Lieto per aver finalmente acquisito un sufficiente livello di fiducia in me stesso, di autostima ero pronto, con Mortimer, a correre il rischio che comporta instaurare una vera intimità, il primo passo necessario per poter iniziare una vera e forte relazione.
Sapevo che se avessi saputo incontrare Mortimer su un piano di vera intimità, se anche lui l'avesse accettato dando inizio ad una relazione con me in cui potessimo creare una comunione di sentimenti, una profonda vicinanza emotiva, una reale comprensione reciproca, forse ne sarebbe potuta conseguire anche una comunione fisica, a cui comunque desideravo giungere.
Bene. Ero dunque finalmente deciso, per la prima volta in vita mia, ad essere quello che compie il primo passo.
Attendevo perciò la prima occasione in cui Mort sarebbe venuto nel mio studio per mettermi al corrente sulla sua ricerca, o solo per confrontare le sue idee con le mie, per discutere o chiacchierare. Allora gli avrei finalmente svelato quanto da ormai troppo tempo sentivo per lui.
Ma i giorni passavano e Mortimer non veniva da me, né mi capitava di incontrarlo per i viali o gli ambienti della nostra università. Perciò mi decisi di andarlo a cercare alla facoltà di storia. Non lo trovai, quindi chiesi di lui.
"Mister Keble? Ha avuto un incidente, è in ospedale." mi disse la segretaria a cui m'ero rivolto.
"Un incidente? Qualcosa di grave? In che ospedale è?" le chiesi, allarmato.
"Un'aggressione, pare da un gruppo di teppisti... Non so in che condizioni sia... Mi pare che sia ricoverato all'Ospedale di Stato..."
Inutile dire che, dato che quel giorno non avevo lezioni, dopo aver avvertito in facoltà che mi sarei assentato, mi precipitai in ospedale. Non mi fecero entrare nella sua stanza, perché non era in stato di coscienza, a causa dei sedativi con cui l'avevano imbottito. Lo vidi attraverso il vetro: aveva la testa fasciata, un occhio blu e gonfio, l'altro coperto da una garza, un cerotto sul labbro superiore. Il resto del corpo era coperto dal lenzuolo, quindi non ne potevo vedere le condizioni. Una quantità incredibile di tubicini spariva sotto le lenzuola e piccoli schermi verdi o arancione ai lati del letto mostravano cifre e grafici. Il tutto era decisamente impressionante, preoccupante.
Chiesi di parlare con un medico, ma questi mi chiese se ero un parente e, saputo che ero solamente un collega, mi disse che non poteva dirmi nulla. Gli chiesi di dirmi almeno se la sua vita fosse in pericolo.
"No, nessun organo vitale è stato leso. Però la prognosi è riservata, finché non lo togliamo dal coma farmaceutico..."
La parola "coma" mi fece tremare e mi sentii prossimo alle lacrime. Lo ringraziai e tornai dietro al vetro a guardare il "mio" Mort. Dentro c'era un'infermiera che stava cambiando un flacone in uno degli alti sostegni verticali di metallo cromato. Poi gli si accostò, si chinò su di lui e vidi che gli parlava, sorridente, mentre con le punte delle dita gli sfiorava delicatamente una guancia.
Quando uscì la fermai: "Mi scusi, sono un collega di mister Keble. Ho notato che gli stava parlando... è in grado di capire?"
La donna mi sorrise: "Molto probabilmente no, ma, nel dubbio, è bene fargli sentire che c'è chi si prende cura di lui... Curare un essere umano non è solo dargli medicine..." spiegò.
"Grazie, signora. Posso tornare a vederlo?"
"Senza problemi, durante l'orario delle visite."
"Non mi fanno entrare nella stanza... perché sono solo un collega e non un parente..."
"È il regolamento, signore. Ma quando riprenderà coscienza, Mortimer potrà chiedere di farla entrare, e allora non ci saranno più problemi." mi spiegò con un sorriso.
Il fatto che l'avesse chiamato per nome mi fece piacere e capii che per lei quello non era solo uno dei tanti pazienti, ma veramente un "essere umano". Mi sentii in dovere di ringraziarla per la sua umanità. Accettò le mie parole con un lieve, grazioso cenno del capo.
"Non si preoccupi, mister. Il suo collega ne verrà fuori bene... almeno fisicamente. Forse l'aggressione che ha subito lascerà qualche ferita... dentro di lui. Ma se chi gli è attorno gli darà affetto, amicizia, anche quelle ferite guariranno..."
"I suoi... la sua famiglia... sono venuti?"
"No... l'hanno portato qui i fratelli, mi pare, dopo l'aggressione; poi non li ho più visti... a meno che siano venuti quando non ero io di turno. Ora mi scusi, devo occuparmi di un altro paziente..."
Restato solo davanti a quel vetro, finalmente le lacrime scesero e mi rigarono le guance. Rimasi a guardarlo per un paio di ore. L'infermiera tornò tre o quattro volte e mi portò una sedia... Poi mi avvertì che l'orario delle visite era finito. Le chiesi quale fosse l'orario, per potermi organizzare e tornare.
Andai di nuovo in facoltà ed avvertii la segreteria che, per gravi problemi di famiglia, dovevo spostare alcuni impegni. Purtroppo non potevo spostare le lezioni, o per meglio dire, avrei anche potuto farlo, ma avrebbe creato complicazioni troppo grandi, perciò, se pure a malincuore, per il momento rinunciai.
Tornai in ospedale quel giorno stesso, poi due volte il giorno seguente. Mort era sempre in stato di incoscienza. L'infermiera però mi disse che stava reagendo bene alle cure.
Finalmente, il terzo giorno, Mort riprese coscienza mentre io ero dietro il vetro e l'infermiera era con lui. La donna gli disse qualcosa e Mort guardò verso il vetro. Credo che tentò di abbozzare un lieve sorriso, anche se sembrò più una smorfia...
L'infermiera uscì: "Ora devo chiamare il dottore, poi il suo collega ha detto di lasciarla entrare..." mi disse con un sorriso.
Tornò con due medici. Tirarono la tenda davanti al vetro. Attesi e mi sentivo il cuore battere furiosamente. Per fortuna avevo la sedia, perché mi sentivo incredibilmente debole. Guardavo spesso l'orologio: il tempo pareva non passare mai.
Finalmente i due medici uscirono e l'infermiera riaprì la tenda. Mort stava guardando verso di me. L'infermiera uscì e mi disse che potevo entrare, mi seguì con la sedia che pose accanto al letto e ci lasciò soli.
"Mort... come stai?" gli chiesi in un sussurro.
"Ciao... Sei venuto..."
"Certo. Come ti senti?"
"Debole come un neonato... Non sento niente... gli analgesici, credo..."
Avrei voluto chiedergli mille cose, dirgli mille cose, ma capivo che non era il caso di farlo affaticare, perciò mi limitai a guardarlo, a sorridergli.
"Siedi..." mi disse.
Avrei voluto toccarlo, carezzarlo, ma ero intimorito da tutti quei tubicini, dalle fasciature che vedevo, dai lievi bip-bip che provenivano dalle strane, misteriose apparecchiature che lo circondavano. Vedevo liquidi, alcuni incolori e altri colorati, gocciolare nei tubi che sparivano sotto il suo lenzuolo. Ce n'erano una decina circa... ma perdevo il conto ogni volta che provavo a ricontarli.
Mort chiuse gli occhi, o meglio l'unico occhio libero, che mi sembrava meno gonfio dei giorni precedenti. Pensai che si fosse assopito. Il suo volto martoriato aveva un velo di barba che accentuava il suo pallore. Il suo petto coperto dal lenzuolo si sollevava ed abbassava lentamente, in ritmo regolare. Notai che indossava un pigiama celeste chiaro: il colletto e parte delle spalle emergevano dal lenzuolo bianco su cui correva una scritta tessuta in blu "State Hospital - Intensive Care Yard".
Dopo quasi un'ora, riaprì l'occhio e mi guardò.
"Sei ancora qui?"
"Certo."
"M'ero appisolato..."
"Bene."
"In facoltà... sanno?"
"Sì, sanno che sei in ospedale. Me l'hanno detto loro, quando ero andato a cercarti... dato che non ti vedevo più in giro..."
"Non ti annoi a stare qui? Non sono di buona compagnia..."
"Sciocco! Cerca di guarire presto, piuttosto. Hai bisogno di qualcosa? Vuoi che ti porti qualche cosa quando torno a trovarti?"
"No... non so... non credo..."
"Beh, caso mai me lo dirai, eh? Qualsiasi cosa... Tra poco devo andare, purtroppo, ma torno oggi pomeriggio."
"Non ti devi disturbare..."
"Non ho niente di più divertente da fare..." gli dissi cercando di fare una battuta di spirito.
Tentò di sorridere: "Allora sei ridotto peggio di me..." mormorò.
Non so se fosse la mia impressione, se dipendesse solo dalle condizioni in cui era, ma il suo sorriso mi sembrò velato di tristezza.
"Cerca di rimetterti in fretta, di tornare a casa..." gli dissi.
"A casa..." mormorò lui e scosse lievemente il capo.
Avrei voluto chiedergli come mai non avevo ancora mai visto i suoi... avrei voluto sapere chi l'aveva aggredito e perché... avrei voluto dirgli che lo amavo... ma dalle mie labbra non uscì una sola parola.
Quando uscii dalla sua stanza, chiesi all'infermiera se, nel pomeriggio, gli potevo portare fiori o altro.
"Fiori sì, nessun problema. Altro... per ora non ha bisogno di altro, non può mangiare, lo nutriamo con le flebo; né leggere, non si può ancora muovere. Forse fra qualche giorno."
"Un lettore di CD con musica?" chiesi allora.
"Non ancora, finché non gli togliamo le bende e non può mettere l'auricolare. Dopo, può anche andare bene. Specialmente quando lo trasferiamo nella sezione di degenza."
"Si sta rimettendo, no?"
"Sì, è giovane, forte, il corpo sta reagendo bene. Non si preoccupi. Vedrà che il suo amico si rimetterà bene... specialmente se lei gli starà vicino."
Nel pomeriggio gli portai un mazzo di violette in un bicchiere di cristallo a base quadra. Glielo posi sul comodino.
"Viola odorata... è uno dei fiori che amo di più... Grazie."
"Come ti senti?"
"Indolenzito. Gli analgesici... mi stanno diminuendo le dosi..."
"Hai meno tubicini, oggi..." notai.
"Forse da domani posso nutrirmi da solo, dice il dottore."
"Hai fame?"
"Non lo so... Non sono ancora padrone di me..." Tacque per alcuni minuti, poi mi chiese: "Come sapevi..."
"Me l'hanno detto in facoltà..."
"No. Che amo le violette..."
"Le amo anche io e così... sono contento di averci azzeccato."
"Non ti annoi a stare qui?"
"No. E tu? Non ti annoi a stare qui?" gli chiesi tentando di scherzare nonostante avessi il cuore oppresso dalla pena.
"Beh... preferirei stare in facoltà, certo."
Io avrei detto che avrei preferito stare a casa mia... Mort invece aveva parlato della facoltà... Sentii che sotto doveva esserci qualcosa, e questa sensazione era accentuata dal fatto che non avevo ancora visto nessuno dei suoi venirlo a trovare. Pensai di andare a parlare con il padre, cha lavorava alla mensa universitaria come cuoco... poi mi dissi che non avevo nessun diritto di intromettermi nella sua vita privata.
Finalmente gli tolsero tutti i tubicini dal corpo, poi anche la benda dall'occhio destro. Le ecchimosi ai due occhi stavano scolorendo, da viola scuro a un marrone-melanzana... Ora stava seduto sul letto, le braccia fuori dal lenzuolo, ai lati del corpo. Gli carezzai lievemente una mano. Mi guardò e fece un debole sorriso. Provai l'impulso di abbracciarlo, di baciarlo... ma logicamente sapevo che non lo potevo fare.
Poi lo trasferirono nella corsia di degenza, in una cameretta a due letti, ma nell'altro letto non c'era nessuno. Si stava rimettendo abbastanza velocemente. Gli tolsero le bende dalla testa, poi anche il cerotto dal labbro. L'infermiere gli aveva anche fatto la barba ed aveva finalmente un aspetto più "normale".
Gli posi la domanda che da un po' mi urgeva alle labbra: "Chi t'ha aggredito, Mort... e perché?"
"Teppisti... non so perché..." mormorò.
Però aveva distolto lo sguardo dai miei occhi e capii che mi stava nascondendo qualcosa.
"Dove? Quanti erano? Li hai descritti alla polizia?"
"No... non so... era sera, non li ho visti bene... davanti a casa di papà... m'hanno messo qualcosa in testa, non li ho visti..."
"Ma così... non t'hanno detto niente? Insultato... per qualche motivo... Che ragione potevano avere per... conciarti in quel modo?"
"Non ne ho idea... non lo so..."
"Che cosa mi stai nascondendo, Mort?" gli chiesi.
I suoi occhi si posarono per un breve attimo sui miei e vi lessi un profondo dolore, ma li distolse subito.
"Niente, Dick, niente... Non so... davvero..."
"Mort... perché non ti fidi di me? Perché non ti vuoi confidare con me? Io... io ti amo, Mort! Io vorrei... vorrei che tu... che noi..."
L'avevo detto. Ora non mi restava che aspettare la sua reazione. Mort, proprio mentre gli dicevo "io ti amo", aveva chiuso gli occhi. Non so quanto durò il silenzio: pareva che il tempo avesse smesso di scorrere.
"Mort... ti prego... se non puoi accettare il mio amore... almeno la mia amicizia... la puoi accettare, no?" lo pregai a bassa voce, sentendomi incredibilmente emozionato, tanto che mi parve che la voce uscisse a fatica dalle mie labbra.
Annuì, senza aprire gli occhi. Poi, con un filo di voce, chiese: "Perché mi ami? Cosa vuoi dire?"
"All'inizio... già quando eri un mio studente... ti desideravo. Ma ora, al desiderio fisico, s'è unito, tanto da sovrastarlo, il desiderio di poter fare delle nostre vite... una sola. Di costruire qualcosa assieme. E se anche tu lo vuoi... se ho questa fortuna... devi fidarti di me come io mi sto fidando di te. Vedi... lascio a te la scelta... puoi rifiutare la mia offerta... rifiutarmi. Oppure chiedermi di avere solo una forte amicizia senza un coinvolgimento fisico... o accettare il mio amore e ricambiarlo anche... anche fisicamente. Accetto qualsiasi cosa tu ti senti di decidere... Possiamo avere, se vuoi, un rapporto di tenerezza anche senza... senza un coinvolgimento sessuale... oppure l'uno e l'altro fusi in un unico linguaggio d'amore... oppure... puoi dirmi che tutto questo non fa per te, non ti interessa e... chiedermi di lasciarti in pace."
"No. Questo no, però... mi hai preso alla sprovvista. Io... non so da dove cominciare, Dick... Quello che mi stai chiedendo è... è grande. Più di quanto potessi sperare da te, credimi. Più di quanto osassi sperare. Fare delle nostre vite una sola... Iniziare un cammino assieme... Mi sarei accontento di una vera amicizia con te, ne sarei stato felice... ma tu mi stai offrendo molto di più... Io ho sempre avuto una grande ammirazione per te, oltre a stima, rispetto. Anche io, dal primo giorno in cui ho iniziato a seguire le tue lezioni... ho sentito che sei una persona speciale... Anche io ti amo, Dick... anche io ti desidero... Ma non osavo sperare che tu provassi le stesse cose per me..."
"Ma allora..." gli dissi sentendomi sopraffatto dall'emozione, "perché non iniziamo questo cammino assieme?"
"E come?"
"Cominciando a dirmi... che cosa ti è veramente accaduto..."
Annuì lentamente e finalmente riaprì gli occhi e mi guardò: "È... difficile... doloroso... ma forse... forse è necessario, forse è giusto..."
Finalmente iniziò a raccontare, lentamente, faticosamente...
Mi disse che aveva intuito di essere gay quando aveva quattordici anni. Si rendeva conto di sentirsi sempre più attratto dai compagni e non dalle compagne con cui aveva solo buoni rapporti di amicizia. S'era dedicato agli sport, pensando, ingenuamente, che se si fosse sviluppato bene, con un corpo virile, avrebbe risolto il suo "problema"...
Una sera, quando aveva quindici anni, avendo perso l'ultimo autobus verso casa, si mise sulla strada per fare l'autostop. Abbastanza presto si fermò un'auto che lo fece salire. L'uomo gli chiese dove dovesse andare e riprese la guida. Era ben vestito, doveva avere sui trenta anni, aveva un'aria raffinata. Gli fece domande sui suoi studi, che sport facesse... le solite cose banali. Mort era grato per il passaggio, quindi gli rispondeva volentieri, senza problemi.
Circa mezzo miglio prima di casa, l'uomo fermò l'auto sul lato della strada. Ormai s'era fatto buio... Posò una mano su un ginocchio di Mort poi iniziò a carezzargli l'interno della coscia, lievemente.
"Non andare subito a casa..." gli disse, "Possiamo stare qui un po' a chiacchierare, no? Sei un gran bel ragazzetto..."
Mort si sentiva come paralizzato. La mano continuava in quella strana ma piacevole carezza e le dita, ad ogni carezza, s'avvicinavano sempre più al suo pube... sì che presto ebbe un'erezione.
Ma nel momento in cui le dita raggiunsero, attraverso la tela dei calzoni, il suo membro palpitante, l'incantesimo si spezzò. Mort aprì la portiera e si catapultò fuori e cominciò a correre verso casa spaventato. Sentì l'auto rimettersi in moto ed ebbe paura che l'uomo lo inseguisse. Allora saltò la siepe e corse per i campi, passando dietro alle case, finché raggiunse la propria.
Sostò un po' nel giardino per riprendere fiato, per calmarsi, e finalmente rientrò al sicuro delle mura domestiche. I suoi erano già a tavola. Mangiò in silenzio, la testa ancora piena di quanto gli era accaduto. Poi salì in camera, si gettò sul letto, gli occhi chiusi e cercò di immaginare che cosa sarebbe potuto accadere se non fosse fuggito. Le vaghe immagini erotiche gli procurarono subito una forte erezione, anche se aveva solo una pallida idea di quanto l'uomo avrebbe voluto fare con lui. Alla fine si aprì i calzoni e si masturbò... si chiese se davvero l'uomo pensava che era un gran bel ragazzo... Non aveva mai pensato a se stesso in quei termini, anzi, gli pareva di essere piuttosto sgraziato...
Lo sport che praticava assiduamente gli stava formando i muscoli, è vero... Aveva un bel casco di capelli morbidi ma sempre ribelli, belle sopracciglia, ciglia lunghe... un volto regolare... gambe e braccia forse un po' troppo lunghe... eppure l'uomo l'aveva trovato bello e voleva fare "quelle cose" con lui...
Per la prima volta, mentre si masturbava, immaginò che quanto i compagni a volte dicevano ridacchiando con disprezzo riguardo ai "froci" stesse capitando fra quell'uomo e lui... Oppure con qualcuno dei compagni più grandi, più sviluppati, con un corpo già virile e proporzionato...
L'unica cosa che lo limitava, che lo frenava, che a volte lo mandava in crisi era il fatto che, le rare volte che in casa, padre e fratelli maggiori, accennavano ai gay, di solito in seguito a qualcosa che si vedeva nella TV, erano sempre e solo parole di profondo disprezzo, giudizi trancianti, impietosi... anche crudeli.
Eppure, più lottava dentro di sé per rimanere, o meglio per tornare sulla "via normale", più percepiva che era una battaglia persa. A volte provava la tentazione di arrendersi ai propri impulsi alla propria natura; altre volte si vergognava di se stesso, cercava di "cambiare", tentava persino di flirtare con qualche compagna...
Questa battaglia durò per tre anni, con alterne fortune. Il fatto era che si eccitava soltanto quando immaginava di poter fare qualcosa con uno dei compagni, mai con una delle ragazze. Poteva capitare che per una settimana, per alcuni giorni, riuscisse a "controllarsi", ma poi cedeva di nuovo ed arrivava a masturbarsi anche due, tre volte al giorno, sognando di poter fare qualcosa con un compagno più grande di lui.
Un giorno aveva notato una rivista pornografica che faceva capolino da un cestino della carta straccia del parco... Assicuratosi che nessuno lo potesse vedere, la prese e la nascose sotto il maglioncino. Tornò a casa, in camera sua: guardare le donne nude gli provocava un lieve senso di fastidio, soffermarsi sulle immagini degli uomini nudi gli procurava un diffuso senso di caldo piacere.
Prese un paio di forbici e ritagliò i nudi maschili più belli, eliminando tutti quelli femminili. Quelle immagini, inoltre, ebbero il risultato di fargli capire che cosa si poteva fare e come, infatti alcune donne lo succhiavano al maschio, ed alcuni degli uomini, invece di metterlo alla donna dal davanti, glielo mettevano dal dietro... cose che anche due maschi potevano fare...
Incollò le figure maschili su un piccolo album da disegno nuovo, che nascose accuratamente, mise gli scarti in un sacchetto di plastica scuro che, alla prima occasione, gettò in un cestino di rifiuti lontano da casa. Quell'album divenne il suo compagno segreto per quasi tre anni. Infatti, nonostante il desiderio fosse sempre più forte, non solo non tentava mai nulla con nessuno, ma sfuggiva chi sembrava tentare un approccio con lui... un po' per timidezza, un po' per paura di essere poi "svergognato" come aveva visto a volte accadere a qualche compagno che tutti prendevano in giro, a torto o a ragione, come "frocio".
Finché, una notte, proprio nella nostra università in cui l'avevo conosciuto, Mort fu sedotto. S'era subito appassionato agli studi, ed assorbiva quanto gli veniva proposto nelle lezioni, avido come una spugna. A parte la frequenza a lezioni, letture, seminari, spendeva tutto il suo tempo libero partecipando alle varie attività sociali e sportive che l'università offriva. L'unico gruppo che istintivamente evitava era l'associazione di sostegno gltb-straight...
Fra gli altri, aveva stretto amicizia con un ragazzo di due anni più grande di lui, di nome Lloyd, che l'aveva "adottato". Era abbastanza comune che i ragazzi più grandi adottassero una matricola per un anno, per guidarla e farla orientare nel primo anno di frequenza. Lloyd era quasi una leggenda, nella nostra università: organizzava spettacoli, dirigeva il club letterario, era un acceso sostenitore del partito democratico, raccoglieva grandi quantità di denaro per le varie "charity" che gli stavano a cuore. Inoltre riusciva sempre ad ottenere punteggi assai alti in tutti i suoi esami.
Mort era affascinato, stregato da Lloyd e gradualmente divennero amici sempre più stretti. Quando andavano ad un party assieme, immancabilmente sedevano uno accanto all'altro. A volte decidevano all'ultimo minuto di andare al cinema, se lo godevano assieme, poi ne discutevano animatamente. Mort gli faceva da aiuto regista quando organizzava uno spettacolo ed una volta accettò anche di recitare in una commedia di Brecht... anche se con poco successo.
Gradualmente si rese conto che Lloyd lo voleva avere fisicamente. Non sapeva dirsi perché, ma ne era convinto e, tutto sommato, non gli dispiaceva l'idea. Quindi aspettava che Lloyd facesse il primo passo: Mort, come me, non si sentiva capace a farlo... Però cercava di creare le situazioni propizie perché l'altro si decidesse.
Quando Lloyd seppe che era il giorno del suo compleanno, gli disse di avvertire a casa che avrebbe dormito fuori: voleva offrirgli una "notte brava", fare le ore piccole, poi sarebbero andati a dormire nella sua stanza. Mort accettò subito. Girarono pub, disco, night, bevendo, ballando, facendo battute e ridendo come matti... finché alle quattro di mattina Lloyd decise di prendere un taxi e di andare a dormire. Erano tutti e due un po' brilli e faticarono a salire fino alla sua stanza.
Mort crollò sul letto dell'amico. Lloyd sedette accanto a lui ed iniziò a carezzargli teneramente una guancia. Poi gli sfilò le scarpe... dopo un po' anche la giacchetta, la camicia... poi gli tolse i calzoni... la canotta.
Mort lo lasciava fare e anzi gli disse: "Se stai cercando di sedurmi... io mica ti faccio smettere, sai?"
Lloyd non disse nulla; gli sfilò anche le mutande. Poi si chinò a baciarlo e lecchettarlo per tutto il corpo, finché Mort reagì ed inalberò una bella erezione. Allora lo baciò in bocca, a fondo, con passione. All'inizio quel bacio lo disturbò: era pronto a fare sesso col suo mentore, ma baciare... Poi l'altro riprese il viaggio verso il basso del suo corpo...
Lloyd era ancora completamente vestito e Mort, totalmente nudo, si sentiva vulnerabile, esposto, ma aveva l'impressione di essere anche incredibilmente erotico. Sentì finalmente la mano dell'amico sul membro e fu come uno shock di piacere... poi un secondo shock, ancora più forte: Lloyd si fece scivolare il forte membro fra le labbra ed iniziò a succhiarlo facendoselo scendere fino in gola.
E Mort pensò: "Ecco fatto! Sono davvero gay, io. Rilassati e goditela..." Era sopraffatto dalle sensazioni, dalle emozioni, e non provava nessun senso di colpa, di vergogna, solo una gran voglia di godere. Pensò che quello non era solo il suo compleanno, ma il giorno della sua nascita...
Una mano dell'amico iniziò a palpare e manipolare il sacchetto dei testicoli, poi fece scivolare le dita fra la radice del pene fino al solco fra le natiche, facendogli allargare le gambe, mentre continuava a succhiarglielo, e finalmente iniziò a titillargli il foro nascosto: questo fu per Mort un terzo shock di intenso piacere. Faticava a ragionare coerentemente, ma era conscio di provare timore per quello che quel dito gli stava preannunciando e al tempo stesso di desiderio di essere penetrato. Gli avrebbe fatto male? Gli sarebbe piaciuto? Gli avrebbe spinto dentro solo il dito... magari due... o anche il proprio attrezzo duro?
Scese con una mano sulla patta di Lloyd e lo sentì, duro, caldo, forte. Allora, radunando tutto il proprio coraggio, gli chiese di spogliarsi anche lui. Quando anche Lloyd fu finalmente nudo, ne ammirò il bel membro eretto e lo prese in mano, lo palpò... Poi gli chiese: "Mi vuoi fottere?"
"Ti piace?"
"Non lo so... non ho mi fatto niente... mai... con nessuno..."
Un dito di Lloyd tornò a saggiare il foro nascosto, spinse, iniziò a penetrarlo mentre le labbra, la lingua e la bocca gli si affaccendavano nuovamente sul membro... ed improvvisamente venne, gemendo. Sentì che Lloyd aveva ora due dita nel suo foro e le muoveva facendo gradualmente rilassare lo stretto sfintere inviolato.
"Fottimi..." lo pregò, sentendosi in estasi, ancora scosso per il forte orgasmo che aveva appena avuto.
Allora Lloyd gli prese le gambe facendosele poggiare sulle spalle, gli lubrificò nuovamente il foro, e con poche spinte ben assestate, lo penetrò. Mort era totalmente rilassato, per l'azione combinata dell'alcol, dell'orgasmo e del desiderio. Lo sentì entrare in sé... lo sentì iniziare a muoverglisi dentro avanti e indietro... e dopo pochi minuti di quella ginnastica estremamente erotica, lo sentì scaricarsi in una serie di forti guizzi...
Poi Lloyd gli si afflosciò sopra e gli sussurrò: "Buon compleanno, amico mio!" e si addormentarono così, ancora intimamente uniti.
Lloyd fu il primo di altri, anche se non molti... Poco dopo aver perso la sua verginità, Mort sentì parlare del mio corso e venne a frequentarlo... e si innamorò di me. Sapeva che sono gay, eppure non aveva il coraggio di farmi capire il proprio desiderio.
Il mio corso terminò, gli anni passarono. Mort era convinto di aver "perso il treno" nei miei confronti, finché, quando dopo la laurea fu ammesso nella nostra università come ricercatore, il nostro rapporto si riallacciò ed iniziammo a vederci abbastanza spesso. E il suo innamoramento per me divampò di nuovo, benché riuscisse a non farmene rendere conto...