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una storia originale di Andrej Koymasky


pin COME MOSCHE SUL MIELE CAPITOLO 3
UNO SFORTUNATO AMORE

Con Gus stavo bene. Era un ragazzo semplice, quieto, un gradevole compagno. Dopo quella prima volta, si può dire che usammo quasi sempre un solo letto. Avevamo la doccia in ogni camera, perciò prendemmo l'abitudine di farla assieme. Così a volte si faceva l'amore anche due volte al giorno, una sotto la doccia e una la notte a letto.

Durante il periodo del college, anche se altri ci provarono con me ed io cedetti alle loro avance, continuai sempre a farlo con Gus... Uno di quelli che ci provò fu il mio lettore di letteratura. Era un giovanotto di ventotto anni, che fin dalla prima lezione ci aveva chiesto di chiamarlo solo per nome. Si chiamava Harold. Aveva occhi azzurri, capelli sempre in disordine, come pure i suoi vestiti... nel senso che, per esempio, a volte sbagliava ad abbottonarseli e neanche se ne accorgeva. O una volta arrivò in classe con le calze di due diversi colori...

Aveva tutta una serie di quadernetti pieni dei suoi appunti, riempiti all'inverosimile con note scritte di traverso, al rovescio, foglietti incollati. Le sue lezioni erano sempre molto vivaci, interessanti. Ci parlava dei vari autori come se fossero tutti suoi amici personali, infervorandosi, e spesso si rimetteva a posto gli occhiali su naso spingendoli su con l'indice della sinistra.

"I sonetti di Shakespeare al suo amasio, un certo Willie Hughes..."

"Ehi, Harold, cos'è un amasio?" chiese uno dei miei compagni.

"Il ragazzo con cui fotteva." disse lui tranquillo, "dunque, dicevo..."

"Come fai a sapere che scopavano, l'ha scritto Shakespeare chiaro e tondo?" chiese un altro.

"No, non proprio chiaro e tondo, ma dai sonetti si capisce abbastanza chiaramente. Non capisco perché si accetti senza nessun problema che un autore sia invaghito di una donna, ma non di un uomo. Se diciamo che è invaghito di una donna, nessuno chiede: che prove ne abbiamo. Se è invaghito di un uomo, tutti chiedono: li hai visti scopare? Assurdo."

"È che scopare con una donna è normale, quindi lo si accetta, ma scopare con uno del proprio sesso..." interloquì un altro.

"È normale che la pecora sia erbivora?" chiese Harold, interrompendolo in modo apparentemente incongruo.

Un coro di sì divertiti, stupiti, incerti gli rispose.

"E che il lupo sia carnivoro?" insisté Harold. "Ognuno è normale nella sua diversità, no? Possibile che alla fine del secondo millennio ci sia ancora chi cerca di 'normare' tutto? Aprite la vostra mente, ragazzi, se non volete restare nell'epoca delle caverne. La diversità è la ricchezza della vita, della società, non è una minaccia."

"Allora, secondo te, i gay sono persone... normali?" gli chiesi io, interessato.

"Tanto quanto il fatto che tu sei caucasico e io afro-americano, Dick. Tu e io siamo diversi, ma entrambi normali. Ma torniamo al nostro argomento... Nel sonetto numero 13 il nostro Shakespeare scrive: Oh, that you were yourself! But, love, you are no longer yours than you yourself here live." Iniziò a declamare a memoria Harold, con la sua espressione ispirata.

Bene. Quello stesso giorno alla fine della lezione andai in biblioteca. Volevo un certo testo di critica e il bibliotecario mi stava spiegando che era in già in prestito, quando sentii una voce alle mie spalle.

"Ce l'ho io nel mio studio, Dick. Se vuoi, puoi venire a consultarlo da me, ma non te lo lascio portar via perché ancora mi serve."

Era Harold. Lo ringraziai e, dopo che lui ebbe chiesto un altro volume, lo seguii nel suo studio... Vi regnava un disordine incredibile, tanto che mi chiesi come ci si potesse raccapezzare. Ma lui andò dritto verso uno dei cumuli, ne spostò una parte, tirò fuori il testo che mi interessava, me lo porse e rimise a posto quanto aveva spostato.

"Eccolo qui. Puoi sedere... lì. Stai portando avanti quella ricerca sull'influenza della commedia dell'arte sul teatro inglese?"

"Sì, Harold. È più interessante di quanto credessi..."

"Tutto è più interessante di quanto crediamo, se abbiamo voglia di capire veramente." mi disse con un sorriso lieve, un po' svagato. Poi mi fece una domanda che mi fece sorridere: "Che cosa vuoi fare da grande, Dick?"

Erano anni che nessuno mi faceva più quella domanda. "O lo scrittore o lavorare in un'università, insegnare."

"L'uno non esclude l'altro, Dick, anzi... Mi ha sorpreso da parte tua quella domanda sul fatto se i gay siano persone normali. Non me l'aspettavo proprio da te. A meno che tu l'abbia fatta presupponendo la risposta che ti ho dato, forse per dare più peso alle tue convinzioni."

"Non proprio, mi interessava davvero la tua opinione. Comunque la penso come te. Persone normali con normali desideri e sentimenti."

"Esatto. Sei un ragazzo intelligente, ed anche molto attraente, Dick, anzi, desiderabile. Credo che molti te l'abbiano detto, o fatto capire. Ti infastidisce che io ti palesi così chiaramente quanto spero da te?"

Lo guardai sorpreso: davvero non m'aspettavo una simile dichiarazione, né così esplicita, da Harold.

"No, non mi infastidisce, anzi, mi lusinga." risposi dopo un breve silenzio. Poi gli chiesi: "È una... proposta, la tua?"

"Lo è. Mi sentirei molto lusingato se tu la volessi accettare."

Fisicamente, pur non essendo un adone, Harold non mi dispiaceva, per quanto i suoi abiti mi lasciavano intuire. Lui si aggiustò per l'ennesima volta gli occhiali sul naso mentre attendeva la mia risposta.

"Sei sempre così diretto nelle tue proposte?" gli chiesi.

"Non seguo schemi fissi, prestabiliti. Mi lascio guidare dall'ispirazione. E tu... m'ispiri questa linea di condotta. In te sento qualcosa che non può lasciare indifferenti. Non me, comunque."

In breve, quello stesso giorno lo seguii fino a casa sua. Il solito "disordine ordinato" regnava anche lì, compresa la sua camera da letto. Quando si spogliò restai sorpreso per le perfette proporzioni e forma fisica del suo corpo, davvero notevoli.

Dopo un po' che i nostri corpi "facevano conoscenza", Harold sedette appoggiando la schiena contro la testiera e mi invitò a sedergli in grembo, fronteggiandolo e finalmente mi calai sul suo bel palo forte e duro e mi sentii riempire. Mentre molleggiavo su di lui, tenendogli le braccia attorno al collo, mi sorrideva con tale dolcezza che cominciai a pensare che anche il suo volto fosse bello.

Quando raggiunse l'orgasmo, chiuse gli occhi, quasi ad assaporarlo meglio, e si vuotò dentro di me, non come un geyser che erutta, ma come la marea che avanza ed invade la riva... Poi riaprì gli occhi, si aggiustò gli occhiali... sì, non se li era tolti neanche per fare l'amore... e mi sorrise.

"È stato molto bello, quasi perfetto..."

"Quasi?" gli chiesi lievemente deluso, perché a me era piaciuto molto.

"Certo, per esserlo, manca che tu venga in me."

Ci carezzammo e baciammo ancora per parecchi minuti, quindi si stese sulla schiena e sollevate le gambe, mi si offrì. Entrai in lui ed iniziai a muovermi in lunghe e lente spinte, che Harold visibilmente apprezzava. Il suo sorriso, che in classe pareva svagato, era pieno di tenerezza, mentre lo prendevo... Quando si rese conto che stavo per raggiungere il mio piacere, mi strinse a sé, sì che potevo ora muovere solo il bacino... e mi baciò mentre a mia volta mi vuotavo in lui.

Poi, per parecchi minuti, restammo, in silenzio, a carezzarci e baciarci. Contrariamente a molti di quelli con cui era la prima volta che facevo l'amore, non mi chiese "ti è piaciuto?". Probabilmente non aveva bisogno di conferme. Sì, lo so bene che anche tu me l'avevi chiesto, la nostra prima volta...

Ci alzammo dal suo letto, andammo a fare una doccia, ci rivestimmo, poi mi portò in cucina dove preparò un caffè all'italiana con una strana macchinetta che, mi disse, aveva comprato in occasione del suo ultimo viaggio in Europa. Era un caffè forte, gustoso.

"Posso farti una domanda, Harold?"

"Certo che me la puoi fare. Vedremo se mi va di risponderti..." mi disse con un lieve sorriso che mi fece pensare ad un monello...

"Non hai un ragazzo, tu?"

Per un attimo i suoi occhi si velarono, poi disse: "L'ho avuto... abbiamo vissuto assieme per undici anni, da quando eravamo tutti e due quindicenni fino a tre anni fa. Ci si era conosciuti a scuola quando Calvin e io avevamo tredici anni... da allora si è sempre fatto tutto assieme. Lui era orfano, viveva in un istituto... Ci innamorammo a poco a poco, e la prima volta che lo confessammo uno all'altro... eravamo in gita scolastica a Washington e si condivideva la stessa stanza. Fui io a dirgli cosa sentivo per lui e Calvin mi guardò felice e mi disse che anche lui provava lo stesso sentimento per me. Così fu lì a Washington che celebrammo la nostra prima, meravigliosa notte d'amore.

"Quando i miei genitori seppero che ero innamorato di lui e lui di me lo vollero conoscere, gli piacque molto, così decisero di adottarlo, perché potessimo stare assieme... Sì, papà e mamma sapevano di me da circa due anni e mi avevano pienamente accettato, senza traumi. Sono stato fortunato... Gli volevano bene come a un figlio... Era così... così dolce, il mio Calvin... Si faceva voler bene da chiunque... Siamo cresciuti assieme, eravamo inseparabili... Lui era appassionato di letteratura e mi contagiò con la sua passione. Poiché i miei l'avevano adottato, aveva assunto il mio stesso cognome, e siccome nessuno sapeva dell'adozione, tutti credevano che fossimo fratelli... benché fossimo nati a un solo mese uno dall'altro...

"Ci laureammo assieme, con due tesi complementari, che avevamo preparato assieme... Assieme ottenemmo un posto alla Stanford University. Sai che in undici anni, non abbiamo mai litigato una sola volta? Dio, era tutto così perfetto... Oh, sì, a volte avevamo lunghe discussioni, divergenze, ma le risolvevamo sempre, o perché uno convinceva l'altro, o perché si giungeva ad un compromesso, oppure perché uno di noi cedeva... per amore. Lui aveva una mente più analitica, io più sintetica, così ci si completava a vicenda. A lui piacevano gli sport, e me li fece piacere, a me piacevano i viaggi e glieli feci piacere.

"Poi... forse eravamo troppo perfetti, assieme, ché ognuno colmava le imperfezioni dell'altro... e allora il fato, o gli dei, o... ebbero invidia della nostra felicità così un giorno... un giorno come tutti gli altri, bello come tutti gli altri... erano le tre del pomeriggio... stavamo camminando per la strada, discutendo su cosa regalare ai nostri genitori per il loro trentesimo anniversario di matrimonio... Un colpo secco... un colpo di fucile... e lui... lui... la testa... lì sul marciapiedi, accanto a me... solo perché era uno sporco negro... come me..."

Harold si fermò, con un singhiozzo soffocato. I suoi occhi erano asciutti, lucidi ma asciutti. Io mi sentivo sconvolto e, silenziosamente, mi misi a piangere.

Harold mi fece un mesto sorriso e con i polpastrelli mi asciugò le gote, delicatamente. Lo abbracciai stretto. Che altro potevo fare? Che potevo dire? "Dio, quanto mi dispiace"? No. Sarebbe stato inutile e troppo poco. "Non è giusto"? Certo, quando mai l'assurdo odio razziale può essere giusto?

Alla fine, riuscii a chiedere: "L'hanno preso, almeno? L'hanno condannato a morte, almeno?"

"L'hanno preso, sì. Non l'hanno condannato a morte, per fortuna."

"Per fortuna, dici!?" gli gridai quasi.

"Uccidere quell'uomo non solo non m'avrebbe reso il mio Calvin, ma avrebbe profanato la sua memoria! Nessuno deve essere ucciso in nome del mio Calvin, nessuno deve essere ucciso in nome della legge. La vendetta è una mostruosità, e la vendetta di stato lo è due volte."

"Ma quello... quello ha condannato a morte il tuo Calvin!" protestai ancora io.

"Se io sono un ladro e ti derubo... questo autorizza te a diventare un ladro, forse? No, Dick, no. La nostra terra, che pure per tante cose è un faro di civiltà... resta una terra incivile fin tanto che ammette la pena di morte. No, Dick, non puoi veramente credere che la pena di morte sia una cosa giusta, accettabile."

A poco a poco, frequentando Harold, discutendo con lui, facendoci l'amore... mi innamorai di lui. Non me ne resi conto subito, non fu un colpo di fulmine, ma un sentimento che maturò dentro di me lentamente giorno dopo giorno. Era un uomo eccezionale, unico...

Lui si accorse prima di me del mio cambiamento, di quanto stava maturando dentro il mio cuore. Perciò, una volta che ero andato da lui, affrontò l'argomento.

"Dick, lo sai che tu mi piaci, vero? Che ti stimo, che sto molto bene con te."

"Certo, Harold." gli risposi lietamente. "Anche per me è così."

"Ma tu... ti stai innamorando di me..."

Non ci avevo pensato in modo esplicito, chiaro, cosciente: era ancora qualcosa di confusamente presente in me, qualcosa di caldo, gradevole, in cui mi stavo cullando. Quando me lo chiese, però, capii subito che era così.

"Sì..." ammisi allora.

"Io ti sono grato per provare un sentimento così bello nei miei confronti... però... vedi... non per colpa tua, ma dentro il mio cuore ancora non c'è posto per un nuovo, vero amore. Il mio corpo, una volta metabolizzato il lutto, ha reclamato la sua parte, e forse in parte anche la mia anima. Ma non posso, e mi dispiace, ricambiare il tuo amore..."

"Ma io aspetto, Harold... io aspetto volentieri..."

"Sei molto caro, Dick, e il tuo affetto, quello sì ricambiato, mi è molto gradito. Ma non è giusto. Tu hai diciannove anni, non puoi, non devi legare la tua vita alla mia. Potrei metterci anni, prima di poter corrispondere al tuo amore come meriti. No... lo capisco che tu ora credi di saper aspettare... Ma dai retta a me. E piuttosto... se fare l'amore con me dovesse pesarti, ora che ci siamo chiariti i nostri sentimenti... come temo... sarà meglio che si resti semplicemente amici senza più coinvolgimenti sessuali."

Discutemmo, ma dovetti arrendermi.

Quando a sera, in camera, arrivò anche Gus, capì subito che c'era qualcosa che mi turbava e me ne chiese il motivo. Gli raccontai quindi, senza fargli capire che si trattava di Harold, che cosa fosse accaduto.

"Per questo ultimamente con me eri sempre più... distante, dunque. E perché avevi anche smesso di navigare nei siti porno-gay di internet... Perché ti stavi innamorando di quell'uomo..." commentò Gus.

"Sì... perdonami..."

"Non hai motivo di chiedermi perdono. Mi dispiace che non è andata come speravi, con quell'uomo, ma è stato onesto con te e credo che ha ragione lui. Guarda che mica te lo dico per me, eh? Tutto sommato fra noi c'è solo piacevole sesso, amicizia, magari anche un po' di tenerezza, ma né tu né io cercavamo di più nell'altro. È la prima volta che ti innamori, Dick?"

"Sì..."

"Brutta, eh? Ma siamo ancora giovani, come giustamente t'ha detto quell'uomo. La vita non va sempre come speriamo."

"Già. Specialmente per lui, che gli hanno ammazzato il suo partner. Lui vuole che restiamo solo amici, senza più niente di sessuale..."

"Credo che abbia ragione, che sia saggio. Per te sarebbe sempre più difficile continuare a fare l'amore con lui, senza avere il suo amore."

"Ma lui mi vuole bene..."

"Evidentemente sì, per come ha agito nei tuoi confronti. E, proprio perché ti vuole bene, ha deciso per il meglio. No?"

"Non sei incazzato con me se, anche se continuavo a scopare con te, scopavo pure con lui?"

"E che? Mica siamo sposati, no?" mi disse Gus con un sorriso dolce. "D'altronde, non è che io sia stato con le mani in mano..." aggiunse poi con un'espressione birichina.

"Hai anche tu un amante segreto, alle mie spalle?" gli chiesi, cercando di fare una battuta di spirito.

"No, ne ho tre..." disse allegramente.

"Addirittura! Tre amanti!"

"Non proprio. Sai... certi miei compagni di corso... si andava a studiare a casa di uno di loro... per distrarci a volte si interrompeva e si faceva un pokerino, puntando pochi dollari... finché uno ha proposto di fare lo strip-poker e... è andata a finire com'era prevedibile. Così adesso non si gioca più a poker coi soldi, il che è meglio, ma solo coi nostri vestiti. Quando due restano nudi... quello che ne ha di più indosso sceglie uno dei due che sono nudi e il secondo lo fa con l'altro..."

"Niente ammucchiate?"

"Solo la prima volta... ma ci piace di più farlo a coppie, e anche in due stanze diverse..."

"E tu, sei più spesso quello che perde o quello che vince?"

"Dipende... D'altronde facendo così quello che perde, dopo tutto, è come se vincesse, anche se deve fare tutto quello che l'altro gli ordina..."

"Ma sono gay anche gli altri tre?"

"E che ne dici tu? Solo uno per un po' continuava a dire che lui non è gay, e un altro che lui in realtà è bisex... ma l'hanno piantata e si godono tutti l'occasione, senza problemi."

"Perciò, con me, ne hai quattro!" gli dissi con un sorrisetto.

"Mai più di due al giorno, comunque. E non tutti i giorni." rispose solennemente e scoppiammo a ridere.

"Tu ti sei mai innamorato, Gus?"

"Solo una volta, a diciassette anni, ma un amore platonico, perché al mio amico non piaceva farlo con un maschio."

"La tua prima volta... ti va di parlarmene?"

Gus ridacchiò: "La mia prima volta? Niente di eccezionale... Era estate, facevo l'autostop. Uno di quelli che m'hanno dato un passaggio prima ha cominciato a fare discorsi strani... sai... hai la ragazza, io no... non ti tira? A me spesso... Allora che fai? E così via. Poi mi ha messo una mano lì... io ero imbarazzato però mi piaceva pure... Poi lui gira in uno stradello fra gli alberi e lì... Beh, ho scoperto che mi piaceva farlo."

"Ma... avete fatto tutto già quella prima volta?"

"Sì, proprio tutto. Prima voleva che glielo mettessi io... Un po' pensavo che era... una cosa oscena... un po' però ero curioso di provarci... Quando gli sono stato dentro, cazzo, mi piaceva e gli ho dato dentro... anche se a volte usciva tanto m'ero scatenato... Poi quando me lo voleva mettere lui ho avuto paura... però anche mi piaceva sentirlo provarci e... alla fine c'è riuscito. Per fortuna non era molto dotato... E tutto sommato anche quello m'è piaciuto abbastanza."

"Ma quanti anni avevi?"

"Sedici appena compiuti. Però qualcosa avevo intuito, riguardo alla mia sessualità, anche se non chiaramente come quel giorno. Forse avevo un po' paura di ammetterlo con me stesso, e siccome non ci avevo mai provato, pensavo, speravo che magari mi sbagliavo... Sai com'è... non è che noi froci godiamo di molta buona propaganda, nonostante tutti i gay pride e il resto."

"E la tua seconda volta?" gli chiesi.

La mia non era una curiosità fine a se stessa, ma il desiderio di paragonare le esperienze, di capire meglio. Dell'amore fra un maschio e una femmina ne sono pieni TV, cinema, romanzi...

Gus rise: "Ah, ma allora dovevi dirmelo subito che volevi tutta la mia autobiografia sessuale completa! Uno ti dà una mano e tu gli prendi il braccio..."

"Ma no, se non ti va..." ribattei.

"Ma sì, tutto sommato mi diverto anche io a raccontarti la mia romanzesca vita. Vita e avventure del Grande Gus! Un best-seller. La seconda volta... un paio di mesi dopo, se mi ricordo bene. Il primo, non so nemmeno come si chiamava... Il secondo era il mio vicino di casa, un ragazzo di un anno più grande di me che si chiamava Julian. Già da un po' lo spiavo dalla finestrella del sotto-tetto di casa nostra, quando usava la piscina di casa sua. Siccome credeva che nessuno lo potesse vedere, si cambiava lì, sul bordo, offrendomi un piacevole spettacolo.

"Ora che avevo le idee più chiare sulla mia sessualità, oltre a ammirare le sue allettanti nudità, me lo menavo immaginando di farci cose turche... Però pensavo che fosse il frutto proibito, mica potevo rischiare di provarci col vicino di casa, per quanto ci si conoscesse, benché si fosse, se non proprio amici, in ottimi rapporti. Una volta lo vidi andare alla piscina con un suo amico, un ragazzo della sua età. Si spogliarono nudi e si tuffarono. Sguazzarono nell'acqua per un po', giocando e facendosi i soliti dispetti che si fanno fra ragazzi, poi tornarono sul bordo.

"L'altro si issò e vi sedette, le gambe penzoloni nella piscina, e Julian, ancora in acqua, gli andò fra le gambe e gli carezzò il cazzo! L'amico puntò le mani indietro... e Julian si chinò a succhiarglielo! Schizzai di colpo conto il muro, tanto la scena mi eccitava! Ma allora, Julian non era il frutto proibito come pensavo, anzi... Cavolo, ora avevo via libera... Immaginai almeno dieci modi diversi di agganciarlo, di proporgli di farlo con me...

"Così, il giorno dopo, mi appostai per incontrarlo. Appena lo vidi che tornava a casa, lo raggiunsi e gli disse che avevo visto tutto... Lui negò, arrossì, balbettò, poi mi scongiurò di non smerdarlo in giro, soprattutto con i suoi... Tremava come se avesse la febbre, poveretto. Mi fece pena, e allora lo tranquillizzai: guarda che pure a me mi piace fare quelle cose e mi piacerebbe farle con te, gli dissi. Tutto quello che vuoi, ma non dirlo ai miei... quasi piangeva. Io gli ho detto che non avrei detto niente a nessuno, e che mica era obbligato a farle con me quelle cose, se non gli andava. Certo che mi sarebbe piaciuto...

"Beh, si calmò, mi chiese se per caso ero gay io pure e gli dissi di sì... Dopo un po' era tutto allegro come se un minuto prima non stesse per farsela sotto. Mi disse che in quel momento in casa sua non c'era nessuno e che se volevo... Altroché se volevo! Mi portò in camera sua e lì... facemmo faville, tanta era la voglia che avevamo tutti e due! Ce lo succhiammo, e lo mettemmo uno all'altro... Dopo un bel po' che ci si stava divertendo, mi disse che il suo amico, un compagno di classe, non era gay, comunque se lo faceva succhiare volentieri, però non glielo metteva dietro...

"Così diventammo amici, dall'oggi al domani... si scopava quasi tutti i giorni e mandò al diavolo il suo compagno di classe che non era gay ma che si 'degnava' di lasciarselo succhiare! Mi raccontò che lui aveva capito di essere gay quando era negli scout, quando il suo capo l'aveva convinto a fare certi giochini con lui... finché una volta l'aveva sverginato. Con suo gran piacere, mi specificò Julian.

"Poi, dopo poco meno di un anno, Julian mi disse che s'era innamorato di un ragazzo di venti anni e che perciò non se la sentiva di continuare con me... e così io rimasi di nuovo a bocca a asciutta... ma solo per un po'. L'ho conosciuto, il suo ragazzo: era un bono da perderci la testa, che assomigliava a River Phoenix a venti anni... ma direi piuttosto la bella copia..."

"E non ci hai fatto niente, con quel... River Phoenix?" gli chiesi.

"Macché. Erano tutti e due troppo innamorati, mi sarebbe sembrato sbagliato provarci, anche se sinceramente devo dire che comportarmi bene m'è costato un grosso sacrificio."

Così, continuai con rinnovato piacere a fare l'amore con Gus. Come? No, sono d'accordo che era un gran bravo ragazzo, ma non ci siamo innamorati né io di lui né lui di me. Semplicemente stavamo bene assieme. Secondo me quando il sesso è positivo, tanto per schematizzare le cose, può essere la conseguenza di un desiderio più o meno egoistico, il classico "togliersi la voglia", può essere una dimostrazione di affetto e di amicizia com'era fra Gus e me, e, al suo più alto livello, può essere una dimostrazione d'amore.

Quando è negativo? Beh, può essere di tutto, fino a distruggere l'altro. Nella meno grave delle ipotesi, è un usare l'altro in modo totalmente egoistico. In sé il sesso non è né buono né cattivo, è solo un istinto. Ma il suo valore varia a seconda di come e perché se ne fa uso... Per questo, quando mi si dice che il sesso è valido solo quando porta alla procreazione, mi incazzo: quanti "genitori" purtroppo abbandonano, ammazzano, opprimono, distruggono il frutto del loro "sesso procreativo"! Mah, lasciamo perdere questo discorso che ci porterebbe troppo lontano dal motivo per cui m'avete chiesto, ed ho accettato, di raccontarvi le mie esperienze sessuali...


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