I due amanti erano felici e sempre più uniti. Poiché Ervin voleva continuare a lavorare nell'orto, spesso Barthlomew vi portava uno sgabello pieghevole ed un libro, in modo da poter di tanto in tanto sollevare lo sguardo e guardarlo. Quando i loro sguardi si incontravano, i volti di entrambi si illuminavano di un ampio sorriso.
Questo, più che ogni parola, fece cambiare idea a Niall, che finalmente disse al fratello che era lieto per lui. Anche gli altri servi presero la cosa senza problemi. Solo Torin divenne un po' freddo con Ervin, poiché non ammetteva che due uomini potessero giacere assieme come uomo e donna...
Torin non aveva certamente il coraggio di mostrare la sua riprovazione al padrone, né ad Ervin, per timore che questi ne parlasse con sir Barthlomew, ma spesso, quando nessuno dei due lo poteva sentire, faceva apprezzamenti poco benevoli con gli altri servi riguardo a quella relazione "peccaminosa".
"Ehi, Torin!" gli disse un giorno Martin, "Eppure anche tu, quando si scende a Baldrine, non disdegni appartarti con una delle ragazze della locanda! Non è anche questo, a sentire i nostri preti, un peccato mortale?"
"Ma io almeno... lo faccio con una donna!" rispose Torin accigliato.
"No, ti sbagli di grosso, Torin." lo rimbeccò Simon, "Nessuno di noi lo fa con una donna, là alla locanda, ma semplicemente con un foro circondato da calda e tenera carne. Sii onesto, a te, come a noi, interessa solo sfogare le nostre voglie. Mica ci innamoriamo di quelle ragazze, no?"
"E che c'entra, questo?" chiese Torin, scontroso.
"E poi, non lo sai forse che i soldati in guerra, i marinai sulle navi, i prigionieri in galera lo fanno fra di loro? E pure i frati in convento..." disse Cole ridacchiando.
"Solo perché non hanno donne..." ribatté Torin, cocciuto.
"Ma il padrone e mio fratello... si amano..." intervenne timidamente Niall.
"Amano? Come possono due maschi amarsi? Non dire bestialità." Lo rimbeccò Torin.
"Io preferirei essere amato, più che fottuto..." disse Sayer. "Cioè... amato oltre che fottuto." si corresse poi.
"Perché mai due maschi non si potrebbero amare?" chiese Martin. "Che cos'è l'amore, secondo te, che non potrebbe esistere fra due maschi? Me lo vuoi spiegare, Torin?"
"Amore? È quello che spinge un maschio e una femmina a unirsi per fare figli..." disse Torin.
"No, quello è solo sesso, non amore. Altrimenti dovremmo dire che il toro ama le sue vacche. Hai mai detto a una donna: ti amo, Torin?"
"Sì, certo."
"E cosa volevi da lei, dicendole quelle parole?" insisté Martin.
"Portarmela a letto e scopare, però non una sola volta, ma per tutta la vita." rispose il cuoco.
"E questo può accadere anche fra due uomini, no?"
"Ma anche darle e ricevere il suo affetto... scambiarsi tenerezze." si corresse Torin.
"E questo pure può accadere fra due uomini." disse Martin.
"A te è mai capitato?" gli chiese Torin in tono di sfida.
"No, non mi è mai capitato. Ma che c'entra? Non è perché non mi piacciono le rape che dico che non sono un cibo, che bisogna gettarle via. Anzi, sono contento se a qualcuno piacciono..."
"Torin!" interloquì Cole, "Siamo quasi nel nuovo secolo, non siamo più un popolo incivile. Possibile che tu ancora ragioni come un barbaro? Il mondo cambia, grazie al cielo!"
"E non lo sai che anche certi re hanno avuto i loro preferiti e, da quello che ne so io, anche alcuni vescovi e prelati?" aggiunse Simon.
"Quella è gente... corrotta..." brontolò Torin.
"Fatti sentire da uno di loro, e ti fa tagliare la testa!" rise Simon.
"E poi, dopo tutto, che ti tolgono a te due uomini che fottono fra loro o che si amano?" gli chiese Cole.
"Ma se tutti gli uomini fottessero fra loro, non nascerebbero più figli e l'uomo smetterebbe di esistere!" obiettò Torin.
"Anche se tutti i preti e i monaci fossero casti e ci facessimo tutti preti. Ma, per fortuna, ognuno segue la sua strada e se nessuno sbarra la mia, non vedo perché lo dovrei disprezzare!" disse Martin.
"C'è anche chi ruba, ma mica ha il diritto di fare quello che vuole!" obiettò Torin.
"Ma chi ruba... sottrae ad un altro una cosa non sua e perciò gli fa un danno. Che danno ti fanno a te due uomini che fottono fra loro, eh?" gli chiese Cole.
"Anzi, al contrario... restano più donne a disposizione per noi che preferiamo le donne!" rise Simon.
"E se a te non piace, hai solo da non farlo." aggiunse Martin.
Quando Niall vide il fratello, gli raccontò la discussione che gli altri servi avevano avuto riguardo alla sua relazione con il padrone.
"E tu, cosa ne pensi?" gli chiese Ervin.
"A me interessa solo che tu sei contento di... stare col padrone. E poi... sai... ho scoperto che anche Sayer se la fa con Charles..."
"Sì, è vero, anche se non credo che quei due si amano. Gli piace solo farlo assieme. Sir Barthlomew, invece, mi ama, mi ama veramente, e io amo lui."
"Sì... ho visto come ti guarda... A me interessa solo che tu sei contento." ribadì Niall. "E comunque, a parte Torin, tutti gli altri non ci trovano niente di sbagliato che stai col padrone."
Quando a sera Ervin salì con sir Barthlomew nella sua stanza, gli riferì quanto gli aveva raccontato il fratello. L'uomo lo abbracciò e lo carezzò, mentre lo ascoltava.
"Gli altri dicano e pensino quello che vogliono. Come t'ha giustamente, saggiamente detto tuo fratello, a me interessa solamente che tu sia contento di essere il mio amato."
"Fin tanto che mi vorrete qui con voi, come potrei non essere contento?" disse Ervin, con un dolce sorriso. Poi chiese: "Ma voi... riesco a farvi veramente contento?"
"Non lo vedi? Non te lo dimostro a sufficienza?"
"Temo sempre di non saper fare abbastanza per voi..."
"Piccolo sciocco! Delizioso, piccolo sciocco. Se già non ti amassi, mi faresti innamorare ora..." gli disse Barthlomew e lo coprì col proprio corpo, per dimostrargli concretamente quanto veramente lo amava.
Nella pace della isolata proprietà che costituiva il luogo di esilio di sir Barthlomew, le notizie delle tensioni e delle incessanti battaglie che si stavano svolgendo in Inghilterra fra le casate dei nobili fedeli al re e quelli a lui avversari, giungevano come eco di eventi lontani.
Ma un giorno giunse la notizia che il re d'Inghilterra era morto e che il figlio era stato incoronato. Poco dopo la sua accessione al trono, Sir David Morgan gli aveva chiesto udienza ed aveva perorato la causa del suo amico, chiedendo al nuovo re di revocare l'editto di esilio emesso dal padre.
Il giovane re acconsentì immediatamente ed incaricò sir David di recare la buona la notizia a sir Barthlomew e di riportarlo a corte. Sir David Morgan, oltremodo felice, fece allestire la sua carrozza e, con una buona scorta, viaggiò alla volta dell'isola di Mann.
Giunto alla casa di sir Barthlomew, gli consegnò l'editto di revoca e lo abbracciò, felice e commosso.
"Come vedi, sono finalmente riuscito a farti restituire la tua libertà. Preparati e vieni con me a Londra: il re ti aspetta."
"Ti ringrazio di cuore, mio buon amico. Ma ormai mi sono abituato a stare qui, ci sto molto bene, e il fatto di poter uscire da questa casa mi è più che sufficiente."
"Ma il re ti attende: come minimo devi venire per ringraziarlo." insistette l'amico.
"Vedi... io qui ho finalmente trovato l'amore, e con l'amore la felicità, nonostante l'esilio. Non intendo separarmi da lui..."
"È un nobile manx?"
"No, uno dei miei servi; è sì un manx, ma un semplice contadino. Però è veramente la luce dei miei occhi, la vita del mio cuore. Ora sta lavorando nell'orto, ma all'ora di pranzo tornerà a me e te lo farò conoscere. Vedrai anche tu quanto non solo è di bell'aspetto, ma ha anche una bella anima."
"Caro amico mio, hai solo da portarlo con te. Poi, dopo che avrai reso omaggio al re, potrete tornare qui se lo vuoi: ormai sei un uomo libero."
"Temo che il mio amato a corte si sentirebbe sperso, imbarazzato, impacciato."
"Suvvia, sarà solo per un breve periodo... E potrai comunque tenerlo con te, nei quartieri che ti saranno assegnati a palazzo durante la tua permanenza."
Dopo averne discusso un po', alla fine sir Barthlomew cedette. Decise di lasciare Harold Grey a curare la casa durante la sua assenza, ed a portare con sé solo Ervin. Appena lo vide, gli comunicò le ultime novità e la decisione che aveva preso.
"Verrai con me, Ervin?" gli chiese.
"Con voi... verrei anche in capo al mondo!" esclamò il giovane.
"Non ci tratterremo a lungo a palazzo, intendo infatti tornare a vivere qui. Da quando ho te, questo è diventato il luogo più bello di tutto il reame. Ma se vieni a corte con me, voglio che tu abbia finalmente begli abiti. Perciò questo pomeriggio stesso andrai a cavallo con Harold fino a Doolish e lì ti farà fare abiti degni della corte."
"Non basta la vostra livrea?"
"Il mio amante ed amato deve avere abiti belli almeno quanto i miei! Anche io, qui, ho sempre indossato abiti semplici, perciò mi andava bene che tu continuassi ad indossare la mia livrea, ma a corte dovrò presentarmi con gli abiti più eleganti e più alla moda, e non voglio che tu possa sfigurare, al mio fianco."
"Come desiderate voi." rispose il giovane, a cui interessava solo che il suo amato fosse contento di lui.
Appena i nuovi abiti per Ervin furono pronti, sir Barthlomew dette le ultime istruzioni a Harold e Charles, salutò tutti e con Ervin salì sulla carrozza di sir David e partirono alla volta di Londra.
Durante il viaggio sir David, che aveva conosciuto ed apprezzato Ervin, gli disse: "Così vestito, Ervin, potresti benissimo passare per un gentiluomo."
Il giovane fece un sorrise schivo: "Purché non devo aprire bocca e non devo muovermi, o tutti capiscono subito che sono solo un'anatra travestita da cigno!"
"Oh, sapessi quante ve ne sono, a corte, di anatre, magari anche blasonate, travestite da cigni, merli travestiti da aquile, corvi travestiti da colombe... La corte non è altro che un grande teatro, credi a me, un palcoscenico su cui una compagnia di guitti impersona parti."
"Anche voi, sir David?" gli chiese ingenuamente Ervin.
"Eh, chi sa?" rise il nobile, "Ma sì, probabilmente anche io. Ed il re... non è che il capo-comico, colui che dirige la commedia. Tutto il segreto sta nel recitare in modo convincente la propria parte."
"Io, però... non so recitare... non ho mai recitato..." disse Ervin, pensieroso.
"Anche per questo io ti amo." gli disse sir Barthlomew.
Ervin arrossì lieve, per la presenza di sir David, ma sussurrò: "E anche io vi amo."
Il viaggio di ritorno fu assai più celere che non quello di andata, perché non erano rallentati dai carri con i buoi. E finalmente giunsero a Londra. Ervin guardava ad occhi sgranati, dal finestrino della carrozza, la città e le sue eleganti costruzioni. Quando poi giunsero a palazzo, esclamò: "Buon dio, quant'è grande! Quanti servi deve avere il re! E certamente ha un orto grande assai, con molti giardinieri..."
Barthlomew sorrise: "Ma certamente non ha un giardiniere splendido come tu sei!"
Sir David li ospitò nei propri quartieri, mentre si allestivano le stanze per il nuovo ospite, e mandò ad avvertire il re che Sir Barthlomew Quayle di Burnley era giunto a corte per rendergli omaggio.
Si erano appena sistemati nelle stanze loro assegnate, quando giunse l'invito del re per un'udienza privata.
"Vuoi venire con me, Ervin?"
"Se voi volete... ma io preferirei... Non vorrei farvi fare brutta figura con il re... e sarei troppo imbarazzato e..."
Barthlomew sorrise: "Va bene, come preferisci. Attendimi qui, tornerò al più presto." gli disse e dopo averlo abbracciato, si recò nello studio privato del re.
"Oh, Barthlomew! Mi fa piacere rivederti. Hai un magnifico aspetto. Siedi, siedi..."
"Grazie per aver revocato l'editto del mio esilio..." gli disse Barthlomew, sedendo.
"Finalmente mio padre ha avuto la buona idea di andarsene al creatore e di lasciarmi la sua corona. E finalmente posso condurre la mia vita come mi pare e piace, senza sotterfugi. Bene, intendo mandar via il Gran Cancelliere che mio padre aveva messo al tuo posto e ristabilirti in quella carica. Voglio attorno a me solo gente che conosco bene e di cui so di potermi fidare ciecamente. E, logicamente, voglio che tu sia nuovamente il mio amante."
Sir Barthlomew chiese: "Ma ho saputo che, poco dopo il mio allontanamento dalla corte, ti sei fatto un nuovo amante..."
"Oh, quello... non valeva un decimo di te. Bello... era bello assai, ma a letto davvero non ci sapeva fare. Poi ne ho trovato un altro... bene, questo almeno era valente come te a darmi godimento, ed era anche abbastanza avvenente, però... che vuoi... non aveva cervello ed era noioso. Il terzo ed ultimo, poi, quello che ho ora... anche lui non vale quanto te. Perciò lo manderò via e..."
"Il fatto è che, pur grato per la tua offerta, non posso accettare."
"E perché mai?"
"Perché... anche io, pensando di dover passare tutta la vita in esilio... dopo un poco mi sono trovato un amante, con cui ancora sto..."
"Ebbene, dagli il benservito, liberatene. Chi è, un nobile manx? Lascialo semplicemente restare nella sua isola."
"No, non è un nobile, è il mio giardiniere. E non è a Mann, ora, l'ho portato qui con me."
"Rimandalo indietro."
"Non posso, perché lo amo ed egli mi ama. Mi spiace, ma ormai mi sono legato a lui."
"E tu..." disse il giovane re alzandosi e guardandolo con espressione seccata, "vorresti dirmi che preferisci un plebeo, uno straccione, uno zotico giardiniere a me, il tuo re?"
"Non preferisco un giardiniere ad un re... preferisco il suo amore a..."
"E non ti sto di nuovo offrendo il mio amore, forse? E con esso, di farti secondo solo a me nel reame?"
"Perdonami, ma... quello che ci fu fra noi... anche io credevo onestamente che potesse essere chiamato amore. Ma ora che ho conosciuto il vero amore, mi rendo conto che il nostro era solo capriccio... piacere, certo... forse anche amicizia, ma non amore."
"Ti ordino di mandare via quello straccione e di tornare con me!" disse il giovane re, stizzito.
"Mi spiace, ma questo è un ordine a cui non posso obbedire. Come non ti tradii con tuo padre, e mi addossai volentieri tutta la colpa della nostra relazione, ora non posso tradire l'amore di colui che amo e che si è dato totalmente a me."
"Barthlomew, io ti voglio!"
"Se non avessi finalmente scoperto che cosa è il vero amore, se le cose fossero andate diversamente, forse ora accetterei la tua richiesta, di cui comunque ti sono grato. Ma, come ti ho detto..."
"E cosa sarebbe, questo vero amore di cui vai parlando?" gli chiese il giovane re in tono ironico, sedendo di nuovo.
"Completa donazione di se stesso alla persona che si ama."
"Questo non è amore, è stoltezza! Pretenderesti forse che io mi doni a te? Che metta il mio regno nelle tue mani? Non sono così pazzo."
"Non è certamente il tuo regno che mi interessa. E forse non vi è confine fra il vero amore e la saggia stoltezza che esso comporta. Troverai certamente la persona giusta per te, ma non sono io, quella. Dimenticami"
"Lo eri..."
"Appunto. Quel che vi fu fra noi, appartiene ormai al passato. E comunque non era vero amore."
"Ti rendi conto che stai disobbedendo al tuo re?"
"Me ne rendo pienamente conto, ma non posso agire altrimenti. Non è mia intenzione offenderti, credimi. Avrai in me un suddito leale, di questo puoi essere certo, ma..."
"Non so che farmene di un suddito in più. Voglio un amante. Qualcuno che mi dia godimento e piacere, che sappia rispondere ai miei bisogni come tu sapevi fare. Voglio un amante, capisci! Voglio te!"
"Chiedimi quel che vuoi, ma non questo. Con vero rammarico devo rifiutare. Non posso... non voglio tradire l'amore che mi lega al mio ragazzo."
"Al tuo sporco giardiniere!"
"Al mio dolce giardiniere."
"Per l'ultima volta... ti voglio."
"Non è più possibile. Lasciami tornare a Mann... al mio esilio, se credi che io non meriti la revoca che tanto generosamente m'hai fatto avere."
"Generosità che non meriti!"
"Lo capisco."
"Vai. Torna dal tuo straccione!"
"Grazie." rispose Barthlomew e, arretrando come si conveniva fare di fronte al re, uscì dal suo studio privato e tornò a passo spedito nelle stanze assegnategli.
"Ervin, prepariamoci, lasciamo la corte." gli disse con un lieve sorriso.
"Di già? Hai visto il re?"
"Sì, e mi ha congedato, mi ha permesso di tornare a... a casa nostra." gli disse con espressione lieta.
"Bene!" rispose allegramente il giovane giardiniere.
Stavano preparandosi per partire, quando bussarono con forza alla porta. Ervin andò ad aprire. Entrò un drappello di otto guardie, comandato da un nobile.
"Per ordine del re, sir Barthlomew Quayle di Burnley, dichiaro in arresto voi ed il vostro servo! Consegnatemi la vostra spada."
"Il mio servo?" chiese Barthlomew teso. "Che c'entra lui? Non ha fatto nulla. Questa è la mia spada, prendetela." disse sganciandola dalla cintura e porgendogliela, "ma lasciate andare il mio servo."
"Gli ordini sono ordini."
"Ma di che sono accusato? E di che è accusato il mio servo?"
"Non lo so e non mi riguarda. Seguitemi senza opporre resistenza. Non peggiorate la vostra situazione."
Barthlomew chiuse gli occhi, fece un profondo sospiro, poi li riaprì e disse: "Vi seguo."
Guardò Ervin e si scambiarono un lieve sorriso. Ciascuno di loro fu circondato da quattro guardie e furono portati fuori. Passarono per corridoi e scale e scesero fino ai sotterranei della torre. Qui, furono chiusi nella stessa cella, ma incatenati ad una caviglia in modo che, pur potendosi muovere, non potevano sfiorarsi neanche stendendosi a terra e protendendosi uno verso l'altro.
Barthlomew capì che questo dettaglio era stato stabilito dal re in persona, per punirlo ulteriormente per il suo rifiuto. Essere messi nella stessa cella, ma in modo che non si potessero toccare, sarebbe stata una vera tortura. Per questo aveva fatto arrestare anche Ervin: per punire doppiamente Barthlomew.
Quando furono soli, Barthlomew disse: "Mi spiace che per colpa mia anche tu sia stato imprigionato..."
"A me no!" gli rispose prontamente Ervin, con un sorriso. "Almeno sono qui, con voi. Ma perché il re, dopo avervi mandato la grazia, vi ha fatto imprigionare. Davvero non lo capisco."
Allora Barthlomew gli raccontò il colloquio avuto con il re.
Ervin lo guardò meravigliato: "E voi... avete fatto questo per me? Avete rifiutato il re per me?"
"Non l'avresti fatto, tu?"
"Ma io... io sono solo un giardiniere, un contadino..."
"Ed io... io sono solo un uomo innamorato proprio di questo contadino, proprio di un giardiniere." gli rispose l'uomo, con dolcezza.
"Ma forse... forse la sua ira si calmerà e... e prima o poi ci ripenserà e ci lascerà tornare a... a casa."
"O forse si dimenticherà di noi e resteremo qui fino all'ultimo dei nostri giorni."
"E se così sarà... non mi fa paura, finché mi lasceranno qui con voi."
"Ti vorrei stringere fra le mie braccia, amato mio..."
"E io le sento le vostre forti braccia attorno a me." Ervin gli rispose con un sorriso. Però poi divenne serio e chiese, con una voce piccola piccola: "Ci... tortureranno?"
Barthlomew lo guardò ed avrebbe voluto potergli dire di no, rassicurarlo, ma sentì che non poteva illuderlo, se non lo voleva deludere. Esitò un poco, fece un profondo sospiro poi si fece coraggio e rispose.
"Non lo so... spero di no, ma, sinceramente, non lo so. L'unica cosa che posso dirti, mio amato bene, è che spero, se dovesse accadere, che sapremo essere tutti e due forti... forti grazie al nostro amore."
Ervin annuì, poi disse: "Siete qui per colpa mia... Se non avevate conosciuto me... potevate accettare la richiesta del re."
"Più colpa mia che tua... Non avrei dovuto portarti con me a Londra. E non rimpiango affatto di averti conosciuto."
"Se non mi avevate portato con voi e venivo a sapere che il re vi ha chiuso qui... io ne sarei morto! E poi... non vi avevo detto che vi avrei seguito anche in capo al mondo?"
"Ah, se solo non avessimo queste catene!"
"Le ha volute il re, per farvi soffrire di più..."
Barthlomew non aveva mai dubitato dell'intelligenza di Ervin, eppure fu stupito per la sua sagacia.
"Ma avrei sofferto ancora di più se ti avesse chiuso in un'altra cella... dove non ti potessi vedere."
"Per fortuna, allora, non vi conosce abbastanza." gli disse Ervin con un dolce sorriso.
Erano rinchiusi nei sotterranei della torre da diversi giorni, quando sentirono la voce di uno dei carcerieri gridare ad un altro: "Apri, una visita per sir Barthlomew Quayle!"
Dopo poco la porta della cella si aprì e vi comparve sir David Morgan che era riuscito, pagando i carcerieri, ad andare da loro.
"Mio povero amico! In catene, e per letto solo un po' di paglia sul pavimento! E sei così ridotto per colpa mia! Maledetto il giorno in cui ti convinsi di tornare a Londra!" gli disse, abbracciandolo.
"Non rammaricarti. Tu hai fatto tutto per il meglio. Non è colpa tua, ma solo dell'orgoglio del re che io ho ferito. Ma non potevo fare altrimenti... Nessuno attraversa impunemente il cammino di un re."
"Ma non è degno di essere re chi usa del proprio potere per vendette personali." disse David con espressione addolorata e sdegnata.
"Taci! Se qualcuno ti ascolta, saresti accusato di tradimento." gli disse Barthlomew.
"Purtroppo non posso fare molto per te. Anzi, quasi nulla. Ma pagherò i carcerieri per farvi almeno avere cibo decente, ed un pagliericcio."
"Posso chiederti un favore, amico mio?"
"Chiedi."
"Puoi farmi avere un lume ed il necessario per scrivere?"
"Molto volentieri, certo."
"E tu, Ervin, desideri qualcosa?" gli chiese Barthlomew.
"Un... se non è troppo... mi piacerebbe poter avere... un liuto." chiese timidamente il giovane ortolano.
"Chiederò al capo-carceriere se nulla osta a che te ne faccia avere uno e che tu lo suoni. Non credo che ci siano problemi." disse sir David. "Ma perché vuoi un liuto?"
"Per... per tentare di comporre una canzone per il mio padrone..."
"Una canzone per me?" gli chiese Barthlomew.
"Sì la canzone delle tre lucerne... per rallegrarvi il cuore."
Sir David tornò due giorni dopo con alcuni servi, portando quanto i due prigionieri gli avevano chiesto.
"Grazie anche per i pagliericci e per il cibo che ora è migliore." gli disse Barthlomew.
"Vorrei poter fare di più per te, per voi. Ma anche il denaro ha i suoi limiti."
"Non rischi troppo, ad interessarti a noi?" gli chiese Barthlomew.
"Se non facessi tutto quanto mi è possibile per un amico, avrei vergogna di me stesso." gli rispose David.
"Hai notizie della mia famiglia?"
"Purtroppo non ne ho, da quando si sono schierati a favore del campo avverso al nostro re." gli disse David. "Questa guerra fratricida fra di noi non fa che indebolire l'Inghilterra, impoverire le nostre campagne, dividere le famiglie."
"Ed hai notizie della mia casa a Baldrine?"
"Sì. Harold Grey tiene aperta la casa, nella speranza che tu possa farvi ritorno. Ora che, avendo ricevuto la notizia della revoca dell'esilio, non deve più pagare i soldati del re di Mann, il denaro che ha gli è sufficiente per continuare a pagare la servitù, secondo i tuoi ordini. Ma mi chiedo che senso ha che tu voglia tenere aperta la casa di Baldrine..."
"È... come un simbolo... È la concreta speranza che io possa un giorno... presto... tornarvi con il mio Ervin." gli rispose Barthlomew. "L'uomo vive anche di simboli, mio buon amico. Inoltre mi è cara perché è il luogo dove ho conosciuto il vero amore."
"Vi torneremo, padrone." affermò Ervin, con dolcezza.
David scosse il capo, con espressione mesta: "È ben crudele il destino... Sei stato mandato in esilio dal padre per aver corrisposto al desiderio del figlio... e sei stato chiuso in prigione dal figlio per non aver corrisposto al suo desiderio!"
"Beh, in entrambi i casi ho rischiato che mi fosse mozzato il capo e non è accaduto. Dopo tutto sono stato fortunato, amico mio. Chissà quale destino mi riserverà, il prossimo re?" chiese Barthlomew con lieve ironia.
"E nonostante la tua condizione, non perdi il tuo consueto buon umore!" gli disse David.
"L'unica cosa di cui mi rammarico, che mi manca davvero..." disse Barthlomew.
"Dimmi e se posso..." si offrì immediatamente David.
"No, questo davvero non te lo chiederò mai!" ribatté Barthlomew.
"Non devi esitare, sai che farò per te tutto ciò che posso..." insisté David.
Barthlomew rise: "No. Davvero non te lo chiedo, anzi non voglio assolutamente che tu lo faccia. Perché l'unica cosa che mi manca, in questa condizione, è non poter neppure dare un bacio al mio Ervin... fare l'amore con lui."