Mancava un solo mese alla fine del corso ed all'esame terminale di licenza. Ero in aula con Billel ed altri due compagni per ripassare assieme alcuni appunti, discutendoli fra noi. Dalla finestra aperta venivano folate di aria calda e i rumori del traffico.
Quando gli altri due se ne andarono, mentre ritiravamo i nostri libri, Billel mi disse: "Farid m'ha detto di chiederti se domani pomeriggio ti va di andare da lui a La Mulatière..."
"Sì, volentieri. Sono già quattro giorni che non ci vediamo. Ancora un mese, e poi... devo tornare in Italia. Mi dispiace..."
"Come, non sei contento di tornare a casa? Nella tua terra?"
"Casa mia... Lione è diventata casa mia, in questi tre anni. Ma poi... mi dispiace dover lasciare Farid... Mi sono... molto affezionato a lui."
"E lui a te, anche se da qualche giorno è strano. Mentre prima non faceva che parlarmi di te... quando oggi m'ha detto di chiederti di andare da lui... sembrava quasi... non so... triste. Probabilmente anche a lui dispiace che te ne devi andare."
"Già. Forse... se fossi... se fossi innamorato di lui, farei qualsiasi cosa pur di non separarci. Gli voglio molto bene, ma... In Italia non potrei portarlo e anche se resto qui... ci si vedrebbe ogni tanto e non sarebbe facile andare a vivere assieme."
"Ti capisco. Se foste tutti e due arabi o tutti e due europei, sarebbe più facile condividere un alloggio. Almeno finché siete tutti e due giovani, perché poi la gente comincerebbe comunque a sospettare, a mormorare... Voi due avreste un doppio problema: di essere omosessuali e di essere di razza diversa."
"Io... è da parecchie settimane che sono incerto se... se tentare di restare qui a Lione, in modo da vedere se fra Farid e me... se ha senso pensare di andare a vivere assieme, o se cercare di dimenticarlo e tornare in Italia. Ma se anche restassi qui... come dici tu... vivere assieme sarebbe quasi impossibile... Dovremmo continuare a vederci ogni tanto... di nascosto di tutti..."
"Questa... sofferenza è l'unica ragione per cui spero, quando avrò figli, che nessuno di loro sia omosessuale."
"E se invece uno lo sarà?" gli chiesi.
"Cercherò di rendergli la vita accettabile..."
"Il mio amico Bernard s'è innamorato di un ragazzo e suo padre, che sapeva del figlio e l'aveva accettato, ha fatto andare Bernard a stare con loro, così ora vivono assieme..."
"Sì... lo potrei fare anche io, e lo farei... ma solo se chi si innamora di mio figlio fosse un arabo... Se per un arabo e una francese è estremamente difficile potersi sposare, un po' meno per un francese ed un'araba... immagina per due ragazzi di razza diversa. Uno dei due sarebbe sempre guardato male dalla comunità dell'altro. Finirà mai questo assurdo razzismo?"
"A volte ho paura di no... altre spero di sì..." gli dissi.
"Ma se pensi che tu sei l'unico vero amico non della mia razza che ho... eppure io sono nato qui, sono cittadino francese... Ho fatto tutte le scuole con ragazzi non della mia gente. E forse, credo, tu e io siamo potuti diventare amici anche perché tu sei straniero e non hai qui la tua famiglia. Però, non t'ho mai fatto venire a casa mia... E sai perché? Perché i miei non avrebbero capito, accettato che io abbia potuto stringere amicizia con uno che non è della nostra gente... C'è razzismo da parte della tua gente nei confronti della mia, ma altrettanto da parte della mia nei confronti della tua."
"L'ho immaginato... Ma non è colpa tua."
"E invece forse un po' lo è... Forse avrei dovuto... imporre ai miei la nostra amicizia a costo di litigare con loro. Finché nessuno di noi avrà il coraggio di farlo, come potranno cambiare le cose? E anche dire: la mia gente, la tua gente, la mia razza, la tua razza... mi sembra così assurdo!"
"Sì, lo è. Non siamo tutti figlio di Dio?"
"O tutti discendenti dallo stesso ceppo di scimmie?" mi chiese sorridendo Billel.
Il giorno dopo, terminate le lezioni, andai a mangiare alla mensa universitaria, poi presi il mio vasetto da yogurt e guidai fino a La Mulatière. Parcheggiai come le altre volte poco oltre la scalinata di Rue de l'Eglise e salii in Rue du Pensionnat. Suonai alla porta dei Kezzal.
Farid arrivò quasi subito ad aprire. Aveva un'espressione seria. "Ah... sei venuto..."
"Sì..." gli risposi un po' incerto, "Non m'avevi mandato a dire da Billel di venire?"
"Sì, certo. Vieni, saliamo in camera..."
"Se hai cambiato idea... C'è qualche problema?" gli chiesi.
"No!" disse.
Lo seguii su per le scale, dicendomi che forse era triste perché sapeva che si stava avvicinando la nostra separazione, e mi sentii triste anche io.
Arrivati in camera, iniziò subito a spogliarsi. Di solito ci si abbracciava, ci si baciava... E ci si denudava l'un l'altro, dandoci lunghe, tenere carezze...
"Hai... fretta, oggi?" gli chiesi un po' disorientato.
"Sì... abbiamo poco tempo..." sussurrò e sentii una nota triste nella sua voce.
Mi spogliai.
Farid, con indosso solo la canottiera, s'era steso sul letto. Vi salii in ginocchio anche io e lui si portò subito le gambe ai lati del petto. Stranamente, notai, non era eccitato. Io, al contrario, lo ero al solo vederlo.
"Dai..." sussurrò e mi mise le gambe attorno alla mia vita, pronto per essere preso da me, gli occhi chiusi.
Io m'ero accoccolato sul materasso, davanti a lui e scivolai sulle ginocchia verso la meta. Contrariamente al solito, sembrava quasi che Farid fosse preoccupato: eppure l'avevo preso molte volte, non capivo da che cosa venisse quel suo atteggiamento.
"Tutto bene, Farid?" gli chiesi.
Annuì, senza aprire gli occhi. Avvicinai ancora la mia asta dura al suo foro ed iniziai a spingere, ad entrare in lui. Il suo solito sorriso compiaciuto, non apparve. Mi fermai e nuovamente gli chiesi: "Va tutto bene, Farid?"
"Sì... Dai... Spingi..." mormorò e mi pose le braccia attorno alla schiena, passandole sotto le mie ascelle.
Quando gli fui tutto dentro, Farid mormorò "Ecco!" ed aprì gli occhi, ma non guardò me, sembrava guardare alle mie spalle, e mi strinse con vigore, sia con le braccia e con le gambe, sì che mi era praticamente impossibile iniziare a stantuffargli dentro.
"Che c'è?" gli chiesi, cercando di capire il motivo del suo strano comportamento.
"Bene, bene, bene! E ora tocca a me!" sentii una voce dire alle mie spalle.
Sussultai e cercai di liberarmi, di girarmi. Riconobbi Moussa, il fratello di Farid, che avevo visto solo in fotografia. Era seminudo, i calzoni e le mutande calati sulle ginocchia, il membro eretto in mano e mi guardava con un sorriso beffardo.
"Ehi... lasciami!" dissi a Farid, guardandolo e cercando di liberarmi dalla sua stretta. "Che storia è questa?"
Aveva chiuso di nuovo gli occhi, stretti, ed aveva un'espressione contratta sul volto ed era avvinghiato con forza a me.
Moussa mi venne addosso. Cercai di divincolarmi con tutte le mie forze, ma la stretta di Farid era forte, convulsa, ed anche la mani di Moussa mi afferrarono e mi spinsero con vigore contro il corpo del fratello, impedendomi ulteriormente di muovermi.
"Pronto, ragazzo? Ti piace fottere il mio fratellino, eh? E allora io adesso fotto te. Una questione di giustizia." rise.
"Lasciatemi... lasciatemi andare... Farid! Che scherzo è questo? Perché mi fai questo?"
"Lui non ti fa niente... Sarò io che ti farò qualcosa che non ti scorderai tanto presto. Nessuno fotte un algerino senza conseguenze."
"Ma Farid! Diglielo che io non t'ho forzato!" gridai.
Farid taceva e lacrime scendevano dai suoi occhi serrati con violenza.
Moussa si tolse anche la maglietta e mi si addossò, dirigendo il membro con una mano fra le mie natiche, ridendo. Cercai disperatamente di divincolarmi, ma Moussa mi schiaffeggiò con violenza una natica ed iniziò a spingere.
"Eccolo, ragazzo, un bel cazzo arabo, da vero uomo, non da mezze femmine come siete tu e mio fratello! Te lo faccio godere ben bene, pédé! Vedrai che mi ringrazierai, dopo!"
"Lasciatemi! Smettila!" gridai con quanto fiato avevo in gola.
Moussa, per tutta risposta, mentre con una mano teneva fermo il suo membro che continuava a spingermi dentro, con l'altra mi chiuse la bocca. Mugolai con forza, tentai ancora di divincolarmi. Ai miei mugolii Farid aprì gli occhi e mi guardò... e lessi spavento, dolore nei suoi occhi, ma in quel momento ero troppo furioso per rendermene pienamente conto.
"Lascialo... fare..." gemette Farid. "per favore... lascialo fare..."
"Bravo fratellino. Dì al tuo amichetto che tanto non può evitarlo! Digli che più stringe il buco del culo, più gli farò male..."
"Lascialo fare..." sussurrò Farid in tono implorante e chiuse di nuovo gli occhi, da cui continuavano a scendere lacrime.
Moussa spinse con più vigore, e quando io cessai di oppormi, mi affondò dentro all'improvviso, facendomi male. Avevo smesso di lamentarmi, e la mano di Moussa sulla mia bocca si allontanò un poco.
"Vacci piano, almeno! Mi fai male..." dissi a bassa voce, cercando di controllarmi, rassegnato al mio destino.
Moussa rise: "E che me ne frega, a me. Ah... ecco... senti come entra bene... Quanti ne hai già presi, pédé? Tanti, ci scommetto. E quanti cazzi arabi hai fatto divertire nel tuo buco del culo, eh?"
Ero furibondo, non mi sarei aspettato che Farid mi giocasse uno scherzo tanto crudele. E io che mi stavo innamorando di lui! Sinceramente in quel momento le lacrime che lentamente continuavano a scendere dai suoi occhi mi facevano persino rabbia: non mi chiedevo da che cosa fossero causate.
Moussa mi stava fottendo con violenza, e anche se ora provavo solo un forte fastidio e poco dolore, mi sentivo disgustato nell'essere "usato" così. Mi sentivo violato, profanato.
"Sei meglio di una puttana!" mi sibilò Moussa in un orecchio. "E non devo neanche pagarti..." disse ridendo. "Non mi sono mai divertito tanto a fottere! Hai un culo bello caldo e stretto..."
Mi dette un colpo più forte e gridai. Mi chiuse di nuovo la bocca premendomici la mano. Grugnii e cercai ancora di divincolarmi, sentendo crescere la furia in me. Forse furono proprio i miei disperati tentativi di liberarmi che scatenarono l'orgasmo di Moussa, che con un grido di trionfo mi si spinse dentro con tutto il suo vigore e si scaricò in me, mugolando e sbuffando.
"Ah... ecco fatto!" esclamò. "Così impari a fottere in culo un algerino! Vi fotteremo tutti in culo, voi porci colonialisti! Dal primo all'ultimo. E useremo come puttane tutte le vostre donne!"
Si sfilò da me. Mi girai a guardarlo con odio. Si rimise a posto gli abiti guardandomi con un sogghigno beffardo.
"Adesso puoi lasciarlo, Farid. E tu, vestiti e scompari, se non vuoi che ti pesti a sangue!" mi disse afferrando un pezzo di legno e battendolo minacciosamente sul palmo dell'altra mano.
Farid mi lasciò. Mi tolsi da sopra a lui e, in silenzio, mi rivestii guardando Moussa, facendo fatica a trattenermi, a non saltargli addosso. Lanciai un'occhiata a Farid. S'era girato sul ventre e coperto con il lenzuolo.
Una volta vestito uscii dalla stanza, scesi le scale e sentii la voce di Moussa dire qualcosa ad alta voce, in arabo e Farid rispondere in tono acuto. Uscii in strada sbattendomi dietro la porta e tornai alla mia Cinquecento.
Ero decisamente sconvolto, soprattutto per il fatto che Farid si fosse prestato a quella violenza. Perché? Guidai fino alla Maison des Etudiants quasi meccanicamente, ancora sconvolto per la violenza subita.
Appena arrivato, andai a farmi una doccia, per calmarmi, per lavarmi via di dosso la rabbia e la spiacevole sensazione del corpo sudaticcio di Moussa che mi si agitava addosso.
Perché Farid m'aveva fatto questo? Perché m'aveva teso quella trappola? Forse perché me ne andavo, per "punirmi" perché l'avrei lasciato? Ma non ne avevamo mai parlato... e se lui m'avesse detto che voleva restare con me, che voleva che restassi con lui, magari qualcosa si poteva anche tentare...
Tornato in camera, mi gettai nudo sul letto. Non riuscivo a trovare pace. Non tanto e non solo per la violenza subita, quanto perché vi era coinvolto Farid.
Non so quando mi addormentai... ne ricordo quante volte mi svegliai. So solo che la notte, bene o male... male, passò. La mattina seguente non avevo voglia di andare in facoltà, però non potevo mancare.
Andai a fare un'altra doccia. Mi vestii ed andai a fare colazione. Poi mi recai alla Catho.
Quando incontrai Billel, nonostante cercassi di non fargli vedere il mio stato, se ne accorse immediatamente.
"Che hai, amico mio?" mi chiese con uno sguardo preoccupato.
"Niente, Billel... ho solo dormito male... sai... il caldo..."
"Questa non è la faccia di chi non ha dormito per il caldo. Che cosa ti è successo, Osvaldo?"
"Ma niente..." insistei, sottovoce, distogliendo lo sguardo, quasi temendo che potesse leggerci la risposta dentro.
"Siamo o non siamo amici? Non puoi dirmi niente quando il tuo cuore è così inquieto. Qualunque cosa sia, devi dirmelo, o farai stare molto male anche me." mi disse in tono accorato.
Non me la sentivo di raccontargli quanto era accaduto il pomeriggio del giorno prima. Non me la sentivo di raccontargli della violenza subita, perché sarebbe stato come rinnovarla e perché ne provavo vergogna. Non volevo dirgli del tradimento di suo cugino Farid, perché sapevo che si sarebbe sentito colpevole, dato che era stato lui a farci incontrare, conoscere...
Allora dissi una mezza verità: "Ieri... Farid e io... abbiamo deciso che è meglio che non ci vediamo più."
"Che? E perché? Anche se... anche se hai deciso di tornare in Italia... avreste ancora un mese... Che senso ha?"
"Sapendo che deve finire... sarebbe stato... sempre più difficile e così..." dissi, pregando in cuor mio che mi credesse.
"Sappiamo tutti che dobbiamo morire, e per questo ci dovremmo uccidere?" mi chiese Billel. "Avete deciso di non vedervi più... per non stare troppo male, mi dici... ma tu già ci stai male... ti sembra che avete preso una decisione saggia?"
"Sì, Billel. Ne abbiamo parlato e siamo arrivati a questa decisione." dissi e, sapendo che se non l'avessi guardato negli occhi non mi avrebbe creduto, feci uno sforzo e lo guardai.
Scosse il capo lentamente, più volte, e sentivo che i suoi occhi stavano tentando di raggiungere la mia anima, attraverso i miei. Sospirò e, per mia fortuna, distolse lo sguardo: non credo che avrei sopportato più a lungo il suo sguardo indagatore.
Per un paio di giorni non tornò più sul discorso, ed io stavo ritrovando la mia serenità, preso anche dalle ultime adempienze prima dell'esame finale.
Ma il terzo giorno, mentre uscivamo dalla Catho, Billel mi prese per un gomito e mi disse: "Vieni con me, Osvaldo."
"Dove?"
"In Place Bellecour."
"D'accordo..." gli dissi.
Ci si andava spesso, a fare due passi sotto gli alberi e chiacchierare. Ero solo lievemente stupito perché più che una proposta, quello pareva un ordine, ma mi avviai con lui.
Girammo attorno all'angolo posteriore della piccola costruzione dell'ufficio informazioni quando mi trovai davanti Farid. Mi fermai quasi di botto. Aveva il volto basso, guardava il suolo, ma non potei non vedere che aveva un occhio blu, un cerotto su un sopracciglio ed un altro su un labbro.
"Che gli è... successo?" chiesi a Billel.
"L'ho pestato io!" mi rispose.
"Tu? E perché?" gli chiesi stupito.
"Mi chiedi perché? Mi chiedi perché? Non mi convinceva la tua storia, così l'ho costretto a dirmi... tutto! Non doveva farlo, non doveva fare una cosa così. A nessuno, e tanto meno a un mio amico... e ancor meno a te, proprio a te!" esclamò, poi si rivolse al cugino: "Vieni qui, tu!" gli ordinò.
Farid fece i due o tre passi che ancora ci dividevano e si fermò davanti a noi. Vidi che piangeva.
"Chiedigli perdono!" gli ordinò Billel.
"Perdono..." gemette Farid.
"Perché... perché l'hai fatto?" gli chiesi, con un filo di voce.
Mi accorsi che aveva lividi sulle braccia che spuntavano dalle maniche corte della camicia.
"Dio, ma che gli hai fatto?" chiesi a Billel.
"L'ho pestato come si meritava." ripeté il mio amico.
"Perdono..." mormorò ancora Farid e la voce gli tremava per il pianto.
"Dimmi solo perché l'hai fatto?" gli chiesi io, sentendomi terribilmente emozionato.
Farid scosse il capo lievemente. Tremava.
"Suo fratello, Moussa... quel maiale... una volta vi aveva sorpresi." mi piegò Billel. "Subito non ha detto niente, non s'è fatto vedere, ma poi gli ha detto che o faceva... come ha fatto, o diceva tutto al loro padre, che l'avrebbe pestato a sangue... e cacciato di casa."
"Allora non era Farid che dovevi pestare, ma Moussa." dissi io, iniziando a capire, e provando pietà per Farid.
"No. Farid doveva piuttosto rischiare di farsi pestare da suo padre ma non tradire te! Il tradimento è più grave di quello che ha fatto suo fratello Moussa. Molto più grave."
"Ma suo fratello l'ha ricattato..." dissi io.
"Non doveva dire a me di chiederti di andare da lui! Doveva dirmi la verità. Doveva dire al fratello che tu non volevi più andare da lui... aveva mille scappatoie, se avesse voluto. Non è più un bambino, Farid! No. Il tradimento non ha scusanti."
"Ha avuto paura del padre..." lo difesi ancora io.
"E gli ho dato io quello che gli avrebbe dato il padre!"
Guardai Farid, che continuava a piangere ed a tremare, guardandosi la punta delle scarpe.
"Farid..." gli dissi.
"Perdonami..." singhiozzò il povero ragazzo.
L'avrei abbracciato lì, in Place Bellecour...
"Perdonami..." chiese ancora, con un filo di voce.
"Sì, Farid... ti perdono... Ti perdono... Adesso capisco perché... Ha ragione Billel, avresti dovuto parlarne con lui... anche con me... Ma ti capisco... e ti perdono, Farid." dissi, e mi veniva da piangere anche a me. Poi chiesi a Billel: "Ma almeno... il padre non sa niente, no?"
"No, non sa niente."
"E come... come ha giustificato a casa lo stato in cui l'hai ridotto?"
"Ha detto che s'è azzuffato con altri ragazzi." mi disse Billel tranquillo.
"Mi dispiace, Farid..." mormorai.
Farid scosse il capo.
"Ecco, lo vedi! Lo vedi!" disse Billel al cugino, quasi con veemenza. "Dopo quello che gli hai fatto, dice che ti perdona... dice che gli dispiace! Lo vedi chi hai tradito?"
Farid annuì.
"Billel..." gli dissi allora, "... anche tu devi dirgli che lo perdoni, adesso."
Il mio amico mi lanciò un'occhiata corrucciata.
Gli sorrisi e gli dissi: "Per favore..."
Billel allora disse qualcosa in arabo al cugino, che di tanto in tanto annuiva. Parlò per un paio di minuti. Poi si rivolse a me.
"Va bene, l'ho perdonato anche io."
Farid tirava su con il naso. Aveva smesso di tremare ma lacrime ancora gli solcavano il volto martoriato. Tirai fuori il fazzoletto e glielo porsi. Ci si asciugò le lacrime, poi ci si soffiò il naso, poi, lanciandomi per la prima volta un'occhiata, con l'unico occhio ancora aperto, mi chiese sottovoce: "Posso... tenerlo?"
"Sì, Farid, puoi tenerlo."
"Grazie."
"Bene. " disse Billel. "Adesso noi due torniamo a casa. Ci vediamo domani, Osvaldo?"
"Sì, senz'altro. Ciao Billel. Ciao, Farid."
Ero veramente scosso. Tutta la cosa m'aveva turbato incredibilmente. Capivo Farid, capivo Billel... ed apprezzavo quanto aveva fatto, a parte il pestaggio. Provavo una profonda pena per Farid.
Il giorno dopo,quando incontrai di nuovo Billel in facoltà, gli dissi: "No ho fatto che pensare al povero Farid..."
"Povero Farid? È stato fortunato: tu l'hai perdonato, io l'ho perdonato e suo padre non ha saputo niente."
"Io... io gli voglio bene..."
"Dimenticalo!" disse in tono deciso il mio amico.
"Non credi di essere troppo duro con lui?"
"Duro? No. Io gli voglio bene. Voglio però che impari la lezione. Voglio che diventi un uomo, che cresca. Cosa vorresti fare? A parte che presto te ne vai... Ma anche se tu restassi, averlo perdonato non significa fare come se non avesse mai fatto quello che ha fatto."
"Quello che però non mi sembra giusto..." gli dissi.
"Cos'è?"
"È che... non è giusto che Moussa, che è colpevole almeno quanto lui, perché l'ha ricattato e poi ha violentato me..."
"La passi liscia?" mi chiese Billel.
"Appunto. Non è giusto."
"Beh..." mi disse con un sorriso lieve Billel, "dici così perché non hai visto com'è ridotto Moussa..."
"Oh, buon dio! E cosa gli hai fatto?" gli chiesi un po' preoccupato.
"Mah... niente..." disse Billel con aria soave, "Ma non s'azzarderà più né a ricattare il fratello né a violentare un mio amico, te lo giuro!"
"Dimmi cosa gli hai fatto!" gli chiesi allarmato.
"Niente di irreparabile, stai tranquillo."
"Vuoi dirmi una buona volta cosa..."
"Se ci tieni tanto, a saperlo, vai a vederlo. Ma non a casa... Per un mesetto non potrà tornarci... È in ospedale... ha avuto... un incidente."
"Buon dio, Billel... mi fai quasi paura. Ti ho sempre giudicato una persona molto buona, molto dolce. Non ti facevo così... così... violento."
"Non lo sono, credimi. Ma quando si passano certi limiti..."
"Ma non pensi che Moussa si possa vendicare?"
"No. Sa molto bene che anche lui ha avuto solo quello che si è meritato. Se tu lo denunciavi, ora era in galera, il che sarebbe stato molto peggio che stare in ospedale, credimi. E Moussa lo sa molto bene."