Dopo avermi offerto la colazione, Bernard mi disse di aspettarlo un momento lì al bistrot.
"Dove vai? Ehi, mica taglierai la corda, no? Perché non posso venire anche io?"
"Non cominciare a farmi la mogliettina gelosa prima ancora che cominciamo..." mi disse con un sorrisetto, alzandosi.
"Ehi, guarda che qui di mogli non ce ne sono, eh!"
"Lo so, lo so bene! E dai, faccio in fretta. Tu tieni... tutto in caldo."
"Ancora un po' e prende fuoco, tanto è tutto caldo..." gli dissi con un risolino.
"Faccio in fretta..." ripeté e scappò fuori.
Dopo una ventina di minuti finalmente comparve dietro la vetrina: aveva un grosso sacchetto di carta marrone in mano e mi fece cenno con la testa di andare. Uscii.
"Cos'hai, lì?"
"Vedrai. Andiamo!"
Corremmo quasi come due viaggiatori che hanno paura di perdere il treno, salimmo fino alla mia stanza ridendo e cercando di sorpassarci l'un l'altro, come due ragazzini. Quando aprii, lui mi scostò e si fiondò dentro. Mentre chiudevo a chiave, appoggiò il sacchetto sulla scrivania e per prima cosa ne tirò fori una rosa che mi porse.
"Volevi la rosa? Eccotela!"
"Grazie..."
Poi tirò fuori dal grosso sacchetto e dispose sulla scrivania una marea di panini, tartine, frutta e tre bottiglie di bibite: "Così non dobbiamo rivestirci quando abbiamo fame!" mi annunciò con un ampio sorriso.
"Ehi, ma ce n'è per..."
"Non volevi che ti dedicassi tutto il week-end?" mi rispose, venne verso di me, mi prese fra le braccia e mi baciò pieno di fuoco.
Ero eccitatissimo ma lui non lo era meno di me. Le sue mani mi scorrevano sulla schiena, mi impastavano il sedere, mentre mi si premeva contro facendomi sentire la sua baguette...
"Ehi..." mormorai, "... lasciami respirare..." staccandomi un po' da lui e guardandolo, pieno di desiderio.
"Non abbiamo tempo per respirare..." disse allegramente e cominciò a spogliarmi.
In breve tutti i nostri abiti erano sul pavimento, attorno a noi. Finalmente lo vedevo nudo! Non ero per niente affatto deluso, anzi...
"Ti piace quello che vedi?" mi chiese sollevando le mani a carezzarmi il petto.
"Non ti credere che mi basti guardare..." gli risposi tirandolo verso il letto.
"Lo spero bene!" disse scostando la tenda e infilandocisi dietro con me, poi spingendomi sul materasso.
Mentre mi stendevo tenendolo per le mani, perse l'equilibrio e mi cadde sopra, con una breve esclamazione, poi una risatina: "Ehi, che fretta! Abbiamo due giorni tutti per noi, ragazzo..." mi disse, mi prese la testa fra le mani e mi baciò di nuovo a fondo. "L'hai visto Les amitiés particulières di Jean Delannoy?" mi chiese poi
"Il film? No, ho letto il libro di Peyrefitte..." gli risposi.
"Noi due faremo molto meglio..." mi disse carezzandomi fra le gambe il membro duro.
"Lo spero bene, non mi va che finisca con un suicidio..."
"Non c'è problema, mio piccolo italiano..."
"Piccolo, poi... Cosa... ti piace fare?"
"Fare, non parlarne. Lo sai che mi piaci un sacco, ragazzino?"
"Ho solo due anni meno di te..." protestai scherzosamente.
"E tu pensa quante cose si possono fare in due anni..."
"A me basta pensare quante cose possiamo fare in questo week-end..." gli risposi carezzandogli le spalle, il collo, la nuca.
Mi si sfregò contro, poi mi scivolò di fianco, spingendomi verso il muro. Gli feci posto. Intrecciò le gambe con le mie, allontanò un po' il volto e mi guardò con occhi ridenti.
"Pensa per quanti mesi io ho avuto voglia di te... di questo... e tu voglia di me..."
"Ma tu frattanto ti sei divertito, eh? Con Jean e chissà quanti altri."
"Tu... niente?"
"Niente. Niente di niente. Niente di niente di niente!"
"Ti farò recuperare, allora, promesso! Mi piaci un sacco... E dire che ti avevo qui, a portata di mano..."
"Temevo di non avere speranze, con te."
Un altro lungo bacio sigillò la reciproca dichiarazione di desiderio, la sanzionò piacevolmente. Le nostre mani esploravano incessantemente il corpo dell'altro, facendolo vibrare come le corde di un'arpa. A volte mi stringeva a sé, mi veniva sopra, a volte si staccava quel tanto da potermi guardare su e giù per il corpo ed i suoi occhi mi carezzavano come le sue mani.
A volte gli andavo sopra e lui mi stringeva fra le braccia e le gambe, e ci si baciava ancora e ancora. Avevamo fretta eppure entrambi centellinavamo quei momenti di mutuo piacere, di graduale scoperta.
"Non m'hai ancora insegnato a cuocere la pasta..." mi disse ad un certo punto.
"Ora pensiamo a fare il pane, piuttosto..." gli risposi con un sorriso allettante.
"Quando t'avevo parlato di impastare, far lievitare e infornare... speravo che capissi il mio messaggio."
"Ho capito che parlavi di sesso... ma credevo che pensassi di farlo con una ragazza."
"Mica potevo scoprirmi troppo... E neanche tu lo facevi. Uno ha sempre paura di sputtanarsi, specialmente con qualcuno che deve vedere tutti i giorni. M'ero rassegnato a sognarti..."
"Ma intanto ti portavi i ragazzi in camera..." gli ricordai.
"Beh... uno deve mangiare il pane ma sognare di poter mangiare una bella e buona torta..."
"Io sarei la torta?"
Annuì con occhi ridenti poi mi baciò di nuovo. E per un po' smettemmo di parlare, dedicandoci a cose più concrete... e finalmente ci trovammo uniti in un gradevolissimo sessantanove, stesi su un fianco, la testa appoggiata alla coscia del compagno, l'altra gamba ripiegata con il ginocchio in su...
Ci si leccava su e giù, ci si soffermava sul glande appena scoperto, lo si prendeva in bocca facendocelo scendere giù giù, poi muovendo il capo a ritmo per dare piacere all'altro. Bernard lo sapeva fare bene, come piaceva a me, cosa rara perché per molti è solo succhiare come se dovessero aspirarti l'anima. Mentre andava su e giù ci muoveva la lingua contro, e con le labbra ben strette arrivava fino alla corona del glande, la parte più sensibile...
Quando ci rendemmo conto che eravamo troppo vicini al capolinea, ci separammo, mi girai e ci baciammo di nuovo.
"Mmhh... mi piace la tua baguette..." mi disse con occhi allegri.
"E a me la tua. E la sai apprezzare da vero buongustaio..."
"Direi piuttosto da goloso..."
"M'avevi detto che tu hai avuto la tua prima esperienza a quattordici anni?" gli chiesi.
"Sì... Era l'estate del '57... Alla fine della crisi del canale di Suez, se mi ricordo bene. Mi ricordo che i sovietici avevano minacciato di bombardare Parigi... Beh, comunque questo non c'entra con la mia storia. Io avevo già l'impressione che qualcosa in me non funzionava come nei miei compagni: quelli cominciavano a fare gli stupidotti con le ragazzine, mentre io ero decisamente affascinato da loro...
"I miei avevano deciso di passare le ferie a Sète, dove viveva un cugino di mio padre che era proprietario di due battelli da pesca. E un giorno, uno dei figli, Luc, che aveva diciassette anni, con la scusa di farmi visitare uno dei battelli... ha cominciato a toccarmi e... dopo un po' ero a quattro zampe su una cuccetta, i calzoncini calati sulle ginocchia e lui cercava di mettermelo..." mi disse ridacchiando.
"E non c'è riuscito?"
"Non quel giorno... ma prima che finissero le vacanze, sì. E così ho capito chiaramente perché preferivo i miei compagni alle ragazzine. Poi, ricominciate le scuole, ci ho provato con un compagno di classe... Si chiamava Antoine, era un biondino timido e carino da matti... e gliel'ho messo io. Andavo a casa sua con la scusa di studiare, i suoi avevano una panetteria e il pomeriggio di solito non c'era nessun altro in casa, così prima me lo scopavo, poi facevamo i compiti."
"Ah, ecco da dove viene la tua storia sui panettieri!" risi io.
Rise anche Bernard. "Me lo sono continuato a fare finché un pomeriggio ci ha scoperti in piena azione il fratello di sedici anni che solitamente a quell'ora stava a scuola e non mi ricordo perché era tornato a casa... e così il fratello è venuto sul letto con noi... Lui lo metteva a me mentre io lo mettevo ad Antoine..."
"Era omosessuale anche il fratello?"
"No, infatti quando s'è fatto la ragazzina, ha smesso di farlo con me... Però a quel punto, anche se c'era lui in casa, io e Antoine potevamo continuare a farlo senza problemi." mi disse, e mi raccontò altri dettagli...
Ma poi smettemmo di parlare e ricominciammo a fare l'amore. E, finalmente, prima lui me lo "infornò" poi si fece "infornare" da me. Ci sapeva fare, mi piaceva sempre di più, e non solo perché avevo finalmente messo fine alla mia lunga astinenza.
Sospendemmo per un po' per andare a rifocillarci e bere qualcosa: era già passato mezzogiorno. Era bello stare lì, tutti e due nudi, a mangiare e chiacchierare, godendoci le nostre nudità con evidente piacere. Ricominciammo a toccarci, a carezzarci, finché tornammo sul mio letto per la seconda razione di buon sesso.
Bene, passammo così tutto il week-end e domenica sera eravamo entrambi esausti ma soddisfatti. Quando uno di noi due doveva uscire per andare al gabinetto, si infilava solo pantaloni e maglietta, senza niente altro sotto, e a piedi nudi andava... Bernard tornò in camera sua solo la domenica notte, quasi a mezzanotte.
Così iniziò la nostra storia. Mi piaceva molto fare sesso con Bernard, ed anche a lui farlo con me. Ci si trovava in media un giorno sì e l'altro no...
Il lunedì dopo quel primo week-end, quando andai in facoltà, Billel mi chiese che cosa mi fosse successo...
"Perché?" gli chiesi.
"Sembri più allegro del solito. Come se ti avessero fatto un bel regalo. Che... mica ti sei fidanzato, in questo week-end?" mi chiese guardandomi con occhi maliziosi.
"Ma no! Mica esistono solo le ragazze, no?" risposi facendo l'indifferente.
"No... d'accordo... anche se alla nostra età sono una meta importante. Il problema per me è che le ragazze nord-africane sono guardate a vista da genitori e fratelli, e le francesi raramente ci stanno a fidanzarsi con uno di noi nord-africani."
Mi dissi che era un peccato che parlasse di ragazze... benché non era detto che non fosse soltanto una maschera. Nonostante fossi più che soddisfatto di farlo, finalmente, con il sensuale Bernard, continuavo a sentirmi molto attratto dal tenero e bel Billel e dal suo sorriso luminoso.
Quando avevamo lezione anche il pomeriggio si andava a mangiare assieme al ristorante della facoltà, poi si faceva una passeggiata fra gli alberi di place Bellecour o lungo la Saône, e lunghe chiacchierate. Stavo molto bene con lui e, evidentemente, anche lui con me. Però niente mi faceva trovare il coraggio di scoprire le mie carte con il seducente algerino.
Giunsero le vacanze estive e, passati gli esami con buoni voti, presi la mia Cinquecento, cioè il mio vasetto da yogurt, e tornai a Torino, passando per il Moncenisio. Incontrai Carlo, che mi disse che si era messo con un uomo che mi presentò: si chiamava Filippo, aveva trentuno anni e aveva un negozio di articoli da regalo in borgo San Paolo. Viveva da solo, perciò Carlo andava da lui senza problemi. Non era male, quel Filippo, e Carlo mi disse che ne era innamorato.
Ci vedemmo solo due o tre volte, perché dovevano andare insieme in vacanza a Malta. Logicamente la famiglia di Carlo pensava che ci andasse da solo, non sapeva niente di Filippo.
I miei avevano deciso di andare in vacanza in settembre, solo le mie tre sorelle erano andate al mare in Abruzzo, a casa di una cugina di nostra madre. Papà e mamma avevano intenzione di andare a fare le ferie ad Albisola, avevano prenotato in un istituto di suore... Sinceramente, mi annoiai un po', a Torino: la città era quasi deserta, la maggioranza dei negozi e dei cinematografi erano chiusi.
I miei avevano comprato il loro primo televisore, ancora in bianco e nero, che era costato poco più di un mese di stipendio di mio padre. Così passai ore a guardarne i programmi. Mi piaceva soprattutto Carosello, devo ammettere. Allora c'erano ancora due soli canali. Il televisore era racchiuso in un grosso mobile di radica con due sportelli davanti; quand'era chiuso pareva un normale armadietto basso.
Quando finalmente tornai a Lione, a casa, tirai quasi un sospiro di sollievo. Bernard non era ancora arrivato, sapevo che sarebbe rientrato alla Maison des Etudiants un paio di settimane dopo di me.
Poiché le lezioni non erano ancora ricominciate, un po' ripassavo, un po' andavo al parco della Tête d'Or a rilassarmi. A volte affittavo una barca e facevo qualche giro nel laghetto, oppure visitavo il giardino zoologico, passeggiavo per i viali, mi guardavo intorno e mi godevo i bei ragazzi che incrociavo, anche se parecchi erano con la loro ragazza.
Un pomeriggio, ero seduto su un muretto che c'era accanto al ruscello del "bosco", e stavo fumando una delle tre sigarette che mi concedevo ogni giorno, quando mi venne davanti un ragazzo più o meno della mia età. Indossava una camicia a maniche corte e calzoni beige, morbidi. Aveva una sigaretta in una mano e da una tasca dei calzoni affiorava una rivista arrotolata. Mi chiese se avevo da accendere. Tirai fuori la scatola di fiammiferi e gliela porsi. Si accese la sigaretta e me la rese.
"Sei di qui o sei un turista?" mi chiese.
"Né l'uno né l'altro. Studio alla Catho."
"E vivi da solo?"
Da come mi guardava, immaginai che forse stava tentando un approccio. Mi dissi che poteva valer la pena di dargli corda.
"Sì, alla Maison des Etudiants della Guillotière."
"Ah. Sei venuto in autobus?"
"No, ho la macchina qui fuori. E tu? Studi?"
"No, faccio l'elettricista, ma adesso sono in vacanza."
"Io mi chiamo Osvaldo Fiorito. E tu?"
"Claude Guillaneux. Ma non sei francese, tu?" mi chiese un po' stupito.
"No, italiano."
"Parli molto bene il francese, senza accento. C'è un italiano che lavora con me, ma si sente appena apre bocca: dopo dieci anni ancora non parla bene il francese. Tu da quanto sei qui?"
"Quasi due anni."
"Ah, solo? Hai la ragazza?"
"No, non mi interessano le ragazze..."
"Perché devi studiare?"
"No, perché non mi interessano." gli dissi guardandolo dritto negli occhi, con un sorrisetto.
"Ah. Neanche a me..." disse e tirò fuori dalla tasca la rivista arrotolata e, nonostante la stringesse in mano, intravidi un uomo seminudo sulla copertina: era una di quelle riviste per "culturisti"...
"Preferisco un bel ragazzo..." gli dissi ammiccando e guardando la mano che stringeva la rivista: "... come quelli della tua rivista..."
Fece un sorrisetto: "E quelli... come me?"
"Anche di più. Ti va di venire con me... a vedere la mia stanza?"
"Se dopo mi riporti da queste parti..."
"Sì, certo..." dissi scendendo dal muretto.
Mi sorrise e mi seguì fino alla mia auto. Mentre partivo, mi chiese: "E un ragazzo, non ce l'hai?"
"Sì e no. Ma adesso è in vacanza."
"Come il mio. Quanti anni ha?"
"Due più di me. E il tuo?"
"Ventisei, sei più di me. È anche il mio capo-squadra. È sposato, ha già un figlio di quattro anni. Ma dice che preferisce me a sua moglie..." disse ridacchiando. Poi aggiunse: "Stiamo insieme già da cinque anni, da quando ho cominciato a lavorare nella sua squadra. Gli piace il mio culetto... a te piace metterlo?"
"Metterlo e prenderlo, nello stesso modo."
"A me piace solo prenderlo. Ti va bene?"
"Mah, sì... Sei un bel ragazzo."
"Anche tu."
Salimmo in camera. Gli chiesi di farmi vedere la rivista: era la prima che vedevo con uomini completamente nudi, alcuni soli, alcuni in coppia, e qualcuno anche con una mezza erezione, in pose che suggerivano il sesso, ma senza che lo facessero.
"Ti piacciono?" mi chiese.
"Preferisco te. Dai, spogliamoci..." gli dissi lasciando la rivista sulla scrivania ed iniziando a sbottonargli la camicia.
"Ti piace baciare?" mi chiese.
Per tutta risposta, lo baciai, mentre trafficavo per aprirgli i calzoni e lui cominciava a spogliarmi. Non baciava bene come Bernard, ma non era male. Finalmente nudi, accennò con la testa verso la tenda.
"È lì il letto? Ci andiamo?"
Annuii. Scostai la tenda e ci stendemmo. Claude si accoccolò accanto a me e prese a lavorarmelo con le labbra e la lingua, in modo piacevole. Cercai di raggiungere il suo ma mi fermò.
"No... o vengo subito... sono troppo eccitato."
"Come vuoi godere?"
"Mentre me lo metti, io me lo meno... Mi piace prenderlo stando sulla schiena... Ti va?"
Annuii. Con Bernard c'erano lunghi e piacevoli preliminari, invece Claude mirava subito al sodo. Infatti quando sentì che l'avevo ben duro, si mise sulla schiena, si tirò le gambe contro il petto e mi disse: "Dai, mettimelo, adesso!"
Mentre affondavo dentro di lui, chiuse gli occhi ed emise un lungo mugolio. Aveva un'espressione intensa, non sorridente come aveva Bernard... Quando iniziai a muovermi avanti e indietro, lui sottolineava ogni mia spinta con un breve e basso gemito. Con una mano si stuzzicava i capezzoli, con l'altra si carezzava il membro duro...
"Più forte..." invocò, sempre tenendo gli occhi chiusi, il volto arrossato per il piacere. "Dai... dai... Sì... così..."
Era un bel ragazzo, però... pur piacendomi prenderlo, non era paragonabile a Bernard... Comunque, meglio di niente. Quando sentì che stavo accelerando, riaprì gli occhi.
"Non venire ancora... falla durare più che puoi..." chiese con voce roca, gli occhi lievemente annebbiati come quelli di un ubriaco.
Annuii. Richiuse gli occhi per godersi la mia monta... Andammo avanti così, accelerando e rallentando, finché emise un lungo mugolio strozzato e raggiunse l'orgasmo. Le sue contrazioni scatenarono il mio e mi vuotai in lui. Poi ci afflosciammo entrambi, ansando lievemente.
"Una bella scopata..." mormorò Claude. "Grazie. Ne avevo proprio bisogno. Posso fumare una sigaretta?"
"Preferisco non fumare in camera..."
"Ah, sì, capisco. Non importa. Vai spesso a cercare compagnia là al bosco?"
"No..."
"Lì si trova abbastanza facilmente. Però quando c'è il mio uomo... lui è geloso di me." mi disse con un risolino.
"È stato il tuo primo uomo?"
"Sì... Uno dei primi giorni al cesso glielo guardavo e... lui m'ha chiesto se mi piaceva... poi me l'ha fatto toccare... poi baciare... Poi m'ha portato nel box, ci siamo chiusi dentro, m'ha calato i calzoni e me l'ha messo... lì in piedi."
"Già quella prima volta?"
"Sì. Mi faceva un po' male ma mi piaceva. Poi dopo due o tre volte m'ha detto che voleva che fossi il suo amichetto."
"Era già sposato?"
"Sì. Da poco."
"E dove lo fate, di solito?"
"Di solito a casa sua. La moglie fa l'infermiera e quando fa il turno serale, mi fa andare da lui. Quando invece fa il turno di giorno, lo facciamo nel magazzino della ditta. Ma mi piace di più farlo a letto. Peccato che non posso vivere con lui."
"Vai spesso con altri?"
"No... qualche volta... Solo quando lui non è a Lione. Mi ammazzerebbe se sapesse che lo tradisco. Solo che quando non c'è... io non resisto più di un paio di giorni. Sono invidioso di sua moglie. Adesso è con lei e il figlio..."
Quando lo riaccompagnai fino a Brotteaux, prima di scendere dalla mia auto mi ringraziò di nuovo, ma non mi chiese un altro appuntamento, né glielo chiesi io.
Finalmente tornò Bernard. Mi portò un regalo, ma prima che avessi il tempo di scartarlo... lui stava già "scartando" me, il suo "pacco dono", come disse con un sorrisetto! Indubbiamente fare l'amore con lui era molto meglio che con quel ragazzo che avevo incontrato al parco.
Ricominciarono le lezioni. Rividi Billel... e si riaccese il mio desiderio per lui. Anche Billel m'aveva portato un regalino, e mi fece piacere, al di là del valore venale.
Bernard mi disse che aveva trovato una lezione privata per arrotondare: doveva dare ripetizioni ad un liceale dell'ultima classe che zoppicava in filosofia. Mi disse che era il figlio di un notaio e che abitava in Rue Ferrandière.
"Mi paga molto bene, devo dargli due ore di lezione tre volte alla settimana. In pratica devo studiare con lui, perché non mi ricordo tutto. Leggiamo, io glielo spiego, gli faccio ripetere... Poi gli faccio fare un riassunto e glielo correggo. Poi glielo faccio ripetere di nuovo."
"Ti piace insegnare?"
"Così così... Io spero di poter andare a lavorare al Musée de l'Homme di Parigi, una volta finita l'università. Ho buone possibilità, perché mio zio ne conosce bene il curatore. Dice che se mi laureo a pieni voti, è sicuro di farmi assumere."
"Sei al tuo ultimo anno, no? Pensi di riuscire a prendere i pieni voti?"
"Credo di sì. Gli esami li ho passati tutti bene. Tu cosa pensi di fare, una volta che hai finito?"
"Torno in Italia, chiedo l'equivalenza del titolo di studio, e cerco un posto come insegnante di francese."
"A te piacerebbe insegnare?"
"Perché no? Insegnare e fare traduzioni di testi letterari, penso."
Ma ai primi di dicembre, quando stavo già progettando le mie vacanze invernali a Torino, Bernard un giorno venne su da me. Prese una sedia e vi si mise a cavalcioni, al contrario, appoggiando le braccia sullo schienale.
"Osvaldo... io... io lascio la stanza qui alla Maison e... e devo smettere di venire a scopare con te." mi disse, un po' imbarazzato, guardandomi però dritto negli occhi.
Non me l'aspettavo, perciò lo guardai sorpreso: "Perché? Che è successo?"
"È successo che... sai il figlio del notaio..."
"Sì?"
"Beh... ci siamo innamorati e... abbiamo deciso di metterci insieme."
"Un vero colpo di fulmine!" gli dissi.
"Non proprio. Ma ora è così."
"Ma come fai, se fra poco più di un anno vai a Parigi?"
"Se ottengo il posto al Musée de l'Homme, siamo d'accordo che Jacques si iscrive alla Sorbonne e viene ad abitare con me."
"Ma... e i suoi lo lasciano venire?"
"Sì. Sanno di noi due. Sono d'accordo. Nessun problema."
"Vuoi dire che i genitori sanno che il figlio è omosessuale e che... non fanno storie?"
"Proprio così. E sono contenti che s'è messo con me. L'unica condizione che hanno posto, è che il figlio sia promosso..."
"E se invece non ti assumono al Musée de l'Homme?"
"Allora il padre mi aiuta a cercare un lavoro qui a Lione e restiamo a casa dei genitori."
"E adesso, lasci la stanza qui?"
"Sì, mi trasferisco in rue Ferrandière, nella stanza del mio Jacques. Siamo proprio innamorati."
"Beh... auguri, allora. Mi dispiace perderti, ma sono molto contento per te. Non m'avevi detto niente che... che fra te e quel ragazzo stava nascendo qualcosa."
"Aspettavo di essere sicuro... Comunque... è stato molto bello, con te."
"Anche per me. Me lo farai conoscere? Resteremo in contatto?"
"Senz'altro. Vedrai che ti piacerà, Jacques."
"Sa di... di te e me?"
"Sì, certo, tutto, compreso il tuo scherzo della lettera anonima..." mi disse sorridendo. "Ma sa anche che siamo solo amici e che... e che sono venuto a farti questo discorso..."