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una storia originale di Andrej Koymasky


pin TRE LUCERNE
ALLA FINESTRA
di Andrej Koymasky © 2008
scritto il 12 giugno 2006
CAPITOLO 1
CONDANNATO ALL'ESILIO

Il re era in piedi, le gambe lievemente divaricate, le braccia conserte e guardava con fiero cipiglio l'uomo di fronte a lui, a terra con un ginocchio, l'altra gamba piegata, le braccia poggiate su di essa, il capo chino.

La colonna centrale della stanza, a fascio, si apriva in una serie di nervature che come un grande fiore di pietra si curvavano a sorreggere la volta dello studio privato del sovrano. Dalle strette ed alte finestre entravano due lame di luce ed il sole proiettava sul pavimento di lisce e grandi lastre di pietra grigia le immagini colorate, confuse ma riconoscibili, delle preziose vetrate che rappresentavano i fasti del regno.

Una di queste immagini si stendeva fra i due uomini, quasi a creare un confine illusorio per contenere l'ira del sovrano. Sui ricchi abiti del giovane uomo inginocchiato, una pesante catena d'oro fino rivelava il suo rango di Gran Cancelliere del regno.

"Che devo farne di te, Barthlomew Quayle, eh? Farti giudicare per alto tradimento? Farti mozzare il capo dal boia? O chiuderti nella torre, far murare la porta ed aspettare che di te resti solo un pugno di polvere da spazzar via? Ma... non voglio trascinare nella tua disgrazia anche mio figlio. Sarebbe una macchia sul suo onore. Che devo fare di te, eh? Dimmi!" tuonò guardandolo con occhi di fuoco, e la sua voce irata suscitò lievi echi dalle alte volte di pietra.

Il cancelliere non rispose, non si mosse, restò in attesa. Sapeva, capiva che sarebbe stato inutile, anzi dannoso giustificarsi, scusarsi, tentare di spiegargli come realmente erano andate le cose, quale fosse il senso di quanto il re aveva visto.

"Credevi forse che, per essere stato il mio compagno d'armi, per avermi salvato due volte la vita, tu avessi mano libera con mio figlio? Credi forse di poter sfuggire alla mia ira, al mio sdegno solo per la nostra antica amicizia? No!" gridò.

L'immagine colorata sul pavimento si spostava lentamente, impercettibilmente, verso il cancelliere, che continuava a restare immobile come una statua.

Il re abbassò il tono: "Siamo uomini di mondo, so che certe tendenze... certe predilezioni esistono e non mi importa se tu ne sei preda. Ma non potevi posare il tuo sguardo su un servo, su un paggio... su una delle guardie... sul figlio di qualche cortigiano!" disse rialzando la voce ad ogni parola dell'elenco. "No! Su mio figlio! E non tacere! Dimmi qualcosa! Giustificati!"

Il cancelliere sollevò il capo e guardò il suo sovrano ed amico. Ma non aprì bocca. Si guardarono per un lungo momento.

"Che devo farne, di te, eh?" gli chiese il re, fremente di sdegno.

"Ciò che il tuo cuore ti detta."

"Il mio cuore?"

"Di re, prima di tutto. Di padre, in secondo luogo. Di amico infine, se ancora posso ardire di usare questo termine."

Per un lungo tratto scese il silenzio nello studio privato del re.

Poi, a voce molto bassa, il sovrano disse: "Due volte... per ben due volte m'hai reso debitore della vita. Una volta hai salvato il re di questo reame. Una volta hai salvato il padre del principe. Ma ora... ora hai offeso profondamente l'amico!"

Sir Barthlomew Quayle di Burnley tacque, ma sostenne, pur senza sfidarlo, lo sguardo del suo sovrano.

"Come re, ti dovrei far decapitare. Come padre, ti dovrei piantare questo pugnale nel cuore..." disse sfoderando il pugnale e ponendone la punta sotto il mento del giovane uomo. "Come amico... come amico..."

Rimise il pugnale nel fodero, emise una specie di basso ruggito e lo guardò con occhi duri, uno sguardo più affilato del pugnale che aveva appena rinfoderato.

"Bene, ti risparmio la vita, ma... ma... non voglio più vedere il tuo volto, non più il tuo aspetto, non più la tua ombra!" tuonò.

Barthlomew continuava a tacere.

"Perciò... ti condanno all'esilio a vita, fuori dal mio regno. Andrai nell'isola di Mann. Il re di Mann darà certamente il suo benestare, me lo deve. Lì resterai agli arresti nella casa che possiede la tua famiglia su quella terra. Chiederò al re che ponga i suoi soldati a guardia della casa, con l'ordine di ucciderti se tenterai di mettere un piede fuori da essa e dalle sue dipendenze. Così ho deciso!"

L'immagine della vetrata lambì la figura del giovane uomo inginocchiato, che riabbassò il capo ed il suo sguardo si posò sul mosaico di confusi colori, in cui riconobbe la figura del nonno del suo sovrano che trafiggeva con la spada un nemico.

"Alzati, infame. Torna nei tuoi appartamenti e preparati. Al più presto, possibilmente domani stesso partirai, scortato dalle mie guardie. Rendimi, ora, il collare di gran cancelliere."

Sir Barthlomew si alzò, si sfilò il pesante collare d'oro e lo porse al re.

"Ma perché mio figlio, eh?" gli chiese il sovrano. "Per San Giorgio, anche io a volte, come te, dopo le battaglie, ho cercato un po' di sollievo con uno dei miei giovani soldati. Ma perché dovevi sedurre proprio mio figlio?"

Sir Barthlomew non rispose. Perché con la sua risposta, avrebbe accusato il principe e ferito ancora più profondamente il re. Non poteva dirgli che era stato il principe a sedurlo, fino a riuscire a portarlo nel proprio letto. Non poteva dirgli che il principe e lui si amavano. Sapeva che il re avrebbe capito un capriccio, uno sfogo fra un uomo ed un ragazzo, ma mai che un sentimento di amore li potesse legare.

Sapeva che se avesse detto la verità, avrebbe messo a rischio non solo la propria vita, ma anche quella del principe. Perciò tacque, prendendo su di sé tutta la colpa della relazione che per due anni lo aveva legato al principe. Ma ancora si chiedeva chi li avesse spiati, traditi, avvertendo il re della loro segreta relazione, facendo in modo che li sorprendesse sul fatto. Chi gli aveva aperto le porte delle sue stanze. Uno dei suoi servi? Ma chi, e perché?

Ma ormai, non aveva più alcuna importanza. E, doveva ammetterlo, il suo sovrano era stato magnanimo nei suoi confronti. Il re gli dette i suoi ordini riguardo alle ultime ore che avrebbe passato a palazzo, il primo era che non doveva tentare di vedere né mandare messaggi al figlio. Infine lo congedò.

Uscì, arretrando, dallo studio privato del re, poi si avviò, scortato da due guardie, alle proprie stanze. Gli dispiaceva non poter rivedere, per un'ultima volta, il principe. Dette ordine ai suoi servi di preparare tutto il necessario per il viaggio. Scelse quali carte, quali oggetti personali portar via. Poi riempì un cofanetto con tutto l'oro ed i gioielli di cui poteva disporre. La famiglia gli avrebbe in seguito mandato i frutti delle sue rendite, per permettergli di vivere nel suo esilio.

I servi si affaccendavano a riporre nei bauli da viaggio i suoi abiti, i suoi libri e quanto via via dava ordine di aggiungere. Poi decise quali di loro portare con sé nel proprio esilio. Scelse i quattro più fidati, i migliori. Per gli altri, avrebbe ingaggiato gente del luogo. L'isola di Mann... da cui proveniva la sua famiglia. Non ricordava neppure più come fosse la casa dei suoi avi, che sorgeva poco oltre il villaggio di Baldrine: l'ultima volta c'era stato circa venti anni prima, quando aveva solo dodici anni. Assai probabilmente la casa necessitava di una pulitura a fondo, e forse anche di un restauro. Non gli sarebbe mancato né il denaro né, tanto meno, il tempo.

La casa dei suoi avi! Un ritorno alle origini... Ne ricordava vagamente la lunga scalinata di accesso in pietra, su per la collina, il grande arco con il portale in legno massiccio e borchie di ferro, la facciata a due piani di pietra bianca, le finestre quadrate, divise da una colonnina centrale. Ricordava anche i vasti prati ondulati che la circondavano, su cui correvano splendidi puledri bianchi, selvatici, o oziavano bianche greggi di mansuete pecore.

Pensò, tristemente, che sarebbe stato il paesaggio ideale dove lasciar crescere, e far continuare a fiorire, il suo amore per il giovane principe... che logicamente non poteva portare con sé. Aveva troppo osato nell'accettare l'amore del principe ereditario, ed ora ne doveva pagare le conseguenze. Gli era stata inflitta una pena meno grande di quello che aveva temuto, ma comunque amara e senza fine: esiliato a vita...

Sir Barthlomew Quayle di Burnley era un uomo giovane e prestante, nobile d'animo oltre che di casata, forte sia di fisico che di carattere, fiero. Questa sventura l'aveva colpito, indubbiamente, ma non fiaccato nello spirito. Con lo stesso coraggio con cui aveva affrontato più volte il nemico sul campo di battaglia accanto al suo re, era pronto ad affrontare, ora, la sua nuova vita. L'unico suo rammarico era doversi separare dal giovane che amava.

Non avrebbe rimpianto la vita di corte, non le feste, non la sala d'armi, non le tavole imbandite. Né avrebbe avuto nostalgia per gli onori, per il suo ruolo di cui era appena stato spogliato, per la perdita del suo prestigio, della sua influenza sul re, quello stesso re che ora lo cacciava, senza ignominia soltanto per non farla ricadere anche sul principe ereditario.

Nonostante tutto, non rinnegava i due anni di amore che aveva condiviso in segreto con il principe. Amore che era sbocciato proprio nel giorno del diciottesimo compleanno dell'erede al trono. Sì, il principe l'aveva sedotto, lui non si sarebbe azzardato a compiere il primo passo, ma si era lasciato sedurre volentieri, aveva opposto una ben debole resistenza. Perché? Non solo perché in quel momento non aveva un amante, ma anche perché da tempo segretamente amava quel giovane virgulto che cresceva in grazia, bellezza, forza, intelligenza ed eleganza, giorno dopo giorno, sotto i suoi occhi.

Il principe non era più il bimbetto che aveva visto, per la prima volta, quando il re l'aveva ammesso al suo servizio come gentiluomo di camera. Sir Barthlomew aveva allora venti anni, ed il principino ne aveva otto. Erano passati dodici anni, da quel giorno. Eppure lo ricordava come se fossero passate solamente poche settimane. Sir Barthlomew era benedetto da una prodigiosa memoria, che gli era stata particolarmente utile quando, sei anni prima, il re l'aveva scelto per prendere il posto del precedente cancelliere del regno quando questi era morto. Sir Barthlomew, nominato a ventisei anni, era uno dei più giovani cancellieri nella storia del reame.

Si può dire che Barthlomew avesse bruciato tutte le tappe, avesse avuto una vita, almeno fino ad allora, che faceva dire a molti che era nato sotto una buona stella.

Terzo figlio maschio di Lord Clarence Quayle di Burnley, Barthlomew aveva visto la luce in Coventry, poco prima che terminasse la guerra in terra di Francia e che iniziasse la guerra fra le casate dei nobili d'Inghilterra. Fin da piccino s'era dimostrato dotato di diversi doni, dall'intelligenza all'avvenenza, dalla forza alla grazia. Estremamente vivace, come mostravano i suoi occhi vispi ed attenti, era però sempre obbediente con serena prontezza, tanto da divenire il prediletto della nutrice, oltre che dei genitori.

Crescendo, spesso metteva in difficoltà i suoi tutori con domande profonde ed acute, ma mai aveva profittato di questo. La sua incredibile memoria l'aveva fatto progredire rapidamente negli studi, sì che presto fu ammirato per la sua cultura. Anche nel maneggio delle armi eccelleva, sì da superare rapidamente i suoi maestri d'arme.

Eppure, per la sua buona indole, per la sua gentilezza e saggezza, per la semplicità ma nobiltà del suo agire, non era inviso a nessuno, non oggetto di invidia o di rancori; al contrario era apprezzato ed ammirato da tutti. Quando, all'età di quindici anni, fu mandato a corte come paggio, presto fu notato ed apprezzato per le sue molteplici doti.

Fu anche notato, principalmente per la sua avvenenza, anche da Jean le Marcassin, l'apprendista dell'astrologo del re. Era, Jean, un giovane di quasi venti anni di età, nato a Trouville, in Normandia. Da tempo un amante dei ragazzi, iniziò presto a corteggiare il giovane e bel paggio che, affascinato dall'arte dell'astrologia, amava farsi spiegare dal disponibile giovane i misteri degli astri.

Ma ben altri misteri aveva in animo Jean di svelare a Barthlomew. Così in una dolce notte di giugno, con il pretesto di mostrargli la costellazione di Eracle che campeggiava nel cielo, lo condusse con sé all'aperto, fino al centro di un prato incolto. Qui giunti, spiegati a terra i loro mantelli, si stesero fianco a fianco per non stancarsi nell'ammirare il cielo.

"Ecco, vedi, lassù quelle quattro stelle che formano un quadrato, fra la Lira e la Corona Boreale? Già gli antichi Greci vi riconoscevano la figura di Eracle, armato di clava e recante sul braccio la pelle del Leone Nemeo. Era, questo leone, un mostro, figlio di Ortro, che era figlio di Tifone e di Echidna, nonché fratello della Sfinge di Tebe. Era stato allevato da Selene, la vergine dea della Luna, ed era stato collocato nel territorio della Nemea, dove atterriva la popolazione divorando uomini e armenti. Abitava una profonda caverna a due uscite e si diceva che fosse invincibile; ma Eracle ostruì una delle uscite, poi entrò nella caverna e lo soffocò, dopodiché lo scuoiò e della sua pelle fece il proprio manto, usandone la testa come elmo."

"Sì, vedo il quadrato. Ma mentre le altre stelle disegnano la Lira e la Corona in modo assai chiaro, come si può vedere in quel quadrato di cui mi parli, la figura di Eracle, di un uomo?" chiese Barthlomew incuriosito.

"No, il quadrato non è che il torso dell'eroe. Ma osserva: dalle due stelle che costituiscono i vertici superiori, si dipartono due file di stelle ad angolo: sono le braccia e la destra, Eracle è visto da dietro, ignudo, regge la clava; la sinistra invece è protesa in avanti. Dalle due stelle che invece costituiscono i vertici inferiori del quadrato, un po' più vicine delle due superiori, si dipartono altre due serie di stelle in fila ad angolo. La sinistra è la gamba piegata a calpestare la testa del Drago e la destra è inginocchiata a terra..."

"Sì... ora lo vedo..." disse con entusiasmo Barthlomew. "Ma... come puoi dire che è ignudo?"

"Gli antichi eroi greci erano sempre rappresentati ignudi, nello splendore dei loro corpi virili. I greci avevano il culto della nudità maschile, fossero essi soldati, atleti, eroi, dei... Il culto della nudità e... e dell'amore fra uomini."

"Amore fra uomini?" chiese stupito il ragazzo.

"Certamente. Achille e Patroclo, Oreste e Pilade, Euripide ed Agatone, Alessandro il grande ed Efestione. Per non parlare di Giove e Ganimede, Apollo e Giacinto, Eracle ed Iolaos, Eracle e Ilas... e moltissimi altri."

"Amore fra uomini..." mormorò pensieroso Barthlomew.

"Ti sembra così strano? Anche tu, con la tua grazia e bellezza, puoi suscitare amore e desiderio in molti valenti e giovani uomini." gli sussurrò Jean, e, sollevatosi su un gomito, lo guardò negli occhi, quindi si chinò su di lui e sussurrò: "Anche in me..."

"Amore e desiderio?" gli chiese il ragazzo in un sussurro, sentendosi fremere allo sguardo del compagno. "Anche... in te?"

Jean gli sfiorò, lieve, le labbra con un dito ed aggiunse, con voce colma di desiderio: "Sì... desiderio di baciare queste tue belle labbra morbide..."

Barthlomew fremette con più forza, senza staccare i suoi occhi da quelli del compagno. "Mi vorresti... baciare?"

"Sì..." rispose l'altro, lentamente si chinò su di lui e con le labbra sfiorò le sue.

Barthlomew non si sottrasse, fremette con maggiore intensità, e quando il bacio si fece più ardito, più caldo, più intimo, lo accolse chiudendo gli occhi. Non si sottrasse nemmeno quando le mani del compagno lo accarezzarono, quando si insinuarono sotto i suoi eleganti abiti di corte. Non si oppose quando le dita, esperte e febbricitanti, sciolsero i legacci e si aprirono la via fino alla sua pelle nuda.

Nel complice silenzio della dolce notte, rotto solo dall'incessante ed acuto canto dei grilli, si lasciò denudare a poco a poco e sussultò quando sentì la pelle nuda del compagno contro la sua. Riaprì gli occhi, sorpreso, ed incontrò lo sguardo ardente di Jean.

"Vuoi essere il mio Patroclo, il mio Ilas, il mio Giacinto?" gli chiese in un mormorio eccitato l'avvenente e giovane francese.

"Sì..." rispose Barthlomew, sentendosi affascinato, incerto, attratto, tremebondo... ma gradevolmente eccitato.

Jean gli sorrise e scese a carezzarlo fra le gambe, sentendo con piacere che era già eccitato quanto lo era lui stesso. Con istintiva astuzia, non lo portò, quella prima volta, alla completa unione, ma si dedicò a fargli provare un forte piacere. Si contentò di baciarlo, carezzarlo, abbracciarlo, sfregarsi contro di lui fino a donargli il suo primo orgasmo. Quindi giacque accanto a lui, continuando a carezzarlo in modo lieve ed intimo.

"Ti è piaciuto, mio dolce Barthlomew?"

Il ragazzo annuì.

"Lo faremo ancora?"

Barthlomew annuì di nuovo.

"Ti insegnerò tutti gli antichi segreti dell'amore fra due maschi... fino all'unione completa."

"Completa?" chiese il ragazzo lievemente perplesso.

"Sì, fino a che io entrerò in te e tu in me..."

"Come?"

"Nel più piacevole dei modi... Tu accoglierai questa mia carne in te..." gli disse portandogli una mano sul membro tornato a riposo, "ed io accoglierò questa tua carne in me..." aggiunse carezzandogli i genitali.

"E... e è una cosa bella?"

"Assai più di quanto abbiamo appena fatto. Sì, assai più bella."

Si alzarono a sedere e si ricomposero gli abiti discinti, in silenzio. Poi Jean lo prese fra le braccia e lo baciò di nuovo. Questa volta Barthlomew ripose, dapprima timidamente, poi con crescente confidenza e piacere, al bacio. Jean era piacevolmente sorpreso per la facilità con cui aveva ottenuto da quel bel ragazzo quanto voleva.

Il fatto è che Barthlomew, con il sopraggiungere dei primi segni della sua maturazione, con l'affacciarsi alla virilità, aveva notato, senza capirne il motivo, di sentirsi via via più interessato dal proprio sesso più che dall'altro. Aveva interpretato questo suo crescente sentire come ammirazione, ma ora aveva compreso che in realtà involveva ben altro: attrazione, desiderio.

Jean gli aveva schiuso i cancelli del giardino segreto dell'amore fra uomini e Barthlomew l'aveva varcato con timida curiosità, lasciandosi guidare dal più esperto compagno.

Così, nei giorni seguenti, con alacre dedizione e appassionata pazienza, Jean gli aveva fatto percorrere tutti i sentieri di quel giardino, fino a portarlo, gradualmente ma inevitabilmente, all'unione completa. E Barthlomew capì perché non fosse minimamente interessato alle grazie muliebri, bensì a quelle virili.

Barthlomew ricordava perfettamente quella sua prima notte, che dentro di sé chiamava "la notte di Eracle". Così come ricordava la prima volta in cui, nella stanza di Jean, l'aveva accolto dentro di sé, steso sul suo lettuccio, il corpo piegato sotto quello del francese, le caviglie sulle sue spalle. Ne aveva ricavato piacere, ma il godimento era stato assai più intenso quando si erano scambiate le parti ed era stato lui ad immergersi nelle calde ed accoglienti carni di Jean.

Grazie al più esperto compagno, Barthlomew scoprì che altri, a corte, condividevano i loro stessi desideri ed erano dediti all'amore fra uomini. Così, iniziò a sperimentare con altri giovani: servi, paggi, soldati, scudieri, cavalieri e anche qualche figlio di nobili signori di passaggio a corte.

Quando aveva venti anni, il re, colpito dalla sua avvenenza, cultura ed intelligenza, lo scelse come gentiluomo di camera, facendolo trasferire nei quartieri reali. Così Barthlomew conobbe il principe ereditario, che fino ad allora aveva visto fugacemente e solo da lontano.

Il principe aveva allora solo otto anni, pertanto Barthlomew non aveva mai guardato al bimbo con occhi impuri, con desiderio. Mai. Aveva, in quel periodo, una relazione esclusiva con un suo coetaneo, Wil, il suo scudiero lì a palazzo che, dopo una breve, discreta ma assidua corte, aveva accettato di giacere con lui.

Non c'era, fra i due, amore, ma solo la letizia di darsi l'un l'altro piacere. Barthlomew non s'era ancora mai innamorato di nessuno dei suoi non pochi compagni. Però, dopo che Jean lasciò la corte, e dopo un periodo di giocondi incontri segreti, da quando aveva stretto la relazione con Wil, poiché stava assai bene con lui, non aveva cercato più altre avventure.

Quando il re andava in guerra, Barthlomew portava sempre con sé Wil. Fu proprio durante la battaglia in cui Barthlomew salvò per la seconda volta la vita al re, a rischio della propria, che Wil fu ucciso. E fu durante la cerimonia funebre in onore di Wil e degli altri caduti in battaglia che conobbe sir David Morgan.

Era, David, il figlio minore di un baronetto dello Yorkshire, ed aveva tre anni più di Barthlomew. Aveva una corporatura massiccia, ma non priva di grazia, un volto che pareva scolpito nella pietra, ma addolcito da occhi assai vivi. Durante la cerimonia, era di fronte a Barthlomew e spesso i suoi occhi si posavano su di lui, come se tentasse di scrutarne l'anima.

Barthlomew all'inizio si sentì lievemente a disagio sotto lo sguardo di David. Si chiese perché quello sconosciuto cavaliere, che dallo stemma sugli abiti riconobbe come un Morgan di Conisborough, continuasse a guardarlo in quel modo quasi sfrontato. Terminata la cerimonia, mentre Barthlomew si avviava verso la propria tenda, David gli si affiancò.

"Barthlomew Quayle di Burnley! Esatto?" gli chiese con la sua voce baritonale.

"Sì... e voi... siete un Morgan di Conisborough, vedo, ma non ho il piacere di conoscervi."

"Sì, sono David Morgan di Conisborough. Ma non potremmo darci del tu, dato che abbiamo qualcosa in comune?"

"Sì, certo, ma... in comune, tu ed io? E che cosa, di grazia?" chiese Barthlomew, guardandolo lievemente stupito.

David abbassò la voce e gli disse, prendendogli lievemente un gomito: "La passione per i bei ragazzi..." e, all'espressione lievemente confusa dell'altro, scoppiò in una grande risata. Poi aggiunse: "Ed in comune abbiamo anche avuto una storia con un certo... Jean le Marcassin."

"Non sapevo che, dopo aver lasciato la corte, si fosse trasferito nello Yorkshire... Credevo fosse tornato in Normandia." disse Barthlomew.

"Vi è tornato. È lì che l'ho... conosciuto, piuttosto intimamente. E che mi ha magnificato le tue qualità... non solo amatorie. Non so se è millantato credito, ma mi disse che fu lui ad introdurti alla nostra segreta passione."

"Così è. Anche te?"

David rise di nuovo. "No, ero già... svezzato da tempo, diciamo."

"E siete ancora assieme?"

"No, lui restò in Normandia. Ora ho un altro compagno, da circa tre anni. E tu? Hai qualcuno?"

"L'ho appena seppellito, malauguratamente. Era il mio scudiero, Wil Cabell."

Così era nata l'amicizia fra Barthlomew e David. Amicizia che non si colorò mai di sessualità, ma che gradualmente si rafforzò. Specialmente quando anche David fu chiamato a servire nella corte come assistente del Lord Alto Tesoriere. Passavano lunghi momenti assieme, quando entrambi erano liberi dal loro servizio. E fu David che suggerì al Lord Gran Cancelliere di quel tempo di prendere Barthlomew come assistente, data la sua profonda cultura.

Dopo la morte di Wil, Barthlomew aveva avuto una piacevole relazione con uno dei suoi servi, Colwyn, un ragazzo gallese di diciannove anni, non veramente bello ma sensuale, snello e sempre allegro. Come Wil, anche Colwyn amava molto essere penetrato, cosa che a Barthlomew non dispiaceva affatto, infatti lui preferiva penetrare.

Ma, vedendo crescere il principe, fiorire alla virilità, maturare, Barthlomew iniziò a sentirsi attratto da lui. Logicamente si guardò bene dal palesarlo, anzi, cercò di contrastare dentro di sé questo nuovo sentimento.

Non sapeva che anche il principe si sentiva fortemente attratto da lui, non sospettava che già alle soglie della pubertà il rampollo reale aveva scoperto ed apprezzato il sesso fra maschi, quindi non si era attrezzato, mentalmente, a resistere alla corte che il principe aveva iniziato a fargli. Anzi, piuttosto ingenuamente, aveva preso le crescenti attenzioni del principe per semplice simpatia, per uno spirito di amicizia.

Il giorno in cui a corte fu festeggiato il diciottesimo compleanno del principe, ora Barthlomew aveva trenta anni ed era già Gran Cancelliere del regno da quattro anni, terminate le cerimonie e le feste, il principe, con la scusa di ringraziarlo per il bel dono che aveva ricevuto, si recò negli appartamenti di Barthlomew, deciso ad ottenere da lui un ben altro regalo.

"Ho apprezzato il dono che mi hai fatto, sir Barthlomew... ma avrei gradito da te qualcosa di diverso..." gli disse con un sorriso, sedendo di fronte a lui.

"In che cosa posso compiacerti, altezza?" gli chiese, premurosamente. "Dimmi e se posso..."

"Sono certo che puoi. Da tempo ti osservo e mi chiedo perché... perché sprechi i tuoi talenti con... con certe persone, invece di donarli a me... che li saprei certamente apprezzare assai di più."

Barthlomew non capì subito che cosa gli volesse dire il giovane principe, perciò disse: "I miei talenti? Sono tutti al servizio del re tuo padre..."

"No, non tutti. Tu... non vorresti compiacermi?"

"Certamente sì. Dimmi come."

"Accettando... e ricambiando... i miei sentimenti per te."

"Hai tutta la mia amicizia, la mia stima, il mio rispetto e la mia ammirazione." ribatté Barthlomew che ora, per il modo in cui il giovane principe lo guardava, temeva di iniziare a comprendere che cosa volesse da lui.

"Cose che valuto e che ho tutte molto care. Ma non mi bastano più. Da te... vorrei altro. Io... io... il mio cuore... il mio corpo da tempo sta bruciando per te. Spegni questo fuoco, ti prego. So che anche tu provi per me un simile sentimento. Mi sbaglio forse?" chiese il giovane in tono appassionato.

Barthlomew restò senza parole. Lo guardò con espressione sbalordita, immobile, ma nel suo cuore si sollevò la tempesta, il sangue prese a battere con forza nelle sue tempie.

"Mi sbaglio forse?" insistette il principe.

"Tu... tu sei... il mio principe... il figlio del mio sovrano..." iniziò a dire tentando di ristabilire le distanze che il ragazzo voleva così arditamente annullare.

"No. Ora, qui, sono solo un ragazzo che implora un uomo di grande valore di degnarsi di accoglierlo fra le sue braccia e di... e di... amarlo e di accettare il suo amore." disse il principe, e scivolò giù dal sedile, in ginocchio davanti all'uomo, ponendogli le mani sulle cosce e guardandolo con occhi imploranti. "Sono solo un ragazzo, solo un ragazzo che vuole essere tuo."

Barthlomew si alzò in piedi, forzando il principe ad alzarsi con lui. Ma il ragazzo, appena furono ritti, lo strinse fra le sue braccia premendoglisi contro e, sollevandosi sulle punte dei piedi, cercò di baciarlo.

Barthlomew tentò di sottrarsi, ma era profondamente turbato, tentato, attratto da quel ragazzo. "Non sai che cosa mi stai chiedendo..." protestò debolmente.

"Lo so molto bene, invece. Portami sul tuo letto e amami, fammi tuo e io ti giuro che nessun altro mai verrà nel mio letto, nessun altro mai avrà i miei baci, nessun altro mai stringerò fra le braccia o mi avrà fra le sue!"

"Io... io..." rispose confuso sir Barthlomew.

Ma il principe lo fece tacere premendo le labbra contro le sue, stringendosi con maggiore forza a lui e facendogli sentire la propria erezione. Quando sentì fiorire anche quella dell'uomo, si staccò lievemente da lui e gli sorrise.

"Portami sul tuo letto e fammi tuo..." gli ripeté in dolce tono di comando.

"Tu... vuoi veramente essere mio?"

"Con tutto me stesso. Completamente e solamente tuo!"

"Ma tu... hai già sperimentato quanto mi stai chiedendo?"

"Or son quattro anni ho perso la mia verginità, che mi fu carpita da uno dei miei cugini... che mi fece scoprire i piaceri della carne. E dopo lui... ve ne furono altri a cui ho dato il mio corpo, a cui ho dato e da cui ho tratto piacere. Ma... ma a nessuno ho mai donato il mio cuore. E lo voglio donare a te."

Barthlomew gli prese il volto fra le mani e lo baciò con passione, a fondo, con crescente calore e piacere. I loro corpi fremettero all'unisono. Una mano del ragazzo scese sulla sua braghetta e lo palpò con piacere.

"Portami sul tuo letto e fammi tuo..." chiese nuovamente, guardandolo con occhi ardenti.

"Vieni..." sussurrò Barthlomew e lo guidò nella propria stanza da letto.

Chiusa la porta, subito presero a spogliarsi l'un l'altro, con mani febbricitanti, gli occhi brucianti di desiderio. Appena il ragazzo fu nudo, s'arrampicò lesto sul letto a baldacchino, stendendovisi sopra e, tenendo le cortine scostate con una mano, tese l'altra verso l'uomo in un gesto d'invito. Mentre gli si accostava, lo guardò fra le gambe, ammirando il suo bel membro fieramente eretto, circondato da un folto cespuglio di peli castani e sorrise in anticipazione.

Barthlomew gli si stese sopra, serrandolo fra le braccia e le gambe. Il ragazzo gli sorrise, radioso. Si carezzarono e baciarono per tutto il corpo, dando alimento alle loro eccitazioni, dando vigore al reciproco desiderio, finché il giovane principe gli si offrì, implorandolo con uno sguardo ardente di farlo suo.

Il giovane uomo gli si immerse dentro ed iniziò a dargli ed a prendere piacere come entrambi anelavano. Il respiro del ragazzo si fece via via più profondo e forte, e quando sentì l'orgasmo impadronirsi della sua carne, gemette a voce bassa e calda tutto il proprio piacere ed entrambi fremendo vennero, strettamente uniti. Poi, soddisfatti e per il momento sazi, si abbandonarono uno contro l'altro, carezzandosi teneramente.

Quello fu il primo di molti incontri. Era sempre il principe ad andare da Barthlomew, reputando il suo appartamento più sicuro del proprio. L'uomo e il ragazzo si amarono, così, per due anni, in cui entrambi restarono fedeli l'uno all'altro.

Finché un giorno, mentre erano in pieno amplesso, le cortine del letto furono bruscamente scostate ed il re li sorprese. Nessuno dei tre disse nulla, per un lungo, agghiacciante momento.

Poi il re disse: "Rivestitevi. Tu torna nei tuoi appartamenti e restaci fino a mio nuovo ordine. Quanto a te Barthlomew... ti attendo immediatamente nel mio studio privato!"



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