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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LIONE, AMORE MIO CAPITOLO 2
UNA GRADEVOLE SCOPERTA

Si stava avvicinando il Natale. Avevo deciso di andare a Torino per passarlo con i miei e tornare a Lione solo ai primi di gennaio.

Un giorno, mentre passavo per place Bellecour e mi avviavo a prendere rue Chambonnet per poi traversare ponte Bonaparte, passai davanti ad un negozio di articoli religiosi. Notai nella vetrina un presepio provenzale, statuette policrome di circa quattro centimetri, veramente graziose. Poiché fin da piccolo ho sempre avuto una predilezione per i presepi, e anche per l'artigianato in generale, decisi di entrare e di comprarmene uno, se non fosse costato troppo.

Una suorina mi accolse con un sorriso e mi chiese che cosa potesse fare per me.

"Ho visto quel piccolo presepio provenzale in vetrina. È molto bello. Costa molto?"

"Sono di argilla cotta, dipinti a mano con tempere. Sono i santons di Marcel Carbonel, di Marsiglia. Il prezzo varia a seconda delle dimensioni e dei soggetti, reverendo..."

Mi aveva preso per un prete! D'altronde, non aveva tutti i torti, dato che indossavo una dolcevita di lana nera e pantaloni neri...

Sorridendo le dissi: "Non sono un prete..."

"Ah, un seminarista?" mi chiese la suorina, sempre sorridente, mentre ci si spostava al bancone dei santons.

"No... no... potrei sposarmi..." dissi cercando di chiarire l'equivoco.

E la suorina, imperterrita: "Ah, lei fa parte del clero greco-ortodosso. Ho capito."

"No, sorella, io sono un laico..." le dissi sorridendo.

"Oh, beh... nessun problema!" dichiarò angelica.

"Lo spero." ribattei cercando di non mettermi a ridere.

Uscii dal negozio con una dozzina di pezzi e la capanna, ben impacchettati in una scatola, e la suorina volle anche regalarmi "monsieur le curé", cioè il parroco, e "l'homme à la vielle", cioè l'uomo con la gironda, così avevo in tutto quattordici personaggi. Ero proprio contento.

Quando tornai nella mia cameretta, disposi tutti i pezzi su un ripiano dello scaffale, mettendoci sotto un cartoncino verde-prato e dietro un altro azzurro-cielo. Stavo finendo di sistemarlo, quando bussarono alla porta. Andai ad aprire: era Bernard.

"M'ha detto Mariano che per Natale torni in Italia." mi disse entrando.

"Sì, per un paio di settimane. Tu vai da qualche parte?"

"No, resto qui. Speravo che si potesse festeggiare assieme. Hai la ragazza, in Italia?"

"No."

"E vai in treno o con il tuo vasetto da yogurt?"

"Con il vasetto da yogurt." risposi sorridendo.

"Ma ci sarà neve, in montagna..."

"Ho le catene. E comunque passo per il traforo del Fréjus: carico l'auto in treno a Modane e scendo dal treno a Bardonecchia. Col tempo buono preferisco passare per il Moncenisio: la strada è più lunga ma più bella."

"Quant'è distante?"

"Circa 300 chilometri... con la mia Cinquecento, comprese le soste, al massimo in cinque ore dovrei arrivare."

"Cinque ore? Vai solo a sessanta all'ora?"

"La Cinquecento può anche arrivare a punte di novanta... ma fra la montagna e le soste..."

"Una bella voglia!"

"Mi piace guidare. Certo che in due sarebbe meglio, perché ci si potrebbe alternare alla guida, ma..."

Bernard dette un'occhiata al mio presepio provenzale: "Sei cattolico?"

"Come tutti gli italiani... ma più di nome che di fatto. Non frequento molto né preti né chiese, se non per visitarle per scopi artistici."

"Allora, come me." disse e sedette.

Stava seduto rilassato, a gambe un po' larghe, e poiché indossava jeans attillati, non potei evitare di notare il piacevole rigonfio che c'era sotto la sua patta. Cercai di non guardarlo lì troppo sfacciatamente... anche se pareva che fosse calamitato...

"Per i preti, tutto quello che riguarda il sesso è farina del diavolo... Ma a me piace troppo il pane fatto con quella farina..." disse ridacchiando.

"A chi non piace assaggiare certe... baguettes?" gli chiesi, pensando che io avrei assaggiato volentieri quella che nascondeva nei calzoni.

Rise ed annuì. Si passò, credo inconsciamente, una mano sulla patta... Quanto avrei voluto potergliela accarezzare io! Mi eccitai e per evitare situazioni imbarazzanti, presi l'altra sedia e sedetti anche io.

"Come fai, tu, ad avere due sedie, Osvaldo? Dove ne hai fregata una? Abbiamo tutti solo una sedia, qui..."

"Non l'ho fregata. Ho scoperto che ce ne sono alcune nel sottotetto ed ho scelto la meno sgangherata, l'ho fissata con un paio di chiodi, ho comprato la vernice e... così ne ho due."

"Perché, ricevi spesso visite?"

"No... una solitamente la uso come comodino, la tengo lì accanto al letto, così non devo spostare ogni giorno quella che tengo alla scrivania."

"Hai sistemato bene, qui da te. Sotto, da me, è tutto un gran bordello... Quant'è che non scopi, tu?"

Lo guardai un po' stupito per quella domanda, poi risposi, facendo spallucce: "Troppo tempo..."

"È sempre troppo tempo..." replicò lui con un sorrisetto. "Io... anche solo un'ora dopo che ho scopato, se vedo il giusto panorama... mi viene voglia di nuovo!"

"Non ce l'hai, tu, la ragazza?" gli chiesi, decisamente interessato.

"Macché! E poi... una ragazza... devi farle regali, portarla a mangiare fuori, farle da cavalier servente, perdere ore a guardare le vetrine con lei... No, sono solo una scocciatura! E, sai: mi ami? Ma quanto mi ami? Ma davvero mi ami? Finché arriva la domanda vera: quando mi sposi? No no, non fa per me legarmi a una ragazza. Le fuggo come il diavolo fugge l'acqua santa!"

E i ragazzi? mi veniva voglia di chiedergli, ma logicamente me ne guardai bene. L'erezione che m'era venuta non accennava ad andarsene. Fortunatamente i miei panni la nascondevano. Bernard nuovamente si passò una mano sulla patta. Questa volta mi chiesi se per caso non fosse un segnale... poi mi dissi di non confondere speranza, fantasia, desiderio con realtà.

"Tu non fumi, vero?" mi chiese.

"Poco. Mai in camera. Due o tre sigarette al giorno, per la strada."

"Io quel vizio non ce l'ho... mi bastano gli altri."

"Quali, altri?" gli chiesi.

"Soprattutto... fare il pane con la farina del diavolo." rise lui. "Sai... impastare, aspettare che lieviti... e poi infornare!" mi disse accompagnando le parole con gesti eloquenti...

"Scommetto che sei un buon panettiere..." gli dissi ridacchiando.

"Ho abbastanza pratica..." ammise con un sorrisetto malizioso. "Sì, direi che me la cavo piuttosto bene. Sono andato a bottega quando avevo quattordici anni..."

"E scommetto che ti sei sempre impegnato a fondo... con tutto te stesso."

"Sì. Proprio tutto!"

Si passò una mano sul petto, quasi in una carezza. O solo per lisciarsi la camicia di flanella? Era proprio soltanto un gesto inconscio? O... Cavolo, quanto mi attraeva quel bel fusto! Ma come fare a capire, a sondarlo senza rischiare troppo? Senza scoprire le mie carte?

"Non m'hai ancora insegnato a cuocere la pasta." mi disse ad un certo punto.

"E tu... mica m'hai mai insegnato a fare il pane..." ribattei.

Mi lanciò uno sguardo malizioso e mi disse: "Tu prima insegnami a cuocere bene la pasta, poi... vedremo. Sei mai andato a puttane, tu?" mi chiese poi.

"No, mai. E tu?"

"Mica ne ho bisogno. E comunque preferisco spendere i miei soldi in un altro modo."

Parlammo d'altro, poi mi salutò, mi chiese di passare a salutarlo prima di partire per l'Italia e se ne andò. Appena fu uscito, chiusi a chiave la porta, mi stesi sul letto, mi aprii i calzoni e mi masturbai per calmarmi un po', pensando a lui... Non l'avevo ancora mai visto nudo, ma doveva avere un gran bel corpo... Magari, con l'arrivo della buona stagione dovevo proporgli di venire in piscina con me. Ce n'era giusto una a due passi, in Quai Bernard, sul Rhône, fra il pont de l'Université e quello della Guillotière.

Tornai in Italia per le feste di Natale e Capodanno. I miei mi regalarono una macchina da scrivere nuova, una Olivetti Lettera 22. Io avevo portato loro e alle mie sorelle alcune scatole di dolci caratteristi di Lione, come il "Pavés de Lyon", i "Coussins" e i "Cocon" oltre ad una confezione del migliore "pâté en croûte".

Quando tornai a Lione, oltre alla macchina da scrivere nella sua custodia semi-rigida, caricai in macchina anche alcuni libri e due confezioni di Gianduiotti, una per Billel e l'altra per Bernard. Partii la mattina abbastanza presto. Quando scaricai la macchina dal treno a Modane, passai la dogana. Non so per quale motivo, mi fecero scendere e perquisirono a fondo la Cinquecento, facendomi portare tutti i bagagli in ufficio, dove un altro doganiere li perquisì.

"La macchina da scrivere è nuova, deve pagare dogana." mi disse.

"Ma è un effetto personale, io sono iscritto all'università e ne ho bisogno. Sono tornato a casa e l'ho presa. Mica faccio importazione."

"No, deve pagare dogana perché non è un oggetto usato."

Non sapevo nemmeno se avrei dovuto pagare poco o molto, ma mi seccava.

"Ma no che non è nuova! È la mia, che uso per studiare. Guardi..." dissi al doganiere, mostrandogli i documenti dell'università e il permesso di soggiorno "... vede? Sono uno studente e..."

"No, è nuova: è troppo pulita per essere usata. Non cerchi di fare il furbo!"

"Già!" gli dissi seccato, "Perché secondo voi francesi noi italiani siamo sporchi e disonesti, no? Non accetto questo razzismo!" gli dissi a muso duro.

Stranamente fece subito marcia indietro: "Ma no, io non sono razzista, però... Se questa macchina da scrivere è veramente sua... mi faccia vedere come la usa..."

La aprii, chiesi un foglio di carta e mi misi a battere a macchina un testo qualsiasi... Non è che io sia un dattilografo, scrivevo usando sì e no tre dita per ogni mano... e non molto veloce...

Il doganiere mi disse: "Lei sa scrivere a macchina come me!" con l'intonazione di chi ti vuole dire che non sei capace.

Io prontamente, gli chiesi: "Devo prenderlo come un complimento o un'offesa?" mi sentivo davvero battagliero...

"Vada, vada." mi disse seccamente...

Così finalmente, dopo quasi un'ora, mi lasciò andare, senza farmi pagare niente! Appena mi allontanai, scoppiai a ridere: gliel'avevo fatta! Ma, cavolo, che senso aveva farmi pagare dogana per qualcosa che era di uso personale? In seguito venni a sapere che avevo ragione io, quel doganiere non avrebbe dovuto pretendere nessun pagamento. Probabilmente aveva solo voglia di rompermi l'anima! Va a sapere perché!

Tornato nella mia stanza, o "a casa", come ormai la consideravo, scaricai l'auto e portai tutto nella mia stanza. Poi scesi a bussare alla stanza di Bernard, per dargli la scatola di cioccolatini. Non rispose nessuno, perciò tornai su da me. Gli scrissi un biglietto dicendogli che ero tornato e di passare da me, poi scesi di nuovo e glielo infilai sotto la porta. Stavo tornando indietro, quando lo vidi salire, assieme ad un ragazzo che non era uno di quelli che abitavano nella Maison des Etudiants.

"Sei tornato? Come stai, amico mio!" mi salutò con un gran sorriso e mi tese la mano.

Gliela strinsi. "T'ho messo un biglietto sotto la porta, sono arrivato da poco."

"Più tardi, allora, vengo su da te. Questo è Jean, e lui è il mio amico italiano, Osvaldo." disse.

Il ragazzo mi diede la mano, senza dire niente, facendo solo un cenno con il capo ed abbozzando un sorriso. Poi Bernard lo sospinse verso la sua stanza. Mentre tornavo su, mi chiesi chi fosse quel ragazzo: non era niente male, almeno di viso... Doveva avere più o meno la stessa età di Bernard, indossava un piumino bianco e pesanti calzoni di lana neri. Quando m'aveva dato la mano avevo notato che aveva un sottile anello d'oro all'anulare della mano destra. Non era molto comune, in ragazzi della nostra età, in Francia.

Poi, mentre mi chiudevo dietro la porta della mia stanza, mi chiesi se per caso quel ragazzo... Ma poi scacciai quell'idea: "Ma cosa vai a pensare! Solo perché speri che Bernard sia come te..." mi dissi.

"Però... potrebbe anche essere..." suggeriva una vocetta dentro di me, "E magari adesso si stanno spogliando e fra poco sono sul letto di Bernard che scopano come due conigli..."

Pensai che potevo scendere e spiare dal buco della serratura... Ma logicamente non lo feci. Se per caso m'avesse sorpreso uno degli altri ragazzi, come avrei potuto giustificarlo? E poi, le mie erano solo fantasie, non avevo nessun elemento per pensare che davvero il mio amico e quel ragazzo fossero omosessuali e stessero scopando...

Un'oretta più tardi, arrivò Bernard. Notai che s'era cambiato. Gli detti la scatola di Gianduiotti e gli feci gli auguri per il nuovo anno. Mi ringraziò.

"È quasi ora di cena. Ti va di venire con me alla mensa universitaria?"

"Sì, volentieri. E il tuo amico Jean? Che fa?"

"Tornato a casa. È un mio compagno di corso... Mettiti il giaccone e scendiamo, dai, lascio i cioccolatini da me e andiamo."

Quando scesi con lui, aprì la porta, gettò la scatola sul letto, e richiuse. Ma feci in tempo a vedere che il letto era tutto in disordine... D'accordo che Bernard non era un tipo ordinato come me, però... E il modo in cui l'aveva sospinto dentro poco prima... quasi avesse fretta... Mi dissi di nuovo di non far galoppare la mia fantasia...

"Abita qui vicino?" gli chiesi mentre uscivamo.

"Chi, Jean? No, a Bron, nelle HLM."

"Con la famiglia?"

"Sì. Ma raccontami del viaggio..."

Sbagliavo... o non gli andava di parlarmi di quel Jean? Comunque, parlammo d'altro e non ci pensai più.

Ripresero le lezioni, rividi Billel e gli detti la sua scatola di Gianduiotti dicendogli che erano gli auguri per il nuovo anno. Mi ringraziò molto e mi disse che gli dispiaceva di non aver pensato a farmi un regalo anche lui. Gli dissi che non doveva pensarci, il piacere maggiore è sempre per chi fa il dono, più che per chi lo riceve.

Vedere tutti i giorni Billel era un piacere ed un supplizio: quel ragazzo mi piaceva troppo! Mi dissi che o mi trovavo presto qualcuno, o prima o poi esplodevo: fra il mio compagno algerino e Bernard, ero troppo spesso su di giri. Specialmente quando ero vicino a Billel, sia perché lo vedevo più spesso, sia perché era, in un certo senso, più sensuale. Specialmente il suo sorriso, mi faceva letteralmente sciogliere.

A fine marzo, andai con il mio vasetto da yogurt fino al Parc de la Tête d'Or. Avevo saputo infatti che c'era uno spettacolo speciale del Grand Guignol, le marionette tradizionali lionesi, e ne ero incuriosito. Parcheggiai alla Porte du Lycée ed andai ad assistere allo spettacolo: ne capii solo una parte perché era in argot lionese, comunque mi divertii.

Al ritorno, costeggiai il parco dei daini per fare un salto alle toilettes prima di tornare alla mia auto. Quando uscii, vidi un ragazzo abbastanza carino e riconobbi Jean.

"Salve, Jean!" lo salutai.

Sembrò non riconoscermi, però rispose al saluto.

"Sono l'amico italiano di Bernard..." gli dissi.

"Ah, sì, ora ricordo..."

"Eri a vedere il Grand Guignol?"

"No... passeggiavo... Abito qui vicino, vicino alla Gare des Brotteaux..."

Strano... non abitava a Bron? Allora gli chiesi: "E che fai? Lavori o studi?"

"Lavoro all'Hôtel des Postes... Allo smistamento."

"In Place Poncet?"

"Sì, certo."

"Conosci da molto Bernard? Vi vedete spesso?"

"No... ci siamo conosciuti al veglione di capodanno. Poi ci si è visti tre, quattro volte."

"Sempre da lui, no? Tu abiti ancora in famiglia, mi ha detto."

"Sì, certo."

Allora azzardai: "Mi ha detto Bernard che gli piaci molto... avete... intenzioni serie?"

"Ma no... ci si diverte... Ma non m'aveva detto che anche tu sei del giro... Diceva che gli sarebbe piaciuto, ma che non aveva il coraggio di provarci con te..."

"Beh, l'abbiamo capito dopo quella volta. Sai... si deve essere prudenti..." gli dissi con un sorrisetto. "Aspetti qualcuno, adesso?"

Jean guardò l'orologio: "Un ragazzo... dovremmo incontrarci più o meno adesso... se non me la dà buca..."

"Beh, auguri, Jean. Magari ci rivediamo... Ciao."

"Ciao..."

Ero trionfante! Ero esultante! Tornando al mio vasetto da yogurt avevo voglia di mettermi a ballare! Guidai verso la Maison des Etudiants cantando "Libero" di Modugno, come un matto, a squarciagola ma cambiando le parole:

"È fatta: quest'oggi già respiro un bell'incontro.
Ascolto un'eco dolce che mi chiama: è la vita che chiama me!
Libero voglio vivere, con Bernard io voglio sol trombar sul letto!
Libero voglio andarmene, libero non cercatemi, e le attese, le attese gettarle in fondo al mare!
Corre la vita mia, corre per far l'amore, chi la può mai fermare?
Baciami baciami baciami baciami!
Prendimi prendimi prendimi e insieme scopiamo in piena libertà...
Libero voglio vivere, è fantastico, incredibile! Libero sono libero!"

Mi sentivo esilarato: non solo Bernard era un pédé come me, ma aveva detto a Jean che gli sarebbe piaciuto farlo con me! Ah, benedetto il Grand Guignol che m'aveva fatto incontrare di nuovo Jean! E il fatto che avevo intuito che Bernard m'aveva detto le bugie... il malandrino! E che ingenuamente Jean aveva vuotato il sacco...

Parcheggiata la macchina, salii i gradini a due a due, arrivai alla porta di Bernard e bussai. Non rispose nessuno. Allora mi ricordai che m'aveva detto che quella sera aveva una cena con i compagni di corso ed i professori... che fare? Aspettarlo? Magari sarebbe tornato molto tardi e forse anche un po' alticcio...

Il giorno dopo era sabato e non c'erano lezioni, avremmo avuto tutto il giorno... anzi, tutto il week-end per noi... Pensai di fargli uno scherzo, di fargli trovare una lettera anonima, minatoria, quando fosse tornato... Però così gli avrei fatto passare una notte agitata... non sarebbe stato un bello scherzo. No... L'idea mi piaceva ma... la lettera gliel'avrei messa sotto la porta la mattina dopo... I negozi aprivano fra le otto e le nove... Il vicino fioraio, se ricordavo bene, apriva sempre alle otto, piuttosto prima...

Scesi al pian terreno, nella cucina comune, a prepararmi qualcosa per cenare. Mentre mangiavo misi meglio a punto il mio piano. Poi tornai in camera, sedetti alla mia scrivania, infilai nella macchina da scrivere un foglio di carta, pensai un poco al testo, e scrissi:

"Mascalzone d'un pédé! Ti porti i ragazzi in camera per scopare, eh? O mi paghi profumatamente, o ti faccio sbattere fuori dalla Maison des Etudiants e dalla facoltà. Guarda che non scherzo. Ho le prove. Non ti conviene fare il furbo, con me. Oggi andrai in giro tutto il giorno con una rosa rossa nell'occhiello della giacca per segnalarmi che sei pronto a pagare. Ti farò avere nuove istruzioni."

Poi ne presi un altro e scrissi:"

"Anch'io sono un mascalzone pédé come te... e ho una voglia matta di scopare con te dal giorno in cui t'ho conosciuto. Non mi porti in camera tua?"

Quindi piegai in quattro il primo foglio e lo inserii in una busta bianca. Piegai in otto il secondo foglio e lo infilai nel portafogli. Ottimo. Decisi di leggere un po' e poi andare a dormire. Più tardi misi la sveglia, mi spogliai e mi misi a letto. Mentre mi addormentavo, sorridevo pregustando quello che sarebbe successo il giorno dopo.

La mattina seguente, vestitomi in fretta, scesi al piano inferiore alle sette e trenta, infilai la busta sotto la porta, bussai con forza e scappai al piano di sopra sorridendo divertito e mi misi alla finestra della mia camera per vederlo uscire...

Lo vidi lasciare la Maison a passo svelto e dirigersi verso il fioraio... Erano le sette e tre quarti. Non doveva essersi neanche lavato... povero Bernard... Ma avrebbe avuto il suo premio... e io il mio. Allora scesi anche io, lentamente, ed a mia volta andai verso il fioraio.

Lo vidi che stava uscendo dal negozio, una rosa rossa all'occhiello. Aveva un'espressione tesa, nervosa...

"Ehi, ciao, Bernard! Già in piedi?" lo salutai allegramente.

"Sì..." rispose. Serio.

"Che bella rosa... me la regali?"

"Non... non posso..."

"E dai..."

"L'ho appena comprata..." mi disse nervosamente.

"E va bene, te la pago..." gli dissi serafico e tirai fuori il portafogli. "Quanto?"

"No, non te la posso dare... vai dal fioraio, no?"

"Ma io voglio quella... Ti basta questo come pagamento?" gli dissi e gli porsi l'altro messaggio piegato in otto.

Aprì il foglio, lo lesse, mi guardò...

"Sei un figlio di puttana!" gridò, ma scoppiò a ridere, si tolse la rosa dall'occhiello, me la spinse contro le labbra girandola e premendo con forza e, sempre ridendo disse: "E mangiala, adesso, mangiala, criminale che altro non sei! Ma che, sono scherzi da fare, questi?"

Io cercai di girare la testa, ridendo a mia volta, ma lui mi bloccò con un braccio attorno al collo: "La devi mangiare, adesso, la devi mangiare!"

Allontanai con tutte e due le mani la sua mano e la rosa che si stava sfaldando, mi liberai dalla sua stretta e gli dissi: "Ehi, ma che fai, mi abbracci così, in pubblico? Mica sei un pédé, per caso?"

Mi guardò con occhi ridenti, lasciandomi, e mi chiese: "Ma come cavolo... come hai fatto a capirlo? A essere sicuro che... E io che per tutti questi mesi credevo che tu eri... Ci hai provato e se andavo a comprare la rosa capivi che... Giusto? Ma come l'hai sospettato, eh? Cosa t'ha fatto capire..."

Allora gli raccontai del mio casuale incontro, il pomeriggio del giorno prima al parco delle Tête d'Or, con Jean, e di come avessi capito che lui m'aveva raccontato un sacco di storie e come ero riuscito a far parlare il ragazzo.

Rise di nuovo, probabilmente anche per scaricare la tensione che gli avevo messo addosso con la mia lettera anonima: "E non potevi semplicemente dirmelo senza farmi cagare sotto?" mi rimproverò, ma con occhi ridenti.

"Non mi porti su in camera tua?"

"No..."

"No?"

"Da me c'è troppo bordello... vengo io da te..."

"Ma gli altri ragazzi ce li portavi, no? E poi, mica te la metto in ordine, ho cose più importanti da fare, con te..."

"Da te è più bello... per la nostra prima volta."

"La nostra prima volta..." ripetei io, assaporando il suono di quelle parole.

"Prima, però... voglio offrirti un croissant caldo, la colazione... Dobbiamo fare le cose per bene..."

"Io veramente non vedo l'ora di assaggiare la tua baguette..."

"Dopo... sta tranquillo che non ti farò mancare niente. E anche io voglio assaggiare la tua."

"Faremo una bella scorpacciata... Le faremo lievitare ben bene, sia la tua che la mia..."

"La mia sta già lievitando..." mi disse con un sorriso sornione.

"E poi le inforneremo?"

"Ci puoi giurare... si sta scaldando, il tuo forno?"

"Altroché. E il tuo?"

"Sicuro! Dai, ti offro la colazione, poi andiamo a giocare ai panettieri."

"Ottimo programma. Meglio che giocare al dottore..."

"Quello è un gioco da bambini. Noi siamo adulti."

"Sei libero, questo week-end, no?" gli chiesi mentre entravamo nel bistrot per fare colazione,

"Completamente, totalmente, assolutamente libero."

"Sbagliato!"

"Perché?"

"Sarai occupatissimo... con me!"


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