? Si sentì un maniaco sessuale. Chissà se Jaspar si fermava a cena? Probabilmente sì, poi sarebbe andato via... Era spesso lì in casa loro, eppure non pareva che stesse filando con la madre... Chissà com'era il pene di Jaspar? E che sapore aveva? Chissà se se lo faceva mai succhiare? Da una ragazza, logicamente... Lui aveva detto che non l'aveva mai fatto con un ragazzo...
E basta! Doveva smetterla di pensare sempre a "quello"!
E che fine aveva fatto suo padre? Possibile che fosse scappato con un'altra donna? S'era stancato di sua madre? Come mai la polizia non lo trovava? In banca avevano detto che non aveva usato le sue carte di credito. E la madre aveva detto che doveva avere pochi soldi in tasca... E allora, come faceva per vivere? Gli mancava, suo padre, gli mancava moltissimo.
"Dove sei, papà?" chiese dentro di sé. "Perché sei andato via? Cosa c'era che non andava?"
La madre aveva cominciato a dire che doveva essere morto, ma lui non ci credeva: d'altronde la polizia mica aveva trovato il suo corpo, no? Suicidio? Neanche a pensarci. Non suo padre. Non aveva nessun motivo per ammazzarsi, proprio nessuno. Ma allora, dove era?