Stephen stava passando il gessetto sulla punta della sua stecca, aspettando di vedere che cosa riuscisse a fare il suo avversario. Ma il suo sguardo si muoveva, quietamente ma quasi a ritmo, dalla superficie di panno verde ad un tavolinetto tondo che era dalla parte opposta del biliardo.
In realtà non gli interessava molto il tavolinetto, ma il ragazzo che vi stava seduto, un boccale di birra davanti a sé, il giornale in mano, che pareva assorbire tutta la sua attenzione. Ne vedeva il volto quasi di profilo, ed i tratti fini risaltavano contro la parete di papier peint bordeaux opaco con un lieve disegno a foglie d'acanto dello stesso colore, ma lucido.
Tanto il papier peint che copriva le pareti gli pareva di pessimo gusto, tanto il profilo del ragazzo gli sembrava affascinante. Pensò che dovesse avere pochi anni meno di lui, o al massimo la sua stessa età. Era vestito nello stile classico della piccola borghesia, o forse della classe impiegatizia. Abiti semplici, ma ben tenuti, camicia bianca abbottonata fino al collo ma senza cravatta.
"Tocca a te. Vediamo cosa sai fare!" gli disse il compagno di gioco, aggiungendo sul tabellone i punti che aveva ottenuto.
Stephen studiò la posizione delle palle sul ripiano, girando attorno al biliardo e spesso chinandosi per vedere gli allineamenti. Quando ebbe finito il giro, si chinò di nuovo e vide, al di là delle sagome delle sfere, che il ragazzo aveva girato un po' il capo ed ora lo stava guardando con un lieve sorriso.
"Beh? Ti decidi, allora? O dobbiamo passare qui tutto il pomeriggio?" gli chiese il compagno.
"Tu giochi in modo troppo istintivo." gli disse Stephen rizzandosi. "Il biliardo è un gioco scientifico: fisica applicata, mio caro. Bisogna osservare accuratamente la posizione delle palle, prima di scegliere con quale giocare."
Il compagno ridacchiò: "Il tuo approccio alle palle è troppo fisico..." gli disse ammiccando.
"Sciocco." mormorò con un sorriso divertito Stephen, piazzò la sinistra sul ripiano di panno verde, vi poggiò la stecca, prese bene la mira e colpì.
Appena la palla partì, si rizzò e si girò a guardare quel ragazzo, mentre dal ripiano provenivano i secchi colpi degli urti delle palle e, in rapida successione, due caddero nelle buche facendo pivottare in fuori le conchiglie di ghisa che le trattennero, aprendosi con un rumore metallico.
"Io vorrei proprio sapere come fai! Due in buca con un solo colpo!" commentò l'amico con espressione stupita.
"Approccio fisico al problema, evidentemente." rispose Stephen mentre il ragazzo gli lanciava un altro lieve sorriso a cui rispose strizzandogli l'occhio. "Se manovri bene la stecca, vai in buca!" disse carezzando lieve la propria stecca, su e giù, lentamente, e guardando nuovamente dritto negli occhi quel ragazzo, poi andò a segnare i propri punti sul tabellone.
Quando si girò, incrociò di nuovo lo sguardo del ragazzo, che ora aveva portato il boccale alle labbra e sorbiva la birra, continuando a guardarlo. Poi posò il boccale si passò la lingua sul labbro superiore per togliere il lieve baffo di bianca schiuma, in modo sensuale.
"Quello ci sta!" pensò Stephen. "Devo portarmelo a letto..." Allora chiese al compagno: "Ti va di andare a prendere due birre? Offro io." e gli porse alcune monete.
"Sì, ma... non spostare le palle, mentre non ci sono!" rispose l'amico ed andò nella stanza a fianco ad ordinare.
"Non giochi al biliardo, tu?" chiese Stephen al ragazzo, appena furono soli.
Il ragazzo scosse il capo, mentre gli occhi gli ridevano, ma disse: "Ma mi piace vedere come usi l'asta e come vai in buca..."
"Se tu avessi tempo... di potrei fare una dimostrazione... privata, delle mie abilità di andare in buca..."
"Non puoi liberarti di lui?" chiese il ragazzo.
"Appena finisco la partita... Hai un po' di tempo?"
"Tutto quello che vuoi."
"Aspettami qui, dopo... Lo accompagno fuori, lo saluto e... torno."
"D'accordo."
L'amico tornò con le due birre. In pochi minuti terminarono la partita.
"Hai vinto di nuovo tu. Mi dai la rivincita?" gli disse il compagno, cancellando i loro punteggi dalla lavagnetta sul tabellone.
"La prossima volta. Ho un impegno." rispose rimettendo la stecca alla rastrelliera.
Uscirono. Sulla porta del locale si salutarono e si separarono. Stephen dopo pochi passi si girò a guardare e vide che l'amico girava l'angolo. Allora tornò indietro, rientrò nel locale e si recò a passo svelto nella stanza del biliardo. Il ragazzo lo accolse con un sorriso. Sedette al suo tavolo.
"Mi chiamo Stephen. E tu?"
"Mark. Quanti anni hai? Io ne ho ventuno..."
"Ventitré. Che lavoro fai?"
"Scritturale da un notaio. E tu?"
"Ho un negozio di cesteria con mia madre. Allora... se vieni con me... ti faccio vedere come faccio buca..."
"A casa tua?"
"Sì, a pochi minuti da qui."
"Sei solo?"
"Sì, fino a domani. Mia madre è andata a trovare sua sorella, assieme a mia sorella. Tornano solo lunedì. Sei molto bello..."
"Grazie. Anche tu mi piaci. E non vedo l'ora di... vedere cosa sai fare, con la tua stecca... Andiamo?"
"Con la mia stecca e la tua buca?" gli chiese Stephen con un sorriso malizioso, mentre si alzavano.
Mark ridacchiò: "Certo. Ma tu e lui..."
"No, lui ha una relazione fissa, è solo un amico. Non ho mai fatto niente con lui. E tu?"
"Io, cosa?"
"Hai una relazione?" gli chiese mentre uscivano e si avviavano verso casa di Stephen.
"No. Mi piace... sperimentare."
"Come a me. Non t'avevo mai visto, prima. Abiti da queste parti?"
"No. Sono andato in ospedale a trovare mio padre. A portargli il cestino con la cena."
"Al Saint Mary? È ammalato?"
"No... Fa il guardiano e fa il turno di notte. Quando era uscito da casa, mia madre non gli aveva ancora preparato niente, così sono andato a portargliela io. Sei figlio unico, tu?"
"No, ho solo una sorella. E tu?"
"Un fratello maggiore che fa servizio a Scotland Yard."
"Un poliziotto?"
"No, impiegato civile. Ce l'hai grosso?"
"Eh? Ah... credo... giusto. Né grosso né piccolo. Ma l'importante è come uno lo usa, no?" rispose Stephen con un sorrisetto.
"Vai spesso in buca?"
"Non mi lamento. Ecco, siamo arrivati." disse estraendo un mazzo di chiavi dalla tasca della giacca ed aprendo un portoncino.
Salirono quattro rampe di scale strette e semibuie, poi Stephen aprì un'altra porta ed entrarono nell'appartamento. Lo guidò fino alla propria camera.
"Ottimo, un letto da una piazza e mezzo..." osservò il ragazzo, iniziando a sfilarsi la giacca.
Stephen gli carezzò il sedere ed il ragazzo lo guardò ridacchiando: "Hai fretta?"
"No, esploro il campo di gioco..."
Mark si slacciò i polsini della camicia, poi mise una mano fra le gambe di Stephen e lo palpò: "Mmhh, la stecca pare pronta per colpire..."
Si denudarono con calma, continuando a palparsi, a toccarsi, a carezzarsi, mentre si guardavano con occhi ridenti, pieni di crescente desiderio e di anticipazione.
Nudi, i membri bellamente eretti, si accostarono e si spinsero uno contro l'altro, sfregando i loro corpi ed abbracciandosi. Stephen lo guidò fino al letto e vi si sdraiarono, abbracciandosi di nuovo ed intrecciando le membra.
"Sei ben fatto..." gli disse Mark.
"Anche tu." rispose, carezzandogli le natiche, poi frugando fra esse con un dito. "Ce l'ho troppo grosso?" gli chiese mentre Mark lo afferrava e lo palpava.
"No, giusto, come hai detto tu. E l'importante e come lo usi, no?"
Stephen gli andò sopra, facendogli allargare le gambe, poi piegò le sue, spingendogli le ginocchia sotto le cosce e facendogliele sollevare. Mark se le portò al petto e gli sorrise.
"Dai... fammi vedere come vai in buca..." gli sussurrò, eccitato.
Stephen gli sfilò il cuscino da sotto il capo, gli fece sollevare il bacino e glielo infilò sotto. Poi se lo afferrò con una mano e lo guidò, fino a puntarlo sul foro in attesa. Mark gli sorrise invitante e fece palpitare il buco. Stephen iniziò a spingere. Si sentì accogliere e gli scivolò dentro senza difficoltà: era stretto e caldo, gradevole. Mark si carezzava il petto ed i genitali turgidi, godendosi in modo evidente quella forte penetrazione.
Quando gli fu completamente dentro, Stephen si fermò, gli sorrise, poi puntò le mani ai fianchi del compagno e, facendo forza sulle ginocchia, iniziò a muoversi rapidamente avanti e indietro, osservando l'espressione del ragazzo. Mark chiuse gli occhi e si leccò lieve le labbra.
"Ti piace?" gli chiese Stephen continuando a martellargli dentro a ritmo.
"Mmhh mmhh!" annuì, riaprendo gli occhi e guardandolo con espressione lieta. "Fai una bella cavalcata, non venire subito, fammelo godere a lungo. Ti piace il mio culo?"
"Stretto e caldo... sì. E mi piaci tutto, anche come sorridi."
"Ti piace baciare? Alla francese?"
Stephen annuì e si chinò su di lui. Mark sollevò il capo per incontrarlo. Si unirono in un bacio profondo e mentre Stephen gli saettava dentro la lingua, continuava a prenderlo con brevi ma forti colpi. Mark mugolò basso, in preda al piacere, godendo quella doppia penetrazione. Stephen ogni tanto si fermava e solo le loro lingue continuavano a duellare gioiosamente. Poi riprendeva con energia.
"Tu sì che ci sai fare..." mormorò Mark, iniziando a masturbarsi e carezzandogli il petto e il ventre con l'altra mano.
"Mi piaci..." mormorò Stephen, aumentando il ritmo e l'energia dei sui affondo.
"Sai fottere proprio bene... Sì, proprio bene. Pochi lo sanno fare come si deve..."
"Ne hai avuti molti?" gli chiese Stephen, aumentando gradualmente vigore e velocità delle sue spinte.
"Non pochi... Almeno un paio ogni settimana... Il primo cinque anni fa, perciò... fai il conto..."
"Più di cinquecento! Tutti diversi?" chiese divertito Stephen, continuando a battergli allegramente dentro.
"No, con qualcuno anche per qualche mese... Mi piacerebbe rifarlo con te. Sei spesso solo?"
"Purtroppo no..."
"Conosco un posto dove, pagando una camera... Non costa molto. Metà per uno, che ne dici?"
"Dove?"
"Vicino a Charing Cross, Northumeberland Street."
"So dov'è. Le prossime volte, ci si può trovare lì?"
"Certo... ma adesso datti da fare... fammi godere..." ansimò il ragazzo.
Smisero di parlare e si dedicarono esclusivamente a darsi reciproco piacere, baciandosi di nuovo. Improvvisamente Stephen si irrigidì, fremette, tremò, e si scaricò in lui con un lungo, basso gemito. Mark venne quasi immediatamente, sussultando sul letto per l'intensità del piacere. Si abbandonarono di colpo, ansanti.
"Fiuuuu..." mormorò Mark, "questa sì che è stata una vera cavalcata. Sei davvero in gamba, oltre che bello. Giochi bene a biliardo ma fotti anche meglio!" gli disse con un sorrisetto, carezzandogli la schiena.
"Te l'avevo detto che mi piace andare in buca!" gli disse Stephen scivolandogli via da sopra e carezzandogli il petto irrorato con il suo seme.
Portò la mano bagnata al naso: "Hai un buon odore." gli disse.
"Hai tempo, hai detto..."
"Sì, perché?"
"Se ci riposiamo per un po'... me lo metteresti di nuovo, prima che me ne vado?"
Stephen ridacchiò: "E come no! Ripuliamoci ed andiamo di là in cucina. Beviamo un po' di sidro e chiacchieriamo... Poi torniamo qui."
Mark, scesi del letto, fece per rimettersi le mutande. Stephen lo fermò con un gesto.
"Non serve, siamo soli. Mi piace guardarti tutto nudo."
"Come vuoi. Io ho cominciato a sedici anni... e tu?"
"Quando avevo tredici anni. Con un cugino di mia madre, che aveva quindici anni."
"Te l'ha messo?"
"E se l'è fatto mettere."
"Lo vedi ancora?"
"No, ora fa il soldato in India... è l'attendente del capitano ma anche il suo ragazzo di letto; e continua a metterlo e a farselo mettere. Come me. Mi ha scritto tre mesi fa. Sta bene, dice."
"A me piace solo farmelo mettere. Mi dispiace per te." gli disse allegramente Mark.
"Non ti preoccupare, mi va bene anche così."
Chiacchierarono un po', poi tornarono in camera da letto per il secondo round...
Frattanto, proprio nello stesso giorno, circa duemila chilometri più lontano, in direzione sud-est, nel castello che dominava la città di Morgograd, capitale del piccolo regno di Morgovia, re Jedrek Markovic', un asciutto uomo di settanta anni, stava giocando a scacchi con il suo Primo Ministro.
"Maestà... il Consiglio della Corona è assai preoccupato..." mormorò il ministro guardandolo un po' in tralice.
"Scacco al re. Non ne potremmo parlare in un altro momento delle preoccupazioni del mio Consiglio?"
Il ministro protesse il re con un alfiere e disse: "Il fatto è che... sapete bene il rischio che sta correndo il vostro regno... Il re di Panniria..."
"Come se mi permetteste mai di dimenticarlo! Io, il mio dovere di... marito e di sovrano, l'ho sempre fatto. Non è colpa mia se... se nessuna delle mie tre mogli... nonostante abbiamo anche tentato di... farmi segretamente sostituire nel talamo..." disse osservando attentamente la scacchiera, "E alla mia età non intendo sposarmi una quarta volta." concluse e poi mosse la torre.
"Ma senza un erede maschio, lo sapete..." disse il Primo Ministro spostando il cavallo.
"Lo so! Lo so perfettamente! Se quello lassù ha deciso che non mi nascesse un erede, prendetevela con lui, non con me." rispose il sovrano, un po' alterato e mangiò la regina al Primo Ministro. "E cercate di giocare meglio, mi state annoiando. Sia con queste chiacchiere che per il poco impegno che state mettendo in questa partita. Ho anche cercato, come m'avete chiesto, di ingravidare qualche donna fuori dal talamo coniugale: solo figlie femmine! Che ci posso fare, io? E poi, una volta che me ne sono andato, il problema non mi riguarda più."
"Maestà... i vostri sudditi paventano il destino di essere annessi dalla Panniria... Scacco al re... anzi, scacco matto."
Re Jedrek guardò accigliato la scacchiera: "Vi ho sottovalutato; avete vinto. Come sempre d'altronde... zitto zitto, ottenete quanto volete. Se non fossi certo della vostra lealtà... vi farei rinchiudere nella torre e getterei via la chiave! Basta che sia maschio e che abbia nel sangue quello del nostro capostipite, no? di re Jakub, il mio trisnonno. Entro l'ottavo grado di parentela, no? Fate le opportune ricerche e lasciatemi in pace. Finché sono vivo, il problema non mi riguarda, e una volta che andrò lassù, il problema sarà solo vostro."
"Come avete ordinato, stiamo facendo ricerche nel vostro albero genealogico, anche nei rami collaterali. Fino ad ora abbiamo solo trovato parenti maschi oltre l'ottavo grado, perciò del tutto inutili ai fin di mantenere la libertà della nostra amata Morgovia."
"Cercate meglio! Soprattutto fra i figli bastardi... Dubito che non ve ne siano, a noi Markovic' è sempre piaciuto... darci da fare, è cosa risaputa."
"Il problema è che i figli illegittimi non sono quasi mai registrati come tali. E non basterebbe trovarne uno, bisogna anche dimostrare oltre ogni dubbio che ha il sangue di un Markovic' nelle vene. Compito tutt'altro che facile, come potete immaginare."
"Come vi ho detto, il problema è tutto ed esclusivamente vostro. Se re Jakub non avesse accettato quel trattato con il re di Panniria..."
"Il vostro trisavolo non sarebbe mai stato riconosciuto come sovrano della Morgovia. Non sarebbe bastato che fosse riuscito a sconfiggere ed a scacciare i turchi dalla regione, lo sapete bene. Era pur sempre solo uno dei generali agli ordini della casa reale della Panniria."
"E maledetta pure la legge salica. Non la si potrebbe abolire? Gli inglesi, ad esempio, non la seguono."
"Sfortunatamente nel trattato vi è anche una clausola che ci impedisce di farlo. Se ci provassimo, la Panniria ci invaderebbe immediatamente, e come sapete loro sono assai più forti e meglio armati di noi, purtroppo."
"Non mi state dicendo nulla di nuovo. Non si potrebbe... falsificare qualche documento... qualche atto di nascita? Non potremmo pagare qualche abile falsificatore? La storia delle nazioni, dopo tutto, si è sempre fatta più con i documenti falsi che con quelli veri!"
"Tutti i falsi sono stati reputati veri esclusivamente quando conveniva a chi aveva il potere nelle mani in quel momento. Credete che il re di Panniria non troverebbe il modo di dimostrare che abbiamo fatto un falso, se ci provassimo? Sarà già difficile dimostrare la veridicità di documenti autentici, ammesso che ne troviamo."
Re Jedrek si alzò ed andò a guardare, dalla finestra della stanza, la sua capitale che si stendeva giù per la china, sotto il castello, fino a oltre il fiume.
"Non amo i panniri. Sono superbi, senza scrupoli, ladri e bugiardi più dei mercanti. Non amo il re dei panniri, è una palla di grasso piena di boria. Amo questa mia terra... amo i miei sudditi..."
"E i vostri sudditi vi amano..."
"Ma non sono riuscito a dar loro nemmeno un figlio maschio! Avremmo dovuto pensarci prima e sostituire una delle mie figlie, appena nata, con un maschietto! Ma in quei tempi... pareva che ci fosse ancora così tanto tempo, davanti a noi... Ed ora..." Sospirò e si girò a guardare il suo Primo Ministro. "Fate del vostro meglio e ordinate... e chiedete, cioè, al metropolita Gennadi di indire novene di preghiere in tutto il regno per... per il bene della nazione. Chissà che il re di lassù, se lo scocciamo abbastanza, ci verrà in soccorso."
"Il primate di Panniria, Atanasje Seselj, ha il dente avvelenato con noi perché non abbiamo accettato come metropolita quello che lui ci aveva insistentemente proposto..."
"Nulla di buono può venire dalla Panniria. D'altronde il regno di Panniria è sorto grazie ad un tradimento, non da una giusta guerra come quella in seguito alla quale la Morgovia ha ritrovato la sua libertà." disse il re e sedette di nuovo al tavolo, guardando il suo Primo Ministro che riponeva accuratamente i pezzi di avorio e di mogano della scacchiera nella scatola foderata di velluto blu. "Ho saputo che intendete far passare un anno a Londra a vostro figlio Antoni. Avete preso contatto con la nostra ambasciata perché lo accolgano e lo assistano come si deve?"
"No, vostra maestà. Intendo che vada in Inghilterra come un comune turista, perché si renda conto della vita reale. Niente ricevimenti, presentazioni a corte o altro. Desidero che si iscriva ad una scuola di inglese, in modo che lo padroneggi bene, oltre al tedesco e il francese che già conosce. Intendo che se la cavi da solo, gli affitterò un modesto appartamentino e al massimo gli pagherò una persona di servizio che gli faccia le pulizie ed il bucato, nulla di più."
"Un bel salto dalla vita qui a corte a cui era abituato."
"Mio padre aveva fatto così con me, inviandomi a Parigi, e quell'anno di esperienza mi aveva fatto maturare molto, perciò spero che così avvenga per il mio Antoni."
"Mi sembra che sia già un ragazzo... o dovrei dire un giovanotto, assai posato, maturo."
"Lo è per i suoi ventisei anni. Ma fino ad ora è sempre stato servito e riverito. Deve rendersi conto che il mondo è più... vario di quanto ha sperimentato fino ad ora. Gli farò avere un mensile minimo perché possa sopravvivere e si dovrà arrangiare. Tornerà certamente assai più maturo di quanto non sia ora."
"Forse anche ai figli di re si dovrebbe poter dare una simile opportunità... A volte ho l'impressione che noi regnanti non abbiamo un contatto genuino con la realtà. Io, comunque, purtroppo, non ho un simile problema." commentò il re, tornando al discorso di poc'anzi. "Vedete di trovarmi un qualche possibile erede... se non altro per dispetto ai panniri ed al loro re. Buon lavoro."
Il Primo Ministro, a quel congedo, si alzò e si inchinò. Uscì dallo studio privato del sovrano e tornò ai propri appartamenti. Dato che né il padre del re, re Szymon, né il nonno re Filip avevano avuto figli maschi né legittimi né illegittimi, quel filone era esaurito. Ma re Filip aveva avuto un fratello, il principe Konrad... Che però era andato a vivere all'estero assai giovane, appena raggiunta la maggiore età e non s'era mai sposato. Questo non voleva dire che non poteva aver avuto figli illegittimi... Non sarebbe stato facile trovarne traccia, ma neppure impossibile.
Il principe Konrad, dopo un paio di anni in cui aveva girato l'Europa, si era sistemato ed era morto nel limitrofo stato, il ducato di Drgovina... Avrebbe dovuto far eseguire accurate ricerche negli archivi di quel territorio. Il duca Ludwik Jovanovic' era in ottimi rapporti con re Jedrek... non si sarebbe opposto alla sua richiesta... almeno sperava. Certo, se il principe Konrad avesse seminato figli per l'Europa, sarebbe stato quasi impossibile trovarne traccia...
Era da poco rientrato e s'era seduto nel suo studio, dove stava controllando alcuni documenti, quando entrò suo figlio Antoni.
"Vi disturbo, padre?"
"Che cosa c'è Antoni?"
"Riguardo al mio viaggio al Londra..."
"Ah, sedete. Ebbene?"
"Pensavo... se preferite che io viva a Londra in incognito... non potreste fornirmi di un passaporto con false generalità?"
Il padre lo guardò annuendo: "Sì... e penso che sia una buona idea."
"Così, invece di Antoni Petrovic', potreste far scrivere Anthony Peterson... Magari farmi passare per il figlio di un... immigrato inglese, nato qui in Morgovia..."
"Nessun problema. E..." chiese divertito il primo ministro, "che mestiere avrebbe fatto o farebbe, questo vostro padre inglese, qui in Morgovia?"
"Il... maggiordomo."
Il Primo Ministro rise: "Beh, dopo tutto, proporzioni fatte, io sono un po' il maggiordomo del re! In pochi giorni avrete il vostro passaporto falso, Antoni. E vostra madre, chi sarebbe?"
"Una cameriera morgoviese? Per giustificare la mia fisionomia poco inglese."
"Ben pensato. Siete lieto per la vostra... prossima avventura londinese, Antoni?"
"Ve lo dirò al mio ritorno, ma credo che sarà interessante. Credete che duecento corone al mese mi siano sufficienti per vivere a Londra?"
"Non tanto per scialare e darvi alla bella vita, ma a sufficienza per vivere dignitosamente. Le informazioni che la nostra ambasciata ci ha inviate, dicono che uno studente universitario a Londra vive più che decentemente con l'equivalente di centocinquanta delle nostre corone, e quindi vi dovrebbero bastare."
"Ma dovrò farmi un guardaroba adeguato all'Inghilterra..."
"Partirete con i vostri abiti più semplici, poi integrerete una volta giunto. E va bene, vi farò dare cinquecento corone per le prime spese e per sistemarvi. Siete soddisfatto, ora?"
"Certamente, grazie. Un'ultima cosa, se permettete..."
"Si?"
"Invece di cercarmi una persona di servizio a Londra, potrei portare con me il mio valletto Besnik Ryevic'?"
"Ah, il gitano? Mah, perché no? Però dovrete pagarlo con le duecento corone mensili che vi assegnerò, è chiaro?"
"Certamente, signor padre. Vado a dirgli di fare i preparativi, allora."
"Per lui non sarà necessario fare un passaporto falso, giusto?"
"Certamente no. Lo farete semplicemente aggiungere al mio passaporto."
Antoni era contento. Sapeva di poter avere una fiducia totale nel suo giovane valletto gitano, che non solo gli era affezionato ma che, come lui, amava il proprio sesso e che perciò, come aveva sempre fatto, l'avrebbe coperto nelle sue avventure galanti...
Qualche volta si erano anche divertiti ed avevano sfogato le loro giovanili energie fra loro. L'aveva preso al proprio servizio quattro anni prima, dopo aver passato una notte folle con lui. Il padre, logicamente, non sospettava minimamente il motivo per cui gli aveva chiesto di assumere e porre al suo servizio quel ragazzo gitano.
Si recò immediatamente nelle proprie stanze e chiamò Besnik.
"Mio padre mi ha dato il benestare: verrai a Londra con me! Prepara le tue cose." gli annunciò.
Il ragazzo sorrise: "Ne sono molto lieto, padrone. Ho ben poco da preparare, per me. Si farà il viaggio assieme?"
"Certamente. Dovrò farti fare qualche abito alla moda europea, non puoi venire con quella buffa livrea..."
"E perché no, padrone? Anzi... sarò più esotico, non credete? E questi abiti tradizionali, oltre che belli, mettono meglio in risalto il mio corpo e mi faciliteranno qualche piacevole incontro... Sapeste, quando scendo in città, con che occhi mi guardano, certi uomini! Specialmente qui davanti..." disse con un sorriso divertito il ragazzo sfiorandosi la piacevole curva fra le gambe.
"E come farai, tu, che non sai nemmeno una parola di inglese?"
"Oh, padrone, per certe cose parlano più gli occhi che le labbra, ed il linguaggio degli sguardi è uguale dappertutto. D'altronde, quando mi conosceste, io non sapevo una sola parola di morgoviese, eppure mi pare che ci si era compresi perfettamente!" gli disse con un sorrisetto malizioso.
"Questo è vero. Ma sì... e durante il viaggio di insegnerò qualche nozione di base di inglese."
"Durerà molto il viaggio?"
"Se non abbiamo problemi, poco più di quarantotto ore ma meno di tre giorni. Dovremo trasbordare almeno quattro o cinque volte. Porteremo pochi bagagli, non più di quattro valigie."
"Oh, io non avrò quasi nulla da portare, solo due o tre ricambi, è tutto. Due livree leggere e due pesanti, di cui una indosso. Siete contento di andare a Londra?"
"Sì. E tu?"
"Incuriosito. E siete contento di portarmi con voi?"
"Certamente. Almeno, se per caso non trovassi compagnia..." rispose con un sorrisetto ammiccante.
"Oh, la troverete di sicuro, bello come siete! Comunque lo sapete bene che potete sempre contare su di me... e sul mio culetto!"
Antoni glielo carezzò, lo strinse un poco: "Sì, lo so... Se non fosse che ti sei sempre rifiutato di metterlo... ti avrei anche voluto come mio ragazzo fisso..."
"Sapete che proprio non ci riesco, no? E poi... io sono solo un servo, e per di più un gitano. Come potrei mai essere il vostro ragazzo?"
"Quant'è che non hai più... visite, qua dietro?" gli chiese Antoni, continuando a carezzargli il piccolo sedere attraverso la tela degli attillati pantaloni.
"L'ultimo... è stato Nelek Filipovic', il caporale delle guardie, cinque giorni fa."
"Ma... non è sposato?"
Besnik rise: "Oh, sapeste quanti uomini sposati, purché non si sappia in giro, gli piace divertirsi con un bel ragazzetto. E poi, anche voi dovrete sposarvi, prima o poi. Avete già ventisei anni!"
"Spero proprio di poterlo evitare."
"E volete vivere da solo? Scapolo per tutta la vita?"
"No, mi piacerebbe avere un giorno un amante fisso."
"Non potrete mai vivere assieme."
"Io e tu, di fatto, viviamo assieme."
"Ma solo perché sono il vostro valletto. Scusate, padrone, ma... se continuate a toccarmi così... mi fate morire dalla voglia..."
"Devo smettere? Oppure..."
"Smettere? No: oppure! Portatemi in camera vostra... per favore... Se anche voi avete voglia, si capisce."
"Stanotte, Besnik, avremmo più tempo e calma..."
"Beh... e allora lo rifarete con me anche questa notte." gli disse il valletto con un sorriso provocante.
"E magari di nuovo anche domattina?" gli chiese ridendo Antoni, mentre si dirigeva verso la camera da letto.
"Se ne avete voglia, perché no?" rispose allegramente il ragazzo, seguendolo.
Si chiusero nella camera, Antoni si denudò e subito Besnik gli si inginocchiò davanti, gli prese su una mano il membro semieretto e si mise a leccarlo su e giù con piacere. Poi, quando fu completamente eretto, lo prese fra le labbra. Mentre Antoni, tenendogli il capo fra le mani, si agitava avanti e indietro, Besnik si liberò dalla livrea e presto fu anche lui nudo.
Quindi stese un panno bianco sul grande letto, vi salì lesto e si mise a quattro zampe, girando indietro il capo e guardando il padrone con un sorriso allettante.
"Venite?" gli chiese, eccitato.
"Ehi, quanta fretta!" gli disse Antoni, ma salì a sua volta sul letto, gli si inginocchiò dietro, lo afferrò per la vita e lo infilò con un'unica salda spinta.
"Avete detto voi che adesso abbiamo poco tempo, no?" gli rispose spingendo il sedere indietro per incontrare la spinta e facilitare la penetrazione.
E la prima delle tre piacevoli cavalcate ebbe così inizio...