Avevo parecchie avventure ed alcune relazioni, anche in contemporanea... Qualcuno dei miei partner era anche più che dotato... non fare quel sorrisetto, tu! Non ho mai dato peso alle dimensioni degli attributi virili! Dotato di ottime qualità, stavo dicendo, aveva personalità affascinanti, eppure non mi innamoravo di nessuno di loro, tanto che ad un certo punto mi chiesi che cosa ci fosse in me di sbagliato per non sembrare capace di innamorarmi...
È vero che, anni prima, mi stavo innamorando di Harold... ma forse era solo una cotta da teenager... Più di uno dei miei partner avrebbe potuto essere un buon amante, poteva meritare il mio amore e anche darmi il suo... Eppure non era capitato e non capitava mai.
Oggi credo che semplicemente mi sbagliassi nel valutare che cosa sia l'amore. Ne avevo una visione da... rotocalco: qualcosa che ti sconvolge, il colpo di fulmine, qualcosa che ti afferra e non ti lascia scampo...
Non escludo che a volte possa anche essere così. Ma non è "solo" così. L'amore non è né solo istintivo né solo razionale, ma è la giusta miscela dei due. Può nascere da una delle due componenti, non importa quale, ma può sopravvivere solo se c'è o subentra anche l'altra componente. Come la terra e l'acqua per una pianta... Ma questo l'ho capito solo più tardi.
Non che la cosa mi togliesse il sonno: sono sempre stato un tipo molto tranquillo, ci vuole altro per sconvolgermi. Però il tarlo c'era e mi rodeva, anche perché ho sempre cercato di "capirmi" il più possibile.
Il lavoro andava bene, mi piaceva molto sia fare ricerca che insegnare e lo facevo, e lo faccio, con passione, soprattutto quando ottengo la "risposta" dei miei allievi, cosa abbastanza frequente. I miei corsi sono sempre affollati, seguiti e il decano spesso mi fa i suoi complimenti, cosa che logicamente mi dà piacere.
Inoltre avevo finalmente cominciato a scrivere; sia i miei saggi, i miei studi, che le mie opere di prosa, di fantasia, erano pubblicati con un crescente successo di critica e finanziario. Intrattenevo una fitta corrispondenza sia con altri studiosi che con lettori delle mie opere di fantasia.
Però continuavo a chiedermi: "Puoi vivere tutta una vita farcita solo di avventure, di relazioni, ma priva di amore?"
Sì, certo, onestamente, anche nelle avventure senza un secondo incontro, c'era un senso di... affetto nei confronti di chi condivideva con me, se non la sua anima, almeno il suo desiderio, il suo corpo. Ma in fondo non era molto più dell'affetto che puoi provare per... il tuo cane... Senza voler paragonare quei ragazzi o uomini ad un cane, s'intende. Nel senso che tu senti affetto per il tuo cane e lui per te... ma non è amore, non c'è condivisione, non c'è l'esigenza sempre viva anche se mai totalmente realizzata, di una fusione, di creare e vivere una "unità".
Sal, ad esempio. Era un ragazzo molto in gamba, generoso, intelligente e, secondo me, anche molto bello. Aveva capelli castano scuro con riflessi più chiari, sopracciglia nette, dritte e ben separate, occhi sempre un po' socchiusi in cui s'intravedevano iridi color del mare d'estate, un naso piccolo, dritto, proporzionato, labbra che parevano disegnate, tanto la loro dolce curva era perfetta. Aveva ventisei anni ed era il tecnico che era stato mandato nella nostra università per riparare la fotocopiatrice a colori.
Poiché ero io il responsabile di quella fotocopiatrice, venne a bussare alla porta del mio studio. Quando entrò, nella sua tuta blu chiaro, la borsa degli attrezzi in mano, mi sembrò una visione.
"Mi scusi, professore, sono Sal Clement, il tecnico per la fotocopiatrice..." mi disse con un lieve sorriso, quasi a scusarsi per avermi disturbato.
"Ah, ottimo. Venga, le mostro dove è." gli risposi cercando di mascherare il mio interesse per lui.
Lo portai fino alla fotocopiatrice e, invece di tornare nel mio studio, restai a guardarlo lavorare... Era veloce, efficiente, le sue belle mani con dita lunghe quasi da pianista, si muovevano con gesti lievi, misurati, come se davvero stesse suonando uno strumento musicale... Curiosamente, più che essere eccitato, mi sentivo affascinato... Beh, anche eccitato, è logico: qualcosa si stava lentamente risvegliando nei miei calzoni...
Di tanto in tanto mi lanciava una breve occhiata, sempre sorridente, e a mio beneficio dava brevi spiegazioni su quanto stava facendo, verificando e così via. Io annuivo e mi riempivo gli occhi di quella visione. Quando l'avevo guidato fin lì, avevo tenuto in mano il libro che stavo consultando, una copia fotostatica di un antico codice rinascimentale, e tenevo il segno con un dito fra le pagine.
Non ci mise più di venti minuti. "Ecco, professore, dovrebbe essere tutto in ordine, ora. Non era nulla di grave, ho solo dovuto sostituire il microchip di bilanciamento dei colori. Ha qualche cosa con molti colori da riprodurre, perché possa verificare la taratura, per favore?"
"Sì, certo..." dissi aprendo il libro e deponendolo sul vetro.
Dopo poco uscì la copia a colori. Sal la prese e mi chiese di lasciargliela paragonare con il libro. Era un'immagine di Adamo nell'Eden, logicamente completamente nudo, dato che era rappresentato prima del peccato originale, mentre dava il nome a tutti gli animali...
"Bellissimo!" disse lui guardando la copia e l'originale.
"Sì, mi pare una copia perfetta..."
"Questo disegno, volevo dire..." precisò Sal, quasi sottovoce, poi chiese: "Le spiace se tengo questa copia, professore?"
"No, affatto, nessun problema..."
"Chi è il pittore?" mi chiese il giovanotto.
"Anonimo, del 1530 circa."
"Così antico? Più di 400 anni! Erano già così bravi a disegnare?" chiese stupito, ammirando la copia che aveva in mano.
"Sì, e questo non è neppure uno dei più belli. Ha però un ottimo senso del colore..."
"A me sembra bellissimo... ma io non sono istruito... Se lei dice che ce n'è di migliori..."
Allora gli dissi: "Se le interessa, nel mio studio ho altre illustrazioni... anche più belle di questa."
"Mi piacerebbe molto, ma..." disse controllando il suo orologio, "devo andare a vedere un'altra macchina che ha problemi... purtroppo."
"Sa dov'è il mio studio... quando ha tempo, venga, senza complimenti..."
"Non la disturbo?"
"Affatto..." gli dissi, sperando che davvero tornasse.
"Lei... c'è anche il sabato mattina, professore?"
"Sì, quasi sempre."
Passò quasi un mese, e pensavo che il bel Sal si fosse dimenticato, o non fosse veramente interessato, o... E invece un sabato mattina verso le dieci bussò al mio ufficio. Non indossava più la sua tuta blu chiaro ma una polo grigio chiaro con bordure bianche e azzurre e morbidi calzoni grigio scuro... era decisamente piacevole da guardare...
"Oh, Sal, si accomodi, prego..."
"Non disturbo, professore?"
"No, affatto! Allora, vuol vedere qualche bella illustrazione e, magari, farsene la fotocopia?"
"Se lei permette, mi farebbe proprio piacere..."
"Sieda qui, al mio posto, che le prendo alcuni testi..."
Sedette, presi uno dei libri che avevo in mente, e stando in piedi alle sue spalle, chinato in avanti, iniziai ad aprirli soprattutto dove c'erano nudi maschili... Lui guardava, assorto.
"Se fra questi ce n'è qualcuno di cui vuole fare le fotocopie, me lo dica: ci mettiamo un segnalibro, poi andiamo a fare le copie, tutte assieme..."
"Sì, va bene, grazie..."
Stando così chinato su di lui, oltre a vedere bene il libro riuscivo a spiare fra le sue gambe dove speravo di vedersi svegliare un altro tipo di... interesse. Ma nulla pareva accadere. Continuava a guardare, ogni tanto mormorava un "questo?" e io, prima di girare le pagine, infilavo una strisciolina di carta per ritrovare subito la riproduzione.
"Posso farle una domanda, professore?" chiese dopo un po'.
"Sì, certo, Sal... e non essere così formale... io mi chiamo Dick..."
"Perché hanno tutti il... coso così piccolo? Non è strano?"
"Perché non sono stati dipinti a scopo erotico. Un membro grosso invierebbe subito un messaggio sessuale a chi guarda. Non era questa l'intenzione dei pittori... neanche di quelli omosessuali..." gli dissi.
"Però sono erotici lo stesso. Hanno dei corpi molto belli, sani, forti, virili, ma non pompati come pare che va di moda adesso..."
"Li trovi erotici, Sal?" gli chiesi abbassando involontariamente la voce.
"Sì, specialmente alcuni... C'è qualcosa di... sbagliato?"
"No, no, affatto. Anche a me alcuni fanno lo stesso effetto..."
"E... mica solo le pitture..." mormorò lui. Girò indietro il capo e mi guardò negli occhi, e il suo sguardo era talmente intenso che mi fece fremere. "Anche alcune persone a me sembrano molto erotiche..."
"Uomini, vuoi dire?" gli chiesi.
L'aria era colma di tensione, le nostre voci erano ormai quasi bisbigli. I nostri sguardi non si lasciavano, quasi magnetizzati dagli occhi dell'altro.
"Non tutti, certo... alcuni sì, però..."
"Sì, ti capisco... capita anche a me..."
Sal sollevò le braccia, quasi si movesse al rallentatore, mi circondò lievemente il collo e mi attirò a sé... finché le nostre labbra si sfiorarono. Ma non mi baciò, non subito...
Sussurrò: "Capita... come fra te e me..."
"Sì..."
"Mi vuoi, Dick?"
"Sì. E tu?"
"Sono tornato... per questo."
Finalmente ci baciammo. Un bacio caldo ma lieve, quasi ancora avessimo timore di lasciare briglia sciolta al nostro reciproco desiderio. Ci staccammo, Sal si alzò, aggirò la sedia, mi prese fra le braccia e mi tirò a sé e finalmente potei sentire quanto i suoi panni non m'avevano permesso di vedere... le nostre erezioni si premettero una contro l'altra.
Poi si staccò da me, e mormorò: "Non è meglio chiudere la porta? O andare altrove?"
Venne a casa mia. Appena fummo entrati mi abbracciò e mi baciò di nuovo, lievemente, e mi sospinse verso il divanetto dove mi fece sedere accanto a sé tenendomi semiabbracciato, baciandomi, carezzandomi attraverso gli abiti solo la parte alta del corpo. Mi piaceva il fatto che, pur essendo lui ospite mio, avesse preso l'iniziativa. Questo, se non altro, dimostrava l'intensità del suo desiderio per me.
Mi denudò il torso, io lo feci con lui. Scese a suggermi i capezzoli, lecchettarli, poi scese al ventre, tornò su per occuparsi di nuovo dei capezzoli. Una sua mano carezzava, calda e lieve, sulla mia patta la forte erezione lì contenuta... Io ricambiai le sue attenzioni, comportandomi come lui stava facendo con me. Finalmente mi aprì i calzoni, e per un po' mi carezzò lì attraverso la tela dei boxer... Fremevo sempre più... quei lunghi preliminari, quello "scoprirmi" a poco a poco, sia togliendomi gli abiti che esplorando il mio corpo, mi piaceva moltissimo.
Finalmente si alzò per sfilarmi calzoni e mutande, poi sedette di nuovo accanto a me e dopo avermi baciato ancora una volta, mentre la sua mano carezzava il mio membro nudo, si chinò sul mio grembo e prese a leccare su e giù la mia asta dura. Si soffermò a lecchettarmi il glande e quando mi sentì vibrare tutto come la corda di un violino, spinse in giù il capo fino a farsi scivolare il mio caldo e duro palo fino in gola. Non cominciò subito a muovere su e giù il capo, ma muoveva la lingua e faceva palpitare la gola, donandomi fortissime sensazioni.
Dopo un po', prima che la mia eccitazione raggiungesse un'intensità incontrollabile, lo feci staccare, mi alzai, a mia volta gli sfilai calzoni e mutande, mi accoccolai fra le sue gambe e mi presi cura del suo bel membro a lungo, con goloso desiderio. Lui si abbandonò con la testa sullo schienale e mi carezzava i capelli, mugolando lievemente di tanto in tanto.
Quando mi fece fermare, sentendosi troppo vicino all'esplosione, m'invitò a sedere in grembo e mi baciò di nuovo. Sentivo il suo bel membro palpitare sotto di me e lo volevo dentro. Così mi alzai, lo pesi per mano e lo condussi sul letto. Mi stesi e lo tirai sopra di me. Mi circondò con le braccia e le gambe e mi baciò di nuovo, sfregando la sua erezione contro la mia.
Mi piaceva moltissimo percorrere con Sal in modo così quieto, eppure con crescente desiderio, la strada che ci avrebbe portati alla più intima unione carnale ed al piacere finale. A differenza che con altri, da quando eravamo entrati in casa e ci si era abbracciati, non avevamo scambiato neanche una parola. Parlavano per noi i nostri sguardi, i nostri corpi. Forse proprio per la calma con cui tutto stava avvenendo, mi sentivo come sospeso su una nuvola...
Era evidente che Sal non mi stava "usando" per il proprio piacere, ma stava semplicemente ricavandolo del fatto di darmelo. Per essere più esatto non vi era, con lui, nessuna linea di demarcazione fa il dare e il ricevere piacere. I suoi occhi eternamente socchiusi, un po' come un miope che si sforza di guardare lontano, brillavano come zaffiri ed erano più loquaci di mille parole. Le sue labbra erano dolci, come il suo sorriso.
Quando finalmente, sempre senza parlare, dopo avergli messo il preservativo mi offrii, mi prese con tale gentilezza, quasi come se stesse prendendo un ragazzo ancora vergine, che provai un forte senso di tenerezza e piacere. Non so quanto tempo continuò a muoversi in me... so solo che mi piaceva moltissimo. Continuava a scivolare avanti e dietro in me in un virile eppure calmo ritmo che stavo godendo immensamente.
Finalmente venne, spingendomisi tutto dentro, guardandomi negli occhi mentre il suo bel sorriso s'accentuava. Mi carezzò lieve, mentre si rilassava su di me. Poi a sua volta mi si offrì con un nuovo sorriso pieno di aspettativa, che, se possibile, accentuò il mio desiderio di donarmi... prendendolo.
Bene... sto descrivendo, me ne rendo conto, il rapporto fra due amanti, cioè fra due che provano amore l'uno per l'altro... eppure non era così: entrambi ci stavamo "semplicemente" divertendo...
Anche come carattere mi piaceva molto, stavamo molto bene assieme. Scoprii, in seguito, che aveva una buona cultura, che s'era fatto da solo, ed a volte ci piaceva lanciarci in lunghe ed interessanti conversazioni. Insomma... tutto perfetto... eppure io non mi sono innamorato di Sal, né lui di me. Ci frequentammo per quasi due anni, pur sapendo che avevamo entrambi anche altre avventure... Non eravamo l'uno il "ragazzo" dell'altro, ma semplicemente amici, se pure amici intimi.
Non di rado Sal mi invitava ad uscire con lui e alcuni suoi amici, come facevo anche io. Partecipammo assieme alla sfilata del Gay Pride. Insomma, visti dall'esterno potevamo sembrare una vera coppia, ma non lo eravamo.
Dato che stavamo così bene assieme, sia sul piano dell'amicizia che del sesso, che cosa mancava perché potessimo anche innamorarci l'uno dell'altro? Non lo so. A volte me lo chiedevo ma non trovavo una risposta. Comunque ad entrambi stava bene così, perciò continuammo a vederci piuttosto spesso.
Come finì quella nostra relazione? Semplicemente un giorno Sal mi disse che aveva conosciuto un ragazzo e che si stava innamorando di lui, ricambiato, perciò non se la sentiva più di continuare con me. Ci ripromettemmo di restare in contatto, anche su un piano di sola amicizia senza sesso, ma di fatto a poco a poco i nostri incontri si diradarono e infine ci perdemmo di vista.
Uno degli studenti della mia università, non mio allievo, che conobbi al gruppo gltb-straight alliance, iniziò a farmi una discreta ma assidua corte. Me ne resi conto e poiché il ragazzo mi piaceva molto, stetti al gioco, lasciando che facesse lui tutti i passi... Si chiamava Felix, aveva ventitré anni e studiava Accounting. Aveva fitti capelli neri tenuti molto corti, sopracciglia distanziate e ad arco, occhi neri che brillavano come ossidiane, un velo di barba e di baffi appena visibile anche quando si era appena rasato, labbra morbide con una piega che gli dava una lieve espressione di tristezza che però non solo non disturbava, ma aggiungeva qualcosa di speciale al suo fascino. Aveva la pelle lievemente olivastra.
Venni a sapere che era figlio di una creola che suo padre aveva conosciuto quando era andato a fare surfing nelle Canarie. Aveva due sorelle maggiori ed un fratello minore. Felix aveva fatto il suo coming-out in famiglia quando aveva diciassette anni. I suoi dapprima avevano reagito male, un po' come i tuoi, Art: nulla di drammatico, ma pareva che una sciagura, un lutto si fosse abbattuto sulla famiglia. Chi lo aiutò molto, ed aiutò i genitori ad accettarlo e così a far tornare la serenità in casa, fu la sorella maggiore con suo marito, un giovane poliziotto.
Felix mi raccontava queste cose, io gli raccontavo di me, così ci si stava conoscendo sempre meglio, ma ancora non s'era deciso a dirmi chiaramente che desiderava far l'amore con me, nonostante per me fosse chiaro che mirava a quello. Molti, dall'esterno, pensano che la nostra associazione sia principalmente un luogo di incontro per poter trovare più facilmente un compagno di... scopate, ma non è affatto così.
Un giorno Felix mi chiese se quella sera avevo voglia di andare con lui in una nuova discoteca gay che faceva la serata inaugurale. Accettai volentieri. Chiacchierammo, ballammo... e finalmente durante un lento, lui mi fece sentire la sua erezione e mi chiese se ero cosciente dell'effetto gli facevo... Per tutta risposta gli feci sentire che anche lui mi faceva lo stesso effetto. Sorrise.
Così, finalmente, quella notte stessa, usciti dalla discoteca, venne a casa mia. Appena entrati mi chiese dove fosse la camera da letto... Ci denudammo l'un l'altro, salimmo in ginocchio sul letto e finalmente cominciammo a fare l'amore...
Era molto caldo, appassionato. Il corpo era ben proporzionato, liscio, non muscoloso ma gradevole, una lieve peluria era presente solo sul ventre, gli avambracci e le gambe. Dopo appassionati preliminari, non particolarmente lunghi, mi fece mettere a quattro zampe e mi prese, con vigorosi colpi calibrati, tenendomi per la vita. Mi cavalcò a lungo, con reciproco piacere. Raggiunse l'orgasmo con lunghi e bassi mugolii. Poi mi chiese di prenderlo.
Lo feci stendere sulla schiena, divaricò al massimo le belle gambe ed attese. Lo infilai in una sola spinta ed iniziai a stantuffargli dentro. Il suo sorriso si accentuò, facendomi capire che apprezzava molto il modo in cui lo stavo prendendo. Quando anche io ebbi raggiunto un piacevolissimo orgasmo in lui, mi chiese se mi andava di fare una doccia assieme. Ci lavammo l'un l'altro, ci sciacquammo, scambiandoci carezze e baci, ci asciugammo, poi tornammo sul letto; Felix mi si accucciò contro. Avevamo già deciso che avrebbe passato la notte con me, perciò ci addormentammo: erano già le cinque di mattina.
Dormimmo fino a mezzogiorno, come due angioletti, restando semiabbracciati. Non avevo voglia di mettermi a cucinare, perciò uscimmo, presi l'auto e lo portai in un piccolo ristorante nepalese dove pranzammo.
Durante il pranzo, mi disse: "Hai detto che anche tu non hai un ragazzo..."
"Esatto. L'unica volta in cui mi sono sentito innamorato... l'altro non aveva posto per me nel suo cuore..." gli risposi.
"Io sono stato innamorato solo una volta, è capitato quando avevo diciannove anni. Lui ne aveva ventiquattro. Era un collega di mio cognato, un poliziotto anche lui, ed erano sempre di servizio assieme. Stavamo molto bene assieme, e già si pensava di metter su casa nostra... Quanti bei progetti, quanti sogni... Anche i miei erano contenti che mi ero messo con lui... Si era già cominciato a cercare un appartamentino, un nostro nido... Poi, un giorno... inseguivano due rapinatori di un supermercato... ci fu uno scontro a fuoco... Mio cognato fu ferito ad una gamba... il mio Noah fu colpito in pieno, il cuore trapassato da parte a parte..."
"Per questo... hai sempre un velo di tristezza, Felix!" dissi sottovoce, provando una forte pena per lui.
"Tu sei il primo con cui... faccio di nuovo l'amore. Forse con te ci sono riuscito perché... anche quando avevi chiaramente capito che mi sentivo attratto da te... non mi sei saltato addosso, non mi hai fatto fretta, hai aspettato che fossi pronto io a dirti che mi sarebbe piaciuto farlo. Gli altri... per lo meno per la mia esperienza, sembra che gli interessi solo fottere e vogliono arrivare al dunque più in fretta che possono."
Annuii. Poi gli dissi: "Fino ad oggi, non sono mai riuscito a fare io il primo passo. Non per orgoglio, ma per una specie di... timidezza. Non è che io sia veramente timido, però... lo divengo in questi casi."
"Sì, l'ho capito e l'ho apprezzato." Poi, arrossendo lievemente, aggiunse: "Ma ho anche apprezzato come hai fatto l'amore con me."
"La cosa è reciproca. Perciò... ci si può vedere ancora, no?"
"Sì, con piacere."
Eppure, anche con Felix non scoccò la fatidica scintilla. Ci si vedeva a casa mia tre o quattro volte ogni mese. Ogni volta fare sesso con lui era molto gradevole e mi piaceva che si fermasse a dormire con me. A differenza di me, lui non aveva altre avventure. Poi, dopo le ferie estive, quando ci si rivide al campus, Felix mi comunicò che aveva conosciuto un ragazzo con cui stava molto bene, sì che avevano deciso di mettersi assieme. Mi chiese di fare un'ultima volta l'amore, specificandomi che il suo ragazzo lo sapeva e gli stava bene che mi desse quel tipo di "addio".
Pochi giorni dopo bussò alla mia porta, a casa. Con lui c'era un bel ragazzo più o meno suo coetaneo: il suo boyfriend. Voleva presentarmelo. Li accolsi, chiacchierammo. Il suo ragazzo si chiamava Patrick, era un canadese di origine francese da poco trasferitosi nella nostra città e lavorava come cameraman nella TV locale. Aveva un'aria allegra, era estroverso, molto simpatico. Era tenero vedere come si guardavano... era evidente che si amavano. Patrick aveva un atteggiamento lievemente protettivo nei confronti di Felix. Ci trovammo reciprocamente simpatici, così diventammo amici e ancora ci si vede abbastanza spesso.
Felix ha ritrovato la sua serenità e una volta mi confidò: "È strano... non posso fare paragoni fra il mio Patrick e il mio Noah... eppure ho come la sensazione che Pat sia, anche più di Noah, la persona giusta per me."
"Forse semplicemente perché è il tuo attuale ragazzo, e perché tu sei capace di vivere il presente senza restare troppo attaccato al passato, pur non rinnegandolo. Ho notato che hai detto 'mio' sia per Noah che per Patrick, e questo mi sembra bello e giusto. Mi piace leggere nei vostri occhi quanto vi amate. Mi fa rimpiangere di non aver ancora trovato un amore anche io..."
"Spero che tu lo trovi... Non dovrebbe esserti difficile, dati i tuoi... talenti, sia fisici che di carattere." mi disse Felix con un sorriso gentile.
Eppure, forse anche perché erano tanti quelli che mi "ronzavano" attorno, pareva che per me la fatidica scintilla non dovesse mai scoccare.
Non è che mi lamentassi, però a volte mi chiedevo se non fossi destinato a non trovare mai il vero amore. Gli anni passavano... Non è che potessi considerarmi vecchio, neppure anziano, però il fatto di non riuscire a trovare un vero amante mi dava un lieve senso di disagio, come se stessi perdendo tempo prezioso.
D'altronde, che ci potevo fare? Non ci si innamora a comando. Forse, distratto dai molti che erano disponibili a fare sesso con me, non riuscivo ad instaurare con nessuno un rapporto abbastanza profondo per apprezzarne le qualità e quindi innamorarmi di lui? A differenza di altri che dichiaravano, almeno a parole, di non credere nell'amore, io ci credevo, volevo conoscerlo, viverlo, esserne "benedetto"...
Avevo trentasei anni. Un giorno, stavo facendo una lezione sulle più antiche "ballate" dei cowboy, quando notai che un nuovo studente era venuto a seguire il mio corso. Non era un ragazzo particolarmente bello, pur essendo grazioso, ma aveva occhi profondi, luminosi, attenti e decisamente belli, del colore dell'oro antico. Ascoltava e prendeva appunti. A volte annuiva lievemente, quasi come se quanto stavo spiegando confermasse sue ipotesi, chiarisse suoi dubbi.
Alla fine della lezione, mentre uscivo dall'aula, mi si accostò.
"Mi scusi, professore. Mi avevano detto che le sue lezioni sono molto interessanti, perciò sono venuto ed ho verificato che lo sono veramente. Sono ancora in tempo ad iscrivermi al suo corso?"
"Non ne sono sicuro, dovrai chiedere alla segreteria. Da parte mia, se mi chiedessero, darò il mio nulla-osta. Come ti chiami?"
"Grazie, professore, ne sarei davvero lieto. Mi chiamo Mortimer Keble. Mort."
Presi nota e gli assicurai che da parte mia non vi erano problemi che lui seguisse le mie lezioni. Dalla segreteria mi giunse l'informazione che Mortimer Keble, di anni ventitré, era stato autorizzato a seguire il mio corso.
Infatti lo rividi alla lezione seguente. Come ho detto, Mort non mi sembrava particolarmente bello, allora, eppure mi sentivo attratto da lui. Mi resi conto che, ogni volta che entravo in aula, il mio sguardo subito correva a cercarlo ed una volta che fu assente, sentii un vago senso di delusione e mi chiesi se fosse ammalato, o se si fosse stancato di seguire il mio corso... La volta seguente, però, era di nuovo in aula e la cosa mi fece piacere.
Terminata la lezione, in corridoio gli chiesi: "Come mai eri assente, Mort, la lezione scorsa? Problemi di salute?"
"No, professor Hanson. È che... avevo fatto le ore piccole la notte precedente e così... non mi sono svegliato in tempo, quella mattina." disse ed arrossì lievemente. Poi aggiunse: "Ho chiesto ai compagni gli appunti della lezione che ho perso, comunque. Farò in modo che non accada più. Non è la stessa cosa leggere un riassunto sugli appunti, per quanto ben fatti, e seguire le sue lezioni."
A poco a poco venni a sapere diverse cose riguardo a Mort. Intendeva laurearsi in storia, e specializzarsi in quella degli Stati Uniti. Per questo era interessato al mio corso sulle antiche ballate dei cowboy.
Suo padre lavorava come cuoco alla mensa universitaria, sua madre era maestra d'asilo e lui era il minore di tre fratelli, tutti maschi. I due maggiori erano sposati e gestivano assieme una piccola pasticceria in centro. Fin da ragazzino Mort s'era appassionato alla storia, e dato che amava gli studi, la famiglia lo manteneva, fiera dei suoi buoni risultati.
Più lo conoscevo, più mi sentivo attratto da lui. Ma, a parte che essendo un mio allievo non mi azzardavo di fargli capire la mia attrazione, lui pareva estremamente interessato alle mie lezioni ma non a me. D'altronde nulla mi faceva pensare che potesse essere gay, perciò mi accontentavo di godermi la sua presenza e di sognare di poter fare l'amore con lui... senza fare nulla perché questo potesse accadere.
Il mio corso finì, dette l'esame, brillantemente, e ci si perse di vista. Per essere più esatti, a volte ci si incrociava nel campus e ci si scambiava un cenno di saluto, un sorriso, qualche volta anche due parole, più che altro perché io mi informavo sull'andamento dei suoi studi.