La nostra prima volta...
Fu diversa da come l'avevo immaginata, sognata ed anche da come l'aveva immaginata Fabien, mi disse poi.
Dopo quel bacio rubato nella traboule, nella complice notte del dopo-cinema, le nostre effusioni si fecero più esplicite e via via più intime, e costruirono gradualmente il viadotto che congiungeva i nostri desideri.
Era l'ora del tramonto, c'eravamo dati appuntamento alla stazione della "ficelle" la funicolare, vicino a Saint Jean, ed eravamo saliti fino a Fourvière. Avevamo deciso di discendere poi a piedi passando per la lunga serpentina e le scalinate del giardino "du Rosaire" che c'è dietro l'abside della basilica.
Dal belvedere guardammo la città illuminarsi gradualmente sotto di noi. Era una vista molto bella e romantica. I nostri fianchi si sfioravano, di tanto in tanto ci guardavamo e ci si scambiava un sorriso. Sentivo il mio desiderio per lui crescere rapidamente, e ne leggevo il riflesso nei suoi occhi.
"Ho voglia di te..." gli sussurrai.
"Sì..."
"Da me o da te?" gli chiesi allora.
"Qui..."
"Qui?"
"Vieni... non mi va di aspettare ancora... Anche io sto bruciando di voglia di te..."
Imboccammo la scala che portava al giardino du Rosaire, mi prese per mano, scendemmo lungo lo stradello, poi una delle scalinate, poi mi portò sul prato, fra i cespugli.
"Qui..." sussurrò prendendomi fra le braccia, sospingendomi contro il tronco di un albero e premendomisi contro fino a farmi sentire quanto fosse eccitato.
"Qui? È... sicuro?"
"È buio, ormai..." mi disse e mi baciò con tenera passione.
Poi le sue mani mi carezzarono fa le gambe, trafficarono lievi e sicure sulla mia patta, aprendola, ne estrassero il mio membro duro... Si accoccolò davanti a me ed iniziò a baciarlo, lecchettarlo su e giù, facendo sfarfallare lieve la punta della lingua sul glande, traendo da me fremiti e bassi gemiti di piacere. Poi vi chiuse sopra le labbra muovendo il capo avanti e indietro, poi nuovamente lo leccò e baciò e di nuovo lo prese in bocca: era una gradevolissimo supplizio.
Sentivo le rugosità dell'albero contro la schiena e mi pareva di sentire la terra sotto i piedi quasi come se non avessi indossato le scarpe, cosa impossibile, eppure la sensazione era quella.
La notte era silente, calma e calda, ma ben altro calore e una vera tempesta faceva fremere e cantare le mie membra. Gli carezzai i capelli morbidi e setosi, il collo, le spalle, le guance. Forse perché avevo tanto atteso quel momento, mi pareva che fosse particolarmente bello ed intenso. Lo lasciavo fare, aveva preso lui l'iniziativa fin da quando eravamo ancora sulla terrazza panoramica, e come m'aveva guidato giù per il giardino che scendeva sul fianco della collina, ora mi lasciavo guidare nel giardino delle nostre passioni.
Si rialzò e mi baciò di nuovo, poi mi sussurrò: "Siedi, e tieni un po' sollevate le ginocchia..."
Scivolai lentamente contro il tronco, quasi godendone la ruvida carezza lungo la schiena, e sedetti sull'erba. Fabien si pose a cavalcioni del mio bacino, velocemente si aprì i calzoni e li fece calare con gli slip fino a metà coscia e si accoccolò giù. Capii come voleva farsi prendere. Con la mano tenni ben ritto verso l'alto il mio membro duro e scivoloso, finché entrò in contatto con la piega fra le sue natiche. Si mosse in modo da portare il foro sul mio glande e, poggiando le mani sulle mie spalle, si calò giù, impalandosi.
Tolsi la mano per permettergli di scendere ancora. Allora mi abbracciò attorno al collo ed iniziò a muoversi su e giù, dapprima quasi con cautela, poi via via più deciso, respirando rumorosamente. Lo afferrai per la vita per aiutarlo nel suo molleggiare. Poi, preso un buon ritmo, mi baciò di nuovo.
Dimenticai dove eravamo, il pericolo che qualcuno potesse sorprenderci in quell'intimo frangente, dimenticai tutto e tutti, meno la dolce e calda presenza di Fabien e provai intenso il desiderio di dirgli che lo amavo, quanto lo amavo! Non potevo, il suo bacio intimo e profondo non terminava ancora. Mi resi conto di non aver mai provato per nessuno un sentimento tanto intenso.
Staccò le labbra dalle mie e, prima che potessi dirglielo io, sussurrò: "Mio dio, quanto ti amo, Osvaldo!"
"E io amo te..."
I suoi movimenti si fecero gradualmente scoordinati, sincopati, emise un lieve e lungo gemito, chiuse gli occhi e raggiunse l'orgasmo. Subito dopo anche io mi vuotai in lui. Ci fermammo, ansanti. Gli carezzai le guance e lo attirai a me, e ci baciammo di nuovo, mentre entrambi eravamo percorsi da lievi fremiti ed i nostri cuori tornavano quasi a fatica al normale ritmo.
Allontanò nuovamente le labbra dalle mie e riaprì gli occhi, luminosi, lieti e brillanti, guardandomi con evidente gioia.
"Finalmente..." sussurrò.
"Ti amo..." gli ripetei.
"Lo so. Anche io."
Si tolse da me e ci rimettemmo a posto gli abiti, rialzandoci in piedi. Io avevo la camicia bagnata dal suo seme... vi passai le dita ed annusai il suo lieve odore. Fabien si rese conto di come ero conciato ed emise una lieve esclamazione.
"Oh... come t'ho ridotto... mi dispiace... perdonami..."
"No... va bene... Non ti preoccupare." gli risposi con un sorriso. Poi aggiunsi: "Se qualcuno mi vede... penserà che mi sono sbrodolato con il gelato..."
Sorrise. "È stato molto bello, Osvaldo. Grazie."
"Grazie a te. E le prossime volte sarà ancora più bello..."
"Sì..." disse, semplicemente.
Riprendemmo a scendere, sbucammo nella montée de Saint Barthélemy, passammo di fianco al Palais de Justice e traversammo la Saône. Arrivati in Place des Jacobins, volle offrirmi un gelato. Ad arte me ne feci colare un po' sulla camicia e Fabien rise, allegro come un ragazzino.
"Devo dire ai miei che... che voglio vivere con te!" mi disse dopo poco.
"E se io non volessi?" gli chiesi per scherzo.
Mi guardò con espressione preoccupata, lesse il riso che baluginava nei miei occhi e rise di nuovo: "Non mi fare mai più uno scherzo così cattivo!"
"Perché?" gli chiesi, allegramente.
"Perché altrimenti ti uccido!"
"Ne saresti capace? E come mi uccideresti?"
"Con un colpo di pistola, come Verlaine con Rimbaud."
"Ma Rimbaud mica è morto... Verlaine l'ha solo ferito ad un polso."
"Io ho una mira migliore."
"Ma tu ce l'hai una pistola?"
"Sempre. Con me."
"Sì... fra le gambe... Ma quella spara solo... gelato!"
Fabien rise nuovamente. Era così bello, quando rideva, che l'avrei baciato lì, in mezzo alla gente.
Lo lasciai sotto casa, con un lungo addio fatto di sguardi pieni di amore e di gioia. Poi tornai alla mia stanzetta, sentendomi lieve e felice. Mi tolsi la camicia ed andai in bagno a lavarla subito. Quindi tornai in camera, mi spogliai e mi stesi sul letto... e pensai che Fabien già mi mancava. Avrei voluto addormentarmi tenendolo fra le mie braccia.
Il giorno dopo Fabien mi telefonò in ufficio.
"L'ho detto ai miei..."
"E?"
"Papà ha detto soltanto: bene! Mamma invece..."
"Non è contenta? Non è d'accordo?"
"Mamma invece m'ha chiesto perché ci abbiamo messo tanto a deciderci!" mi disse allegramente.
"Non te lo posso dire, ora, ma..."
"Sì, so che vorresti dirmi che mi ami, giusto?"
"Giustissimo."
"Anche io. Mamma chiede se oggi puoi venire a pranzo o a cena da noi... per festeggiare."
"Volentieri. Se per i tuoi va bene, preferirei però a cena, perché a pranzo avrei troppo poco tempo..."
Lo sentii chiedere qualcosa, la mano sul ricevitore, poi rispose: "Dice mamma che è anche meglio, a cena. Anche se io avrei preferito vederti prima. A che ora arrivi?"
"Appena finisco qui, vengo direttamente."
"Ottimo. Saluti anche da mamma. Papà è in facoltà. Ma se fosse qui ti manderebbe i suoi saluti anche lui..."
"E tu?"
"Io ti mando... altro."
"Ricevuto."
"Ti lascio lavorare, ora, altrimenti ti licenziano..."
"A stasera."
"Sì, amore, a stasera."
Ero talmente felice che Marie-France, la mia collega, quando posai il telefono, mi chiese, con un sorriso: "Buone notizie?"
"Sì, ottime. Il mio più caro amico m'ha comunicato che... che si vuole sposare!"
"Ah, bene. E tu, quando ti sposi?"
La guardai, sorrisi e feci spallucce, senza risponderle. Lei mi guardava, in attesa. Allora le dissi: "Non ho neanche la fidanzata."
"Uno bello come te, un rubacuori italiano... dovresti avere uno stuolo di ragazze che muoiono per te..."
"Spero di no, non vorrei sterminare la metà del genere umano..." le risposi con un risolino.
Non vedevo l'ora che giungesse la sera. Appena uscii dal museo, andai immediatamente a casa Charbonneau. Come m'attendevo, mi venne ad aprire Fabien. Il suo sorriso radioso mi illuminò il cuore.
"Vieni..." sussurrò prendendomi per mano e facendomi entrare.
Mi portò in salotto. Il padre era seduto in poltrona e stava leggendo il giornale. Lo mise via e mi fece cenno di sedere sulla poltrona accanto alla sua, con un sorriso. Fabien sedette sul bracciolo e si appoggiò a me.
"Così, giovanotto, Fabien ci ha detto che avete deciso di mettervi assieme."
"Sì, professore."
"Bene, bene. Sono molto lieto per il mio Fabien. E vi auguro ogni felicità."
"Grazie. Suo figlio..."
"E non sarebbe tempo che ci dessimo del tu, a questo punto?" mi interruppe il professore.
"Grazie..."
"Maman!" chiamò il professore, "Vieni, il nostro Osvaldo è qui."
"Un attimo... Arrivo subito." giunse, squillante, la voce della madre di Fabien.
Presi una mano di Fabien fra le mie e dissi: "Spero di essere capace di dare sempre a Fabien tutta la felicità che merita..."
"Non l'abbiamo mai visto tanto felice. Ieri notte è venuto in camera nostra a svegliarci per comunicarci la bella notizia... Non stava più nella pelle. Vi auguro almeno tanta serenità quanta ne ho avuta e ne ho io con la mia sposa."
"Grazie, profess... Michel."
"Chi l'avrebbe detto, quando ti ho conosciuto al mio corso, che quella matricola italiana con quell'accento così particolare... sarebbe diventato un giorno un membro della mia famiglia!"
"E ora parla proprio come un lionese..." disse Fabien, "... compresi i nostri errori..."
"Sì, il che dimostra come io non sia un buon professore di fonetica..." rise Michel.
"Al contrario..." iniziai a dire.
In quel momento entrò in salotto Annette, la madre di Fabien: "Oh, il nostro caro Osvaldo! Papà, hai detto ai ragazzi quello che si è pensato?"
"Non ancora..."
"Allora lascia che glielo dica io. Fabien, Osvaldo, se siete d'accordo papà e io si pensava di cercarvi un appartamentino dalle parti del museo..."
"Sarebbe fantastico!" esclamò Fabien. "Vero, Osvaldo?"
"Sì, certamente. Io comunque devo lasciare la mia stanza alla Maison des Etudiants..."
"E finché non l'abbiamo trovato e non l'avete arredato, tu Osvaldo potresti venire ad abitare qui, con noi..." continuò la madre.
"Cioè, nella stanza di Fabien." precisò il padre.
"Oh, sì! Vuoi, Osvaldo, no?" mi chiese Fabien con occhi brillanti.
"Non vorrei disturbare ma..."
"Starete un po' stretti nel lettino di Fabien..." disse Michel.
"Meglio così!" esclamo il mio ragazzo.
"... ma speriamo di trovarvi presto qualcosa di adatto." continuò il padre.
Ero letteralmente sopraffatto dalla gioia e dalla riconoscenza. La piena accettazione dei genitori di Fabien era qualcosa di molto bello, di prezioso.
"Quando ti trasferisci qui?" mi chiese Fabien.
"Probabilmente martedì, che è il giorno di chiusura del museo, giusto?" disse Michel.
"Fino a martedì..." si lamentò il mio ragazzo.
"Suvvia, avete aspettato fino a ieri... che vuoi che sia qualche giorno in più?" disse Annette, la madre.
"Eh, mia cara, hai dimenticato quanta fretta avevamo noi due, quando abbiamo deciso di sposarci?" le chiese Michel.
Lei sorrise: "No che non l'ho dimenticato, papà... hai ragione. Ma Osvaldo può venire qui anche prima, poi martedì Fabien lo aiuta a traslocare le sue cose..."
"Resti qui già stanotte?" mi chiese Fabien, guardandomi eccitato come un ragazzino.
Credo che arrossii per l'implicazione della sua richiesta, e dissi: "Se i tuoi genitori non hanno nulla in contrario..."
"No che non avete niente in contrario, vero papà, mamma?"
"Assolutamente no. E domani, Fabien, andrai a far fare una copia delle chiavi di casa per il nostro Osvaldo..." disse il padre.
Più tardi ci mettemmo a tavola. La cena, ottima come le altre volte, terminò con un gelato.
Quando Annette lo portò a tavola, Fabien rise: "Il gelato! Concludiamo con... il gelato!"
"Beh? Che hai da ridere, sciocchino? Vi piace il gelato, no?" gli chiese la madre un po' stupita.
"Altroché se ci piace, vero Osvaldo? Ma non sulla camicia, giusto?" mi chiese Fabien con un sorrisetto malizioso.
Non risposi, logicamente.
Così mi trasferii in casa Charbonneau. Non comunicai ai miei a Torino il cambiamento, poiché presto avremmo avuto un appartamento tutto nostro.
Quella notte, facemmo l'amore sul letto di Fabien. E questa volta volli che fosse lui a prendere me. Dopo lunghi e dolci preliminari, mi offrii a lui, che mi prese da davanti e si immerse in me con trepido desiderio e calda passione. La luce discreta dell'abat-jour si rifletteva sui suoi occhi colmi di gioia e di piacere, baluginando lieve ad ogni sua spinta.
Poi, dopo aver raggiunto il sommo del godimento in me, si tolse, si accoccolò fra le mie gambe e mi disse: "A me non ha mica soddisfatto il gelato che ci ha offerto mamma... Ora voglio assaggiare il tuo... Sono sicuro che è molto più buono, gustoso. D'altronde il gelato italiano è rinomato, no?" disse scherzoso e si tuffò a prodigarsi per il mio piacere...
Quando finalmente ci rilassammo, semiabbracciati, Fabien spense l'abat-jour e mi si rannicchiò contro.
"Sai che non ho mai passato la notte con qualcuno, prima di oggi?"
"Riuscirai a dormire?" gli chiesi, carezzandolo lieve.
"Credo che dormirò benissimo, al sicuro con te."
"E se io russo o scalcio di notte?"
"Ti imbavaglio, ti lego, ti bacio e dormo."
"Mi piace di più il terzo, che non i primi due... Ieri mi volevi sparare... oggi mi vuoi legare e imbavagliare... mi sa che mi sono messo con una persona pericolosa..."
"Beh... ho fatto un progresso da ieri a oggi, no?" scherzò Fabien.
"Speriamo che tu ne faccia altri, allora..."
"Tutti i cani che abbaiano, non mordono..."
Scherzammo ancora un po', poi Fabien si addormentò. Per un po' lo guardai, al vago chiarore che proveniva dalla via. Pensai che non era forse bello come altri, eppure mi sembrava bellissimo. Mi addormentai anche io, sentendomi felice.
Quando mi svegliai la mattina seguente, Fabien era seduto sul lettino, e mi stava carezzando lieve il petto. Mi sorrise.
"Dormito bene?" gli chiesi.
"Mai dormito meglio."
"Non ho russato o scalciato?"
"No. Lo sai che sei... incredibilmente sensuale? Mi piace guardarti, tutto così nudo... per me."
Guardai l'orologio: "Devo alzarmi, il lavoro mi chiama."
"Sì... Hai tempo di fare colazione con me, no?"
"Sì, e anche di fare una rapida doccia."
"La facciamo assieme?"
"Forse è meglio di no o farò tardi al lavoro."
"Ho paura che hai ragione." ammise Fabien.
Padre e madre di Fabien si diedero da fare per trovarci casa, e quando ne trovavano una che sembrava interessante, ci chiedevano di andarla a vedere per decidere. Rimasi stupito quando scoprii che non cercavano un appartamento in affitto ma in vendita.
"Ma io non ho ancora abbastanza risparmi per permettermi..." iniziai a dire.
Ma Michel mi interruppe subito: "L'appartamento sarà il nostro regalo. Voi due dovrete poi provvedere ad arredarlo con i vostri mezzi, a modo vostro."
"Un regalo? Ma è troppo..." dissi.
"Se mio figlio si fosse sposato, l'avremmo fatto. Perché non per voi?" interloquì Annette con un dolce sorriso.
Mi sentii commosso e, quasi sottovoce, chiesi: "Vi posso... abbracciare?"
"Solo se accetti l'appartamento, giovanotto." disse Michel allargando le braccia.
Il terzo alloggio che ci proposero ci conquistò immediatamente. L'accesso era... è nella traboule che, oltrepassato il ponte de la Feuillée a due passi dal Musée dex Beaux Arts, va da place Saint Paul 3 a Rue de la Juiverie 5. È un passaggio ad angolo, con un dislivello di sette gradini al centro, con un ingresso modesto, a volta, in place Saint Paul e che dall'altra parte esce su una facciata del quindicesimo secolo con finestre ornate da colonnine.
Salita una scala in pietra fino al terzo piano, si entra in una stanza quadrata con al fondo una vecchia e bella scala di legno con colonnine scolpite. A sinistra c'è un'ampia sala da cui si accede alla cucina, a destra dell'ingresso un piccolo gabinetto. Al piano superiore, oltre a bagno e gabinetto, ci sono tre stanze non grandi ma indipendenti. Le finestre, da una parte guardano verso Fourvière e dall'altra, fra due case, si intravede la Saône. Le stanze al piano inferiore hanno un soffitto a travi ed al piano superiore a vela.
Una volta firmato il contratto ed acquisita la proprietà, Michel volle che un'impresa tinteggiasse le pareti e gli infissi, e pulisse a fondo i pavimenti di cotto del piano basso e di legno del piano superiore. E finalmente, caricando il mio vasetto da yogurt, portammo tutte le nostre cose nell'alloggio in pochi viaggi.
All'inizio avevamo solo il letto, logicamente matrimoniale, un modesto tavolo con quattro sedie in cucina e gli elettrodomestici essenziali. I nostri abiti li tenevamo ancora negli scatoloni e nelle valigie con cui li avevamo portati su, oppure appesi alle grucce su una lunga corda fissata da parete e parete, ed i libri in cassette da frutta sovrapposte a mo' di provvisoria libreria. Le stanze non avevano ancora lampadari ma bulbi nudi appesi al soffitto.
Eravamo veramente felici. La prima notte che passammo a casa nostra, le finestre spalancate per attenuare l'odore della tinteggiatura delle pareti e degli infissi, "inaugurammo" il nostro vasto e bel letto nuovo.
"Però..." mi disse Fabien mentre, nudi, si saliva sul letto dalle lenzuola nuove e fresche, "non mi hai portato dentro la camera in braccio..."
"E perché io te e non invece tu me? Mica sei la mia sposa! Non hai neanche indossato l'abito bianco di pizzo!" gli dissi scherzoso, attirandolo a me.
"Ma io sono il più giovane. Ho solo ventuno anni! E poi neanche tu sei la mia sposa."
"E io ne ho solo ventitré."
"E poi... credo che sarei stato male, con l'abito bianco di pizzo e il velo in testa. Non credo che mi doni."
"Perfettamente d'accordo: ti dona molto più la tua pelle nuda." gli dissi carezzandolo per tutto il corpo.
"Ehi, non t'ho mai chiesto una cosa?"
"Cosa?"
"È vero che gli uomini italiani sono terribilmente gelosi?"
"Perché, pensi già di mettermi un cornetto?"
"No... Non ne vedo il motivo. Sto troppo bene con te."
"Idem da questa parte..."
"Un'altra cosa non t'ho mai chiesto..." mi disse dopo che ci eravamo scambiati un lungo bacio.
"Ancora una?"
"Sì. Perché ti sei innamorato di me?"
"Di perché se ne possono trovare tantissimi... ma non ce n'è nessuno in particolare. Io ti amo... non pensando a chi e come sei, ma per come tu mi rendi, per come e cosa fai di me con il tuo amore. Per gli altri tu potresti essere solo uno dei tanti ragazzi che incontrano, ma per me tu sei... unico. E con te è bello non solo mostrarti nudo il mio corpo, ma tutta la mia anima. E... non ti amo perché ho bisogno di te, ma ho bisogno di te perché ti amo..."
"Hai ragione, è proprio così... Sì... Perciò... tu non chiedermi come ho fatto io ad innamorarmi di te, perché ti amo, perché allora dovrei spiegarti perché vivo... Spesso l'uomo si chiede perché vive... Io la risposta l'ho trovata: per amare."
"E allora, diciamoci perché ci amiamo... non con le parole, ma con tutto il nostro corpo..."
"E la nostra anima..."
"E ogni cosa di noi..."
Sì, era inutile cercare parole quando potevamo dircelo e continuiamo a dircelo, con tutto noi stessi.
E quando uno di noi due passa un momento difficile, anche a volte nei confronti dell'altro, perché questo accade in ogni coppia, non ci scordiamo mai di ripeterci con tutto di noi stessi, senza parole, che comunque ci amiamo e che senza l'altro siamo ben poca cosa.
Le strade, i vicoli, le traboules di Lione fanno ormai parte delle mie vene ed arterie: portano e si dipartono dal mio cuore. E Lione è ormai per me veramente "casa mia". E questo... soprattutto grazie al fatto che qui ho trovato l'amore e che Fabien è entrato nel mio sangue, nel mio cuore ed io nel suo.
È bello, dopo tanti anni, ormai entrambi uomini maturi, guardare a quanto abbiamo costruito assieme, ma soprattutto a quanto costruiremo, uniti, per tutto il nostro futuro.