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una storia originale di Andrej Koymasky


pin COME MOSCHE SUL MIELE CAPITOLO 8
ATTESA

Avevo ascoltato il lungo racconto di Mort e, se da una parte ero lieto perché m'aveva confessato di essere innamorato di me, ancora non mi aveva detto chi e perché l'avesse conciato in quel modo.

Gli carezzai una mano e, con un tenero sorriso, gli dissi: "Se veramente anche tu mi ami, devi dirmi tutto. Come mai sei finito in ospedale? Che cosa è successo... veramente?"

Girò la mano ed intrecciò le dita con le mie. Mi rivolse un sorriso stanco, triste, ma incredibilmente dolce.

"Ormai... devo dirti tutto, lo so. Ecco, vedi, frequentandoti di nuovo, sentendo il mio amore per te crescere, sentire che la nostra amicizia si stava rafforzando, mi sono detto che dovevo trovare il coraggio di aprirmi, ma non solo con te... volevo essere... onesto con tutti, prima di dirti cosa provavo per te. Capivo che non potevo pensare di tenere nascosta la mia sessualità, se volevo sperare di essere accettato da te che la vivi apertamente.

Nello stesso tempo, dato che mio padre, come sai, lavora anche lui all'università, prima di fare il mio coming out, prima di dichiararmi in facoltà, capivo che dovevo farlo in casa: non volevo che lo venisse a sapere da altri. Per un po' fui incerto se prendere i miei uno ad uno e confidarmi con loro, o se dirlo a tutti assieme. Ogni soluzione aveva i suoi pro e i suoi contro... Poiché mia madre aveva deciso di invitare i miei fratelli e le loro mogli per festeggiare il Giorno del Ringraziamento, come si fa ogni anno, ho deciso di approfittare di quell'occasione per metterli tutti al corrente.

Capivo bene che avrebbero avuto una reazione negativa, dato che sapevo come la pensano riguardo a noi gay. Però ho pensato che affrontandoli tutti assieme... mi sarei tolto il problema in un sol colpo. Mi sono sentito nervoso per tutta la giornata e mi ero preparato mille discorsi, mille modi di affrontare l'argomento... ma, quando ci mettemmo a tavola, una strana calma è scesa dentro di me.

Abbiamo mangiato, poi, prima di alzarci da tavola, io ho annunciato che avevo un importante discorso da fare. L'atmosfera era allegra, mi guardarono tutti sorridendo, attendendo di sapere che cosa avessi da comunicare.

Contrariamente a tutti i discorsi che m'ero preparato, ho esordito: "Voglio che sappiate che io sono... gay!"

I sorrisi si sono congelati, spenti, poi espressioni stupite, accigliate, schifate sono apparse sui volti dei miei.

La prima a reagire è stata mia madre: "Ma che dici, Mortimer! Ti pare questo il modo di rovinare la festa?"

Poi ha reagto mio padre, il volto improvvisamente paonazzo: "E io t'ho mantenuto per tutti questi anni, t'ho mandato all'università, unico dei miei figli... per ottenerne questo?" ha tuonato. "Per trovarmi con un pugno di... merda in mano?"

"Ma che cazzo t'ha preso?" mi ha chiesto Charles, il maggiore, "Se sei uno schifoso culattone, non potevi tenertelo per te?"

"Dio... che vergogna..." ha detto mia madre in un gemito.

"Io... non ci posso fare niente se sono..." ho provato a dire.

Donald, il secondo, mi ha detto con aria disgustata: "Potevi farti castrare, invece di fare queste scelte pervertite!" e mi ha sputato in faccia.

"Non ho scelto niente, io... sono nato così..." ho protestato.

"Eh no! Eh no! Io non t'ho fatto così, merda! Guarda i tuoi fratelli, sono normali, loro! Non puoi buttare la colpa su noi, porco bastardo!" ha urlato mio padre.

"Ma non è colpa di nessuno... né vostra né mia..." ho ribattuto allora.

"Questa è una casa onorata, una famiglia per bene... non c'è posto per un degenerato come te, qui!" ha detto mia madre, alzandosi in piedi e lasciando la stanza in lacrime.

"Va bene... se volete... me ne vado..." ho detto io e mi sono alzato per andare in camera mia a fare le valigie...

Ero entrato da poco e stavo riempiendo una valigia con le mie cose, quando sono arrivati mio padre ed i miei fratelli. Ho pensato che fossero venuti per discutere...

Ma mio padre ha detto ai miei fratelli: "Tenetelo fermo!"

Charles e Donald mi sono volati addosso, mi hanno immobilizzato, e mio padre ha iniziato a pestarmi, in silenzio, con violenza... anche i miei fratelli, impedendomi di sfuggire nonostante cercassi di liberarmi con tutte le mie forze, hanno iniziato a darmi calci, pugni, ginocchiate... Il tutto avveniva in un silenzio irreale, neanche io gridavo, solo il rumore sordo dei colpi risuonava nella stanza. Io cercavo solo disperatamente di liberarmi, di sfuggire, ma erano in tre contro me... Sentivo le forze abbandonarmi, e ad un certo punto mi sono chiesto che cosa aspettassero ad ammazzarmi... Più che il dolore fisico, più che i loro colpi, era la loro sorda rabbia che mi feriva.

Ormai ero come un pupazzo di stracci nelle loro mani... Mentre mi afflosciavo sentendomi svenire, ho udito la voce di una delle mie cognate, Debby, che gridava: "Lasciatelo, bestie! Dio, è tutto coperto di sangue! Lasciatelo subito o chiamo la polizia!"

Mi hanno lasciato, mi sono afflosciato e ho perso i sensi, anche se solo per pochi minuti. Quando ho riaperto gli occhi, avevo solo mia madre e le mie cognate accanto a me, ed ero steso sul letto.

Connie, la moglie di Donald, mi ha chiesto, con aria preoccupata: "Mica avrai intenzione di denunciarli, no?"

Ho scosso la testa...

Debby, la moglie di Charles, allora ha detto: "Lo dobbiamo portare subito in ospedale, poveretto, guarda come l'hanno ridotto, quelle bestie!"

"No, in ospedale no..." ho sentito la voce di mia madre dire, "Altrimenti gli chiedono chi l'ha conciato così. Lo curiamo noi, qui!"

"Ma potrebbe morire, mamma... non vedi com'è conciato?" ha insistito Debby.

"E sarebbe pure meglio!" ha esclamato Connie.

"Sì, e credi che poi non capirebbero ugualmente cosa è successo? E non sarebbe pure peggio? Io non voglio essere complice di un assassinio. Cazzo, ma che donne siete, voi due? Io vado a telefonare all'ambulanza." ha gridato Debby sconvolta.

"Tu non ti muovi di qui!" ha detto mia madre gelida, dura.

Io faticavo a ragionare, però sono riuscito a mettere assieme due idee: "Se... se Charles e Donald mi portano in ospedale... io dico che mi hanno assalito dei teppisti per la strada... che loro m'hanno trovato mentre uscivano per tornare a casa... Io non denuncio nessuno..." ho invocato.

"Giuralo!" mi ha ordinato mia madre. "Giuralo sulla Bibbia!"

"Sì... lo giuro..." ho mormorato, e ho perso i sensi. Quando li ripresi... ero in ospedale e c'eri tu vicino a me..." concluse Mort.

Dio, quasi non credevo alle mie orecchie. Era tutto così... mostruoso.

"E hai intenzione di non denunciarli?" gli chiesi quasi incredulo.

"E a che pro? Mandare in galera mio padre, i miei fratelli... risolverebbe forse qualcosa? Il bubbone ero io... ora che mi hanno... estirpato... sono una sana famiglia come tante altre..." commentò Mort con mesta ironia.

"Ma non è giusto! Quasi ti uccidevano e tu..."

"La giustizia... è rimediare al male fatto, non vendicarsi. E il male che mi hanno fatto... non è mandandoli i galera che viene rimediato. Non è mandandoli in galera che otterrei di nuovo il loro rispetto, il loro amore... Non è sfasciando tre famiglie che imparerebbero a rispettare noi gay... anzi... ci odierebbero anche più di prima. No, Dick... cerca di capire..."

"Non mi è facile... Ma rispetto la tua decisione... amore."

"Dimmelo di nuovo..."

"Rispetto..."

"No... solo l'ultima parola..." mi chiese sorridendo.

"Amore! Amore mio!" gli dissi commosso. Poi proseguii: "Appena ti lasceranno uscire di qui... vieni a casa mia, vero?"

"Davvero mi ci vuoi? Non saprei dove andare. Però..."

"Adesso che finalmente ci siamo detti che ci amiamo, dove altro vorresti andare? Certo che verrai con me... a casa nostra..."

Avevo promesso che avrei rispettato la decisione di Mort di non denunciare padre e fratelli, però mi rodeva dentro che dovessero restare impuniti. Infine decisi che almeno una cosa la potevo fare, la dovevo fare, senza mancare alla parola che avevo dato al mio Mort...

Quando andai in facoltà, terminata la mia lezione, mi recai alla mensa universitaria e chiesi di suo padre. Gli dissi che gli dovevo parlare e di venire fuori con me. Mi seguì accigliato.

"Signor Keble, le do una settimana di tempo per licenziarsi dal lavoro e sparire da questa università."

L'uomo capì immediatamente il motivo della mia ingiunzione. Con aria strafottente, mi disse: "Cos'è, lei fotte con quel porco di Mortimer?"

"Non ancora, ma presto, non appena sarà dimesso dall'ospedale. Questo comunque non la riguarda. Le do una settimana di tempo, non un giorno di più..."

"Perché? Se non lo faccio... che fa? Mi denuncia? E per cosa mi denuncia? Mica ci sono le mie impronte digitali su quel porco di Mortimer."

"No, non la denuncio, dato che Mort non vuole farlo. Ma la ripago della stessa moneta con cui lei ha pagato suo figlio. Ho buoni amici che saranno più disposti a mandarla in ospedale... se non all'obitorio. E io avrò un alibi di ferro... Guardi che non scherzo affatto. Una settimana... non un giorno di più. Oggi è mercoledì... se mercoledì prossimo sarà ancora qui... peggio per lei!"

"Potrei denunciarla per minacce... non se ne rende conto?" mi disse, però ora sembrava meno sicuro di sé.

"Basandosi su che cosa? Su quali testimoni?"

"L'hanno vista venirmi a cercare, parlare con me..."

"Certo, dato che è il padre di un mio collega che è in ospedale... sono solo venuto a chiederle come sta suo figlio..." gli dissi con voce angelica ed un sorriso ironico.

"Ma se qualcuno prova a toccarmi..."

"Verrebbe fuori anche quello che ha fatto lei con i suoi degni figli a Mortimer, non crede?"

"Mi fate solo schifo, voi froci di merda!" reagì l'uomo, ma capivo che ora aveva paura.

"Preferisco essere un frocio di merda che un 'uomo' come crede di essere lei, signor Keble. Lei e i suoi fogli meritereste la galera... e forse sa che lì dentro i rapporti omosessuali sono pane quotidiano... O fotte o è fottuto... cosa le piacerebbe di più?"

"Lei è solo un porco pervertito come Mortimer. Lei mi fa vomitare!"

"Grazie altrettanto. Comunque non si dimentichi... ha solo sette giorni di tempo. E non è detto che non trovi il modo di farla pagare salata anche ai suoi degni figli... State in guardia!" gli dissi e lo lasciai.

Non dissi nulla a Mort, non subito, solo un paio di anni dopo. Comunque seppi che quell'indegno padre s'era licenziato e già il lunedì seguente non era più nel nostro campus. Ma il martedì ricevetti un'inattesa visita. Era una bella donna di meno di trenta anni, vestita con semplice eleganza.

Entrò nel mio studio e si presentò: "Sono Deborah Keble... ma per poco ancora, ho chiesto il divorzio da Charles, il fratello maggiore di Mort..."

La guardai stupito: "Si accomodi signora Keble..." le dissi.

"Preferisco che mi chiami con il mio nome da ragazza, Conant. Ho saputo dell'ultimatum che ha dato al padre di Mort... Voglio che sappia che ha fatto molto bene! Voglio che sappia che se tenteranno ancora qualcosa contro Mort o anche contro lei... io li denuncerò per percosse nei confronti di Mort. Lo sanno... e mi sono presa la mia dose di botte... perciò ho deciso di chiedere il divorzio."

"Mi spiace... comunque la ringrazio..."

"Non sono mai andata a trovare il povero Mort... Come sta?"

"Migliora a vista d'occhio. Forse fra una decina di giorni lo dimetteranno dall'ospedale..."

"E... dove andrà? In casa non lo vogliono più..."

"Verrà da me, non si preoccupi. E lei?"

"Sono tornata dai miei. Dovrò anche trovarmi un lavoro, perché non vado più a lavorare nella pasticceria... Ma non mi preoccupa, la cosa. Buon dio, neanche la madre l'ha difeso! Mi creda, ne sono rimasta sconvolta... Neanche la madre..."

"Mort mi ha detto che solo lei si è preoccupata delle sue condizioni..."

"Avrei dovuto impedirlo... ma non credevo che arrivassero a tanto... Sono tutti solo bestie, bestie immonde. Io... non è che abbia mai visto di buon occhio i gay... mi perdoni la franchezza... però... però preferirei avere un figlio gay piuttosto che come uno dei quei criminali bastardi che hanno pestato Mort. Glielo giuro! Non avrei mai creduto che anche Charles fosse... di nessuno di loro avrei creduto... parevano una famiglia normale, come tante..."

"E forse, purtroppo, sono una famiglia 'normale' come tante, signora."

Debby si alzò, frugò nella borsetta e mi porse un foglietto: "Qui ho segnato il numero di telefono dei miei genitori, dove per ora vivo. Per qualsiasi problema con la famiglia Keble... mi chiami. Il povero Mort ha promesso di non denunciarli... non io! Sono lieta che ora abbia lei a... ad occuparsi di lui. Io, almeno, ho ancora la mia famiglia... lui non ha più nessuno... a parte lei, professore."

La accompagnai alla porta, la ringraziai. Mi aveva fatto bene ricevere quella visita. Ma anche di quello, per il momento, preferii non parlare con Mort. Volevo che si rimettesse senza problemi, senza emozioni.

Mort ora poteva alzarsi dal letto, anche se per brevi periodi, poiché era ancora molto debole. A volte facevamo una breve passeggiata per i corridoi, poiché fuori, nel giardino dell'ospedale, cominciava a fare freddo. Si scendeva fino al bar interno a prendere qualcosa, così poteva stare un po' seduto e riposarsi, e si chiacchierava.

"Io pensavo di dirlo prima ai miei, poi di iscrivermi all'alleanza gltb-straight, e infine di provare a dirti quello che provavo per te... Appena potrò tornare in facoltà, mi iscriverò... e a questo punto, mio padre dica quello che vuole, non me ne importa più niente." mi disse un giorno.

"Tuo padre... non lavora più alla mensa universitaria. Ho saputo che si è licenziato..." gli dissi, cercando di avere un'espressione neutra.

"Ah. Forse si vergognava troppo a lavorare nello stesso campus del figlio frocio..." commentò Mort con un lieve sorriso. Poi, a voce bassa, chinandosi verso di me in modo di non farsi sentire dagli altri avventori del bar, mi disse: "Sai che non vedo l'ora di poter stare solo con te?"

"Ah sì? E per fare che?" gli chiesi con un lieve sorriso.

Mi guardò e negli occhi gli brillò una luce birichina: "Per vedere chi ce l'ha più lungo..." disse con un risolino.

"Be, mica è necessario essere soli per verificarlo. Il mio è di diciotto centimetri."

"Molle?" chiese lui sgranando gli occhi.

"No... duro!" precisai ridendo.

"Ah, meno male... Ma te lo sei misurato?"

"No mai. A occhio devono essere circa diciotto."

"Ah, allora vedi che te lo devo misurare io!?"

"E tu? Te lo sei misurato?"

"Solo quando avevo sedici, diciassette anni..."

"E? Quant'era lungo?"

"Sedici, diciassette centimetri..."

"O dio! Ma allora adesso è di venticinque centimetri? E quando avrai sessanta anni... oh povero me!"

Rise divertito, una risata allegra e spensierata da ragazzino, che mi allargò il cuore. Sul suo bel volto i segni delle ecchimosi non erano ancora scomparsi, eppure mi parve talmente bello da commuovermi. Aveva anche una parte dei capelli rasati, dove avevano dovuto dargli alcuni punti per suturare una ferita.

"Dick?"

"Dimmi..."

"Smettila."

"Cosa?" gli chiesi stupito.

"Se mi guardi così... io comincio a fare l'amore con te qui, in mezzo al bar!"

"Beh... se anche ci menano... siamo già in ospedale..." ribattei allegramente, facendo spallucce.

"Ma invece, magari, invece di menarci... vogliono fare un'ammucchiata... e io non voglio, ti voglio solo per me... Tu no?"

"Eccome!"

"Tu... secondo te due che si amano... devono anche essersi fedeli?"

"No, non devono, secondo me. Non è affatto un dovere."

"Ah!" esclamò, lievemente teso.

"Non possono fare altro che essersi fedeli, perché non c'è posto per nessun altro, né nel cuore né nel letto..." aggiunsi allora con un sorriso.

"Ah..." ripeté allora Mort, rilassandosi.

"Sai che sei bellissimo, che hai occhi splendidi?"

"Anche se sembro un panda, con queste macchie scure attorno agli occhi?" scherzò lui.

"Stanno già scolorendo, i lividi... e comunque sei bello lo stesso."

Vidi che aveva l'aria un po' stanca: era già da troppo tempo in piedi. Lo riaccompagnai su nella sua camera. Oltretutto mi resi conto che stava per scadere l'orario delle visite. Si stese sul letto, sopra le coperte. Avevo una gran voglia di baciarlo, ma sapevo che il personale dell'ospedale entrava senza bussare... perciò mi trattenni, se pure a malincuore.

Dopo poco infatti si affacciò un infermiere: "Fine delle visite..." annunciò.

"Devi dare lezione, domattina, vero?" mi chiese.

"Purtroppo... Ma dopo pranzo torno. Vuoi che ti porti qualcosa da leggere?"

"Puoi passare alla facoltà di storia? Nel mio studio c'è una cartellina verde, nello scaffale alle spalle della mia scrivania, con su scritto 'riordinare'. Ci sono le copie degli ultimi documenti che avevo scovato per la mia ricerca..."

"Non ti stancherà riprendere gli studi? Non sarebbe meglio qualcosa di meno impegnativo?"

"No... me li leggerò con calma, un po' alla volta. Ma così, quando finalmente potrò riprendere, non sarò troppo arrugginito."

"Come vuoi, amore. Me li lasceranno prendere, però?"

"Domattina alle nove telefono alla segreteria avvertendoli che passerai tu."

"Allora ciao. A domani."

Tornai a casa, e mentre mi allontanavo dall'ospedale, mi pareva di sentire il peso dei chilometri che la mia auto stava percorrendo, allontanandomi da lui...

Mi cucinai la cena ed immaginai quanto sarebbe stato bello prepararla per due, una volta che Mort fosse stato lì con me... Ero talmente immerso in quel piacevole pensiero che, senza farlo apposta, preparai il tavolo della cucina con due coperti... Quando me ne resi conto, sorrisi, e lasciai apparecchiato per due.

Poco dopo la cena, stavo guardando le news alla televisione, sentii suonare alla porta. Andai ad aprire. Era Ron. Dal suo sorriso capii subito perché fosse venuto. Lo feci accomodare in soggiorno. Abbassai il volume del televisore.

"Ron... stavo per andare a letto..." iniziai a dire.

"Se non hai voglia, stasera..." disse il ragazzo con un sorriso quieto.

"Non si tratta solo di stasera, Ron..."

"Ti sei... stancato di me?" mi chiese, un po' deluso.

"No, non mi sono affatto stancato di te. Ma il fatto è che... vedi... mi sono innamorato, perciò... non posso più farlo con te." gli dissi, in tono determinato ma gentile, sperando di non fargli pesare troppo il mio rifiuto.

"Ah, capisco... Beh... certo... capisco..."

"Mi dispiace, ma davvero non posso."

"Certo, è naturale. Beh... sono contento per te."

"Dopo tutto fra noi... è stato piacevole, però..."

"Mica ti devi scusare. Capisco davvero. Anche io, se mi innamorassi... No, davvero. Lo conosco? È quel... Jervis?"

"Eh? No, no, non è Jervis. Forse lo conosci, è Mortimer Keble."

"Mister Keble? È gay anche lui? Davvero?" mi chiese stupito. "È molto sexy... davvero un bell'uomo... Beh... complimenti. Ho sentito dire che è in ospedale, ora, vero? Ha avuto un incidente... o un'aggressione, vero?"

"Sì. E quando lo dimetteranno, verrà ad abitare qui, con me."

"Ottimo!" mi disse con un sorriso sincero.

"Non potevo dirtelo prima... Mort e io ci siamo appena dichiarati il nostro amore..."

"Nessun problema, Dick, davvero." insisté il ragazzo, "Posso solo invidiarti... o magari invidiare lui."

"Beh, sei giovane, sei un bel ragazzo e hai un carattere molto gradevole, prima o poi troverai anche tu qualcuno che... ti faccia passare l'invidia." gli dissi.

Chiacchierammo ancora un po', poi, dataci la buona notte, tornò su in camera sua. Ron mi aveva fatto ripensare a Jervis, quindi gli telefonai subito per avvertire anche lui del fatto che volevo interrompere la nostra relazione e del motivo. La prese bene e a sua volta mi fece le sue congratulazioni, anche se forse con meno "entusiasmo" di Ron.

Bene. Il fatto di aver troncato quelle mie due relazioni mi fece sentire leggero e felice, eccitato. Preoccupato come ero stato in quei giorni per la salute di Mort, li avevo dimenticati tutti e due...

Avrei voluto rivoluzionare tutto l'appartamento, renderlo più bello, più accogliente per l'arrivo del mio Mort... ma poi mi dissi che sarebbe stato più giusto farlo assieme a lui... Così mi ripromisi solo di chiamare un'agenzia di pulizie per farlo ripulire a fondo. Dopo tutto la cosa più importante, un letto matrimoniale nella mia stanza, già c'era...

Quando andai a trovare Mort, gli chiesi come fare per recuperare tutte le sue cose, che erano rimaste a casa dei suoi genitori.

"Mah... io non me la sento di vederli di nuovo. Poco male... le cose più importanti, riguardo ai miei studi, sono tutte in facoltà. Il resto... pazienza. Preferisco rinunciarci che rimettere piede in quella casa."

"Potremmo incaricare uno studio legale perché provveda a mandare qualcuno per prendere le tue cose, ciò che hai diritto di riavere..." gli proposi.

"No... lasciamo perdere, preferisco. Dopo tutto sono solo abiti, lo stereo, i CD, qualche vecchio libro, vecchie foto, tutte cose che posso ricomprare o rimpiazzare un po' alla volta. Non mi dispiace affatto ricominciare la mia vita da zero... con te."

"Come vuoi tu, amore. Per me l'importante è solo che tu sia felice. Che io sia capace di renderti felice."

"Ci stai già riuscendo..." mi disse con un dolce sorriso. "L'unica cosa che mi manca... è di essere finalmente fra le tue braccia... di poter fare l'amore con te. Solo quest'attesa vela la mia felicità, per ora."

"A chi lo dici! Ma dobbiamo ancora avere pazienza solamente per qualche giorno. Abbiamo aspettato tanti anni, prima di riuscire a dirci quello che sentivamo uno per l'altro... Hai gli abiti da indossare per quando ti dimettono?"

"Sì, quelli che avevo quando m'hanno portato in ospedale... credo me li abbiano messi in quell'armadietto... non ho ancora controllato."

Li andai a vedere e notai che erano un po' stazzonati e che la camicia era macchiata di sangue. "Te li porto in una lavanderia, per rimetterli in ordine." gli dissi.

"Sì, grazie. Poi ne comprerò altri, un po' alla volta..."

Presi le misure dei suoi capi di abbigliamento, prima di portarli a lavare, così gli comprai un cambio completo, con due camicie e un po' di indumenti intimi. Mort apprezzò il mio gesto, e mi disse che era tutto di suo completo gusto.


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