Alberto arrivò al solito incrocio con i suoi attrezzi per lavare i parabrezza. Vide che Bahir era già lì, e con lui c'era un ragazzo più o meno della sua età, quasi certamente di etnia araba anche lui. Li accostò e li salutò.
"Oh, Alberto!" lo salutò Bahir, "Ieri non hai venuto. Hai stato male?"
"No, ho passato quasi tutta la giornata col mio Stefano." rispose con un luminoso sorriso.
"Ah, tuo ragazzo? Ecco, lui mio ragazzo, lui Wasim." disse, poi disse qualcosa in arabo al suo ragazzo.
Questi tese la mano e la strinse ad Alberto, arrossendo un poco, e disse: "Piacere."
"Ah, parli italiano, Wasim?"
"Io sì, un poco."
"Lui qui da molto prima che io. Lui parla meglio di io." precisò Bahir. "Lui venuto con padre e fratello grande. Poi padre capito che lui fa cose come fa con me e dato tante botte e mandato via. Poi io conosciuto lui e preso con me e lui diventato mio ragazzo."
"Che lavoro fai, Wasim?" gli chiese Alberto.
"Io lavoro lavapiatti in ristorante con carte in regola." disse con un certo orgoglio il ragazzo.
"Quanti anni hai?"
"Diecisette, uno meno di mio Bahir. Io ora vado al ristorant, comincia il lavoro." disse e, salutatili, andò via.
Quando furono soli, Bahir disse: "Mio amico non vende più culo, ora. Quando io trovato lui sì, perché cacciato via da padre e fratello. Poi trovato buono lavoro, da otto mesi prima di ora."
"Ma quanti anni aveva, quando l'hai conosciuto?"
"Quindici anni aveva, mio Wasim."
"Ma tu... se un giorno ti trovi una bella ragazza, la sposi e lasci Wasim?" gli chiese Alberto.
"Ancora non so. Forse no... forse sì... Io sta molto ben con mio Wasim, lui molto dolce, io vuole bene a Wasim, io no solo mette in suo culo... E adesso che lui no vende più suo culo, io molto contento. Anche lui ora molto contento."
Si separarono ed ognuno andò al proprio angolo a lavare i vetri alle auto di passaggio.
Le ore trascorsero. Alberto mandò un messaggino a Stefano, poi, in un momento in cui c'era poco traffico, si trovò con Bahir, misero assieme i loro panini e la frutta e li condivisero.
"È molto grazioso, il tuo Wasim."
"Sì, grazioso. E buono e gentile. Anche tuo Steffano grazioso e buono?"
"Molto. E siamo molto innamorati."
"Io no so se molto innamorati Wasim e io però... però forse sto con lui e no moglie, sai? Lui meglio di moglie e mica solo per suo culo. Lui preparato mangiare per me. Lui fa tutto per fare me contento. E allora io deve fare tutto per fare lui contento, no? Se solo io trova lavoro vero con carte giuste e può stare qui senza paura di policia..."
"E perché hai scelto questo posto, che c'è sempre quell'auto della polizia, proprio lì dietro quell'angolo?"
Bahir ebbe una risatina divertita: "Che se c'è quelli, non viene altri a controllare e quelli non gli frega di me... E io lavo gratis vetri a quelli policia lì!"
Andarono a rimettersi ognuno al proprio angolo.
Erano circa le sei di pomeriggio, e appena ci fu il semaforo rosso e la lunga coda di auto si fermò, Alberto camminò lungo la fila, offrendo il suo servizio con un gesto ed un sorriso. L'uomo della prima auto finse di non vederlo. Quello della seconda gli fece cenno di no, con un sorriso. Nella terza auto c'era una donna che pure gli fece cenno di no, con espressione severa. Alberto stava per andare alla quarta auto, quando si aprì la portiera dalla parte opposta della donna e ne venne fuori Stefano.
"Alberto!"
Questi si girò e rimase per un attimo interdetto. "Ciao..." gli disse sottovoce e gli sorrise.
"Ma... che ci fai, qui?"
"Lavo i parabrezza. E così ti vedo entrare e uscire di casa..." gli disse arrossendo lievemente.
Il semaforo era nuovamente verde e l'auto dietro suonò il clacson. "Stefano, andiamo!" disse la madre.
"Vai, mamma... io vengo subito..." rispose il ragazzo chiudendo la portiera ed andando sullo spartitraffico accanto ad Alberto.
La madre ripartì.
"Mi avevi detto che lavoravi in un lavaggio auto..." gli disse Stefano.
"No... tu avevi capito così... Io non t'ho detto una bugia..."
"Ma qui... in mezzo alla strada... Credevo che tu avessi trovato un lavoro regolare... Non t'avevo mai visto, prima di ora... Oh, povero Alberto..."
"Macché povero. Io sono felice di poterti vedere quasi tutti i giorni..."
"Sì, ma... un lavoro così... Io pensavo che tu avessi trovato un lavoro regolare..."
"Sto continuando a cercarlo, ma non è facile..."
"E come fai a cercarlo, se stai sempre qui?"
"Sempre no... Sto anche con te, quando sei libero..." gli disse Alberto con un sorriso allegro. "Comunque, lo sto cercando davvero, non è una bugia. E poi qui... oltre a poter veder te... guadagno anche abbastanza, sai?"
Stefano aveva un'espressione stranita, triste.
Allora Alberto gli chiese: "Cos'è, non mi vuoi più bene, perché faccio questo lavoro? Mica faccio niente di..."
"Ma no, amore! Certo che ti voglio bene, ti voglio bene esattamente come prima. Però mi dispiace... Credevo... che tu ti fossi sistemato..."
"Prima o poi mi sistemerò. Io per lo meno non ho il problema di Bahir, quel ragazzo tunisino sull'altro angolo, che non ha il permesso di soggiorno. Però, quando mi sistemo... non ti potrò più vedere spesso come ora. Dai... fammi un sorriso..."
Stefano sorrise: "Ti darei anche un bacio, se non fossimo in pubblico... Adesso devo andare, amore... Penso che mia madre... mi vorrà parlare... Ha capito, ormai, che sei tu il mio Alberto..."
"Credi che sarà incazzata?" gli chiese con espressione preoccupata.
"Vedrò... E se lo è... le passerà. Ciao, amore."
"Mi mandi un messaggino per farmi sapere?"
"Sì, certo, appena posso."
Quando Stefano andò via, arrivò Bahir.
"È lui tuo ragazzo?" gli chiese.
"Sì, è Stefano."
"Lui molto bello. Tu contento hai visto lui, no?"
"Certo. Però m'ha visto anche sua madre... Ho paura che gli faccia grane..."
"Che è grane?"
"Che la madre grida contro lui..."
"Ah, adesso capisce. Io... come dice voi... io tocca ferro per voi due!"
"Grazie." gli disse Alberto con un sorriso.
Il messaggio al cellulare arrivò dopo cena mentre Alberto era nella sua camera. Lo lesse subito.
"Niente di grave, una discussione civile. Ora però sono anche più convinti che ti devo lasciare perdere. Ma io ti amo..."
Alberto scrisse: "Mi dispiace... Ma anche io ti amo da morire. Credi che i tuoi ti lasciano in pace?" e mandò subito il messaggino di risposta
"Da come hanno parlato, forse sì. Vedremo. Domani pomeriggio esco da lezione alle quattro. Ti fai trovare all'albergo?" rispose Stefano.
"Sicuro! Domani alle quattro, amore."
La mattina seguente Alberto tornò al suo angolo a lavare i vetri.
Verso mezzogiorno, un'auto accostò e si fermò quando il semaforo era verde e dette un colpetto di clacson per attirare la sua attenzione. Alberto guardò e riconobbe la madre di Stefano. La donna tirò giù il vetro e gli disse: "Sali in auto. Dobbiamo parlare."
"Sì, signora... Un attimo." rispose Alberto, ripose i suoi attrezzi nel sacchetto di plastica, lo prese, aggirò l'auto, aprì la portiera e sedette accanto alla donna, mettendosi il sacchetto fra le gambe. "Buongiorno, signora." le disse in tono incerto, mentre la donna rimetteva la prima e partiva.
Alberto aveva pensato che avrebbero parlato lì, perciò ne fu sorpreso. "Scusi... dove andiamo?" le chiese.
"A casa mia. Mio marito ti aspetta."
"C'è anche Stefano?"
"No, lui è in facoltà." rispose seccamente la donna.
Parcheggiata l'auto nel garage sotto la casa, lo fece entrare nell'ascensore e lo condusse nell'appartamento. Era vasto, molto bello, tutto arredato con bei mobili antichi.
"Aspetta qui. Puoi sedere. Vado a chiamare mio marito." gli disse la donna.
Alberto era un po' teso. Appoggiò il suo sacchetto sulla moquette, accanto alla poltrona che la madre di Stefano gli aveva indicato e sedette sul bordo. Altre tre poltrone erano accanto a quella dove era seduto, formando quasi un semicerchio, ed in centro c'era un prezioso tavolinetto basso, tondo, decorato con intarsi di legni pregiati, e con sopra vari ninnoli in argento ed un basso vaso con pochi fiori freschi, disposti in modo artistico: era un ikebana, ma Alberto non ne aveva mai sentito parlare.
Sentì un lieve scalpiccio e si girò verso la porta della sala. Un uomo alto, dall'espressione austera, con una giacca da camera di damasco nero, stava entrando seguito dalla madre di Stefano. Alberto si alzò subito in piedi e salutò.
I due presero posto su due delle poltrone libere, fianco a fianco lasciando una poltrona vuota fra loro e il ragazzo. A parte la risposta al suo saluto, nessuno aveva ancora detto una sola parola. I genitori di Stefano lo guardavano.
"Così, tu saresti Alberto..." disse infine il padre.
"Sì, vostro onore, Alberto Scolari."
L'uomo corrugò la fronte: "Tu ragazzo vedi troppi telefilm americani. In Italia non si dice vostro onore ad un giudice."
"Mi scusi... come devo dire, allora?" chiese in tono sommesso il ragazzo.
La moglie disse: "Signor giudice va bene... e a me, professoressa."
"Sì, certo. Grazie."
"Allora, Scolari, vuoi avere la cortesia di esporci che cosa ti sei messo in capo, nei confronti di nostro figlio?" chiese l'uomo in tono severo.
"Io, signor giudice... io lo amo. Lo amo davvero. E anche Stefano mi ama."
"Così dice. Ma non ti rendi conto che tu non sei la persona adatta a condividere la vita con nostro figlio? Un lava-vetri... oltre tutto abusivo... Sono sicuro che non hai neppure la necessaria licenza per farlo."
"Non sapevo che ci voleva una licenza... mi dispiace. Ma ho bisogno di mangiare e finché non trovo un lavoro regolare... Io non voglio fare mestieri disonesti. Anche se mio padre e mia madre sono morti quando avevo sedici anni, mi hanno sempre insegnato che l'onestà è la prima cosa. Io non voglio violentare la legge, signor giudice, e se lavare i vetri è illegale, vuol dire che smetto."
"Violare, non violentare... Ma cosa puoi offrire tu, al nostro Stefano? Nulla!" interloquì la donna.
"Soldi no, regali no... ma il mio amore, sì. E non vale di più l'amore dei soldi e dei regali, professoressa? Io non ho coltu... cultura, è vero. Però io davvero amo vostro figlio e mi farei ammazzare per lui. Io voglio solo la sua felicità, professoressa, solo la sua felicità, signor giudice."
"Non metto in dubbio le tue... buone intenzioni, Scolari. Ma che felicità gli puoi dare, tu? Come puoi seriamente pensare di poter stare al fianco di nostro figlio, senza farlo vergognare di te? Non sai neppure parlare correttamente l'italiano. E vorresti stare con Stefano, che si laurea in lettere e filologia? Come ti potrebbe presentare in società? Come il suo... servo? Il suo autista? Non certo come suo amico, non lo capisci, Scolari?"
"E oltretutto, senza un vero lavoro... vorresti forse farti mantenere da Stefano?" la madre rincarò la dose.
"No, mantenere no. Troverò un lavoro... un lavoro regolare."
"E che cosa, senza istruzione? Il fattorino? Lo spazzino comunale?" chiese la donna con ironia. "Non capisci che tu e Stefano siete su due livelli troppo differenti? Non ti rendi conto che un abisso incolmabile vi divide? Ora vi sembra tutto rose e fiori, perché avete perso la testa uno per l'altro..." insistette la donna.
"Io non metto in dubbio che tu abbia intenzioni serie, Scolari. Però tu, come il nostro Stefano, vi illudete a causa della vostra mancanza di esperienza. È nostro dovere proteggere nostro figlio da esperienze negative, errate."
"Io non penso di essere un'esperienza negativa per Stefano. Io non voglio... divertirmi con lui. Per me Stefano... è la mia vita, signor giudice, e spero un giorno di poter esaurire il mio sogno di essere io a farlo felice."
"Sì..." disse la madre scuotendo il capo, con un tono lievemente sarcastico, "... esaurire, giusto. Esaudire significa far diventare reale, esaurire vuol dire farlo finire... Non ti rendi conto di parlare... in modo ridicolo?"
Alberto si sentiva sempre più nervoso, sotto il fuoco incrociato dei due, lo sdegno del padre, il sarcasmo della madre. Respirò a fondo cercando di darsi coraggio, di restare calmo, e disse: "Va bene... mi sono impergolato perché ho cercato di non fare brutta figura con voi... e ho sbagliato tutto e sto facendo un sacco di lapis..."
"Impegolato, non impergolato. E lapsus, non lapis. Con i lapis si scrive." lo derise la donna.
"Sì, va bene. Io non ho potuto continuare a studiare come mi piaceva fare, dopo che sono morti i miei. E mica dico che sono morti per farvi pietà, ma solo perché così è stata la vita. Io capisco che non vi piace uno come me, che non sa manco parlare come di deve. Se io ero un laureato, avevate problemi a farmi stare con vostro figlio? Onestamente, signor giudice, onestamente, professoressa..."
"Se tu fossi laureato... certamente il più grave ostacolo sarebbe rimosso..." concesse il giudice, "Ma non lo sei. Perciò, non ha senso parlarne."
"E invece ha senso parlarne, signor giudice!" esclamò Alberto, rizzando il torso con fierezza. "E invece ha proprio senso. Secondo voi, Stefano e io siamo agli antilopi..."
"Antipodi. Si dice antipodi!" esclamò la donna scuotendo il capo in un gesto di commiserazione.
"Ma sì, va bene, professoressa. L'importante è che mi faccio capire, in questo momento. Allora... dicevo... Se io ero laureato, tutto andava bene, no? E allora io mi rimetto a studiare, io mi faccio una cultu... sì, una cultura! Io mi prendo una laurea, e se non basta anche due. Non ho studiato, ma ho un'intelligenza... normale. E quando sono capace di parlare come si deve, e quando sono istruito, e sono pure laureato, e ho un buon lavoro... voi ci lasciate stare assieme, a Stefano e a me?"
"Se... e quando... se ne potrà anche riparlare..." disse la madre con degnazione.
"Bene. Anche lei, signor giudice, la pensa così?"
"Ma sì, sì... Se e quando, come dice giustamente mia moglie. Dopo tutto... mi sembri un buon ragazzo, Scolari. Hai... dignità, rettitudine, per quanto sono in grado di giudicare."
"E quando sono... degno di vostro figlio... non mi cambiate le carte in regola, no? Ci lasciate stare insieme, no?"
"Le carte in tavola..." lo corresse quasi automaticamente la donna. "Ma ti rendi conto ragazzo, quanti anni ti ci vorrebbero per metterti alla pari con nostro figlio? Sempre ammesso che tu ci possa realmente riuscire?"
"Alla pari, professoressa... forse mai. È così speciale, Stefano, così in gamba... Ma per lo meno... non farlo sfigurare come avete paura voi, questo sì. Io ho fatto solo due anni di superiori, dopo le medie. Però... Se m'impegno, magari tre anni per la matura, poi tre anni per la prima laurea... Sono sei anni... A me non mi fanno paura, se solo so che Stefano mi aspetta..."
"Però... però ci devi promettere che in questi sei anni, non lo vedi più." disse la madre.
Alberto spalancò gli occhi: "No... non può chiedermi questo, professoressa. Se a una pianta gli leva il sole, se gli leva l'acqua... muore. No, non mi facci questa richiesta..."
"Scolari, studiare costa. E se lavori per mantenerti, e per studiare, altro che sei anni ci metterai. Ascolta, ho una proposta. Se tu ti impegni a studiare a tempo pieno, forse ci potresti mettere anche meno di sei anni..."
"Magari... ma come?" chiese in tono smarrito il ragazzo.
"Io... sono disposto a darti... trentaseimila euro, cioè cinquecento al mese. Così puoi studiare. Ma ci devi promettere che non ti farai mai più vivo con nostro figlio finché..."
"Signor giudice!" insorse Alberto il volto arrossato, "Il mio amore per Stefano non è in vendita! Lei è... generoso, forse. Ma non posso accettare. L'unica possibilità che io non vedo più Stefano, è se lui mi dice che non mi vuole più vedere. Io non posso promettere... non posso... davvero... Non una cosa così." concluse in tono addolorato.
"Non sarebbe una prova di... amore verso il nostro Stefano?" chiese la donna.
"Se lui me lo dice, che vuole questa prova di amore... se me lo chiede il mio... il mio Stefano... io gliela do, senza fare storie. Ma, perdonatemi, non potete chiedermelo voi. No, davvero, non potete."
Il giudice fece un profondo sospiro. Poi disse: "Certamente, Scolari, sei un ragazzo... determinato. Ammesso che veramente tu sappia impegnarti... che non siano solo parole... buoni propositi. Ma questo, purtroppo ce lo può dire solo il tempo. Però... tu non puoi pretendere di tenere legato a te Stefano per un tempo così lungo..."
"No, signor giudice, lei ha ragione, io non posso e non voglio tenerlo legato a me. Ma io so di essere legato a lui e... e se Stefano vuole essere legato a me, non sono certo io che gli dico di no. Amare... non è legare un altro, ma darglisi anima e corpo. Io mi do a lui e finché lui si vuole dare a me... come posso dirgli di no? L'amore, signor giudice, professoressa, l'amore vero ha tre gambe, come questo tavolinetto. Tre gambe, sì, che sono l'intimità, l'impegno e la passione. Tagliatene una e il tavolo non sta su, no?"
"E cosa sarebbe, secondo te, l'intimità? Andare a letto assieme?" chiese la madre con mal celato sarcasmo.
"È il desiderio di fare tutto per far stare bene chi ami; è rispettarlo; è contare su lui quando hai problemi e lui su te; è parlarsi anche solo con uno sguardo, dirsi anche le cose più personali; è capirsi qualunque cosa succede; è essere felici solo a vederlo, solo a pensarlo; è donarsi tutto quello che sei e anche tutto quello che hai a chi ami; è darsi una mano quando si è tristi, quando si è giù; è essere felice quando lui è felice; è pensare che chi ami è quello che vale più di tutto nel mondo!" disse Alberto tutto d'un fiato, e gli occhi gli brillarono. Poi aggiunse, quasi sottovoce: "E è anche andare a letto assieme, professoressa."
"Dove hai letto queste cose?" gli chiese la donna, un po' stupita.
"Dentro il mio cuore, signora... oh, scusi, professoressa."
"Non hai letto il libro di Stenberg, per caso? Dice quasi esattamente le stesse cose..." insistette la madre di Stefano.
"Non so chi è, mai sentito nominare. Davvero. E io... più che il giornale o i fumetti... non ho mai letto... purtroppo." ammise arrossendo lievemente il ragazzo. "Ma da oggi in poi, leggerò tanti libri... per diventare il compagno giusto del vostro Stefano, del mio Stefano. Ci potete giurare. Ma non impediteci di vederci... almeno una volta ogni tanto... Per favore..."
"Che possiamo dirti, Scolari... Se non altro, sei stato un buon avvocato difensore di te stesso..."
"Non di me stesso, signor giudice, ma del nostro amore. Io so di valere poco, non c'è bisogno di dimostrarmelo. Infatti sono sempre stupito che uno che vale tanto come Stefano si è innamorato di me. Ma Stefano mi ha dato... quel valore che io da solo non avevo. Stefano mi ha lasciato specchiare nei suoi occhi e quello che ci ho visto... mi è piaciuto. Grazie a lui. Io, prima, ero... un ragazzo qualsiasi. Ora no. Ora sono il ragazzo amato da Stefano. È tutta un'altra cosa. Lui ha raccolto un sasso e l'ha fatto diventare un diamante."
"Dunque, tu saresti un diamante?" gli chiese la madre di Stefano, ma senza ironia, questa volta.
"Non lo ero, ero solo un sasso, l'ho detto. Stefano mi ha fatto diventare un diamante. Io non ho nessun merito. Però capisco che ai vostri occhi anche se Stefano ha fatto di me un diamante, sono ancora coperto di... sporco e perciò non vi piaccio. E allora, farò del mio meglio per ripulirmi, in modo che Stefano sii sempre più contento di me e non abbi da sfigurare per colpa mia."
Finalmente i genitori di Stefano lo congedarono e Alberto uscì da quella casa, così lussuosa ma così ostile a lui ed al suo sentimento. Passò accanto al ragazzo tunisino.
"Ciao, Bahir. Io devo smettere di lavare i vetri qui." gli disse con espressione mesta.
"Tu deve smetti? Perché? Che successo? Tu ha brutta faccia..."
"È troppo lungo e difficile da spiegare. Ma non posso più stare qui. Spero che a te va tutto bene, col tuo Wasim, e che tu riesci a trovare un buon lavoro e stare con lui."
"Tu molto gentile. A me dispiace che tu va via. Tu primo amico italiano. Tu non dice io schifo marocchino."
"Ciao, Bahir. Auguri." disse Alberto avviandosi.
"Ciao Alberto, amico!" gli gridò dietro il ragazzo.
Tornò nella sua stanza, e sedette pesantemente sul proprio letto. Doveva trovare il modo di mantenersi e di studiare. Assolutamente. Forse un lavoro di notte, per poter frequentare la scuola durante il giorno. Per fare il liceo senza doverci stare cinque anni, doveva iscriversi in una scuola privata, di quelle per recuperare gli anni... ma sapeva che costano care, quindi doveva guadagnare abbastanza... Per un attimo si sentì perso. Avesse almeno avuto un amico a cui chiedere consiglio...
Si scosse: non poteva permettersi il lusso di piangere su se stesso! Doveva darsi da fare. Per cominciare, poteva chiedere consiglio a Fausto e Ludovico... Non c'era vera amicizia con loro, ma simpatia reciproca... Gli avevano trovato quella stanza... Si alzò risoluto, uscì e si recò all'albergo.
Alla reception c'era Fausto. "Ciao, Alberto. Vuoi la solita camera?"
"No, Fausto, non ora. Ho bisogno di chiedervi un consiglio, se avete tempo di starmi a sentire."
L'uomo notò l'aria un po' abbacchiata del ragazzo: "Problemi con il tuo boyfriend?" gli chiese.
"No, con lui no... Coi suoi genitori..."
"Ludo dovrebbe rientrare da un momento all'altro, è solo andato a portare le schede alla questura. Preferisci che ci sia anche lui?"
"Sì, forse..."
"Vieni al bar, allora. Ti offro qualcosa, mentre lo aspettiamo... Ma... sono problemi seri? Gravi?"
"No, niente di... brutto. Ma problemi grossi, sì. Ho avuto un incontro, o uno scontro, coi genitori del mio Stefano."
"Ma non ci avevi detto che sanno del figlio e che non hanno problemi?" gli chiese Fausto mentre preparava due caffè.
"Il problema... non è il figlio. Sono io..."
Mentre stavano sorseggiando il caffè Ludovico rientrò. Così Alberto raccontò loro tutto il colloquio avuto con i genitori del suo Stefano.