Finalmente giunse il giorno finale della mia permanenza all'Università Cattolica di Lione. Alla cerimonia della consegna delle lauree vollero partecipare anche mio padre e mia madre, a cui avevo prenotato una camera in albergo. E per la prima volta vidi anche il padre di Billel.
Dopo la cerimonia vi fu un rinfresco a cui eravamo invitati noi neo-laureati, i nostri parenti ed a cui partecipavano professori e personale dell'Università.
Billel venne verso di me con suo padre. "Papà, questo è Osvaldo Fiorito, il mio migliore amico, con cui ho studiato in questi anni. Osvaldo, ti presento mio padre."
Tesi la mano al padre di Billel, come usa in Francia, dove è la persona meno importante che deve offrire la mano a quella più importante. Il padre mi dette una stretta breve e forte, guardandomi dritto negli occhi, con espressione seria.
"Onorato di conoscerla, signor Moussouni. Come sono onorato di essere amico del suo straordinario figlio." gli dissi.
"Non mi avevi mai detto che questo giovanotto è il tuo... migliore amico." disse al figlio.
"È vero. E non l'ho mai invitato a casa nostra, e me ne dispiace, papà. Un errore che da ora in poi non farò più."
Mi rendevo conto che il padre di Billel era lievemente a disagio, non sapeva che dire.
Allora gli dissi, con un sorriso: "Mi permette di presentarle i miei genitori, signor Moussouni?" e feci cenno ai miei di avvicinarsi.
"Papà, mamma, ho il piacere di presentarvi il signor Moussouni, un giornalista, il padre del mio miglior amico. E lui è Billel, di cui vi ho già parlato..." dissi loro in italiano. Poi aggiunsi in francese, rivolto al padre di Billel ed al mio amico: "Mio padre e mia madre..."
Si strinsero la mano. Io mi scusai con il signor Moussouni per il fatto che i miei genitori non parlavano il francese. Billel mi sorrise.
"Lei non è francese signor... Florito?" mi chiese il padre di Billel, lievemente stupito, storpiando leggermente il mio cognome.
"No, signore, sono italiano."
"Ah. Ho sentito dire che l'Italia è molto bella... Non vi sono mai stato."
"Billel mi ha parlato molto della vostra Algeria, e penso che sia anche un paese molto bello." gli risposi.
Dopo altri convenevoli, in cui io facevo da interprete fra i miei ed i Moussouni, ci allontanammo per salutare altri.
Il segretario della facoltà, padre Goetz, venne a salutare i miei genitori. Poiché parlava un po' di italiano, non aveva bisogno di interprete.
"Allora, signori Fiorito, potete essere fieri di vostro figlio, uno dei migliori allievi della nostra facoltà."
"Grazie. Ad Osvaldo è sempre piaciuto molto studiare, ed ama il francese." disse mio padre.
"E che progetti avete su di lui, ora?" chiese padre Goetz.
"Mah... credo che dovrà dare l'esame per il riconoscimento del titolo di studio in Italia, poi che cercherà di accedere all'insegnamento..."
"Non penseresti di restare in Francia, Osvaldo?" mi chiese il sacerdote.
"Mah... un pensierino ce l'ho fatto, però..." dissi lanciando un'occhiata ai miei.
"Ho appena avuto una richiesta di segnalazione da parte del Musée des Beaux Arts... e pensavo di fare il tuo nome..."
"Non saprei..."
"È un buon lavoro, ed un italiano sarebbe assai apprezzato..."
"Lo pagherebbero bene?" chiese mio padre, con una certa sorpresa da parte mia.
"Sicuramente. Comunque, se suo figlio è interessato, posso fare il suo nome e raccomandarlo come merita."
"E quando dovrebbe cominciare?" chiese mia madre.
"Dopo le vacanze estive, immagino." disse padre Goetz.
"Allora può venire a passare le vacanze a Torino..." disse mia madre, "poi tornare qui."
"Il giovanotto non ha ancora detto se gradirebbe questo lavoro o no..." disse il segretario guardandomi.
"Non... non ci ho ancora pensato, ma... Ma credo che potrebbe piacermi lavorare in un museo... e restare qui a Lione." dissi un po' incerto.
"Allora, facciamo così: io chiedo alla Maison des Etudiants di lasciarti la stanza per il momento. Tu vai a passare le vacanze con i tuoi, poi a settembre torni per il colloquio con il direttore del museo, un mio caro amico. Che ne dite?"
I miei assentirono, padre Goetz mi disse che mi avrebbe comunque telefonato a Torino per farmi sapere qualcosa di più preciso.
"Non vi dispiace se resto a lavorare qui a Lione?" chiesi ai miei.
"Non è così distante da Torino..." disse mia madre.
"E almeno avresti un buon lavoro subito. Sai quant'è difficile avere un posto di insegnamento in Italia..." disse mio padre.
"Ma tu saresti contento di restare qui?" mi chiese mia madre.
"Sì... ora che mi sono ambientato, qui sto bene. Ho quasi più amici qui che a Torino, ormai..." dissi e pensai anche che, tornato in famiglia a Torino, avrei avuto meno libertà di vivere la mia sessualità.
Così, dopo aver fatto visitare la città ai miei per i quattro giorni in cui si fermarono, tornai con loro a Torino, lasciando la mia Cinquecento a Lione poiché avevamo deciso che sarei tornato in treno.
Per tre settimane andammo assieme al mare ad Albisola, dove riuscii anche ad avere una gradevole avventura con un ragazzo tedesco. Poi, tornati a Torino, riuscii ad incontrare Carlo e Filippo, che erano ancora felicemente assieme.
Ed infine, tornai a Lione. Appena arrivato telefonai a padre Goetz per avvertirlo che ero di nuovo in città.
"Oh, bene, stavo per telefonarti. Lunedì tre, alle dieci di mattina, il direttore del Musée des Beaux Arts ti aspetta nel suo ufficio. È una persona molto gentile, ma un po'... tradizionalista. Se puoi, presentati in giacca e cravatta, è meglio."
"Sì, va bene. Ha altri consigli da darmi, padre?"
"Un paio di giorni prima vai a visitare il museo, tutte le settanta sale, comprati il catalogo e fai in modo di arrivare al colloquio con un minimo di preparazione di base..."
"Senz'altro, padre."
"Sono sicuro che gli farai una buona impressione e che ti assumerà. E una volta che avrai il contratto in tasca, potrai iniziare anche a cercarti un alloggio e lasciare la stanza alla Maison des Etudiants."
"Per quanto tempo ancora ci posso restare?"
"Oh, di per sé, per tutto l'anno scolastico, dato che mi hanno concesso una proroga per te."
"Grazie di tutto, padre."
"Noi ci occupiamo sempre dei nostri migliori allievi." mi disse padre Goetz con cortesia.
Provai a telefonare a Bernard e Jacques per avvertirli che sarei quasi certamente rimasto a lavorare a Lione, ma la persona di servizio mi rispose che tutta la famiglia era in ferie e che sarebbero tornati solo per il cinque di settembre.
Volevo anche avvertire Billel, ma non aveva il telefono. Mi ricordavo che abitava in rue de la Bastéro a La Mulatière, ed anche se non sapevo a che numero, pensai che forse sarei riuscito a trovare la loro casa: ora che Billel m'aveva presentato al padre, non ci sarebbe stato alcun problema a presentarmi a casa loro.
Così presi il mio vasetto da yogurt ed andai a cercarlo. Parcheggiato in chemin de Fontanières, percorsi a piedi la via finché trovai su un portoncino la targhetta con il cognome Moussouni. Suonai. Mi venne ad aprire una ragazza, la sorella di Billel. Mi presentai e le chiesi se c'era il mio amico.
Mi disse che il fratello era andato a Marsiglia, per vedere se lo assumevano al giornale arabo-francese "Echo de la Mediterranée". Le dissi di avvertirlo, quando fosse tornato, che il suo amico italiano era tornato a Lione ed abitava ancora alla Maison des Etudiants. Salutai e tornai in città. Avevo avuto la tentazione di andare a cercare Farid, ma poi pensai che fosse meglio di no, anche perché non volevo rischiare di incontrare suo fratello Moussa.
Il quattro, vestito in modo classico e tirato a lucido come m'aveva consigliato padre Goetz, mi presentai al Musée des Beaux Arts in place des Terreaux 20 al Palais Saint-Pierre. Alle dieci in punto fui introdotto nell'ufficio del direttore. Era un uomo sui cinquantacinque-sessanta anni, alto e segaligno, con la rosetta rossa di cavaliere della Légion d'Honneur sul bavero della giacca.
Mi trattenne nel suo ufficio per quasi due ore, in parte esaminandomi, in parte illustrandomi il lavoro ed alla fine chiamò l'ufficio personale perché preparasse tutti i documenti per assumermi. Un impiegato mi accompagnò alla segreteria. Avrei iniziato a lavorare appena avessi fornito loro tutti i documenti richiestimi e firmato il contratto. M'avrebbero fatto avere loro il permesso di soggiorno permanente. Ero abbastanza eccitato per il buon lavoro, che mi pareva anche molto interessante.
Telefonai subito a Torino chiedendo a mio padre che mi facesse avere tutti i documenti necessari. Poi tornai alla Catho per mettere al corrente il padre Goetz e ringraziarlo.
Il giorno seguente telefonai di nuovo a casa del notaio, chiedendo di Bernard o di Jacques. Venne a rispondere Jacques.
"Osvaldo! Che bella sorpresa! Ma dove sei?"
"Qui a Lione. Ho trovato lavoro al Musée des Beaux Arts."
"Dobbiamo vederci, assolutamente, prima che Bernard e io ce ne andiamo..."
"Ha avuto il posto a Parigi?"
"Sì, finalmente. Il Musée de l'Homme l'ha assunto. Ed io mi sono iscritto alla Sorbonne. Un amico di papà ci sta cercando un appartamento."
Chiacchierammo ancora un po' e ci promettemmo di rivederci. Però, per vari motivi, non riuscimmo ad incontrarci prima della loro partenza, perciò andai alla stazione per salutarli.
Stavamo parlando, quando arrivò anche il professor Michel Charbonneau, il mio vecchio insegnante di fonetica e fonologia, con suo figlio Fabien.
Fui molto colpito dal figlio del professore: era un ragazzo di venti anni, snello ed alto, con un ciuffo di capelli castani ed un volto non veramente bello, come quello di Bernard o Billel o anche di Farid, ma estremamente piacevole, soprattutto per gli occhi ed il sorriso.
Il professore mi salutò con simpatia, e mi presentò al figlio: "Osvaldo Fiorito, uno dei miei migliori allievi. Anzi, il migliore, tenendo conto che è uno straniero. Veramente dotato per le lingue."
Fabien mi porse la mano e ce la stringemmo: una stretta virile, gradevole, che mi fece provare un lieve fremito per tutto il corpo, soprattutto perché sapevo che anche lui era omosessuale come me.
Salutati i nostri amici, quando il treno partì, uscimmo tutti e tre dalla stazione.
"Così, Fiorito, è ancora a Lione, vedo. Mi ha accennato prima che ora lavora al Musée des Beaux Arts..."
"Non ancora, ma molto presto..."
"Ottimo, ottimo. Allora, adesso che lei non è più un mio allievo, posso anche invitarla a venire un giorno a pranzo da noi. Mi farebbe molto piacere non perdere i contatti..."
"La ringrazio, professore, è molto gentile. Verrò con molto piacere..." dissi e lanciai un'occhiata veloce a Fabien, che sorrise.
Mi chiesi se, come Jacques qualche mese prima mi aveva parlato del fatto che Fabien era omosessuale, con buona pace e piena accettazione dei genitori, anche loro sapessero di me... D'altronde, il fatto che fossi andato a salutare Bernard e Jacques, poteva aver fatto immaginare loro che anche io lo fossi...
Il padre di Fabien mi chiese se avessi un po' di tempo e alla mia risposta affermativa, volle offrirmi un caffè. Entrammo in un bar e sedemmo tutti e tre.
Anche se la conversazione si svolgeva soprattutto fra il professore e me, ogni tanto con Fabien ci si scambiava un'occhiata. Mi sentivo attratto da quel ragazzo ed ebbi l'impressione che forse anche lui fosse interessato a me.
Pensai che forse era anche la mia lunga astinenza, a parte i pochi incontri con il ragazzo tedesco al mare, a farmi vedere cose che non esistevano...
Quando ci lasciammo, il professore volle darmi il suo numero di telefono e mi fece promettere di farmi vivo, in modo che potesse invitarmi a pranzo a casa sua.
"Lei mi ha detto che per il momento è ancora alla Maison des Etudiants di Place d'Aguesseau, giusto? Pertanto posso eventualmente chiamarla lì. Oppure al Musée quando inizierà a lavorarci."
"Senz'altro, professore. La ringrazio molto, sarà un vero piacere poterla incontrare di nuovo."
Finalmente iniziai a lavorare al Musée. Fui aggregato ad una équipe di ricercatori, oltre a dare una mano in biblioteca dove mi occupavo dei testi d'arte in lingua italiana. L'ambiente era gradevole, e anche se io ero il più giovane del gruppo, il più vecchio aveva trentanove anni. Legai subito facilmente con tutti.
Una sera, ero appena tornato nella mia stanza, vennero a bussare alla mia porta. Era la concierge.
"Signor Fiorito, un giovanotto giù in basso chiede di lei. Può scendere o lo faccio salire?"
Pensai a Fabien: "Lo faccia salire, signora, grazie."
"Ma... lo aspettava? Sa, è un nord-africano..." disse incerta la donna.
Billel! "Certo che lo attendevo, è un mio ex compagno di studi, si è laureato con me all'università cattolica." le dissi.
"Oh... capisco." disse mostrando un certo stupore, "è un laureato..."
"Sì. La cosa la meraviglia molto?" le chiesi interpretando correttamente il lieve atteggiamento di razzismo che provocava il suo stupore.
"No... no... Allora lo faccio salire... se lei garantisce per lui..."
"Certo che garantisco, è come un fratello per me!"
Mi lanciò un'occhiata di disapprovazione ma annuì e scese. Dopo poco vidi spuntare dalla scala Billel. Gli andai incontro e ci scambiammo un abbraccio amichevole.
"Vieni, vieni. Sapessi quanto sono contento di rivederti!"
"La strega non mi voleva lasciar salire... sai... un arabo, mica c'è da fidarsi!" mi disse con allegria. "Mia sorella m'ha detto che eri venuto a cercarmi e così... eccomi qui!"
Lo feci entrare in camera e lo misi al corrente delle mie ultime novità, Lui mi disse che era stato assunto al giornale, grazie a suo padre giornalista, e che il lavoro gli piaceva.
Dopo un po', gli chiesi: "E... Farid?"
"Pensi ancora a lui?"
"Beh..."
"Non è più a La Mulatière. Ora abita a Ecully."
"Il padre l'ha mandato via da casa? Ha scoperto di lui?" gli chiesi preoccupato.
"No. L'ho consigliato io di andarsene. Ha conosciuto un giovanotto tunisino ed è andato ad abitare con lui... Un bravo ragazzo, che lavora ad Ecully alla scuola di agricoltura, dove si occupa del laboratorio di agronomia."
"Sono... innamorati?"
"Evidentemente. Per questo gli ho detto di andarsene via da casa e di andare a vivere con lui, come gli aveva proposto. Si chiama Habib Taher, ha ventisette anni."
"Ma la famiglia non ha detto niente che è andato a vivere con lui?"
"No. Dopo tutto, anche se è tunisino... è della nostra gente." disse in tono un po' amaro. "Come scusa ufficiale, Habib gli ha trovato lavoro lì con lui, come suo aiutante."
"Sono contento per Farid, se sta bene."
"Sì. Anche io sono contento per lui. E tu? Ancora niente?"
"No, niente. E tu, piuttosto?"
"Ho conosciuto una ragazza, a Marsiglia. Pare che stia... nascendo qualcosa di tenero fra noi. Si chiama Claudine e i suoi genitori pare non abbiano problemi per il fatto che la mia famiglia è d'origine algerina."
"Ottimo."
"Ho trovato che a Marsiglia la gente è un po' meno chiusa che non qui a Lione. Se... se per caso fra Claudine e me le cose dovessero maturare... accetteresti di venire giù per il mio matrimonio e di farmi da testimone?"
"Con vero piacere. Ma vedo che già pensi al matrimonio, dunque non è solo una simpatia..."
"No, è qualcosa di più. E sai come la penso io, no?"
"Nessun problema per il fatto che siete di religione diversa?"
"No. I suoi sono... praticanti senza fede. E io ho fede senza essere un praticante." mi disse sorridendo Billel. "Quando avremo figli, l'importante è che crescano onesti, buoni, senza pregiudizi, poi, se vorranno, abbracceranno una religione o un'altra... o nessuna. L'importante è che imparino ad amare tutti... specialmente quelli che la gente etichetta come diversi e che discrimina. I più deboli, i più soli."
"Che la colomba si appoggi sulla loro spalla..." gli dissi.
Sorrise: "Proprio così... e che non la uccidano per mangiarla per pranzo."
Pochi giorni dopo la gradita visita di Billel, ricevetti una telefonata in ufficio dal professor Charbonneau, che mi invitò a pranzo a casa sua per la domenica seguente.
Avevano preparato, in mio onore, un pranzo tutto a base di ricette della cucina lionese, che è la capitale gastronomica della Francia, piatti secondo l'antica tradizione dei "canuts" cioè dei setaioli.
Dopo il pranzo, mi fecero accomodare nel salotto e si conversò amabilmente. Anche la moglie del professore era una persona squisita, molto gentile e di notevole cultura. Poi il professore propose a Fabien di portarmi a vedere la sua stanza, al piano superiore.
"Niente di speciale..." mi disse mentre mi faceva entrare, "a parte la bella vista sul fiume e sulla collina di Fourvière."
Era una stanza ricavata nel sottotetto, ammobiliata con pezzi antichi molto ben assortiti, le pareti tinteggiate color ocra. Un ambiente borghese, come tutto il resto della casa, ma reso gradevole da una serie di oggetti molto moderni che Fabien aveva raccolto.
"Comunque, questo è il mio regno." aggiunse, mentre mi guardavo attorno.
Era una stanza ad "L" e nella parte mancante era stata ricavata la stanza da bagno e la toilette. Uno dei bracci della L era la parte notte, con il letto, l'armadio ed una cassapanca, l'altro braccio era uno studio, con un'ampia libreria a vetri e la scrivania.
"Mi piace, è una bella stanza..." gli dissi.
"Io preferirei un arredamento più moderno, sinceramente. Solo la libreria e la cassapanca mi piacciono veramente."
Stavo guardando i libri attraverso i vetri dell'antica libreria di noce, quando notai un testo che mi incuriosì: era intitolato "Les nus masculins dans l'art grec".
"Posso vedere quel libro?" gli chiesi.
"Sì, certo. L'ho comprato da un bouquiniste, sono riproduzioni fatte con disegni... non fotografie. Ci sono anche alcune scene riprodotte da vasi e coppe, con il corteggiamento di ragazzi da parte di uomini... Per questo, soprattutto, l'avevo comprato." mi disse estraendolo e porgendomelo. "Nulla di veramente esplicito, ma molto allusivo."
Lo sfogliai. Fabien era accanto a me e "sentivo" la sua presenza in modo notevole, sì che presto mi eccitai e mi venne una gradevole erezione. Lanciai un'occhiata fra le mie gambe e vidi che un poco si notava...
"Tu... hai mai corteggiato un ragazzo?" mi chiese con voce soffice.
"Veramente corteggiato... una sola volta. Ma non è finita bene."
"Non ti ha corrisposto?"
"Sì, però..." gli dissi e gli raccontai per sommi capi la mia storia con Farid ed il modo in cui era terminata.
"Peccato..." commentò alla fine Fabien.
"E tu... sei mai stato corteggiato, o hai mai corteggiato qualcuno?"
Fece un sorriso triste: "Sono pochi quelli come noi che non mirano a portarti subito a letto... Sembra che siano più interessati al lato fisico che a te come persona. Non nego che l'aspetto fisico abbia la sua importanza, dopo tutto il corpo reagisce naturalmente al desiderio. Però penso che dovrebbe essere bello essere corteggiati come persona, prima che come... essere sessuale."
"Sì, credo di capire che cosa intendi. Credo che la colpa sia della nostra società, che trova logico che un ragazzo corteggi una ragazza, ma che vede due come noi solo come due animali che mirano esclusivamente a sfogare i loro istinti sessuali..."
"Tu... mi piaci, Osvaldo ma... mi piacerebbe conoscerti meglio, prima di... eventualmente..." disse guardandomi.
"Anche tu mi piaci Fabien, per quanto ti conosco. Ed anche io avrei piacere di conoscerti meglio, nonostante già senta... desiderio, nei tuoi confronti." gli dissi sottovoce.
Fabien sorrise timidamente, senza guardarmi, e posò una mano sulla mia.
"Bernard mi ha detto che, prima di conoscere Jacques, ha avuto una relazione con te e che... e che eri... un buon amante, anche se fra voi due non c'era vero amore, ma solamente reciproco desiderio e piacere."
"Sì, è così. Ed anche una vera amicizia."
"E sono contento che mio padre ti abbia invitato e... e avrei piacere se noi due ci frequentassimo."
La dolcezza di Fabien mi stava conquistando e mi sentivo indosso un grato calore. Girai la mano sotto la sua ed intrecciai le dita con le sue. Lui strinse appena e mi guardò.
"Ma senza fretta, per cortesia..." aggiunse sottovoce.
"Sì, certo, senza fretta. Prima vediamo se anche fra noi può nascere una buona amicizia e poi... se può evolvere in... altro."
"Io ho avuto alcune esperienze, alcune anche molto piacevoli ma... tutte su un piano esclusivamente fisico. Destinate perciò a non durare. Nessuna ha fatto il salto dall'attrazione all'amicizia. Per questo credo che sia meglio partire dall'amicizia."
"Il fatto che i tuoi sappiano di te, rende le cose più semplici, non credi?"
"Sicuramente è così. Io ho detto ai miei che... che sono interessato a te e perciò... per questo mi hanno detto di portarti qui. Perché potessimo parlare tranquillamente, apertamente. Ma io, nonostante mi senta attratto da te, dalla tua bellezza, non mi sento ancora pronto a... ad invitarti sul mio letto."
"Nessun problema, Fabien. Anche io mi sento attratto da te, ma mi va bene, perché se anche l'attrazione per ora è fondamentalmente fisica, sento che ci sono in te tesori, valori che vorrei scoprire."
Mi fece un dolce sorriso. Poi mormorò: "Grazie. È la prima volta che... che posso... che l'altro... o io stesso... non ci si metta subito le mani addosso e che non ci si spogli cinque minuti dopo esserci incontrati. Ed è una sensazione bella... almeno per me."
"Lo è anche per me, credimi."
"Tu hai già, per lo meno, l'esperienza con quel ragazzo algerino. Anche se purtroppo è finita male, come m'hai detto. Ti va di provare a... corteggiarmi?"
"E tu a corteggiare me?"
"Certamente. Anche se mi sembra un po' buffo... decidere così a freddo di corteggiarci!" disse con un sorriso allegro.
"Non è a freddo, visto che comunque ci siamo detti di sentirci attratti uno verso l'altro..." gli dissi. Poi aggiunsi: "Anche fisicamente. Tu... hai detto a tuo padre che ti senti attratto da me? Per questo mi ha invitato?"
"No. Mio padre ha una vera simpatia per te e ti stima. E non credo che sapesse o potesse essere sicuro che anche tu sei come me. Io non gliel'ho detto e credo che neanche Jacques l'abbia detto a lui. A meno che gli abbia detto qualcosa suo padre, visto che è molto amico di mio padre. Però non credo, perché a me non ha detto nulla."
Così, Fabien e io iniziammo a frequentarci, ad andare al cinema assieme, a passeggio... ed anche a parlare sempre più a fondo di noi stessi, per farci conoscere dall'altro. Stavo molto bene con lui e anche fisicamente mi sentivo sempre più attratto.
E finalmente, una sera, usciti dal cinema, mentre lo accompagnavo a casa, passando per la traboule di rue Boissac, dove c'è il mini-ristorante "Chez Marie", Fabien mi sospinse verso un angolo buio, mi si addossò e mi baciò. Sentii che era eccitato ed anche io mi eccitai. Scese con una mano a carezzarmi l'erezione.
Poi si staccò da me e con voce quasi soffocata, mi disse: "Credo che mica resisterò molto a... a non chiederti di fare l'amore con me..."
"Perché, vuoi resistere?" gli chiesi attirandolo nuovamente a me e baciandolo di nuovo.
Un rumore di passi ci fece staccare precipitosamente, tornare verso la parte più illuminata, e guadagnare l'uscita. Quando fummo fuori, in rue Victor Hugo, Fabien mi disse: "No che non voglio resistere, anzi..."
"Vuoi... venire alla Maison des Etudiants e salire in camera con me?" gli proposi, pieno di speranza.
"No... a casa mi aspettano, non posso fare troppo tardi. E non voglio nemmeno fare le cose in fretta. Avremo un'altra occasione. Ti dispiace?" mi chiese con un sorriso quasi timido, ma con occhi brillanti.
"Sì, un po'... ma hai ragione. Sai che baci bene?"
"Anche tu. M'hai fatto... sciogliere."
"Vuoi essere il mio ragazzo?"
"Penso proprio di sì. Mi piaci moltissimo."
"E... ne parlerai con i tuoi?"
"Ti dispiace?"
"No, se tu lo credi opportuno."
"Ne saranno contenti. Credo che a questo punto abbiano capito che tra me e te sta nascendo qualcosa di serio."