Avevamo appena finito le lezioni ed accompagnavo Billel a prendere l'autobus. Poiché non avevo ancora del tutto rinunciato alla speranza, gli raccontai la storia di Mariano e Guillaume. Billel rise.
"C'è tanto pregiudizio, ancora, al mondo. Che sia verso noi nord-africani, o verso chi ha una sessualità diversa dalla maggioranza, il diverso fa ancora paura, è ancora guardato con sospetto. Ma il vero diverso in realtà è chi punta il dito verso il cosiddetto diverso. Anche se facesse parte di una maggioranza."
"Anche essere o sentirsi diversi a volte può fare paura, proprio per la diffidenza che la maggioranza ha sempre nei confronti di ogni minoranza." gli dissi.
"Io, vedi, sono a cavallo fra due culture, fra due mondi... e sento che spesso entrambi tentano di disarcionarmi... e di calpestarmi, possibilmente di eliminarmi. Così, a volte mi sono chiesto se non sarebbe meglio che ogni popolo restasse entro i suoi confini... anche se questo potrebbe significare morire di fame. Ma poi mi dico che se davvero si facesse così, il mondo sarebbe ancora composto da tribù selvagge. Ogni progresso nella civiltà si è avuto grazie alla mescolanza dei popoli, comunque questa sia avvenuta."
"E perché, secondo te, il diverso dà tanto fastidio anche, se non soprattutto, nel campo sessuale?" gli chiesi, non disposto a rinunciare a farlo pronunciare.
"Perché nessuno di noi vive la sessualità serenamente e con rispetto. Perché del sesso abbiamo fatto un'arma per dominare gli altri. Il potere agisce attraverso il controllo del corpo, a partire da cibo, acqua, benessere materiale, libertà di movimento, eccetera, fino alla sessualità; e poi agisce anche attraverso il controllo dell'anima, tramite la religione e l'educazione, instillando sensi di colpa, paura, oppure lasciando nell'ignoranza. Le tre grandi religioni monoteistiche, islam, cristianesimo ed ebraismo, hanno messo una grossa ipoteca sul sesso, secondo me, solo per meglio dominare i credenti."
"Tutte e tre condannano l'omosessualità, per esempio..." insistei io.
"Vedi, Osvaldo, un paio di anni fa mi è capitata fra le mani la copia di un libretto scritto da un poeta tunisino, un poeta minore, quasi sconosciuto, vissuto all'inizio del secolo scorso. È intitolato 'Safar el hob' che significa 'Il viaggio dell'amore'. Non parla del viaggio dell'uomo nel regno dell'amore, ma del viaggio fra gli uomini di un essere spirituale, un angelo, cioè dell'amore, in un certo senso il dio Eros dei greci antichi ma in chiave islamica... Viaggia fra gli uomini, mandato dall'Altissimo, assumendo la forma di una bianca colomba.
"Il suo compito è posarsi sulla spalla degli esseri umani più soli e poveri e così donare loro la 'chiara visione agli occhi del cuore'. La colomba scese sulla terra e vide un mendicante alla porta della città, vestito di stracci e coperto di sudiciume, magro come uno scheletro. Chi più povero e solo di lui? Si chiese. Scese, scese e gli si posò su una spalla. Il povero lo guardò con un sorriso, ma non accadde nulla.
"Piuttosto sorpreso, l'angelo-colomba vide un giovane ed avvenente schiavo che lavorava giorno e notte, coperto di catene e di cicatrici di colpi di staffile. Nessuno certamente è più povero e solo di lui, si disse. Allora volò a lui e gli si posò sulla spalla. Ma nuovamente non accadde nulla. Si levò di nuovo in volo, girò sui tetti della città, e vide una giovane vedova che attingeva acqua al pozzo per i vicini, per guadagnare il pane per i suoi piccini. Le si posò sulla spalla, ma nulla accadde e tutto era come prima.
"Infine vide un uomo che languiva in prigione perché aveva osato contraddire il sovrano invece di adularlo, gli si posò sulla spalla ma tutto sembrava vano. Allora, assai deluso, l'angelo volò di fronte all'Onnipotente e gli disse che era andato sulla terra, ma non aveva combinato niente. Gli disse l'Altissimo di tornare giù e di osservare bene chi fosse veramente povero e veramente solo e di tentare di nuovo.
"L'angelo, ripresa la forma di colomba, volò giù, giù fino alla terra e volava notte e giorno per trovare i più poveri e soli, finché, stanco, si posò per un attimo sulla spalla di un ricco mercante che stava arrivando con la sua carovana alla porta in città. Ed ecco che al mercante si aprirono gli occhi e riconobbe, nel mendicante, suo padre. Allora fu preso da pietà e lo fece sollevare e gli chiese perdono per averlo dimenticato per pensare solamente ad arricchirsi e lo tenne con sé e lo curò con amore.
"Poi volò in città e vide, affacciato alla finestra, il padrone dello schiavo, che carezzava nervosamente la frusta ed aveva un volto duro e corrucciato. Gli si posò su una spalla, e l'uomo vide con occhi nuovi il povero schiavo, e provò amore per lui; lo fece liberare, curare, vestire bene e gli chiese di diventare il suo amante. Vide poi, la colomba, un ricco tessitore che stava guardando la vedova con disprezzo. Gli si posò sulla spalla, e il tessitore si accese d'amore per lei, le offrì di sposarla e di allevarne i figli come fossero suoi.
"Quindi volò sul palazzo del re, che si aggirava con espressione truce sulla terrazza e guardava con occhi torvi la città sotto di lui temendo tradimenti e rivolte. Gli si posò sulla spalla, ed il cuore del sovrano si raddolcì, fece liberare i prigionieri e abolì tutte le leggi non giuste. Infine, volò sulla grande moschea, dove, nel cortile, passeggiava con espressione torva il più gran giudice-teologo del regno. Fece per posarsi sulla sua spalla, ma l'uomo estrasse rapido il pugnale e lo trafisse, uccidendolo, e disse: 'bene, questa sera lo farò cucinare per la mia mensa'..."
Io avevo ascoltato il racconto e gli dissi: "Dunque, Billel, il più solo e il più povero era sempre quello apparentemente più ricco e benestante?"
"Esatto."
"E l'angelo-colomba ha portato l'amore fra genitori e figli, fra un sovrano e il suo popolo, ed anche l'amore sessuale fra due esseri... ma sia fra uomo e donna che fra due uomini!"
"Proprio così, perché l'amore vero non fa distinzioni. Ma proprio quello che avrebbe dovuto conoscere meglio di tutti il corano, la parola dell'Altissimo, proprio quello, uccise l'amore: era troppo pericoloso per lui, per il suo potere, lasciarlo vivere."
"Ma il Corano, non condanna l'amore fra due uomini?"
"No, non ho mai trovato un solo passaggio che ne parli. Quando l'angelo di Dio dettò il Corano al Profeta, era un tempo in cui l'omosessualità era comune in quelle terre. Eppure il Corano, a differenza della Bibbia, non parla mai di omosessualità. I musulmani che scelgono di condannare gli omosessuali, non possono parlare in nome del Corano, e se dicono di farlo o mentono o si sbagliano, se pure in buona fede."
"Quindi... tu non hai pregiudizi contro gli omosessuali?"
Billel sorrise e la sua risposta mi lasciò di sasso. "Ho mai mostrato di avere pregiudizi contro di te, amico mio?" mi chiese in tono dolce.
"Tu... tu sai... hai sempre saputo..." chiesi, confuso.
"Non sempre... ma sempre più chiaramente."
"E non m'hai mai detto nulla..."
"Avrei forse dovuto? E per che cosa? Anche se tu provi desiderio nei miei confronti, hai sempre rispettato il mio orientamento verso le ragazze. Perciò che senso avrebbe avuto parlartene?"
"Anche questo hai capito..." mormorai ancora più confuso. "Ma tu, in passato, mi hai detto che il sesso al di fuori del matrimonio, secondo te, è una cosa sbagliata; e due uomini..."
"Due uomini non possono sposarsi, ed inoltre non rischiano di mettere al mondo un figlio indesiderato. Resta il fatto che secondo me, comunque, che sia fra uomo e donna o fra due uomini o fra due donne, il sesso dovrebbe essere espressione di amore e non di possesso..."
"Non è comune che un ragazzo eterosessuale, per di più musulmano, abbia una visione tanto priva di pregiudizio nei confronti di noi omosessuali..." gli dissi.
"Fra le persone che amo, ce n'è una in particolare che è omosessuale, e questo mi ha imposto di pensare, di riflettere attentamente sul pregiudizio che c'è contro di voi. Riflettere, cercare di capire. E sono arrivato alla conclusione che t'ho detto. E quando ho letto il Safar el hob, che ti ho raccontato in breve e per sommi capi, ho avuto conferma di molte mie idee."
Stavamo ancora camminando assieme, quando qualcuno chiamò Billel. Si girò e mi disse: "Oh, mio cugino Farid."
Si salutarono e Billel fece le presentazioni.
Farid Kezzal era un ragazzo di diciannove anni, aveva appena finito il liceo, un po' in ritardo, ed intendeva iscriversi ad ingegneria. Se Billel m'era sempre sembrato bello, Farid era... soave, affascinante. Era un po' più magro ed alto del cugino, aveva occhi grandi da gazzella, un naso perfetto, labbra morbide, occhi luminosi, la pelle leggermente più scura di quella di Billel. Scambiarono alcune frasi in arabo, poi il mio amico si scusò con me e tornarono entrambi a parlare in francese.
Dopo poco mi salutarono ed andarono a prendere l'autobus per La Mulatière, dove vivevano.
Dovevo fare alcune commissioni, alcuni acquisti, quindi, traversata Place Bellecour, presi rue Zola. Mentre giravo, continuavo a pensare alla conversazione avuta con Billel, ma anche alla breve visione del suo splendido cugino.
Un paio di giorni dopo questa conversazione, Billel mi disse: "Ti avevo detto che avevo dovuto verificare le mie opinioni perché fra le persone a me care c'è un omosessuale..."
"Sì, lo ricordo bene."
"Mi riferivo a mio cugino Farid."
Lo guardai sorpreso e lui sorrise alla mia espressione.
"Perché me lo dici?" gli chiesi.
"Perché... Farid m'ha coperto di domande riguardo a te per tutta la durata del viaggio di ritorno... È rimasto molto colpito da te e... ha detto che si sente molto attratto da te."
"E gli hai detto che anche io..."
"No, dato che non me l'ha chiesto e che non sapevo se ti avrebbe fatto piacere o no."
"Anche io sono rimasto molto colpito da tuo cugino e... anche attratto da lui. È un ragazzo davvero bello, sensuale." ammisi allora.
"Avevo avuto questa impressione, ma non ne ero certo."
"E... mi farebbe molto piacere se potessi... incontrarlo ancora... conoscerlo e... farmi conoscere..."
"Sono sicuro che se glielo dirò... farà molto piacere anche a lui. È un ragazzo molto buono, gentile..."
"Sì..."
"E se per caso fra voi due... se dovesse nascere qualcosa... ne sarei lieto per tutti e due. Anche perché ti conosco a sufficienza per sapere che tu non ti approfitteresti di lui. Tu hai un animo gentile e buono. Il tuo cuore non è impegnato, adesso, immagino."
"No, non lo è..."
"Né lo è quello di Farid."
"Però... io, terminati gli studi, ho intenzione di tornare in Italia..."
"Sì, lo immagino. Ma mancano ancora diversi mesi e... credo che se vi metteste insieme almeno per questi mesi che restano, farebbe bene a tutti e due... specialmente a Farid."
"Credo che... che la colomba potrebbe posarsi sulla mia spalla..." gli dissi, "... se ancora viaggia e visita anche queste terre."
"Non smette mai di viaggiare. Quella colomba fu uccisa, ma l'Altissimo continua a mandarne un'altra ogni giorno, in ogni terra." mi disse con un sorriso Billel.
Così, il mio amico combinò in modo che ci incontrassimo ancora. Per un paio di volte venne anche lui con noi, ma quando si accorse che stavamo aprendoci e legando, non venne più ai nostri appuntamenti e ci lasciò soli.
Io ero sempre più preso da Farid, ed anche lui da me. Fu una specie di corteggiamento reciproco, e la cosa mi piaceva. Era un ragazzo dolce, timido, ma anche allegro. Mi aveva raccontato come si era reso conto delle proprie tendenze e come, avendoci provato con Billel, il cugino, unico nella sua famiglia, fosse venuto a conoscenza della cosa.
"Se mio padre sapesse di me, mi spellerebbe vivo... Nel nostro ambiente il disprezzo per quelli come noi è anche più grande che nel vostro. Per me Billel, benché mi abbia detto di no, è l'unico sostegno in questo mio problema..." mi disse Farid.
Quel ragazzo, oltre ad attrarmi molto, mi faceva molta tenerezza. E finalmente, un pomeriggio, gli proposi di venire su in camera mia. Arrossì, avendo chiaramente capito il senso della mia proposta, ma annuì con occhi brillanti.
Mentre salivamo le scale, incontrai Mariano, che guardò Farid con espressione strana.
Allora, con allegria gli dissi: "Se per caso senti frasi strane origliando alla mia porta, pensa che probabilmente stiamo solo cercando di riempire una valigia..."
Mariano assunse un'aria imbarazzata e continuò a scendere le scale senza dire niente.
Entrati in camera, finalmente lo presi fra le braccia e lo strinsi a me. Lo sentii fremere, e mi si premette contro. Sentii con piacere che era già eccitato anche lui. Lo sospinsi dietro la tenda del letto ed iniziai ad aprirgli gli abiti. Anche lui, quasi con mani tremanti, cominciò ad aprire i miei ed a togliermeli da dosso. In un silenzio in cui cantava il reciproco desidero, fummo finalmente nudi.
Anche il suo corpo ambrato era molto bello, ed il suo membro, il primo circonciso che vedessi, s'ergeva fiero fra le sue salde cosce glabre. Solo le gambe e gli avambracci erano coperti da una lievissima lanugine scura, che lo rendevano anche più sensuale.
Farid mi si inginocchiò davanti e prese i miei genitali turgidi fra le mani, li guardò carezzandoli, vi accostò il viso e vi depose una serie di piccoli baci, alitandovi sopra, facendomi fremere da capo a piedi. Poi me lo leccò su e giù, soffermandosi sul glande che aveva scoperto, finché lo serrò fra le labbra e lo lavorò con la lingua. Mi cedettero le gambe e sedetti sul bordo del letto ma lui accompagnò la mia discesa senza perdere il contatto con la bocca.
Quando lo presi sotto le ascelle per tirarlo su con me, sul letto, mi sorrise e mi chiese: "Ti piaceva?"
"Tu mi piaci, Farid." gli mormorai in risposta e mi stesi su letto, facendolo stendere accanto a me.
Eravamo su un fianco, uno di fronte all'altro. Gli presi il bel volto fra le mani e lo baciai. Dapprima sembrò accogliere il mio bacio passivamente, ma poi iniziò a rispondere con crescente calore, premendo il suo corpo contro il mio, la sua erezione contro la mia.
"Nessuno mai mi aveva baciato..." sussurrò.
"Mai?"
"No... Si faceva sempre tutto in fretta..."
"E ti piace, baciare?"
"Oh, sì. E il tuo zobb ha un buon sapore..."
"Io non ho ancora assaggiato il tuo..." gli dissi con un sorriso, mentre mi giravo sul letto.
"È pulito... mi lavo sempre bene ogni volta che vengo con te..." disse.
Ogni volta, aveva detto... perciò anche le volte precedenti in cui ci si era incontrati in città, lui aveva sperato che si potesse fare qualcosa assieme... Sorrisi e mentre lui di nuovo abboccava il mio membro, io mi presi cura del suo.
Farid faceva l'amore con passione, ma al tempo stesso con tenerezza, con calma. Era oltremodo gradevole e, quando ci si staccava e ci si carezzava, ci guardavamo scambiandoci dolci sorrisi.
Dopo un po' che ci si dava piacere a vicenda, mi si offrì, stendendosi sul ventre, girando il capo verso di me ed invitandomi a prenderlo, con un sorriso pieno di anticipazione. Mi stesi su di lui, lo abbracciai ed affondai in lui. Mi accolse con un lungo e basso mugolio compiaciuto, sollevando lievemente il bacino per incontrare la mia spinta ed artigliando il cuscino ai lati del suo capo.
Mi mossi su di lui con calme e vigorose spinte, muovendo su e giù il solo bacino, mordicchiandogli il lobo di un'orecchia, finché girò il volto e ci baciammo. Ad ogni mia spinta emetteva un basso e breve mugolio soffocato dal nostro bacio. Il piacere che mi dimostrava nell'essere preso, non faceva che aumentare il mio.
Raggiunsi l'orgasmo e con una serie di forti spinte mi scaricai nelle sue calde profondità. Quindi mi rilassai su di lui, carezzandogli i fianchi e le braccia.
"Ci sai fare, tu..." mormorò.
Gli scivolai via da sopra, lo feci girare su un fianco e lo abbracciai. Mi sorrise. Gli carezzai una guancia. Mi baciò lievemente.
Poi mi stesi sulla schiena, lo attirai sopra di me, gli cinsi la vita con le gambe e gli dissi: "Adesso prendimi tu."
Mi guardò stupito: "Io? Ma tu sei più grande di me..."
"E con questo? Mi piace... Prendimi, dai."
"Fra noi il più vecchio fotte il più giovane, mai al contrario..."
"Ma qui siamo in Francia, e io sono italiano, non arabo. Non ti piace farlo?"
"Sì che mi piace... Davvero vuoi? Davvero posso?" chiese sommessamente, ancora incerto.
"Non vuoi farmi contento?"
"Oh, sì, certo..." sussurrò e mi sorrise.
Si sistemò meglio, poi guidò il suo membro duro fra le mie natiche. Individuò il foro ed iniziò a spingere, guardandomi negli occhi. Gli sorrisi incoraggiante e lo sentii iniziare ad entrarmi dentro. Il suo sorriso divenne più ampio, più luminoso man mano che mi invadeva, che lo accoglievo.
E finalmente iniziò a muoversi in me, avanti e indietro, dentro e fuori, in un ritmo via via più sicuro e vigoroso. Gli sorrisi di nuovo per dirgli che mi piaceva e gli carezzai il petto, sfregandogli gli scuri capezzoli turgidi, duri come due piccoli ceci. Si lanciò in un ritmo veloce e, improvvisamente, venne, spingendomisi tutto dentro e tremando mentre i suoi muscoli guizzavano ad ogni getto.
Si lasciò andare su di me con un lungo sospiro, chiuse gli occhi ed il suo volto, fino a poco prima quasi contratto, si rilassò in un sorriso soddisfatto. Ansimava lievemente per l'energia che aveva messo nella sua breve ma appassionata cavalcata. Gli carezzai la schiena, le spalle e la nuca.
"L'ho fatto bene? Come ti piace?" mi chiese in un sussurro, riaprendo gli occhi e guardando i miei.
"Sì, Farid."
"Bene. Allora... mi vuoi ancora con te?"
"Certo."
"Grazie. Non ero sicuro di... di piacerti anche... anche a letto."
"E perché?"
"Non ho molta... esperienza." disse. Poi guardò l'orologio: "Devo andare... devo essere a casa prima che rientrano i miei, o mi chiedono perché sono andato in giro, invece di studiare... Sai, fanno tanti sacrifici, per farmi andare a scuola..."
Scendemmo dal letto e ci rivestimmo. Pensai che era un peccato veder scomparire sotto gli abiti quel corpo in parte ancora da cerbiatto, ma già con i segni della maturità, della virilità.
"Se vuoi, ti accompagno in macchina. Ho abbastanza tempo."
"Hai una Citroën?"
"No, una Fiat Cinquecento. È piccola ma va bene."
"La conosco. Mi piace."
"I miei amici la chiamano vasetto da yogurt..."
Rise: "Beh è vero, può far pensare un po' a un vasetto da yogurt, ha anche il tappo sopra..."
Scendemmo e salimmo in auto. Lui ci stava appena, tanto era alto. Passai il ponte de la Guillotière, poi traversai Pont Bonaparte, girai a sinistra e presi Quai Fulchiron, seguendo le sue indicazioni. Parlava senza cessa, eccitato e felice. Continuai per Quai des Etroits, Quai Rousseau, Rue Déchamps, poi mi fece girare a sinistra, quasi tornare indietro, e prendere Rue du Pensionnat. Al numero 7 c'era la porta di casa sua.
Prima di scendere, mi disse: "Billel abita poco lontano da qui, in Rue de la Bastéro. Sei mai stato a casa sua?"
"No, mai."
"Casa sua è più bella della nostra. Beh, ci vediamo... Presto?"
"Lo spero."
Mi sorrise ed annuì, scese ed aprì la porta di casa. Si girò a salutarmi con la mano ed entrò. Ripartii e tornai indietro. Farid mi piaceva molto, e non solo per come era stato a letto.
Il giorno dopo, in facoltà, Billel mi prese in disparte: "Farid m'ha detto che ha passato un bellissimo pomeriggio, ieri, con te... da te. È entusiasta di averti conosciuto... e di piacerti."
"Ti ha raccontato... tutto quello che abbiamo fatto?" gli chiesi, incuriosito.
"Non si raccontano certe cose." mi disse con espressione seria. "Mi ha solo detto che con te è stato molto bello... che è stato molto bene. Non era necessario che mi dicesse di più."
"Anche per me è stato così."
"Bene. Sono contento. Contento per tutti e due." mi disse Billel, e sentii che non erano parole vuote.
"Grazie."
"Farid per me è come un fratello, anzi, come il fratello preferito... E tu sei il mio più caro amico. Provo affetto per tutti e due. Perciò, se voi siete contenti, non posso che essere contento anche io."
Con Farid ci si vedeva un paio di volte alla settimana: a volte veniva lui da me, nella mia stanza alla Maison des Etudiants, altre andavo io da lui a La Mulatière, approfittando del fatto che nel pomeriggio era a casa da solo.
Viveva in un vecchio appartamento assai modesto, anche se non più della mia stanza, ma molto pulito, che aveva un odore caratteristico, dovuto forse alle spezie che la madre usava per cucinare. Farid aveva un fratello maggiore sposato, che viveva a Vénissieux, una sorella anche sposata, che viveva a Caluire, ed un fratello maggiore, Moussa, di ventitré anni, che viveva ancora in casa e che condivideva la stanza con lui.
Moussa non aveva voluto studiare, e lavorava come meccanico-auto in un'officina di Oullins. Neanche la sorella maggiore aveva studiato, mentre il primogenito aveva preso un diploma da contabile. Una volta che ero andato da lui, mi fece vedere le foto di tutti i membri della sua famiglia, compresi i figli del fratello e della sorella. Poi mi fece anche vedere le sue foto di quand'era piccolo.
Stavo veramente bene con Farid, ed ero sempre più contento di averlo conosciuto. Sentii che me ne stavo innamorando. Però non me la sentii di dirglielo, soprattutto perché sapevo che presto mi sarei laureato e sarei dovuto tornare in Italia.
Mi chiesi se, innamorandomi di lui, avrei deciso di tentare di restare in Francia, trovandomi un lavoro, o di farlo venire con me in Italia... Tutte e due le possibilità mi sembravano presentare troppe difficoltà, specialmente quello di portarlo con me in Italia. Come avrei potuto giustificare la cosa con la mia famiglia?
I genitori di Farid, se fossero venuti a sapere che il figlio era omosessuale, l'avrebbero "spellato vivo" come diceva lui, ma sapevo che anche i miei non avrebbero agito in modo molto diverso. Gente come il notaio, il padre di Jacques, che non solo aveva accettato senza problemi l'omosessualità del figlio, ma aveva addirittura preso in casa Bernard, erano una vera rarità. In parte lo sono ancora, benché le cose stiano lentamente cambiando.
I mesi passavano, la fine dei miei studi si stava approssimando, e a volte, camminando per le vie di Lione, mi guardavo attorno quasi a fissare meglio gli aspetti e le immagini della città per portarli via con me. Ero stato molto bene, lì, e se anche ero diventato maggiorenne per aver passato i ventuno anni, mi rendevo conto che vivere da solo, dover provvedere a tutte le mie necessità quotidiane senza poter contare su mia madre e mio padre, era quello che mi aveva realmente reso maggiorenne.
Avevo notato che le famiglie francesi, a differenza di quelle italiane, tendevano a far andar via da casa i figli piuttosto presto, a renderli indipendenti, e pensavo che questa fosse una cosa molto saggia. Infatti, fin tanto che un ragazzo o una ragazza restano in famiglia, non diventano mai veramente "maggiorenni", perché non affrontano con le sole proprie forze le difficoltà della vita. A partire dal dover far quadrare i bilanci ed arrivare alla fine del mese.
Ma non solo questo: dover pensare a lavare, rammendare, stirare, cucinare da soli, andare a far la spesa e badare a risparmiare, fare le pulizie nella tua stanza, dover risolvere tanti piccoli o grandi problemi, ti impone di maturare.
L'unico mio cruccio era dovuto all'idea di dover lasciare, anche troppo presto, Farid. Continuavo a chiedermi se davvero non ci sarebbe stato un modo di restare con lui. Da una parte, provavo la tentazione di provare a parlargliene, dall'altra non sapevo ancora decidermi.
Pensai anche di provare a parlarne con Billel, ma neanche con lui mi sentivo pronto ad affrontare l'argomento.
Quando incontrai Bernard, decisi di sentire che cosa ne pensava lui.
"Ma sei innamorato di questo Farid?" mi chiese.
"Non te lo so dire. Sto veramente molto bene con lui. Credo che me ne sto innamorando, ma che il fatto di sapere che lo devo lasciare, freni questo mio sentimento nei suoi confronti."
"Potresti cercare di prolungare di un anno la tua permanenza a Lione, in modo da vederci più chiaro..."
"Non posso chiedere a mio padre di mantenermi ancora per un anno... Ha già fatto anche troppi sacrifici per me."
"Potresti trovarti un lavoro. L'università ti potrebbe dare una mano, in segreteria arrivano sempre offerte di lavoro, sia temporaneo che fisso. Perché non provi a vedere se per caso hanno qualcosa di interessante da proporti?"
"Ma io sono straniero..."
"Questo non è un problema, specialmente se ti presenta l'università. Una mia ex compagna di corso, una ragazza tedesca, ha trovato un lavoro presso una casa editrice che cercava un impiegato bilingue francese-tedesco. Ancora lavora alla Presse Universitaire de Lyon."
"Tu, piuttosto, hai avuto notizie dal Musée de l'Homme di Parigi?"
"Non ancora. Ho mandato il mio curriculum, hanno risposto che lo terranno in evidenza e che appena si libererà un posto, me lo faranno sapere. Non sembrava una lettera pro-forma, sembravano veramente interessati. Mah, vedremo."
"E nell'attesa, che cosa fai?"
"Ho trovato lavoro come commesso alla libreria Flammarion, in Place Bellecour all'angolo con Place Poncet..."
"Sì, so bene dov'è, a volte vado a curiosare un po'... ma non ti ci ho mai visto."
"È solo da un mese che lavoro lì. Vieni, qualche volta e, se non ci sono troppi clienti, possiamo chiacchierare un po'."
"Con Jacques, sempre tutto bene?"
"Meglio non potrebbe, davvero. Ho avuto culo a conoscerlo e che ci siamo innamorati. E anche coi miei suoceri e cognati, va tutto bene."
Sorrisi a sentirlo chiamare la famiglia di Jacques "suoceri e cognati" ma pensai che tutto sommato aveva ragione.