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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL GIORNO DELLE LUCCIOLE CAPITOLO 12
IL GIORNO DELLE LUCCIOLE

La mattina seguente, mentre Stefano stava facendo colazione in cucina dopo che i genitori erano usciti uno per andare in tribunale e l'altra all'università, Caterina sedette al tavolo.

"Ieri sera, Stefano... parlavate così forte che... anche senza volerlo... ho sentito tutto," annunciò la donna, un po' esitante.

"Ah sì?" disse il ragazzo guardandola con un lieve sorriso incuriosito.

"Sì. Sei stato magnifico... davvero magnifico... non potevi parlare meglio."

"Davvero, Cate?"

"T'ho mai detto qualcosa che non penso? Io non lo conosco, il tuo Alberto, ma da come ne hai parlato, deve essere un ragazzo davvero in gamba... e sono contenta che vi volete bene. E hai fatto bene a difendere così il vostro amore."

"Grazie. Almeno tu sai capire."

"Ma c'è una cosa che non capisco..."

"Dimmi..."

"Com'è che i tuoi genitori hanno accettato con tanta naturalezza che a te piacciono... i ragazzi, ma adesso non sanno accettare che tu e Alberto siete innamorati? Fatto trenta, si fa trentuno, no? Davvero non li capisco. Tanto aperti e moderni per una cosa, e tanto chiusi e all'antica per la sua logica conseguenza!"

"Eh, cara la mia Cate, questo davvero non lo capisco neanche io..."

"Però... mi dispiacerebbe se tu te ne vai via... con tutti i problemi per continuare a studiare, che ti piace tanto a te che c'hai la testa fina. Io spero che cedono i tuoi genitori. Io non posso azzardarmi a dire niente con loro, devo stare al mio posto, ma se solo potessi aiutarvi..."

"Sei un tesoro, Cate. Grazie."

La donna arrossì lievemente per il complimento. "T'ho visto crescere, Stefano, buono, bravo, bello... e ti voglio bene... e vorrei tanto che tu puoi essere felice. Io non posso azzardarmi a mettermi in mezzo fra i tuoi genitori e te. Però prego ogni giorno che il Signore ti aiuti a trovare la felicità col tuo Alberto..."

"Ma pensi che il Signore davvero si dia da fare per due ragazzi, due maschi, che si amano... anche facendo l'amore assieme? Il papa dice che noi gay..."

"Oh, per fortuna Dio è più intelligente del papa. Certo che Lui vi darà una mano, io non ho manco il più piccolo dubbio."

"Ma se bastasse pregare il Signore per ottenere quello che uno vuole..."

"È vero... comunque pregarlo che vi aiuti, non fa male a nessuno." replicò la donna con convinzione. "E poi, chissà che a forza di scocciarlo non mi darà retta pur di farmi stare zitta una buona volta!" concluse con un sorriso divertito.

Quando Stefano incontrò Alberto, gli raccontò la sua discussione coi genitori e l'aut-aut che aveva dato loro.

"Ma, amore... mica dici sul serio che te ne vai di casa, che rischi di non riuscire a laurearti! Io non voglio! Non per me..."

"Scusa, Alberto, pensi che io valga meno di te?"

"Eh? No, no, sicuro. Tu vali un sacco più di me!"

"E allora, se tu pensi di riuscire a laurearti lavorando, posso riuscirci anche io, no? E poi, non è detto che i miei non cedano..."

"Ma... prendermi in casa... con te... Dio... io sarei contento, certo, ma sarei pure terribilmente imbarazzato con loro..."

"Ma perché imbarazzato? Se, come spero, finalmente ti accettano non ci sarà nessun problema..."

"Se mi accettano solo per non perdere te... magari me lo faranno pesare, me la faranno pagare."

"Ci sarò sempre anche io, con te, amore. E ti proteggerò, così come tu proteggerai me, no? Se ognuno di noi due da solo è forte, pensa quanto più forti saremo in due! E comunque, se non ti trattano bene e se non sei contento, facciamo sempre in tempo ad andarcene assieme, giusto?"

"Spero che tutto va bene... vada bene." si corresse Alberto con un sorriso schivo.

"Comunque vada, andrà bene, Alberto, non temere. Avrei dovuto trovare il coraggio di affrontare i miei prima."

Il mese che Stefano aveva dato al padre ed alla madre per prendere una decisione, passò. I genitori non se ne erano dimenticati, così un pomeriggio il padre lo chiamò nel suo studio, dove era già anche la madre.

"Bene, Stefano. Tua madre e io abbiamo discusso ed esaminato a fondo la tua richiesta, l'abbiamo valutata. Abbiamo deciso, quindi, di offrirti un onorevole compromesso. Se il tuo ragazzo... Alberto, prenderà davvero la maturità, lo inviteremo a venire a vivere qui in casa nostra, con te... e ci premureremo anche di pagargli tutte le spese per frequentare l'università, tal quale facciamo con te, né più, né meno, compreso l'argent de poche come versiamo a te. Ma se non darà l'esame di maturità o se lo fallirà, tu ci devi promettere che lo lascerai perdere, che ti dimenticherai di lui."

"Non lo lascerò mai perdere, non mi dimenticherò mai di lui... Però accetto senza alcun problema questo vostro compromesso, perché sono sicuro che Alberto supererà, e anche brillantemente, l'esame di maturità."

"Bene, vedremo. Frattanto passeranno abbastanza anni per verificare se veramente la vostra relazione..."

"No, papà, qui ti sbagli. Anzi, è bene che provvediamo a mettere al più presto un letto matrimoniale nella mia stanza..."

"Cioè?" chiese la madre.

"Mica vorrete che dormiamo in due nel mio lettino... oppure che abbiamo letti separati, no? Siamo una coppia, vogliamo dormire nello stesso letto, esattamente come fate voi."

"Ma sì... perché però dovremmo preoccuparci di questo ora? Quando sarà tempo..." disse la madre con aria di sufficienza.

"Perché, vedete, il mio Alberto affronterà gli esami di maturità già il prossimo luglio." rispose Stefano con un sorriso da schiaffi.

"Ma come, a luglio? Già quest'anno? Non è possibile! Aveva detto di aver frequentato solo i primi due anni delle superiori!" esclamò il padre.

"Sì. Sta frequentando l'istituto Manzoni, un istituto privato che ha corsi speciali per chi vuole recuperare gli anni eventualmente perduti... e sta andando molto bene, nei suoi studi. Sia il preside che i suoi professori sono assolutamente entusiasti di lui e sono certi che otterrà la licenza liceale senza alcuna difficoltà..." annunciò trionfante Stefano. "Perciò, al più tardi per fine luglio... Alberto verrà a vivere qui con noi!"

"Ma noi... credevano... pensavamo..." la madre quasi balbettò.

"Sbagliando! Avete sottovalutato il mio Alberto. Mica vorrete rimangiarvi la parola, adesso, no?"

"No... no, certo... ma è che..." il padre disse in tono incerto, "non siamo ancora... preparati... pronti... psicologicamente..."

"Beh, avete ancora un po' di tempo per... rassegnarvi. E per accettarlo pienamente, con buona grazia e rispetto... se proprio non riuscite ad accoglierlo con affetto. Avete ammesso anche voi che Alberto ha un buon carattere, no? Lui farà del suo meglio per non porvi problemi e... dato che siete adulti tutti e due, sono certo che farete del vostro meglio anche voi. Quando andiamo a cercare il mio nuovo letto, mamma?"

Il padre e la madre si guardarono, poi il padre disse: "Quel che è deciso, è deciso. Se veramente Alberto prenderà la maturità, il giorno stesso in cui avrà i risultati, potrà venire qui e vivere con te. La mamma e io siamo persone intelligenti e civili, non saremo certo noi a creare problemi con lui."

"Molto bene." disse Stefano soddisfatto.

Come previsto, Alberto prese la maturità con un discreto punteggio... e il giorno dopo si trasferì in casa Audisio. Il padre aveva avvertito i poliziotti di guardia che il ragazzo avrebbe abitato, "sarebbe stato ospite" disse per l'esattezza, a casa loro, perciò poteva entrare ed uscire senza essere controllato. I genitori di Stefano accolsero il ragazzo con formale cortesia.

Alberto disse: "Io... vi ringrazio per avermi accettato, accolto in casa vostra. Spero che la mia presenza non dia andito... adito, volevo dire," si corresse arrossendo lievemente, "a nessun problema. Io... se volete, posso occuparmi delle pulizie di casa... o fare altro che possa essere utile... per ringraziarvi della vostra gentilezza ed ospitalità..."

"Ma che dici?" lo interruppe Stefano.

"Ha ragione nostro figlio. Abbiamo già Caterina che pensa a tutto, e tu, Alberto, non sei qui per lavorare per noi, ma perché... per il nostro Stefano. L'unica cosa che devi fare è studiare seriamente, come anche Stefano già fa."

"Oh, sì, certo, signor giudice. Mi piace molto studiare, più di quello che pensavo... che pensassi..." si corresse, guardando un po' preoccupato la madre di Stefano.

La donna ebbe un lieve sorriso: "Alberto... io devo... chiederti scusa per averti preso in giro per il tuo modo di esprimerti. Ho sbagliato, lo ammetto. Non so se riusciremo un giorno a... a stabilire un rapporto più che semplicemente corretto. Ma sappi che, se mio marito e io abbiamo deciso di accettarti in casa nostra, è perché, come minimo, ti rispettiamo. Anche se qualche volta non ti esprimerai in modo del tutto corretto. Sei un ragazzo dolce eppure fiero, onesto e volenteroso e tanto ci basta."

"Grazie, professoressa... Grazie, signor giudice..."

Così iniziò la vita di Alberto in casa Audisio. L'iniziale tensione ed imbarazzo sia del ragazzo che dei genitori di Stefano, con il passar dei giorni e gradualmente, si dissipò.

Agosto era alle porte, perciò si stava avvicinando l'anniversario della notte in cui Alberto aveva coperto di lucciole Stefano e dopo, per la prima volta, avevano fatto l'amore.

Allora, poiché in quel giorno sarebbero ancora stati a Milano, Alberto ebbe un'idea. Con varie scuse, una mattina riuscì ad andare in centro senza che Stefano lo accompagnasse. Cercò il negozio che aveva in mente e, trovatolo, entrò. La commessa gli rivolse un sorriso un po' più che professionale: "Ciao. In cosa ti posso servire?"

"Io... potrei per favore parlare con uno dei vostri tecnici?"

"Sì, vado a vedere se ce n'è uno libero. Puoi dirmi che tipo di problema vuoi discutere con lui?"

"Un problema... di timer... di circuiti elettronici... di quelle lampadinette piccole piccole... led credo che si chiamano..."

"Ah, bene. Allora vedo se è libero Mario."

Dopo poco la ragazza tornò con un giovanotto che si rivolse a Alberto con un sorriso cortese: "Dimmi, di che problema volevi discutere con me?"

"Ecco io... lei sa che luce fanno le lucciole, vero?"

"Le lucciole? Gli insetti, vuoi dire?" chiese il giovanotto un po' stupito.

"Sì, esatto, gli insetti. Ecco, io vorrei avere un circuito... con un centinaio circa di led del colore delle lucciole... che si accendono e spengono ognuna con un suo ritmo diverso... e il tutto comandato da un telecomando che funzioni a un centinaio di metri circa... e che se piove non vada tutto in cortocircuito, in tilt..."

"Per uno spettacolo all'aperto?" gli chiese il giovanotto, incuriosito.

"Sì, più o meno... Si può fare?"

"Mah... penso proprio di sì, e non sarà neanche troppo difficile fare un circuito come vuoi tu."

"Crede che mi verrà a costare molto? Mi potrebbe fare un preventivo di massima, per favore?"

Il giovanotto prese una matita ed un blocchetto, una calcolatrice, ed iniziò a fare alcuni conti. "Un centinaio di led, hai detto?"

"Se possibile, sì. Dipende da quanto costa il tutto..."

"E li vuoi disporre un po' distanziati uno dall'altro, immagino."

"Certo."

"Alimentati da una batteria, logicamente."

"Sì, non ci sono prese elettriche dove devo piazzare il circuito."

Il giovanotto continuava a fare calcoli ed a scrivere cifre, consultando di tanto in tanto alcuni cataloghi. Infine gli mostrò il totale, dicendo: "Ecco, ti viene a costare così, più o meno un dieci per cento come previsto dalla legge per ogni preventivo."

"Iva e lavoro sono compresi?" chiese Alberto, vedendo che era in grado di pagare quella cifra, grazie al mensile che già riceveva dai genitori di Stefano.

"Sì, certo, tutto compreso. Il circuito sarà alimentato da una serie di batterie a stilo messe in parallelo e contenute in una scatola stagna, per avere abbastanza potenza e durare a lungo e senza problemi se anche piove. Quando è in stand-by, consumerà molto poco, comunque consumerà."

"Ogni quanto bisognerà cambiare le pile?"

"Se lo farai funzionare, diciamo, per tre ore ogni notte, dovrai cambiare le batterie circa una volta al mese. Se dovesse funzionare per sei ore, ogni quindici giorni..."

"Ottimo e abbondante. E... si potrebbe farlo accendere e spegnere con una fotocellula, invece che con un telecomando?"

"Sì, certo, è possibile..."

"Viene a costare di più?"

"Praticamente no, perché non sarebbe più necessario il telecomando che avevo messo nel preventivo. Per quando ne avresti bisogno?"

"Al più presto... quando pensa di potermelo fare?"

"Bah... vediamo... tre giorni ti va bene?"

"Perfetto. Allora, lascio una caparra... va bene il venti per cento?"

"Certo. Paga alla cassa e oltre a prendere la ricevuta, portagli il foglio d'ordine con il preventivo, che ora ti preparo, perché lo timbri."

Alberto pagò e tornò a casa soddisfatto, una copia del foglio d'ordine piegata e nascosta nel proprio portafogli. Sotto casa vide che c'era Bahir e lo andò a salutare.

"Ehi, amico, come tu sta?" gli chiese il tunisino con un ampio sorriso.

"Bene, e voi due?"

"Io e mio Wasim? Molto bene. E tuo Steffano?"

"Adesso vivo con lui, a casa sua."

"Oh, questa sì buona cosa! Io molto contento per voi! Molto bello vivere con ragazzo che ama. Io sta molto bene con mio dolce Wasim."

"Ascolta, Bahir... io sto preparando una sorpresa per il mio Stefano. Per farla, dovrei arrampicarmi su quell'albero, vedi, il secondo dopo la cabina telefonica. Mi potresti aiutare, eventualmente?"

"Molto volentiere, certo. Ma che sorpresa è?"

"È un po' difficile da spiegare... sai cosa sono le lucciole?"

"No, non so che è luciolle... beh, quando io aiuterà te, vede cosa è luciolle... Ah, forse come vostro albero natale? Tu vuole fare come albero natale anche se ora natale lontano?"

"Bravo, proprio così..."

"Molto bel pensiero. Certo, io aiuta te volentiere." gli disse il ragazzo.

Quando il circuito fu pronto, il tecnico gliene dimostrò il funzionamento oscurando il laboratorio. L'effetto era quasi perfetto e lo sarebbe stato anche più quando i led fossero stati piazzati fra le foglie dell'albero e visti da una maggiore distanza. Pagò quanto restava ed uscì dal negozio, soddisfatto, con la grossa busta contenente il tutto.

Con la complicità di Caterina, che l'aveva accolto con molto affetto e a cui aveva spiegato la propria idea, riuscì a far sì che Stefano non fosse in camera sua e non potesse vederlo mentre si arrampicava sull'albero e piazzava le sue "lucciole artificiali" sull'albero.

Con l'aiuto di Bahir riuscì ad issarsi sul tronco poi ad arrampicarsi fra i rami più grossi, quindi stese i fili del circuito con i led, fissò la scatola con le batterie ad un ramo con diversi giri di nastro isolante, piazzò la fotocellula in posizione adatta e, soddisfatto, scese dall'albero.

Bahir lo accolse con una risatina: "Guarda tuo vestito, tutto sporco!" disse cercando inutilmente di ripulirlo con lievi colpi della mano.

Alberto si guardò e fece spallucce: "Beh... pazienza. A casa mi cambierò..."

"Ma io non capisce tu cosa ha messo, non pare albero natale, solo fili verdi..."

"Se puoi, stanotte quando fa buio vieni qui con Wasim, e capirete come è la mia sorpresa. Tieni, Bahir, questo è per ringraziarti per il tuo aiuto..."

Il ragazzo rifiutò con un gesto deciso il denaro che Alberto gli porgeva: "No, io aiutato per amico, no per soldi..."

"Ma se non mi aiutavi, magari potevi lavare qualche vetro e guadagnare qualche soldo, no?"

"Amico più importante che soldi." dichiarò il ragazzo.

Alberto lo abbracciò: "Grazie, amico." gli disse.

Riuscì a sgattaiolare in casa senza essere visto né sentito, andò subito in camera, si lavò e si cambiò gli abiti. Quindi andò a cercare Stefano. Questi era in cucina, in cima ad una scala, che aiutava Caterina a vuotare gli scaffali in alto per pulirli.

"Oh, sei tornato, amore!" gli disse con un sorriso luminoso. Poi gli chiese: "Com'è che ti sei cambiato?"

"Mi sono sporcato gli abiti, e così..."

"E come te li sei sporcati? Che hai fatto?"

"Non ho fatto attenzione e così..." rispose Alberto che non voleva mentire al suo Stefano e nello stesso tempo non gli poteva dire la vera ragione.

Caterina, che sapeva, immaginò come Alberto si fosse sporcato. "Scusa Stefano, finisci a tirare giù quei barattoli, per favore?"

"Ah, sì, scusa Cate. Ecco, prendi..."

Alberto tirò un silenzioso sospiro di sollievo e fece l'occhiolino a Caterina, che gli sorrise con espressione divertita.

Quando cenarono, con i genitori, ancora non faceva buio. Dopo la cena i due ragazzi andarono nella loro camera e si misero a leggere, seduti sul bordo del letto, fianco a fianco.

"Alberto?"

"Sì?"

"Sai che giorno è oggi?" Stefano gli chiese dopo un po'.

"Martedì, no? Perché?"

"Oggi... è l'anniversario del giorno delle lucciole... Te lo sei dimenticato?" gli disse Stefano con un lieve e tenero sorriso.

Alberto guardò fuori dalla finestra... cominciava a fare buio... "Oh, Stefano... perdonami... io..." disse cercando di assumere un'espressione contrita.

Stefano lo abbracciò: "Forse posso anche perdonarti... ma te lo devi meritare."

"E come?"

"Tanto per cominciare... baciandomi."

Alberto, invece di abbracciarlo e baciarlo come Stefano si aspettava, si alzò in piedi ed andò accanto alla finestra. Guardò fuori... e cento lucciole parevano vagare nella chioma dell'albero.

"Se vuoi un bacio... vieni qui, amore." gli disse con un sorriso invitante.

"Vicino alla finestra?" Stefano chiese un po' stupito.

"Cos'è hai paura che ci vedano da fuori?"

Stefano sorrise e si alzò, raggiunse Alberto accanto alla finestra, lo prese fra le braccia e fece per baciarlo.

Ma Alberto lo bloccò: "Non manca qualcosa?" gli chiese.

"Cosa manca?" gli chiese Stefano, con uno sguardo interrogativo.

"Le lucciole, amore."

"Mah, qui a Milano, purtroppo, non ne troveresti una neanche..." iniziò a dire, ma Alberto semplicemente gli indicò qualcosa fuori dalla finestra aperta... "Oh! Ma... com'è possibile... come hai fatto? Oh dio, ma... allora non te ne sei dimenticato! E... come hai fatto a... Dio, è incredibile... troppo bello... pare un... miracolo!"

"Vero? Vedi che miracoli sa fare l'amore?" gli disse Alberto stringendolo a sé.

"È troppo bello... ma come hai fatto? E non se ne vanno... restano lì..."

"Sono lucciole... ammaestrate."

"Ma via! Dai, Alberto, dimmi come..."

Ma questi, invece di spiegargli quel mistero, lo baciò e lo sospinse verso il loro letto. Stefano non insisté, ora provava ben altro da cui era affascinato. Continuando a baciarsi ed accarezzarsi, iniziarono a togliersi di dosso gli abiti l'un l'altro. Quando i loro corpi furono nudi, frementi, pieni di reciproco desiderio, Alberto sospinse gentilmente Stefano per farlo sedere sul letto. Ma questi gli resistette.

"No, amore. Questa sera voglio che mi prendi lì accanto alla finestra, in piedi, in modo che ci godiamo lo spettacolo di quei tenui richiami d'amore, nel nostro giorno delle lucciole!"

Alberto annuì. Si spostarono, abbracciati, nuovamente accanto alla finestra. Stefano stava per appoggiarsi al davanzale per offrirsi all'amante, quando dal viale giunsero alcune risatine ed un battere di mani, come un applauso. Alberto si affacciò e, se pure vagamente, riconobbe le silhouettes di Bahir e Wasim, e era questi che stava battendo le mani. Bahir aveva un braccio attorno alle spalle del suo ragazzo ed entrambi guardavano in su, le chiome dell'albero con le lucette palpitanti.

Allora Alberto si staccò dal davanzale, si portò alle spalle del suo amato in attesa, e finalmente si unì a lui, iniziando a celebrare così il loro giorno delle lucciole.


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