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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LIONE, AMORE MIO di Andrej Koymasky © 2008
scritto il 23 giugno 2006
CAPITOLO 1
PRIMI PASSI

Le strade di Lione fanno ormai parte delle mie vene ed arterie: portano e si dipartono dal mio cuore. E Lione è per me, assieme a Parma, la città in cui sono nato, ed a Torino, quella in cui sono cresciuto, "casa mia". E questo... soprattutto grazie al fatto che qui ho trovato l'amore.

Vi andai quando avevo diciannove anni, nel 1963. Era l'anno dell'assassinio di Kennedy. Avevo superato, anche se solo per un pelo, l'esame di ammissione ai regolari corsi di lettere della Catho, l'università cattolica. Volevo laurearmi in lettere moderne francesi e, con l'accordo della mia famiglia, avevo deciso di laurearmi in Francia invece che in Italia. Si era scelta Lione, perché non era troppo distante da Torino.

Essendo ancora minorenne (a quei tempi si raggiungeva la maggiore età a ventuno anni), mio padre era venuto con me a Lione per firmare le carte. Si era andati con la sua Millecento. M'aveva anche trovato una stanza in una casa per studenti in Place d'Aguesseau, una vecchia casa di fine ottocento (se non sbaglio) abbastanza anonima. Era gestita da un ente che aveva qualcosa a che fare sia con l'università statale che con l'università cattolica.

Al pianterreno c'era la cucina comune, la sala da pranzo, la lavanderia e la stanza comune, con radio e giradischi. C'era anche la stanza della concierge, una vecchia signora d'altri tempi... C'erano poi, tre piani di camerette. La mia era all'ultimo piano, stretta e lunga, di circa due metri e mezzo per quattro. Il tutto aveva un'aria modesta, però era tenuto abbastanza pulito.

Poi papà m'aveva portato in una banca vicino a Place des Jacobins, dove m'aveva aperto un conto per mandarmi i soldi ogni mese. All'inizio avevano fatto un po' di storie, ma poi, grazie all'intervento della segreteria della Catho, tutto s'era risolto.

Quindi, lasciate le mie valigie nella mia stanza, eravamo tornati a Torino, c'ero restato un paio di giorni poi, caricata con le altre cose che volevo portare con me la Cinquecento bianca di seconda mano che papà m'aveva comprato per il mio diciottesimo compleanno, passate le Alpi, tornai a Lione ed iniziò la mia avventura.

Mi sentivo eccitato: per la prima volta sarei stato libero dalle ali iper-protettrici di mia madre, ed il controllo, discreto ma incessante, di mio padre. Ed anche dal casino che piantavano in casa le mie tre sorelle minori.

Tornato nella mia stanza in Place d'Aguesseau alla Maison des Etudiants, portai su le mie cose ed iniziai a spostare i pochi mobili che conteneva, per "personalizzarla" un po'. Misi il letto accanto alla porta, spostai la scrivania quasi di fronte alla finestra, con lo scaffale per i libri sulla destra. L'armadio lo misi al fondo del letto, contro la testiera. Tirando una corda fra questo e la porta, potevo mettere una tenda per nascondere il letto.

Sul retro dell'armadio, verso il letto, avrei messo alcuni poster. Sulla parete di sinistra, completamente libera, intendevo anche mettere alcuni poster, ma il regolamento diceva che non si dovevano piantare chiodi sulle pareti né attaccarci cose con il nastro adesivo, perciò decisi di costruire un graticciato a cui avrei potuto appendere tutto ciò che volevo.

Poi cominciai a disfare i miei bagagli, riempiendo l'armadio e lo scaffale, i cassetti della scrivania. Quando avevo finito, era già quasi l'ora di cena. Giusto il tempo per farmi una doccia. Ogni piano aveva sia un cesso che una stanza per la doccia in comune. Il primo piano era riservato alle ragazze, e per accedervi c'era una porta chiusa a chiave... probabilmente per evitare che vi circolassimo noi ragazzi.

Tutto il secondo ed il terzo piano, dove avevo la mia camera, era per i maschietti. Presi il necessario per lavarmi ed andai a fare la doccia. Quando uscii, incrociai un altro ragazzo: era robusto, la faccia piena di lentiggini, alto poco più di me, una specie di armadio ambulante. Ci scambiammo un cenno di saluto.

Mi porse la mano, dicendomi: "Mariano Casas y Moreno, spagnolo."

Dovetti prendere le mie cose tutte in una mano, per poter stringere la sua: "Osvaldo Fiorito, italiano" gli risposi.

"Io vado all'università statale, e tu?" mi chiese, studiandomi.

"No, Catho... Lettere..."

"Ah. Io matematica. Ho venti anni, e tu?"

"Diciannove."

"Sto alla camera tre, e tu?"

"Alla cinque."

"Io non ho ancora la ragazza qui a Lione. E tu?"

"Sono appena arrivato..." risposi, un po' stufo di tutti quegli "e tu?". "Beh, vado in camera. Ciao."

"Io vado a fare cena in un bistrot qui vicino, la mensa universitaria ancora non funziona. E tu?"

"Mia madre m'ha riempito di panini, mangio in camera."

"Beh, allora ciao." disse e se ne andò.

Pensai che quel Mariano Ettù non era né bene né male... Certo non il mio ideale di ragazzo. Sì, perché se non avevo una ragazza, non era perché ero appena arrivato, ma perché a me piacciono i ragazzi.

L'avevo scoperto, o meglio capito, un paio di anni prima, in terza superiore, una sera che facevo l'autostop per tornare da Milano a Torino, quando il tizio che m'aveva dato un passaggio, dopo poche chiacchiere banali, m'aveva messo una mano fra le gambe.

Ero arrossito e gli avevo detto di smettere, ma quello, imperterrito, aveva continuato e mi si era rizzato. Insomma, per far breve una lunga storia, dopo pochi minuti eravamo fermi in una piazzola di sosta, al buio, e il tizio me lo stava succhiando come un'idrovora... e m'era piaciuto... e m'era piaciuto anche palparlo, sentirlo duro... e infine rendergli il servizio.

Quella prima volta finì tutto lì, ma per me fu una specie di rivelazione: ora capivo perché a me le ragazze proprio non interessavano se non al massimo come amiche. E se fino ad allora m'ero sempre masturbato senza avere particolari fantasie, ora era tutto diverso.

Inizialmente all'idea di essere omosessuale percepii un lieve senso di disagio, pensavo che non fosse una cosa giusta, che non fosse "naturale" e iniziavo a comprendere cosa volevano dire i miei compagni di scuola quando chiamavano qualcuno femminuccia o frocio. Io in realtà non ero affatto effeminato. Però... i ragazzi sanno essere anche molto crudeli tra di loro, e mi spaventava l'idea che capissero di me... ora che l'avevo capito io.

Non cambiò assolutamente niente con i miei compagni ed amici, ma per un po' di tempo non riuscivo più ad essere me stesso. Finché trovai il mio primo ragazzo, Carlo, un compagno di classe con cui studiavo e che un giorno ebbe il coraggio di aprirsi con me. Io gli confessai di essere come lui, parlammo a lungo e ci accorgemmo di stare bene assieme; lui, a differenza di me, aveva già abbastanza esperienza.

La prima volta che lui mi ha preso la mano fra le sue, dicendomi che aveva voglia di me, per me è stato qualcosa di emozionante, ed è stato bello accorgermi che provavo un simile desiderio per lui. Il primo bacio che ci siamo dati è stato per me anche il primo in assoluto e mi mandò in orbita. E quando mi portò sul suo letto, lo seguii, emozionato ed avido di fare finalmente qualcosa che immaginavo meno squallido della mia prima esperienza avuta qualche mese prima.

Non solo fu molto piacevole, ma ebbe l'effetto ed il potere di farmi mettere in pace con me stesso: ero un frocio... embeh? Certamente l'ammirazione e l'attrazione verso Carlo, il mio compagno, il mio primo ed unico ragazzo, mi aiutò ad accettarmi pienamente. Lui aveva superato i miei stessi dubbi, i miei stessi problemi un paio di anni prima di me ed essendo riuscito a trovare il proprio equilibrio, mi aiutò a trovare il mio.

Siamo rimasti assieme fino all'esame di maturità: non eravamo veramente amanti, non eravamo innamorati, eravamo piuttosto due ottimi amici che condividevano molte cose, compreso il letto ed il sesso, con reciproco piacere. Era una relazione semplicemente... colorata di un certo romanticismo. Poi Carlo si è iscritto a filosofia a Torino e io sono andato a Lione, così ci si è separati.

"Ti farai il ragazzo, là a Lione?" mi aveva chiesto Carlo, l'ultima volta che si era stati assieme.

"Non lo so... può darsi..."

"Ci starai almeno tre anni, se non più... Io, fossi in te, cercherei di farmi un ragazzo francese."

"Perché un francese? Cos'hanno di speciale?" gli chiesi.

Rise: "Niente, credo... ma ne conoscerai molti più di francesi che di altre nazioni, logicamente. Ed avere un ragazzo francese ti può aiutare ad ambientarti meglio, più in fretta. Tutto qui."

"Mi scriverai?"

"Sai che sono un po' pigro a scrivere, no? Ma sì, due o tre volte l'anno, magari..."

"E mi verrai a trovare?"

"E chi lo sa? Può darsi."

Ed eccomi a Lione. Prima che iniziassero le lezioni, mi misi a girare la città soprattutto il centro, per ambientarmi. La città mi piaceva molto. Il centro città, compreso fra i fiumi Rhône e Saône, nella Presqu'île, ha strade a scacchiera, come la vecchia Torino. Poi, sotto il colle di Fourvière su cui troneggia la basilica chiamata dai locali "l'éléphant renversé", l'elefante a zampe all'aria, a causa delle sue quattro torri rotondeggianti ed un po' tozze, c'è la parte più antica, chiamata Vieux Lyon, in cui domina l'architettura gotica e rinascimentale.

Nella bella ed ampia Place Bellecour, alberata, un giorno sedevo su una delle sedie pieghevoli di legno e ferro, non lontano dal Cheval de Bronze, cioè dalla statua equestre di re Louis XIV, quando mi si parò davanti una anziana e corposa Madelon con berretto e borsa come quella dei bigliettai dei tram, che mi squadrò e mi disse, qualcosa fra i denti.

"Pardon?" le chiesi.

"L' frais d' fesses!"

"Pardon?" chiesi ancora un po' confuso.

"Le-frais-des-fesses, monsieur!" scandì guardandomi di brutto, poi aggiunse: "On paye, ici, pour s'asseoir!"

L'espressione "le spese delle chiappe", che ora avevo compreso, mi fece sorridere. Pagai, mi dette il biglietto e si allontanò trotterellando verso un'altra persona da cui riscuotere.

Andando e venendo dal centro città alla mia stanza, dovevo traversare il Pont de la Guillotière almeno due volte al giorno. Lungo tutto il parapetto di pietra, da una parte e dall'altra, c'era un mancorrente trapezoidale, un lungo tubo di metallo scatolato e saldato, sorretto di tanto in tanto da cilindretti anche metallici.

Avevo scoperto che, percuotendone la superficie con una chiave, con l'anello o un altro oggetto metallico, se ne traeva un lungo e squillante "uiiiinnnn..." che pareva correre a lungo su e giù dentro il tubo, prima di smorzarsi. Perciò mi divertivo a farlo suonare ogni volta che traversavo il ponte.

Era evidente che il fenomeno fosse noto a molti, perché la vernice della parte superiore del mancorrente era piena di minute scorzature dovute ai colpi che la gente vi dava. Però non m'era mai capitato di sentire altri far risuonare il lungo tubo mentre ero sul ponte.

Queste piccole cose, ed altre che si accumularono negli anni della mia vita a Lione, furono quelli che contribuirono a farmi sentire "mia" la città.

L'ingresso alla facoltà di lettere della Catho era, come è ancora, in Rue du Plat. Quindi, traversato il Pont de la Guillotière, percorrevo Rue de la Barre, attraversavo in diagonale Place Bellecour, prendevo Rue Alphonse Fochier e finalmente giravo in Rue du Plat. A volte, però, se non avevo fretta, mi piaceva variare questo percorso, che era comunque il più breve e diretto.

Le lezioni ebbero inizio. Assieme a Kathy O'Connor, irlandese ma proveniente da Londra, ero l'unico studente straniero del corso. Kathy parlava un francese con forte accento inglese, ridicolo, pensai... poi mi chiesi quanto dovesse esserlo il mio francese dall'accento italiano. Scandagliai con lo sguardo gli altri studenti: in tutto dovevamo essere una sessantina, di cui solo una quindicina di ragazze. Non che mi lamentassi, anzi...

Però fra tutti i ragazzi, ce n'era meno di una decina che giudicavo attraenti, ed una decina poco più, passabili. Meno di venti su quarantacinque maschi. Tutti gli altri... nulli. Mi chiesi se per caso, fra i belli ed i passabili ce ne fosse almeno uno "pédé" e mi augurai di sì... Fra i francesi c'era anche un ragazzo, nato in Francia ma figlio di algerini, che avevo incluso fra gli attraenti... anzi, fra i più attraenti.

Kathy e io avevamo attratto la curiosità dei compagni di corso, soprattutto Kathy. Le compagne parevano più interessate a me... poverette. Cioè, come amiche nessun problema, ma nella mia mente iper-sessuata, io speravo in ben altro. Continuavo, di tanto in tanto, a lanciare un'occhiata al compagno algerino: aveva occhi luminosi sottolineati da lunghissime ciglia nere, un sorriso sbarazzino e bianchissimo, corti capelli neri appena mossi... Si chiamava Billel Moussouni, ma avevo sentito che i compagni lo chiamavano Billy, all'americana.

A poco a poco venni a sapere che suo padre era un giornalista, la madre invece lavorava in un centro sociale, era il maggiore di sette fra fratelli e sorelle, tutti nati in Francia e cittadini francesi e che come hobby faceva canottaggio... Era simpatico, sorrideva a qualche, rara, battuta razzista dei compagni, aveva un che di elegante nel modo di muoversi... e mi piaceva sempre più.

Nella Maison des Etudiants, c'era un altro ragazzo che mi piaceva un sacco. Si chiamava Bernard Fournier, aveva ventuno anni e la sua stanza era al secondo piano. Studiava antropologia all'università di stato. Aveva capelli castani tendenti al biondo, occhi verdi, labbra morbide e dritte, ed un forte e piacevole senso dell'umorismo.

La prima volta che ci si era visti, io avevo parcheggiato la mia Cinquecento, ero sceso e stavo per entrare nella Maison, quando arrivò lui contemporaneamente a me ed entrando mi chiese: "È tuo quel vasetto da yogurt là fuori?"

"Scusa?"

"Sì, quella Fiat bianca. Pare proprio un vasetto da yogurt, con tanto di tappo sopra..."

Risi: "Beh... sì. Un'ottima auto, costa molto poco, consuma molto poco e non si rompe mai."

"Perciò sei tu l'italiano."

"Sì."

"Io mi chiamo Bernard Fournier."

"Piacere, Osvaldo Fiorito. Io ho la camera al terzo piano, e tu?"

"Al secondo. Hai un buon accento, per essere un italiano... si direbbe che sei un provenzale. Cosa studi?"

"Letteratura alla Catho."

"Io antropologia alla statale. Se sei italiano, sai cucinare i maccheroni, no?"

"Sì, certo."

"Allora una volta o l'altra devi insegnarmi: quando li faccio io, li mangio solo per non buttarli via. Una volta sono stato in Italia, a Genova, e lì sì che erano buoni. Mai riuscito a farli così. Devi svelarmi il segreto."

"Volentieri. Tu ti cucini sempre da solo?"

"No, solo qualche volta. Di solito vado alla mensa universitaria. Ma lì la pasta la fanno anche peggio di me!" disse e rise.

Ci salutammo al secondo piano, e salii in camera mia. Pensai che con lui avrei fatto ben altro che insegnargli a cuocere la pasta... L'avrei fatto volentieri cuocere io, a fuoco lento, su un comodo letto.

Ma, nonostante sognassi di poter fare qualcosa con Billel o con Bernard, ormai erano due mesi che dovevo accontentarmi degli antichi piaceri solitari di quand'ero adolescente. Non avevo il coraggio di provarci con nessuno dei due, per quanto lo desiderassi. Mi chiedevo come si potesse capire se un altro ragazzo era un omosessuale come me o no. Anche se avessi saputo che aveva la ragazza, significava poco: anche il "mio" Carlo, aveva avuto qualche ragazza, come "paravento"... Anche se con loro si era sempre limitato a cose molto, molto meno intime di quelle che faceva con me.

Io, a parte un breve flirt durato un paio di mesi quando avevo quindici anni, cioè prima di "sapere" come realmente sono, non avevo mai avuto la ragazza. Non mi andava di illuderne una. E poi a me con le ragazze piace parlare, non palpare!

Invece, avrei palpato molto volentieri... tanto per cominciare... sia Billel che Bernard. Mi chiesi quale dei due avrei scelto, ammesso che esistesse una simile scelta... Sinceramente, non avrei saputo dirlo. Forse... forse Billel, probabilmente perché era più "esotico"...

Mi mancava Carlo, mi mancava il sesso, mi mancava un amico con cui essere me stesso e magari parlare liberamente di quell'attore, o atleta, o semplice bonazzo incrociato per strada, con cui ci sarebbe piaciuto poter fare cose turche.

Uno, se è interessato alle ragazze, le individua subito e ci può provare senza rischi: male che vada riceve semplicemente un no. Per noi omosessuali è diverso: non sai mai se il ragazzo che ti piace è come te o no, e se ti azzardi a provarci, come "no" rischi di ricevere per risposta un pugno sul muso, o di essere sputtanato con tutti gli amici.

Oltretutto negli anni '60 non esistevano luoghi di incontro per quelli come me, a parte cessi più o meno maleodoranti, parchi a volte pericolosi, cinema in cui di solito assistevi o partecipavi a scene di sesso anonimo, più che guardare lo schermo... Inoltre in quei luoghi rischiavi di imbatterti nella buon-costume, in teppisti che volevano solo derubarti, se non pestarti, o in pervertiti pericolosi...

Era anche un'epoca, quella, in cui non esistevano riviste gay, però iniziavano ad arrivare dall'America le prime riviste che si rivolgevano ufficialmente ai culturisti o agli artisti, come Body Beautiful, Physique Pictorial ed altre, ma che erano di fatto destinate al sottobosco omosessuale. Erano per lo più in bianco e nero, a volte solo la copertina era a colori. Non le si trovava in una qualsiasi edicola, ma, almeno a Torino, solo in quella della stazione ferroviaria e in un paio del centro città.

Trovare quindi un partner era una vera e propria impresa, richiedeva pazienza, tempo, spirito di osservazione, esperienza... e spesso era più facile individuare un possibile compagno fra gli sconosciuti che fra gli amici, il che spesso significava anche che il risultato era più facilmente una sveltina che non una relazione.

C'erano già, logicamente, le marchette, ma per uno studente squattrinato come me, non erano a portata di portafogli. Inoltre spesso erano ragazzi poco puliti, e il fatto che a loro interessasse più il portafogli del cliente che non il cliente stesso, ne faceva un qualcosa che davvero non mi attraeva, anche se a volte erano veramente dei bei ragazzi. Oltretutto, andare con una marchetta poteva anche essere pericoloso, non solo per il rischio di prendersi una malattia sessuale, ma anche perché capitava che fossero solo l'esca di gente che voleva derubarti o ricattarti.

Insomma, a meno che uno trovasse un amico con cui vedersi e fare sesso senza problemi, fra un'avventura ed un'altra spesso passavano lunghi periodi di astinenza o, per meglio dire, di sfoghi solitari. E anche quando si trovava un amico, o solo un'avventura, c'era poi il problema del posto in cui appartarsi per "fare", sì che spesso gli incontri avvenivano di notte, all'aperto, fra i cespugli di un parco o, per i più fortunati, in auto, fuori città...

Quando tutto andava bene, quindi, gli incontri erano essenzialmente una questione di sesso: c'era poco spazio per qualcosa di romantico, per una relazione di amore. Per questo, fra gli eterosessuali e spesso anche fra gli omosessuali, l'omosessualità era vista come una cosa esclusivamente di sesso e non di sentimenti, di affetti. Ed i gay, che ancora non erano chiamati così, erano giudicati persone estremamente promiscue.

Questo era anche rafforzato dal fatto che gli unici "modelli" di relazioni omosessuali era ciò che avveniva nelle prigioni, sulle navi, nei collegi... tutti ambienti in cui, esclusi forse solo i collegi, il sesso non era praticamente mai un'espressione di affetto ma soltanto di sopraffazione, o al meglio uno sfogo, in cui il più forte si "metteva sotto" il più debole, o il più vecchio si faceva fare "servizietti" dal più giovane.

Eppure, in questo deserto di affetti, a volte capitava anche che fiorisse una bella relazione, se non d'amore, almeno di amicizia e di reciproco piacere e rispetto. Ma, appunto, come un fiore in un deserto, era una cosa rara ed aveva una vita difficile e spesso breve...

Comunque, per tutto ciò, anche le relazioni di amore, nove volte su dieci, iniziavano come puro incontro di sesso e, se e quando andava bene, si trasformavano in affetto: cioè il contrario di quanto normalmente avveniva fra un ragazzo ed una ragazza.

A volte i ragazzi che non hanno vissuto questa realtà, non hanno la più pallida idea di quanto, nonostante ci sia ancora molta strada da fare, le cose siano cambiate in quaranta anni, e che cosa significasse essere omosessuali in quei tempi.

Eppure, almeno per quanto riguarda me, vissi quegli anni con una notevole serenità, e anche facendo alcune belle esperienze... e non solo a letto o fra i cespugli.

Ma torniamo alla mia vita a Lione.

Dunque, mi sentivo molto attratto sia da Bernard che da Billel.

Con il bell'algerino, all'inizio, c'era solamente il normale rapporto di due compagni di corso, rafforzato dal fatto che, a differenza di molti compagni, Billel sentiva che in me non c'era il minimo razzismo nei suoi confronti. Non che gli altri compagni lo "perseguitassero", ma spesso facevano battutine cretine e comunque il loro atteggiamento aveva a volte una sfumatura di discriminazione, si colorava di un certo disprezzo per qualcuno che, consciamente o inconsciamente, giudicavano come di una "razza" inferiore.

Quasi come reazione a questo strisciante razzismo, ed anche per la mia attrazione nei suoi confronti, io ero sempre gentile nei suoi confronti, lo salutavo spesso per primo con un bel sorriso, chiacchieravo volentieri con lui. Così si finì per metterci sempre più spesso a sedere, sui banchi della facoltà, uno accanto all'altro.

Fra le lezioni che mi piacevano di più, c'erano quelle di fonetica e fonologia: applicando quanto imparavo e facendo esercizi di pronuncia, presto riuscii a correggere il mio accento, sì che nel giro di meno di un anno, chi non sapeva che sono italiano, mi prendeva per francese, anzi per lionese, perché avevo inconsciamente assimilato i loro "difetti" di pronuncia.

Una cosa che mi sorprese, riguardo ai corsi di studio, fu che circa una volta al mese, dovevamo fare le "compositions", cioè dei veri e propri temi, ma non come quelli che in Italia ci facevano fare al liceo, piuttosto come quelli che si fanno fare ai ragazzini delle medie. I titoli, o soggetti, erano cose come: "In vacanza", "Un viaggio", "Il mercato sotto casa", "La mia famiglia", "Un caro amico"...

Ricordo che una volta ci fu assegnato il tema "La mia casa". Io mi divertii a scriverlo, come gli altri, in un modo un po' originale.

Scrissi, più o meno, che abitavo in una casa assai vasta e bella, con moltissime stanze, con alte colonne di pietra o di marmo, una diversa dall'altra eppure molto ben armonizzate assieme; le stanze avevano bellissime vetrate policrome dai colori cangianti e sontuosi tappeti di vari stili; che vi erano anche bei giardini e piscine, dove riposare e distendersi. Poi avevo scritto anche che mio padre era una persona molto ospitale, per cui accoglieva in casa gente di ogni tipo, sì che non mancava mai una compagnia, e che offriva da mangiare a tutti... E concludevo che questa mia fantastica casa era, in realtà... il mondo!

Come le altre volte, persi un voto alto, e la professoressa lo lesse in classe. Mi lodò, facendo notare soprattutto che io, pur essendo straniero, avevo sempre voti fra i più alti di tutto il corso... Anche Billel aveva sempre voti alti, era più o meno al mio stesso livello.

"Ma dove la trovi, Osvaldo, la fantasia per scrivere cose così interessanti nelle tue compositions?" mi chiese una volta Billel.

"Non lo so... Cerco semplicemente di continuare a vedere le cose con occhi sempre nuovi, puliti, di sfuggire dal banale e di essere capace di meravigliarmi e di godere quanto ci dà la vita..." cercai di spiegargli.

"Di non far morire il bambino che c'è dentro di te?" mi chiese con un sorriso.

"Sì, credo che si potrebbe dire così."

"Me le lasceresti copiare, le tue compositions? Così, leggendole, magari riesco a capire come le costruisci ed imparo ad esprimermi meglio anche io."

"Ma anche tu hai sempre buoni voti..."

"Sì, ma solo perché faccio pochi errori e costruisco bene i testi, dal punto di vista compositivo. Però non ho la tua bella fantasia. Me li lasci copiare?"

"Sì, volentieri." gli dissi dandogli il raccoglitore dei temi. "Prendi, portalo a casa, ma, per favore, riportalo quando abbiamo lezione di composizione..."

"Certo. Grazie. Sei un vero amico. Cosa posso fare io per te?"

Gli avrei risposto molto volentieri: "Venire a letto con me..." ma certamente non potevo. Perciò risposi: "Considerarmi un amico. È sufficiente."

Mi sorrise: "Ma io già ti considero un amico. Tu non vedi in me un algerino, un arabo, ma semplicemente un compagno, un coetaneo."

"Beh... è naturale..."

"Ma abbastanza raro, credi a me. Tu non puoi sapere che cosa significa essere sempre discriminati... Da alcuni più, da altri meno... Ma anche se sono di nazionalità e di cultura un francese, sono visto come un francese di sotto-marca." mi disse con un sorriso.

"Sì... credo di capire che cosa significa sentirsi diversi, essere discriminati, disprezzati, non pienamente accettati..." gli risposi pensieroso, riferendomi, senza poterglielo dire, alla mia omosessualità.

"Tu? Ah, beh... come italiano... I francesi sono sciovinisti, si credono superiori a tutti gli altri popoli, anche agli italiani... e vi chiamano macaronì..."

"No, anche in Italia... ma per altri motivi. Ognuno di noi è... diverso dagli altri, ognuno di noi, per un motivo o per un altro, fa parte di una... minoranza che la maggioranza non accetta." gli dissi.

Mi scrutò, sorridendo lieve, poi disse: "Sì, hai ragione. Anche fra noi di origine algerina, sai? I vecchi immigrati che si sono acculturati come me, guardano male i nuovi immigrati... ed i nuovi immigrati ci guardano male perché non siamo più veramente algerini... Cioè, vedi, io per i francesi sono solo un algerino, ma per gli algerini sono un francese... così non sono più né carne né pesce."

"Eppure... Una delle cose che ammiro in te, Billel, è come sei sempre allegro, sorridente, anche quando qualcuno dei compagni non agisce con vero rispetto nei tuoi confronti..."

"Un vero uomo, Osvaldo, ha pudore a mostrare agli altri le proprie ferite, rifugge dall'imporre agli altri il proprio dolore. E un vero uomo, secondo me, deve riuscire a sorridere e deve cercare di affrontare con serenità anche le difficoltà. E io faccio del mio meglio per essere, per diventare un vero uomo."

"A volte si fa fatica ad essere veri uomini..." dissi, pensieroso.

"Ma qual è l'alternativa? Essere bestie? O involucri vuoti? O non essere. È la fatica di essere autentici in un mondo che dà più peso alle apparenze che alla sostanza, no?"

"Eppure a volte... per sopravvivere... dobbiamo indossare una maschera. E a volte, questa maschera pesa, perché non è di cartapesta, ma di piombo." gli dissi.

"Bisogna trovare allora un amico, con cui potersela togliere senza rischiare di essere giudicati, condannati... e così riposarsi dalla fatica della vita, per riprendere il cammino."

"E se uno sbaglia? Se uno crede di trovarsi di fronte ad un amico, ma poi scopre che quello era amico di quella maschera e non di lui?"

Billel annuì, sorridendomi lieve. Poi mi disse: "Forse un giorno capirai che con me ti puoi togliere la maschera senza rischiare, Osvaldo. Spero che quel giorno venga... e venga presto."



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