"Ma no, ti dico che non siamo ancora nel nuovo secolo! Pensa alle decine: il dieci fa parte della prima decina e la seconda inizia con l'undici, no?" disse Stephen.
"Ma il dieci come lo scrivi: una decina e zero unità..." ribatté Nathan, ma in tono poco convinto.
"Ha ragione Stephen. Appunto il dieci fa parte della prima decina. Perciò il nuovo secolo inizia il prossimo anno, il 1901." gli disse Vincent.
"Ah. Ma allora perché tutti fanno festa al nuovo secolo?" chiese Nathan.
"Perché la gente non riflette abbastanza. Qualcuno, sbagliando, ha detto che con quest'anno inizia il nuovo secolo, e tutti lo ripetono a pappagallo." disse Stephen.
"Ah, grazie per avermi dato del pappagallo..." gli disse Nathan, sorridendo.
"Il pappagallo è un bellissimo animale, variopinto..." gli disse Stephen. "Piuttosto, non state per festeggiare il vostro primo lustro assieme, voi due?"
"Sì, il prossimo mese. Si pensava di fare un viaggio, per festeggiarlo. Abbiamo deciso di andare in Spagna, nella speranza di trovare materiale per le mie lezioni all'università." disse Vincent.
"Ma allora non sarà un viaggio di piacere..." obiettò Stephen.
"Piacere e ricerca assieme." disse Vincent. "A proposito, dobbiamo fare un salto nella tua bottega per acquistare qualche cesta da viaggio. Ne hai, no? E ci farai un buon prezzo, spero..."
"Ho delle bellissime valigie e bauli in listelli di bambù intrecciato, foderati con tela impermeabilizzata, provenienti dall'India. Sono molto robusti. E sicuramente mia madre vi farà un ottimo prezzo. Ohi, mi raccomando, ricordatevi che a mia madre ho sempre parlato di voi due come cugini, non come amanti..."
"E quando tu ti farai un amante, lo presenterai a tua madre dicendole che ti sei trovato un cugino?" gli chiese ironicamente Nathan.
"Sta zitto, che un paio di anni dopo la morte di mio padre, quando avevo tredici anni, mia madre s'era fatta un amante, un certo Albert... e ce l'aveva fatto passare per un suo cugino! Vado a trovare il cugino Albert... diceva a me e mia sorella quando andava a scopare da lui... Poi dopo meno di tre anni, il cugino Albert, come era comparso, è scomparso." ridacchiò Stephen.
"Perché tua madre non si sposa? Dopo tutto è una bella donna, ancora giovane." osservò Vincent.
"Tanto giovane no, ha quarantanove anni. Comunque hai ragione, è ancora una bella donna. Mah, chi sa? Non è che con noi figli parli di queste cose. Chi invece si sta per sposare è mia sorella. Con un tale che se potessi mi sposerei io!" disse Stephen.
"È bello?" chiesero i due amici quasi all'unisono.
"Bello e sensuale! Ha ventinove anni, tre più di mia sorella, ed è l'allenatore della London Football Association. Una volta l'ho visto nudo alle docce, dopo un allenamento e..."
"E?" gli chiese Nathan.
"Quasi svenivo! E per poco mi saltavano tutti i bottoni della patta dei calzoni!" rise Stephen. "Per fortuna sono cuciti con filo assai robusto!"
Chiacchierò ancora un po' con i due amici, poi li lasciò. Stava bene con i due, li aveva conosciuti circa tre anni prima al party per il suo ventesimo compleanno che aveva dato l'uomo con cui stava allora. E con cui s'erano lasciati solo cinque mesi dopo quel party. Però l'amicizia con Vincent e Nathan era rimasta.
Stephen stava andando a passo svelto verso Blackfriars Bridge, quando fu fermato da un giovanotto.
"Mi scusi se mi permetto di disturbarla..." aveva detto quello, con un accento straniero.
"Sì? Dica." gli aveva risposto Stephen con un sorriso, pensando che quello straniero era decisamente bello, attraente...
"Mi può cortesemente indicare la via per la cattedrale di Saint Paul?"
"Non è lontano da qui. Deve traversare il ponte e... Ma se vuole, la accompagno io; devo andare da quelle parti."
"Lei è molto gentile, non vorrei approfittare della sua gentilezza..."
Oh, profittane pure! pensò Stephen sentendosi fortemente attratto da quel giovanotto. "Si immagini! L'accompagno volentieri."
Si erano avviati e Stephen non riusciva a togliergli lo sguardo di dosso; continuava a guardarlo con la coda dell'occhio, mentre camminavano fianco a fianco. "Mi scusi, ma... lei non è inglese, giusto?"
"No, sono giunto da poco. Sono venuto per migliorare la mia conoscenza della vostra lingua, mi tratterrò per un anno."
"Lei parla già bene, mi pare..."
"Non molto bene, ma soprattutto ho un accento che mi piacerebbe poter perdere. Davvero non la disturbo?"
"Per nulla, affatto. Oggi è domenica, non devo lavorare."
"Posso permettermi di chiederle che lavoro fa?"
"Mia madre ha un negozio di cesterie ed io la aiuto, assieme a mia sorella. E logicamente di domenica è chiuso. Le piace Londra?"
"Una grande, elegante e bella città. Ha un aspetto... imperiale. La sto visitando a poco a poco. Una città cosmopolita, in cui penso che nessun forestiero si senta straniero. E voi inglesi, anche quelli delle classi sociali meno agiate, sembrate tutti dei veri gentlemen. E la moda inglese, specialmente quella maschile, è così raffinata..."
"Si è già fatto molti amici, qui a Londra?"
"Non ancora. Sono giunto da soli dieci giorni, non ho ancora avuto tempo di farmi amici. Spero di potermene fare presto. Lei... fa sport?"
"Sport?" chiese lievemente sorpreso Stephen. "No... perché?"
"Ha un aspetto molto atletico, per quanto si può notare e per come si muove. Io, in patria, facevo molta equitazione. Noi si monta a pelo, senza sella. Poi anche un po' di scherma."
"Lei sì che ha un aspetto atletico..." gli disse Stephen, sentendosi sempre più attratto da quello straniero. "Oh, eccoci arrivati: quella è la cattedrale di Saint Paul." S'erano fermati davanti ad un pub.
"Permette che le offra qualcosa da bere, per ringraziarla per la sua cortesia?" gli chiese lo straniero con un bel sorriso.
Stephen stava per ringraziare e rifiutare, ma voleva stare ancora un poco con quel bel giovanotto: "La ringrazio, è molto gentile. Accetto volentieri." rispose perciò.
Entrarono nel pub e sedettero. "Non ci si è neppure presentati... Io mi chiamo Anthony Peterson..." disse lo straniero.
"Piacere, io sono Stephen Walker. Ma lei ha un nome inglese..."
"Mio padre era inglese. Emigrò quando era un ragazzino... e si fermò là; poi sposò mia madre e restò nel mio paese fino al termine della sua vita..." rispose Antoni dando la versione ufficiale della sua identità.
"Per questo lei parla così bene la nostra lingua..."
"In casa non si parlava inglese, però."
"Quindi il suo è un po' un ritorno alle origini."
"Posso chiamarla Stephen? E lei chiamare me Anthony?"
"Con vero piacere. Lei è sposato?" gli chiese Stephen.
"Sposato? No, e non sono neppure fidanzato. Anche se nella mia terra un uomo di ventisei anni, quanti ne ho io, solitamente è già sposato ed anche padre di uno o due piccoli. Quanti anni ha lei? No, aspetti, mi lasci indovinare..." gli disse guardandolo con attenzione. "Diciamo... ventitré?"
"Ha indovinato perfettamente! Neanche io sono fidanzato né ancor meno sposato, logicamente. Forse perché sono cresciuto con due donne in casa, non ne voglio un'altra fra i piedi." disse Stephen facendo un sorrisetto lieve. "Preferisco un buon amico, sinceramente." aggiunse guardandolo negli occhi.
"Fra uomini... ci si comprende assai meglio. Anche io preferisco avere un buon amico. Un amico con cui, possibilmente, crescere assieme. Con cui condividere i momenti più importanti, piacevoli e belli della vita." disse Anthony guardandolo con espressione talmente intensa che fece fremere Stephen.
"Un amico... intimo?" suggerì, quasi trattenendo il respiro.
"Intimo, sì. Con cui si possa essere se stessi... a cui si possa offrire... nuda... anche la propria anima."
"Anche..." ripeté Stephen, quasi a sottolineare quella parola e ciò che poteva implicare.
"Sì... anche." ribadì Anthony e nei suoi occhi baluginò come un breve ma intenso lampo.
"Anche..." sospirò Stephen, a bassa voce.
I loro occhi erano ora come calamitati, il loro lieve sorriso s'era come congelato, ma senza perdere nulla del calore che aveva. Stephen portò lentamente alle labbra il boccale e mentre sorseggiava, non spostava gli occhi da quelli del bellissimo straniero.
"Quanto intimo?" Anthony chiese in un sussurro caldo e suadente.
"Totalmente. Anima e... corpo."
"E corpo..."
"Sì."
"Sarebbe bello trovare un simile amico." suggerì Anthony.
"E mi piacerebbe essere un tale amico per te..."
"Ci si è appena conosciuti, però... credo che anche a me farebbe piacere. Potremmo cominciare a... se hai tempo ora... a restare assieme più a lungo, in modo da giungere a conoscerci meglio e vedere se veramente... potrebbe formarsi fra di noi una simile amicizia."
"Ne sarei incantato. Io non ho problemi di tempo, oggi..."
"Neanche io."
Così restarono assieme, parlando a lungo, passeggiando per Londra, ed a sera Anthony volle offrigli la cena. Era evidente che entrambi si sentivano attratti l'uno dall'altro e gradualmente, giunsero a palesare in modo sempre più chiaro la reciproca attrazione.
Dopo la cena, Anthony gli disse: "Verresti a concludere la serata nel mio appartamento, Stephen?"
"Ci vivi da solo?"
"Vi è un mio servo, ma... posso dargli la serata libera."
"È solamente un servo?" Stephen gli chiese con un sorrisetto lievemente malizioso.
"No qualcosa di più, ma... nulla di veramente... serio. Mi è caro e mi è affezionato, ma non siamo veramente fatti l'uno per l'altro."
"E noi due?" gli chiese Stephen, mentre si avviavano verso l'appartamento di Anthony.
"Ho una fondata speranza che fra noi possa nascere qualcosa di serio e di bello."
Quando salirono, Anthony dette la serata libera a Besnik che capì e con un sorriso, augurò loro una buona serata ed uscì.
"Che curiosa uniforme ha il tuo servo. Bella e molto sensuale..."
"È, di fatto, il nostro costume nazionale, lievemente adattato. Noi siamo un popolo che ama le proprie tradizioni."
"Così abbigliato e bello come è... non gli sarà difficile trovare un compagno per passare la serata." osservò Stephen.
Anthony finalmente lo prese fra le braccia e lo baciò. Erano entrambi molto eccitati, pieni di reciproco desiderio.
"Avresti preferito il mio Besnik a me?" gli chiese Anthony, carezzandolo in modo intimo.
"No. È bello, mi piace, se l'avessi incontrato prima di te quasi certamente ci avrei provato ma... preferisco essere con te, ora!"
"Sei galante."
"No, il tuo servo ha appena una ventina di anni, credo..."
"Esattamente venti."
"... e io preferisco una persona più matura, come te. E tu sei molto bello, e molto sensuale."
"Grazie. Anche tu lo sei. Ma non ho ancora visto tutta la tua bellezza..." disse Anthony iniziando ad aprirgli gli abiti.
"Non mi porti nella tua camera da letto?" chiese Stephen carezzandolo fra le gambe e sentendo con piacere la forte erezione che palpitava sotto i panni.
"Vieni..." gli rispose l'altro, guidandolo.
Si denudarono l'un l'altro, carezzandosi e baciandosi. Poi, quasi di fretta, salirono sul letto, dove intrecciarono le loro membra, premendosi l'uno contro l'altro, aggiungendo esca al reciproco desiderio con altre carezze e baci.
Stephen si sentiva incredibilmente bene con il bel forestiero: sentiva in lui una carica di virile tenerezza che lo incantava letteralmente. Soprattutto, a differenza che con altri, sentiva con piacere che Anthony si stava dedicando a lui, pur ricercando evidentemente anche la propria soddisfazione.
Mentre continuavano a dedicarsi uno all'altro, non parlavano, ma ogni volta che i loro sguardi si incontravano, si scambiavano sorrisi pieni di gioia. Quando Anthony si accinse a prendere Stephen, questi gli si offerse con entusiasmo e lo accolse in sé con un sommesso e lungo mugolio di piacere. Anthony, stuzzicandolo ad arte sui punti più sensibili, iniziò a muoversi in lui.
Stephen lo sentiva scivolargli dentro e fuori in calmi e forti affondo e pensò che mai s'era sentito così bene fra le braccia di un uomo! Doveva dunque venire da un paese straniero l'uomo giusto per lui? si chiese, godendosi le sue virili spinte e premendoglisi contro per sentirle e gustarle meglio.
Vide lo sguardo di Anthony farsi più intenso, più caldo, sentì che i suoi movimenti in lui si facevano più veloci e forti e comprese che il compagno stava per sperimentare l'agognato piacere. Gli si mosse lievemente sotto, istintivamente, per accentuarlo, per portarlo a superare il sempre più tenue confine fra desiderio ed appagamento.
E finalmente lo sentì vuotarsi in lui in una sequela di energiche spinte, sottolineata ciascuna da un basso e caldo ansito. Poi lo sentì immobilizzarsi, ancora teso come la corda di un arco. Infine percepì che, molto gradualmente, si stava rilassando, mentre il suo respiro a poco a poco si faceva più lieve, tornando alla normalità.
Lo carezzò e gli sorrise. "Sei stato veramente fantastico... Grazie." gli sussurrò, carezzandogli lieve il petto.
Anthony rispose al suo sorriso e gli carezzò il membro ancora teso e duro: "Ma ora, devi ripagarmi della stessa moneta. Non credere che io mi accontenti di un grazie. Fammi vedere che cosa siete capaci di fare voi inglesi."
"Sono il primo inglese che... che conosci?"
"In questo senso, sì." gli disse Anthony mentre cambiava posizione in modo da offrirglisi.
Stephen, ancora incredibilmente eccitato e pieno di desiderio, gli andò sopra, e con poche calibrate spinte, si immerse in lui. Anthony, mentre lo accoglieva i sé, gli stuzzicò lieve i capezzoli e con un sorriso lo incitò a darsi da fare. Cosa a cui Stephen si dedicò con tutto il cuore... ed il corpo.
"Sì... così..." mormorò lietamente Anthony.
All'inizio Stephen riuscì a muoversi in modo da dare il massimo piacere al giovane compagno, ma poi gradualmente non fu più in grado di controllare e regolare i propri movimenti e si lanciò in un forte galoppo che Anthony comunque sembrò apprezzare molto. E infine anche lui raggiunse l'estasi nelle calde profondità dell'altro.
Gli si rilassò sopra quasi di colpo, ansando con forza, mentre Anthony gli carezzava delicatamente la schiena, accompagnando con dolci baci il suo graduale rilassarsi. In silenzio, restarono per lunghi minuti a scambiarsi lievi carezze e teneri baci.
Quando Stephen tornò a casa si sentiva esilarato, felice. Soprattutto perché Anthony gli aveva detto che ci teneva molto a rivederlo. Così presero a frequentarsi ed ogni volta che si incontravano stavano sempre meglio assieme...
Un giorno Stephen gli disse: "Anthony... io ti amo... voglio restare con te, per sempre!"
Anthony fece un sorriso velato di tristezza: "Anche a me piacerebbe molto, però... io non posso fermarmi a Londra, né portarti con me nel mio paese. Purtroppo. È molto triste, credimi... È molto triste aver trovato qualcuno come te e dovervi rinunciare."
"Ma perché? Dammi un buon motivo..."
"Te l'ho detto, non mi è possibile restare in Inghilterra ma neppure portarti via con me. Non insistere, ti prego... o mi farai dolere il cuore più di quello che già non mi fa male... Godiamoci i mesi che ci restano... Di più, sfortunatamente, non è possibile."
In Morgovia, il Primo Ministro aveva sguinzagliato i migliori elementi sia del Segretariato agli Affari Esteri che del servizio segreto, nella speranza di trovare un legittimo erede del suo re. Tanto più che ultimamente il buon re Jedrek era di salute sempre più malferma ed i medici di corte non davano molte speranze che i suoi malori fossero passeggeri, anzi, erano concordi nel dire che quello non era che l'inizio della fine.
Il Consiglio della Corona era sempre più preoccupato e faceva crescenti pressioni su Tanek Petrovic', il Primo Ministro, spronandolo a fare più in fretta e ad investire eventualmente maggiori somme di denaro nella ricerca. Qualcuno insisteva anche sulla possibilità di far costruire documenti falsi, se non si fosse trovato un legittimo erede, ipotesi che il Primo Ministro, saggiamente, continuava a respingere.
"Vostra maestà... come va oggi?" chiese Tanek quando andò a fare il rapporto periodico al sovrano sullo stato del regno.
"Preoccupato, eh? Non avete ancora trovato qualche persona di sesso maschile con qualche goccia di sangue dei Markovic' nelle vene..."
"Sono innanzitutto preoccupato per la vostra salute... però anche per non avervi ancora trovato un legittimo erede."
"Oggi mi pare che vada un po' meglio, ma so bene che è solo una remissione temporanea. Anche se i medici continuano a darmi speranze, immagino che vi abbiano detto che in realtà non ve ne sono. Fa parte del loro mestiere. Anche perché se per caso guarissi, il loro merito ne sarebbe raddoppiato." disse il re con un lieve sorriso divertito. "È come in guerra: il generale saggio definisce sempre come formidabile il proprio nemico: se perdesse, la sua colpa ne verrebbe attenuata; se vincesse, la sua vittoria ne sarebbe amplificata."
Il Primo Ministro sottopose alcuni documenti al re e discusse con lui su alcuni soggetti.
Poi il re gli disse: "Ha ragione il Consiglio della Corona: attingete al tesoro di stato e fate il possibile e l'impossibile per trovare, se esiste, un erede. Ma concordo con voi che è troppo pericoloso falsificare i documenti: il re di Panniria non ci cadrebbe, dato che lui ha al proprio servizio i più abili falsificatori della regione. Non ci resta che sperare che i vostri agenti e le preghiere del metropolita e dei miei sudditi ottengano un qualche risultato!"
Pochi mesi dopo, il Supervisore Generale dei Servizi Segreti chiese udienza al Primo Ministro.
"Forse abbiamo trovato una pista da seguire..." gli disse agitatissimo, posando un grosso fascicolo di carte sulla sua scrivania.
"Sì?"
"Re Jakub, come sapete, ebbe due figli, Filip che gli successe sul trono e Konrad che prima viaggiò per l'Europa, poi si stabilì in Drgovina, a Dragburg, dove morì e fu sepolto."
"Sì, fin qui nulla di nuovo. Ma il principe Konrad non si sposò e, almeno ufficialmente, non ebbe figli..."
"Dite giustamente che non ebbe figli, ufficialmente. Ma abbiamo scoperto, e siamo riusciti ad avere, alcune lettere che erano state indirizzate al principe Konrad, da cui risulta che ebbe almeno due figli illegittimi..."
"Maschi?"
"Sì, entrambi. Del secondo non sappiamo il nome, sappiamo solo che lo ebbe da una serva drgovinese... Ma del primo, sappiamo che l'ebbe da una damigella, un istitutrice inglese di nome Eleanor Walker, che gli dette un figlio a cui mise nome Tomasz. Abbiamo alcune lettere della damigella, da cui è chiaro che: primo - Tomasz era stato concepito dal principe; secondo - il principe ne aveva riconosciuto la paternità, anche se non gli dette il proprio nome di famiglia; terzo - il principe, fino alla sua morte, mantenne sia la signorina Eleanor che suo figlio Tomasz, inviando ogni anno una somma a Londra." disse il Supervisore deponendo le lettere davanti al Primo Ministro.
"E questo Tomasz... non fu chiamato Thomas, dato che era nato in Inghilterra ed aveva nazionalità inglese?"
"No, la signorina aveva voluto dargli un nome della nostra terra..."
"Capisco... dunque, questo Tomasz ha avuto figli maschi?"
"Non lo sappiamo. Il fatto è che sappiamo solo che è nato a Londra nel 1825, null'altro."
"E dell'altro figlio del principe Konrad? Nessuna notizia?"
"Solo l'iniziale: K. come il padre, e che, come vi ho detto, era nato in Drgovina da una serva. Ma non sappiamo il nome di famiglia della serva, sappiamo solo che si chiamava Halina ma non sappiamo di chi fosse la serva, se del principe o di un'altra famiglia locale, né sappiamo l'anno di nascita di questo K., quindi..."
"Proseguite nelle ricerche di questo fantomatico K. in Drgovina, comunque. Ma inviate subito i vostri migliori agenti a Londra per cercare di rintracciare notizie su questo Tomasz! Ed auguriamoci che abbia avuto discendenti maschi!"
"Non è a Londra, vostro figlio, in questo momento?"
"Sì, ma non mi va di coinvolgerlo in queste ricerche. Innanzitutto perché è in incognito, e comunque perché non conosce le astuzie dei vostri agenti segreti. Quanti intendete farne andare in Inghilterra e quando?"
"Una decina, penso e... entro pochi giorni, una settimana al massimo."
"Fate più in fretta che potete!"
"È... così grave lo stato di salute di sua maestà?"
"No, non ancora, ma... prima facciamo, meglio è. Sperando che non sia un altro buco nell'acqua. Il colmo sarebbe che questo Tomasz non abbia avuto figli o ne abbia avuti solo del gentil sesso! Non badate a spese, la materia è troppo importante per lesinare."
"Me ne rendo perfettamente conto, signor Primo Ministro. Non dubitate, siamo tutti fedeli patrioti e non vogliamo finire nelle grinfie dei panniri! Faremo carte false per..."
"No, niente di falso! Solo documenti perfettamente legali!" esclamò severamente Tanek Petrovic'.
"Certamente, me ne rendo conto. Era solo un modo di dire, Eccellenza." si affrettò a dire il Sovrintendente.
"Queste carte, queste lettere, siete riusciti a farvele autenticare oltre ogni dubbio?"
"Gli originali sono tutt'ora conservati alla corte del Duca. Queste sono copie autenticate dall'Archivista Maggiore del ducato e controfirmate dall'Intendente della Casa Ducale. E sul rovescio di ogni foglio è riportato chiaramente il nome e l'indirizzo del principe Konrad Markovic', a cui erano dirette."
"Molto bene. Volesse il Signore che siamo finalmente sulla pista buona!"
Tanek Petrovic' si recò immediatamente, con le copie dei documenti, a riferire a re Jedrek.
"... e vedete, maestà, questa lettera..."
"Sapete che non riesco a leggere senza i miei occhiali, ed ora non ho nessuna voglia di stancarmi oltre. Che cosa dice?"
"Ecco qui, maestà... vedete... la signorina Eleanor Walker scrive: vostro figlio Tomasz cresce bene e vi assomiglia sempre più. Mi chiede spesso di suo padre, ma come mi avete scritto Voi, gli dico che purtroppo è mancato mentre io ero incinta di lui, e gli ho solo detto che era un gentiluomo straniero, ma senza né rivelargli il vostro nome, né il vostro rango, né infine la vostra nazionalità..."
"Se il principe Konrad inviava periodicamente somme alla donna per lei e per il figlio, ci dovrebbe essere qualche traccia nelle banche sia in Drgovina che in Inghilterra, presumo."
"Esatto, maestà. Stiamo indagando anche su questo punto. Anche se sono transazioni avvenute molti anni fa, dovrebbe comunque esisterne una traccia."
"E ditemi, Tanek... secondo le nostre leggi, ad un figlio illegittimo può essere riconosciuto il cognome del padre anche se il padre fosse morto?"
"Ah... vedo... mi premurerò di incaricare i giuristi del regno di compulsare le leggi... Eventualmente, comunque, credo che potreste emettere una legge che lo renda possibile, per tutta la linea degli eredi maschi."
"E non si opporrebbe, il re di Panniria?"
"Non ne avrebbe motivo, se comunque trovassimo il vostro legittimo erede. Il fatto che riassuma il vostro nome di famiglia non cambia la sostanza della cosa."
"Ma credo che sarebbe importante per i miei sudditi. Avere un re... con un nome straniero, inglese, potrebbe non essere bene accetto."
"Pur di non diventare sudditi della Panniria, maestà, sono certo che accetterebbero anche un re proveniente dall'estero. Però certamente, se fosse un Markovic', sarebbe anche meglio. Mi occuperò immediatamente anche di questa questione, maestà."
"E speriamo che, se esiste un tale erede, non sia... peggio del re di Panniria. Non è detto che, solo perché ha sangue dei Markovic' che gli scorre nelle vene, sia una persona adatta a reggere in modo degno un regno."
"È difficile che sia indegno e malvagio quanto il re di Panniria. E comunque tutti noi gli staremmo al fianco per dirigerlo... per consigliarlo, volevo dire, in modo che svolga nel modo migliore possibile il suo ruolo."
"Dirigerlo mi pare il termine più adatto, se fosse il caso. Ed essendo uno straniero, non conoscerà le nostre leggi, perciò... potrete aver buon gioco con lui, se necessario."
"Non conoscerà, molto probabilmente, neppure la nostra lingua, i nostri usi e costumi... Almeno inizialmente."
"Spero che, se davvero esiste un tale erede, lo troviate e lo conduciate qui a corte prima che io vi debba lasciare. Mi piacerebbe poter vedere almeno come è fatto... che carattere ha..."
"Stiamo facendo del nostro meglio per rintracciare un vostro erede, sperando che realmente esista."
"Ditemi, Tanek... Quando tornerà vostro figlio da Londra?"
"Fra un paio di mesi, maestà."
"Mi ha detto il Segretario agli Affari Esteri che il nostro ambasciatore a Vienna intende ritirarsi entro uno o due anni. Vostro figlio conosce bene il tedesco, se non erro, perciò intendo mandarlo come vice-ambasciatore a Vienna, in modo che a tempo debito assuma la carica di ambasciatore."
"Sarà un grande onore, per la mia famiglia e per mio figlio Antoni. Lo reputate veramente degno di ricoprire un tale ruolo?"
"Per quanto lo conosco, direi di sì. E voi che ne siete il padre?" gli chiese il re con un sorriso.
"È un ragazzo assai colto, onesto e devoto al nostro paese... Ho piena confidenza che non farebbe sfigurare il vostro regno alla corte di Vienna."
"Ottimo. Informerò il Segretario di questa mia decisione, affinché prepari i necessari documenti perché, appena tornerà da Londra, gli sia affidato questo incarico. Ha ventisei anni, se ricordo bene."
"Quasi ventisette."
"Un'ottima età per iniziare la carriera diplomatica. E comunque, ha un aspetto assai più gradevole dell'attuale ambasciatore..." disse ridacchiando il re.
"Il conte Stojanovic'... non sarà un bell'uomo, ma è certamente un uomo assai valente."
"Sì... non posso negarlo... ma almeno come aspetto non ci fa fare una bella figura. Non è colpa sua, dopo tutto... Tutti gli Stojanovic' sono noti per non avere un bell'aspetto... Non sapete che a corte si diceva, fin dai tempi di mio padre, che le mogli degli Stojanovic' volessero sempre compiere il loro dovere sponsale nel buio più completo... per riuscire a farlo?"
Il Primo Ministro rise: "Si, vostra maestà, mi è giunta questa voce. Così come dei marchesi Dobrycic' si dice che... hanno più figli con cognomi diversi che con il proprio cognome!"
"No, questa non la sapevo! Sono tutti così... dongiovanni, dunque? E dire che sembrano tanto pii e devoti..."
"Infatti, infatti. Applicano alla lettera la massima biblica: unitevi e moltiplicatevi!" rise il Primo Ministro, lieto di vedere il suo re un po' più allegro del solito.
"E che si dice di me, nei corridoi del castello?" gli chiese il re.
"Oh, vostra maestà... ogni bene!"
"Suvvia, nessun pettegolezzo? Non ne sono dunque degno?" chiese allegramente il vecchio sovrano.
"Beh... uno... ma piccolo piccolo... Insignificante..."
"Sì?"
"Ecco... si mormora che... si sussurra che..."
"Allora? Vi decidete a dirmelo?"
"... che avete un piccola... mania..."
"Sì?" insistette il re.
"Che... non indossiate mai nulla sotto i vostri pantaloni."
Il re scoppiò a ridere: "Questa, poi! È vero, ma come hanno fatto a saperlo? Certamente è stato il mio valletto di camera che ha sparso la voce. Devo fargli una bella reprimenda! Non si parla in giro delle mutande del re!"
"No, in realtà, più che il vostro valletto... credo che siano le lavandaie di corte che non hanno mai trovato quel vostro indumento intimo fra le cose da lavare..."
"Vedete? Un re è come se vivesse in piazza. Non può neppure avere una vita privata. Vi dirò... Quando ero un fanciullo, mia madre mi faceva sempre indossare mutande che erano un vero strumento di tortura! Strettissime, attillatissime... Perché credo che avesse letto da qualche parte che con quel mezzo, con il sopravvenire dello sviluppo della virilità, avrebbe evitato che io mi dedicassi a... certe pratiche intime... manuali. Il che, detto fra noi, era una grande fola! Infatti non hanno evitato assolutamente un bel nulla, anzi... Comunque, appena ho potuto cominciare a decidere da solo che cosa indossare, ho bandito quel capo di abbigliamento dal mio guardaroba!" spiegò il re, ridendo.
"Vostra maestà avrebbe dovuto stropicciare uno di quegli indumenti e lasciarlo fra gli indumenti intimi da lavare..." gli disse il Primo Ministro.
"Avrei dovuto pensarci più di mezzo secolo fa... Ma dopo tutto, che importanza ha? Passerò ai posteri come il re senza mutande! Meglio così che... senza attributi maschili. Benché non sia riuscito a dare al regno neppure un figlio maschio."
"L'uomo propone e Dio dispone, maestà."
"E allora, Dio deve avercela con me. Ora speriamo che ci faccia trovare in tempo un erede... e che sia un uomo degno di cingere la mia corona e sedere sul trono dei Markovic'. La Panniria è una bella terra, peccato che sia abitata dai panniri e che abbia un re... indegno di un tale ruolo. Dovete darvi da fare, mio buon Tanek. Tempus fugit! Non ci rimane molto tempo."
"Speriamo che gli uomini che stiamo per mandare a Londra ci facciano avere buone notizie, maestà."
"Il mio antenato avrebbe dovuto stabilire una monarchia elettiva, come ho sentito dire che esisteva nel nord della Germania. Almeno oggi non ci troveremmo in queste ambasce."
"Sarebbe stato sufficiente che non avesse sottoscritto quel trattato con il re della Panniria..."
"Non poteva non farlo: era la condizione per un'alleanza che lo proteggesse da un tentativo di rivincita delle truppe del sultano di Turchia. La Morgovia da sola non avrebbe potuto resistere a lungo ad un eventuale ritorno ed attacco dei turchi, lo sapete bene. La Drgovina ha potuto evitare un simile trattato solo perché il duca Jovan era parente ed alleato della famiglia reale della Markazia."
"Tutti i vostri sudditi stanno pregando per la vostra salute e per l'esaudimento dei vostri desideri, maestà."
"Speriamo che Dio abbia le orecchie più pulite di quelle del nostro degno metropolita!" commentò con lieve ironia il re.