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una storia originale di Andrej Koymasky


pin COME MOSCHE SUL MIELE CAPITOLO 6
UN MEZZO INNAMORAMENTO

L'anno seguente, durante un party a casa di amici, incontrai un ragazzo di ventotto anni. Si chiamava Jervis Simpson, era poco più alto di me, aveva una folta capigliatura castana lievemente ondulata, pettinata indietro, senza riga. Aveva un aspetto atletico: venni a sapere che era stato per quattro volte campione nazionale di ginnastica attrezzistica, prima che un brutto incidente gli imponesse di abbandonare le competizioni. Ora aveva un negozio di articoli sportivi non lontano dalla City Hall.

Jervis iniziò subito a farmi la corte, in modo piuttosto esplicito. Mi piaceva, perciò gli detti corda. Verso fine serata mi propose di fare un salto a casa sua per farmi vedere il suo acquario... Pensai che fosse la scusa classica per agganciare qualcuno, anche se di solito si trattava della collezione di farfalle.

Abitava in una casa dell'inizio del '900, dignitosa, anzi, graziosa, al terzo piano, servito da un vecchio ascensore. L'appartamento era vasto e... l'intera parete che divideva la sala da pranzo dal soggiorno era costituita da un unico, enorme acquario pieno di migliaia di piccoli, coloratissimi pesciolini tropicali di diverse specie. Lo guardai letteralmente a bocca aperta.

"È fantastico! Ma come fai per pulirlo?" gli chiesi ammirato ed incuriosito.

"Viene periodicamente un tecnico, con una speciale attrezzatura. Lo ripulisce dall'alto, vedi, togliendo quella banda bianca. Ci mette quasi una giornata per eseguire tutte le operazioni necessarie." mi disse venendomi alle spalle e prendendomi fra le braccia.

Mi abbandonai contro di lui, che prese a titillarmi il lobo di un orecchio con la punta della lingua. Girai il capo e le nostre labbra si incontrarono. Sentii la sua erezione premermi contro. Fremetti. Le sue mani spaziavano sul mio petto, il mio ventre, attraverso gli abiti, ed una si posò sulla patta dei calzoni a saggiare la mia forte erezione. Fremetti di nuovo.

Mi sospinse con leggerezza e pensai che mi stesse portando nella sua camera da letto... Invece, aggirato l'acquario, mi guidò fino ad un divano del salotto, dove sedemmo fianco a fianco, semiabbracciati. La stanza era illuminata solo dalla luce dell'acquario. Mi baciò di nuovo, questa volta in modo più intimo, prendendomi ora un labbro ora l'altro fra le sue, giocando con la mia lingua, mentre nei suoi occhi brillava l'allegria.

"Sono contento di averti qui con me. Mi piaci moltissimo." mi disse.

"Anche tu mi piaci..."

"Appena t'ho visto mi sono detto che dovevo provarci con te... Non mi sono mai sentito tanto su di giri solo a vedere qualcuno. Lo sai che sei davvero sensuale, oltre che molto bello? Erano in tanti a non avere occhi che per te, al party."

"Grazie. Anche tu lo sei... Non so perché, ma pare che io attragga l'attenzione come le mosche sono attratte dal miele..."

"Non sai perché? Ma è semplice: sei bello, sexy, ed hai uno sguardo vivace ed intelligente, a differenza di altri 'belli'... E soprattutto non ti atteggi, non ti dai arie. Non ti metti in mostra."

Da un parte, certo, mi faceva piacere sentirmi "lodare" così, e al tempo stesso mi metteva un po' in imbarazzo. È sempre stato così per me, le lodi, specialmente così esplicite, hanno puntualmente sollevato in me un lieve senso di disagio. Credo che Jervis se ne sia reso conto, perché mi sorrise e mi diede una lieve carezza su una gota.

Poi mi strinse fra le braccia, accostò il suo volto al mio come per baciarmi, ma disse: "Non vedo l'ora di assaggiare questo... miele. Eppure, non voglio neanche precipitare le cose. È curioso. Ti desidero molto, ma non vorrei avere solo... solo il tuo corpo. Ho voglia di portarti di là, in camera mia, ma vorrei anche continuare a tenerti così, a 'sentirti' così. Capisci che cosa voglio dire?"

"Credo di sì. Ma... potresti anche portarmi sul tuo letto senza per questo consumare subito tutto in quattro e quattr'otto, non credi?"

Jervis annuì e mi sorrise. Si alzò facendomi alzare con sé, e mi guidò fino alla sua camera, al letto. Carezzandoci, baciandoci, iniziammo a spogliarci l'un l'altro, senza fretta finché, nudi e pienamente eccitati, si stese sull'ampio letto e mi tirò su di sé.

"Prendimi..." lo pregai quando sentii che il desiderio era giunto ad un livello tale da farmi quasi tremare.

Jervis mi fece mettere su un fianco, stendendosi alle mie spalle, e finalmente lo sentii insinuarsi in me. Quando, dopo una lenta ma determinata avanzata, mi fu completamente dentro, sollevò il torso su un gomito, mi fece girare il capo verso di lui, unì le sue labbra alle mie ed iniziò a muoversi dentro di me mentre mi baciava a fondo e mi carezzava il petto, il ventre, i genitali turgidi.

Ci sapeva fare, indubbiamente, ma più che la sua bravura, sentivo in lui una tenerezza che mi piaceva molto e suscitava in me una sensazione di dolcezza molto gradevole. Continuò a prendermi a lungo, con calma e calore, portando gradualmente se stesso e me nel piacevole viaggio verso il picco del piacere. Quando finalmente i nostri corpi, all'unisono, vibrarono come i due bracci di un diapason e oltrepassammo il punto senza ritorno, ci scaricammo in una serie di forti getti sottolineati da bassi e lunghi gemiti di intenso piacere.

Ci rilassammo, mentre lui continuava a carezzare il mio corpo. Poi si separò da me, mi fece girare fra le sue braccia e mi guardò con un dolce e lieve sorriso.

Emise un lungo e basso sospiro: "È stato grande, vero?" mi chiese.

"Sì, mi sei piaciuto molto."

"Anche tu. Sei un ragazzo... speciale."

"Non sono più un ragazzo, ormai... Ho trentasette anni." lo corressi con un lieve sorriso.

"Non c'entra l'età. Invece che nove anni più di me, pare che tu ne abbia nove di meno... Sei fresco come una rosa, sei pulito come acqua di sorgente, sei dolce..."

"... come miele." conclusi io con leggero umorismo.

"Esatto. Anche se non mi va molto essere... una mosca!" disse ridacchiando.

Ci si rivide diverse volte: si stava molto bene assieme, sia a fare l'amore che a passare il nostro tempo libero chiacchierando, andando al cinema, al ristorante o a fare lunghe passeggiate. Io mi sentivo sempre più a mio agio con lui, e mi resi conto che forse mi stavo anche cominciando ad innamorare di Jervis e lui di me.

Eppure, mentre con Jervis ci si sentiva sempre meglio assieme, non rinunciavo a... lasciar assaggiare il mio miele ad altre mosche. In parte mi giustificavo con la nozione che i gay sono "per natura" promiscui... cosa che oggi reputo del tutto falsa, nel senso che i gay non sono affatto più promiscui degli eterosessuali. In parte mi giustificavo con il fatto che sapevo che anche Jervis aveva di tanto in tanto altre avventure.

Oggi penso che l'essere umano, uomo o donna, gay o etero, sia per sua natura poligamo e solo un grande amore, poiché ha come causa ed effetto il forte desiderio di "diventare uno" con l'amato, rende i due amanti monogami.

All'università incontrai di nuovo Mortimer Keble: era radioso, s'era appena laureato con il massimo dei voti ed aveva chiesto ed ottenuto di poter entrare nella facoltà di Storia come ricercatore, poiché intendeva dedicarsi alla carriera dell'insegnamento.

Mi fece molto piacere rivederlo e gli offrii un pranzo in uno dei migliori ristoranti della città per festeggiare con lui il suo successo e poter chiacchierare un poco senza essere disturbati. Accettò con piacere.

"Sa, professor Hanson..." mi disse ad un certo punto.

Lo interruppi: "Siamo quasi colleghi, ormai. Chiamami Richard, anzi, Dick per favore."

"Grazie, Dick. Sai, stavo pensando di fare una ricerca approfondita su come San Francisco sia diventata la capitale gay degli Stati Uniti. Ci sono già alcuni studi, ma nessuno veramente ben documentato. Che ne dici?"

"Interessante, senza dubbio. Come mai ti interessa questo argomento?" gli chiesi cercando di capire se per caso anche Mort fosse gay.

"Pura curiosità. D'altronde ogni ricerca ha inizio sulla spinta della curiosità, no? Durante i miei studi storici ho trovato qua e là alcuni spunti, alcuni indizi, ma nulla che rispondesse sufficientemente alla mia curiosità di capire, di sapere. In parte, credo, perché fino ad ora sull'argomento omosessualità si è spesso sorvolato, lo si è spesso ignorato per un mal inteso senso di pudore, se non per vero e proprio pregiudizio. Un po' come dicevi tu, riguardo ad autori gay nei cui poemi si sostituiva "lui" con "lei"... finché qualcuno ha ritrovato i manoscritti originali ed ha ristabilito la reale e corretta versione dei testi."

Mi piaceva l'entusiasmo che brillava negli occhi di Mort e mi sentivo sempre attratto da lui come la prima volta che l'avevo visto. Però Mort non ignorava che io sono gay, in facoltà era cosa risaputa dato che facevo parte del gruppo di sostegno gltb-straight, quindi interpretavo il fatto che non facesse nessun passo verso di me come la prova che lui non era gay, o che comunque, se anche lo fosse stato, non era attratto da me sul piano sessuale. Inoltre Mort aveva tredici anni meno di me, quindi era assai probabile che fosse interessato a me solamente sul piano intellettuale: dopo tutto ero stato uno dei suoi insegnanti ed aveva seguito con evidente piacere il mio corso.

Ci si lasciò a metà pomeriggio, promettendoci di incontrarci ancora, e Mort mi assicurò che mi avrebbe tenuto al corrente riguardo alla sua ricerca.

In quel periodo Todd e Kevin, i miei due padroni di casa, mi dissero che avevano intenzione di mettere in vendita tutta la casa come pure il loro convenience-store e di ritirarsi in campagna, nel paese natale di Todd. Chiesi loro quanto volessero per la casa: se fosse stata alla portata delle mie tasche, mi sarebbe piaciuto acquistarla. Mi fecero un buon prezzo, la banca non ebbe difficoltà a farmi un mutuo a buone condizioni, così decisi di prenderla.

Feci ristrutturare, riarredandolo secondo il mio gusto, tutto il pianterreno dove mi trasferii e decisi di affittare le stanze del primo piano a studenti o personale dell'università, preferibilmente gay, in modo da pagare con gli affitti le rate del mutuo. Misi perciò un avviso nella bacheca dell'associazione gltb-straight. Ricevetti parecchie richiese, perciò potei scegliere quelli che mi parevano più gradevoli e più affidabili.

Affittai quella che era stata la mia stanza a Jack, uno dei bibliotecari con cui avevo avuto una breve relazione, ed al suo attuale ragazzo Nick, uno degli incaricati del servizio di sicurezza del campus. Un'altra stanza la assegnai a Jennifer, una studentessa lesbica dell'ultimo anno di scienze sociali. La terza stanza la affittai a Ron, che allora era una matricola della facoltà di arte.

Poiché l'appartamento del primo piano aveva l'ingresso indipendente, io conservavo la mia privacy nel nuovo appartamento a pian terreno. Chiesi a Nick di fungere un po' da "responsabile" dell'appartamento del primo piano. Ron, venendo da una famiglia molto modesta, non aveva molti soldi perciò gli fissai un affitto abbastanza basso e in cambio gli chiesi di curare il giardino della casa, cosa che accettò volentieri di fare. Sui tre pennoni a fianco della casa lasciai le bandiere che Todd e Kevin erano soliti issare e che ancora vi sono: quella a stelle e strisce, quella dello Stato e quella del gay pride.

Ron spesso lavorava nel giardino con indosso solo un paio di calzoncini corti e sandali e mi offriva così la bella visione del suo corpo snello e desiderabile... ma non ci provai mai con lui, sia perché, come ho detto, non sono mai stato capace di fare io il primo passo, sia perché avevo notato che a volte si portava su in camera qualche ragazzo, sempre giovane come lui... La sua stanza era sopra quella che io usavo come studio, così spesso potevo sentire, quando era in compagnia, un lieve, inequivocabile cigolio ritmico che mi lasciava capire in quali attività fosse impegnato. Non ti dissi mai nulla, Ron, per non metterti in imbarazzo.

Un giorno Ron venne, come al solito il primo del mese, a pagare l'affitto della sua stanza. Sedette al di là della mia scrivania e, mentre gli firmavo la ricevuta, mi chiese: "Che ne dice, professore, se lungo la staccionata verso la strada, pianto una siepe? Ho visto che al vivaio stanno offrendo a prezzo speciale le piante di mortella, non le verrebbe a costare molto e credo che la casa ci guadagnerebbe..."

"Mah, perché no? Mi sembra una buona idea." gli dissi. "Ti spiace farti fare un preventivo e sottopormelo?"

"Mi scusi se mi sono permesso, ma l'ho già fatto fare... ecco, guardi qui..." mi disse porgendomi un foglio di carta intestata del vivaio.

Il prezzo era veramente buono. "Ottimo, telefonerò che ce le consegnino al più presto. Tu puoi cominciare a fare le buche per piantarle."

"Posso... farle una domanda, professore?" mi chiese in tono esitante.

"Sì..."

"Lei... non ha un ragazzo, vero?"

Lo guardai un po' sorpreso, non m'attendevo una domanda così diretta: "No, non proprio. Ho un buon amico con cui a volte..." ammisi quietamente.

"Già. Perché io... ecco... io non sono il suo tipo, professore?"

Questa volta lo guardai quasi a bocca aperta: "Mi piaci molto, Ron, sei davvero un gran bel ragazzo... ma credevo di non essere io il tuo tipo. Ho notato che i ragazzi che ti porti in camera sono tutti giovani come te..."

Arrossì lievemente, ma non distolse gli occhi dai miei. "Lei... è il mio tipo... Lei è virile e gentile, e molto sexy, secondo me. Speravo che fosse lei a... a chiedermi... Lei mi piace molto... è da quando lei mi ha permesso di vivere qui che spero... che fantastico di... poterlo fare con lei. Se non sono troppo giovane per lei, mi piacerebbe..."

Mi alzai in piedi aggirando la scrivania e subito anche lui si alzò, guardandomi con espressione ancora incerta, ma nei suoi occhi leggevo il desiderio... e notai anche che i calzoncini non riuscivano a celare la sua erezione. Gli sorrisi, rispose ancora un po' incerto al mio sorriso. Gli giunsi di fronte e gli carezzai il petto nudo, soffermandomi sui piccoli capezzoli eretti e sodi. Vibrò per tutto il corpo e chiuse gli occhi, fece un passo verso di me e mi si addossò, cingendomi la vita con le braccia e premendosi contro di me.

"Vuole... prendermi, professore? Per favore?" sussurrò con voce calda e bassa, sfregandosi lievemente contro di me finché sentì la mia incipiente erezione.

"Sì... certo..." gli dissi mettendogli le mani a coppa sulle piccole natiche sode e tirandolo a me con vigore.

Gli sfiorai le labbra con le mie. Lui tirò fuori la punta della lingua e giocò con la mia per un po'. Il suo respiro si fece più pesante. Si staccò e scivolò in ginocchio davanti a me, posò le labbra contro la mia patta e ve le premette, mentre le sue mani si affaccendavano sulla cintura di miei calzoni. La sganciarono, poi fecero scendere la zip della patta. Le sue labbra si posarono sul turgore che stava premendo sotto le mie mutande.

Guardai verso la finestra: la tendina era tirata, dall'esterno non era possibile vederci. Ron mi fece calare i calzoni con le mutande e le sue labbra, la sua lingua si posarono sulla mia asta eretta. Gli carezzai i capelli, guardandolo mentre si affaccendava sul mio membro ora pienamente duro ed eretto. Ron guardò in su e mi fece un sorriso, poi abboccò la mia asta e se la fece scivolare lentamente fra le labbra, mentre con la lingua ne titillava il glande. Si aprì i calzoncini e se li abbassò assieme alle mutande e prese a masturbarsi.

Dopo poco si alzò in piedi e si liberò dei panni e dei sandali, quindi, completamente nudo, si appoggiò con le mani sulla scrivania, sporgendo il bel culetto verso di me: "Mi prenda..." mi chiese con urgenza.

Mi preparai rapidamente, lo afferrai per le anche e gli puntai il membro fra le natiche. Ron spinse indietro una mano per guidarlo sulla meta. Spinsi ed affondai in lui con un unico, saldo affondo. Mi accolse con un basso mugolio di piacere, spingendosi contro di me e togliendo la mano perché potessi immergerlo completamente. Quando le sue chiappette sfregarono contro il mio pube, iniziai a muovermi avanti e dietro in un ritmo sostenuto.

"Oh... così... così..." mormorò chinato in avanti, rovesciando il capo indietro, gli occhi chiusi. "Oh... finalmente... sì... sì..."

Faceva palpitare ad arte il foro, dimenava lievemente il bacino, spingeva indietro ogni volta che mi immergevo in lui, per dare più vigore ai miei affondo. Cingendogli il ventre con un braccio, con la mano libera gli sfregai i capezzoli duri come piccoli piselli. Fremette, emise un lungo gemito e si scaricò contro la fiancata laterale della mia scrivania. Questo scatenò anche il mio orgasmo ed eiaculai in lui con forte piacere. Gli feci girare indietro il capo e lo baciai a fondo, a lungo, aderendo con il corpo contro la sua schiena.

Quando i nostri fremiti cessarono, mi sfilai. Si girò e mi guardò con espressione lieta. Lo abbracciai e lo baciai di nuovo.

"Le sono piaciuto, professore?" chiese quasi sottovoce.

"Non credi che a questo punto potresti anche chiamarmi per nome?" gli chiesi con un sorriso.

"Ti sono piaciuto, Dick?" chiese allora con un sorriso timido, in attesa della mia risposta.

"Sì, Ron, molto. E a te?"

"Lei... tu sì che sai fottere! Si sente che hai esperienza."

"Anche tu, mi pare, nonostante sia così giovane..."

"Beh... Cinque anni di esperienza li ho tutti... La prima volta avevo quattordici anni. E dopo... chi li conta più!"

"Un tuo coetaneo?" gli chiesi mentre ci si rivestiva.

"No. Facevo l'autostop, due camionisti mi hanno preso su... e dopo poco ero a quattro zampe che lo prendevo da tutte e due le parti, nella cuccetta del loro camion... Uno aveva sui trenta anni e l'altro poco meno."

"Ma... ti hanno violentato?" gli chiesi.

"No. Mi hanno fatto capire che gli piacevo e che avevano voglia... io era da un po' che pensavo che mi sarebbe piaciuto provare, che avevo capito che sono gay. Così... anche se un po' esitante, gli ho solo chiesto di... andarci piano. Non mi hanno fatto male... anche se per loro era solo una fottuta, niente altro. Ho deciso io che quello che l'aveva meno grosso me lo poteva mettere di dietro, e l'altro in bocca. È stato piacevole abbastanza da farmi desiderare di farlo di nuovo. A me piacciono di più gli uomini maturi, come lei... come te. Ma è più facile farlo coi coetanei... anche qualche compagno etero, per sfogarsi, ci sta volentieri, purché non si sappia. Senza sapere niente uno dell'altro, due su tre dei miei compagni della squadra di pallavolo dell'università vengono volentieri per farlo con me. Però pochi sono capaci di farmi venire senza che mi tocco, come hai fatto tu."

"Quelli che ti porti in camera?" gli chiesi con un sorriso, mentre, accortosi di aver irrorato la fiancata della mia scrivania, si era accoccolato sulla moquette e si affannava a pulirla.

"Sì. Anche qualche compagno di corso. Però, come t'ho detto, preferisco farlo con uomini maturi. Ti va di farlo di nuovo con me, qualche volta?"

"Perché no... magari a letto, con più calma... Non t'è mai capitato di innamorarti di qualcuno?"

"Mi sono preso una mezza cotta per Nick, ma lui, quando gliel'ho fatto capire, m'ha detto che sta con Jack, e perciò... niente da fare. Nick non è bello come te, però è molto sexy... Una volta l'ho anche visto nudo... c'eravamo solo noi due in casa... stava uscendo dal bagno e gli era scivolato via l'asciugamano dai fianchi... È allora che ci ho provato con lui..."

"E com'è che ti sei deciso a provarci anche con me?" gli chiesi allora.

"Beh... era un pezzo che ci pensavo... e mi sono detto che, male che andava, mi dicevi di no come aveva fatto Nick, che rischiavo poco, visto che anche tu sei gay. A me piace solo prenderlo... solo un paio di volte ho provato a metterlo, ma... preferisco prenderlo, appunto."

Così, oltre a Jervis, ora avevo anche Ron, che di tanto in tanto mi faceva capire che desiderava stare un po' con me in intimità. Le altre volte lo facemmo nel mio letto, e con i preliminari che piacciono a me. Comunque Ron continuava anche a ricevere i suoi amici su nella sua camera, almeno due o tre volte alla settimana. Cominciai a riconoscerne qualcuno e vidi che, all'università, più d'uno aveva la ragazza, come m'aveva detto Ron, pur andando a volte a divertirsi con lui.

Mort di tanto in tanto veniva nel mio studio in facoltà per mettermi al corrente sulla sua ricerca. Era sempre un piacere rivederlo, e non solo perché mi sembrava sempre più bello e mi sentivo sempre via via più fortemente attratto da lui: era un ragazzo intelligente e vivace, era perciò anche molto gradevole discutere con lui, confrontare le nostre opinioni.

A volte, anzi, sempre più spesso, mi perdevo a guardare il suo sorriso e la curva dolce delle sue labbra, a vedere il fuoco dell'entusiasmo per le sue ricerche brillare nel suo sguardo puro e trasparente. La bellezza di Mort non era tanto fisica, quanto interiore: la bellezza che veramente conta.

Però Mortimer non dava alcun segno di provare per me altro interesse che quello intellettuale, perciò mi rassegnavo a desiderarlo come si sogna una meta irraggiungibile. Più lo conoscevo, più lo stimavo ed ammiravo anche per il suo carattere, per la sua personalità. Questo non solo non diminuiva il mio desiderio fisico, ma al contrario pareva acuirlo e la sua semplice vicinanza sempre più spesso provocava in me forti erezioni... ed altrettanto forti emozioni.

A causa di questi miei sentimenti e sensazioni nei confronti del bel Mortimer, ero sempre più combattuto e cercavo di convincermi che dovevo arrischiarmi a fargli capire, o almeno intuire, la forza del mio desiderio per lui.

Dopo tutto, che cosa rischiavo? Non eravamo forse ormai abbastanza amici, o almeno in buoni rapporti, per poter rischiare? Inoltre lui lo sapeva bene che io sono gay, lo sa tutto il campus, quindi non poteva "cadere dalle nuvole" ad una mia prudente dichiarazione...

Ma nello stesso tempo, anche solo un eventuale raffreddarsi del suo atteggiamento nei miei confronti mi sarebbe dispiaciuto molto. È vero che non mi pareva una persona di mentalità così chiusa, anzi, il semplice fatto che avesse intrapreso quella ricerca sulle "origini" della San Francisco gay era di per sé eloquente.

D'altra parte, però, sapevo anche troppo bene quanto molti siano aperti... finché non sono coinvolti direttamente in una situazione.

Insomma, ero sempre più combattuto ed ormai non facevo che pensare a Mort ed al mio desiderio per lui. Mi sentivo come un teenager alle prese con la sua prima formidabile cotta più che come un uomo maturo quale avrei dovuto essere. Ah, se solo Mort m'avesse dato un minimo segno di essere interessato a me non solo sul piano intellettuale, non solo sul piano di una crescente amicizia...

Ora, quando andavo da Jervis per fare l'amore, o quando Ron veniva nel mio letto, sempre più spesso sognavo che con me ci fosse Mortimer... Eppure il mio desiderio non era soltanto fisico: sentivo che mi sarebbe piaciuto condividere con lui non solamente i nostri corpi, non solo il letto, ma molto di più. Volevo poter raggiungere con lui la possibilità di condividere tutto ciò che di più significativo c'era in noi, volevo accettare il rischio di rendermi vulnerabile nei suoi confronti, volevo dedicarmi a lui.

In altri termini, ormai ne ero sempre più chiaramente cosciente, mi stavo innamorando di lui, anzi, mi ero ormai innamorato di lui. Analizzando quello che sentivo dentro di me, ora capivo una cosa: amare qualcuno non è il desiderio di possederlo, di averlo "in esclusiva", ma di darglisi, donarglisi, appartenere solo a lui.

Ognuno di noi, nella vita, chi più chi meno ma tutti, indossiamo una corazza per evitare di essere feriti dagli altri, che si faccia involontariamente o volontariamente. È una forma di necessaria autodifesa. Siamo tutti come cavalieri che si affrontano, se non in una guerra o in una battaglia, per lo meno in una giostra, ben armati e ben coperti, pronti a duellare per disarcionare l'altro ed uscire vittoriosi dal confronto.

Ecco, innamorarsi significa scendere da cavallo, abbandonare le armi, togliersi questa corazza, pezzo dopo pezzo, magari esitando oppure pieni di entusiasmo, non importa, fino ad essere "nudi" e totalmente disarmati di fronte all'altro.

Certamente, rendersi conto che anche l'altro sta abbandonando la sua corazza quando è con noi, aiuta a farlo con maggiore sicurezza, ma non è necessario: uno dei due deve rischiare per primo... Se pure Mortimer, quando era con me, non impugnava più armi di difesa o di offesa, ancora indossava la sua corazza... Stava dunque a me, che pure avevo già da tempo rinunciato ad impugnare le mie armi quando ero con lui, iniziare a sfibbiare la mia corazza di dosso, nella speranza che anche lui fosse disposto a farlo con me, per me?

Ora, a raccontarvelo così, può sembrare qualcosa di complesso, come in effetti era, e di breve durata, ma questo non lo è stato affatto.

Questo lungo travaglio mi stava facendo maturare, infatti mi stava mettendo in "contatto con me stesso", stava acuendo, cioè, la mia capacità di introspezione, mi stava donando una crescente coscienza dei miei sentimenti ed esperienze interne, in altri termini mi stava fornendo quel necessario grado di "intimità interiore" senza la quale non sarei mai stato in grado di comunicare con l'altro.

Finalmente mi sentii abbastanza forte per decidermi a togliermi di dosso, di fronte a Mortimer, quella forte e bella corazza da torneo che m'ero costruito nel volgere degli anni, grazie alla quale ero rispettato, apprezzato, a volte anche ammirato sia nella mia vita accademica che di ogni giorno, grazie ai miei "talenti" e "malgrado" io fossi apertamente gay.


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