I giorni passavano, ma Alberto non riusciva a trovare un lavoro, neppure in nero, ed i suoi risparmi si stavano assottigliando.
Una sera, dopo aver passato un piacevole pomeriggio con Stefano in una stanza dell'alberghetto che Fausto e Ludovico gli facevano usare per soli venti euro, tornato nella propria stanza, Traian gli chiese se avesse trovato lavoro.
"Macché, ancora niente..." rispose Alberto con aria sconsolata, "E i pochi soldi che ho stanno finendo anche troppo in fretta..."
"Io..." gli disse Traian con espressione incerta e pensierosa, "per il primo anno e mezzo... ho campato con vendere accendini e fazzolettini e cose così in strada..."
"Eh, magari posso farlo anche io, finché non trovo di meglio. Però, se compro accendini e altro, o li vendo più cari e magari nessuno me li compra, o non ci guadagno..."
"È vero... a noi li dava uno che li comprava all'ingrosso... O che magari li aveva rubati, non so... però a me un accendino costava dieci e lo vendevo a cento, così andava bene." rispose Traian.
"Non puoi farmi conoscere quel tale che ti dava la merce?"
"Non è più qui in Italia... E poi è una cosa di anni fa..." gli disse Traian allargando le braccia.
Paulo intervenne: "Tu può però invece che vendi, lavare vetri di auto... Basta botiglia acqua e coso per lavare e spendi quasi niente e guadagni tutto, no?"
"Anche questa è una buona idea..." ammise Alberto, grato in cuor suo per l'interessamento dei suoi due compagni di stanza.
"Certo che quando è inverno... o quando piove... tu non puoi lavorare..." gli fece notare Traian.
"Ma dimmi, tu guadagnavi abbastanza, vendendo accendini per la strada?"
"Non molto, ma non male. A giorni più, a giorni meno. Bisogna trovare un posto giusto. Però mi bastava per pagare un letto e per mangiare. Certo, appena ho trovato da fare il muratore, è meglio. Ogni mese, stipendio sicuro. E assistenza se sto male."
Paulo interloquì: "Italiani dice che noi extracomunitari ruba lavoro a voi... Però c'è pochi infermieri e io ha diploma superiore infermiere in Filippine. Se tu era infermiere, poteva venire in ospedale... Manca sempre infermieri..."
"Lo stesso per i muratori... gli italiani non lo vogliono più fare e ormai solo noi stranieri siamo muratori in Italia... Io ho chiesto al capoccia se vuole un altro muratore, per te, ma dice che non è il momento giusto..." gli disse Traian. "Tu hai detto che qualunque lavoro ti va bene, così ho chiesto, solo che lui ora non prende altri muratori..."
"Grazie Traian, grazie Paulo. Mi metterò a lavare i vetri, almeno finché non trovo di meglio... Sì, è davvero una buona idea. Domani mi vado a comprare tutto quello che serve, poi mi cerco un posto vicino a un semaforo..."
Il giorno seguente, appena i negozi aprirono, Alberto entrò in uno di accessori auto. Qui comprò una tanica da cinque litri, uno spruzzatore, un flacone di detergente auto-asciugante concentrato, un panno ed una racchetta a manico lungo con tergicristalli da una parte e spugnetta dall'altra. Prese il grosso e forte sacchetto di plastica contenente il tutto ed uscì, soddisfatto.
Si chiese dove poteva mettersi... La risposta arrivò immediata: al semaforo che c'era all'incrocio del viale accanto alla casa del suo Stefano, così magari lo poteva vedere quando usciva o rientrava. Sì, era un'ottima idea. Allegramente si avviò, a passo svelto. Per via passò accanto ad una fontanella pubblica. Lesse sul flacone di detergente le dosi e ne versò il giusto numero nella tanica, che riempì di acqua. Miscelò bene il tutto e riempì accuratamente lo spruzzetto con il liquido ottenuto. Finalmente giunse accanto alla casa di Stefano.
Nella traversa, di fronte all'entrata della casa, stazionava un'auto della polizia, per proteggere il giudice e la sua famiglia. L'incrocio con il semaforo era abbastanza vicino, ma non troppo. Guardò in su, al terzo piano sul lato del viale, dove sapeva che abitava la famiglia del suo Stefano, e contò le finestre per individuare quella che Stefano gli aveva detto essere la sua camera. Si chiese se fosse ancora in casa, ma più probabilmente era già uscito per andare in facoltà.
Si piazzò all'incrocio, depose il suo sacchetto, ne estrasse il panno che agganciò alla cintura, prese lo spruzzino con la miscela e bagnò bene la spugnetta, quindi si mise sul bordo della strada ed iniziò ad offrire agli automobilisti fermi al semaforo rosso il suo umile servizio, con un gesto ed un sorriso.
Qualcuno fingeva di non vederlo, guardando ostentatamente altrove; qualcun altro gli faceva cenno di no, con uno sguardo truce; altri facevano anche cenno di no, ma con un sorriso; altri gli facevano un gestaccio mentre spesso le loro labbra formulavano un chiaro "va a fa'n culo!" o qualcosa del genere. Ma qualcuno annuiva e allora Alberto si dava da fare per lavargli accuratamente il parabrezza. Il conducente abbassava il finestrino e gli porgeva i soldi. Qualcuno gli dava una monetina da venti centesimi, altri anche un euro o persino due. Qualcuno gli porgeva la moneta con espressione seria, altri con un lieve sorriso ed anche qualche "grazie". Alberto li ringraziava sempre con il suo bel sorriso ed un allegro "grazie".
Era lì da meno di mezz'ora, quando arrivò un altro ragazzo, dalle fattezze nord-africane, attrezzato più o meno come lui.
Il nuovo arrivato lo apostrofò con espressione dura: "Questo è mio posto. Tu va via di qui!"
Alberto gli sorrise: "C'è posto per tutti e due, il viale è largo. Ci si può mettere agli angoli opposti... Se qui ci sei tu, io posso andare dall'altra parte, no?"
"Di dove sei, tu? Albanese?"
"No, italiano..."
"Italiano? E che ci fai qui? Rubi lavoro a noi immigrati?"
"Beh... siamo in Italia, dopo tutto... Cerco di guadagnarmi la giornata... come te..."
"Non hai lavoro? Famiglia?" chiese il ragazzo, accigliato, ma meno ostile di prima.
"No... sennò mica stavo qui. Allora, ti va bene se io vado all'altro angolo? Così non ci rubiamo il lavoro uno con l'altro..."
"Perché non vai a altro incrocio? Ce n'è tanti..."
"Perché... per me è importante stare qui..."
"Importante? Come?"
"Io... di qui... posso vedere la casa di un mio... caro amico..." rispose Alberto, esitante.
L'altro lo squadrò da capo a piedi: "Un amico? Un ragazzo?"
"Sì."
"E perché vuoi vedere sua casa?" chiese il ragazzo, incuriosito e senza più ostilità nella voce né nello sguardo.
"Beh... voglio vedere lui... per me è importante..."
L'altro lo studiò, ora con evidente curiosità: "Tu e amico... vuoi dire che tu e lui..." e fece un gesto con le mani per indicare un rapporto sessuale, dicendo "fick-fick?"
Alberto capì ed annuì.
"Tu sei... recchione?"
"Sì. Perché? Non ti piacciono i gay?"
"A me... che frega! Mio buon amico tunisino prende cazzo in suo culo..."
"Anche tu sei tunisino?"
"Sì anche io. Beh... io vado a altro angolo, va bene."
"Io mi chiamo Alberto..." gli disse il ragazzo tendendogli la mano.
L'altro per la prima volta abbozzò un sorriso: "Io Bahir. Se uno vende culo, fa più soldi, ma io non mi piace. Meglio lavo vetri."
"D'accordo con te. Amici?"
"Beh... forse sì. Italiani schifa noi arabi, noi di islam..."
"Io non disprezzo nessuno... Non tutti gli italiani sono così. Un uomo è un uomo... anche se è..."
"Arabo come me?"
"Oppure gay come me."
"Ma tu... mai fatto con ragazza?"
"No mai. E tu con un ragazzo?" gli chiese Alberto con un sorriso.
"Sì, te detto prima... con mio amico tunisino... A lui piace... e ragazze qui non è facile che viene con noi marocchini."
"Non hai detto che sei tunisino, Bahir?"
"Sì, ma voi italiani chiama tutti noi marocchino..." sorrise il ragazzo.
"No... tu sei Bahir, tunisino, per me. Quanti anni hai?"
"Diciotto. E tu?"
"Ventitré. Sei qui con la tua famiglia?"
"No, solo. Scappato di Tunisia tre anni fa. Prima stato in Francia, poi venuto qui. Ma adesso lavoriamo, eh?" disse il ragazzo e, traversato l'incrocio, si piazzò all'angolo opposto.
Di tanto in tanto si guardavano e si scambiavano un sorriso. Durante un momento in cui c'era poco traffico, Bahir tornò accanto ad Alberto e gli porse una mela.
"Tu non ha famiglia, ha detto. Ha casa?"
"Grazie. Sì, sto in una stanza con due extracomunitari."
"Io sto in stanza con mio amico tunisino che detto prima. Com'è che tu non ha lavoro più buono? Tu italiano, tu mica bisogno permesso come io..."
"Non l'ho ancora trovato un lavoro migliore. Devo guadagnare per pagarmi la stanza, per mangiare."
"Ma se tuo amico abita qui vicino, ha tanti soldi..."
"Lui no... la famiglia sì... ma la famiglia non vuole che si mette con me."
"Perché tutti schifa recchioni come schifa arabi..."
"Più o meno..."
"Tu e io... merda di società, no?"
Alberto sorrise: "A me non importa. Anche la... merda è una cosa naturale, dopo tutto; ed è più merda di noi chi ruba, ammazza, spaccia droga, no?"
"Sì, è come dice tu. Droga è vero schifo. Mio amico che mi dà culo, è meglio di tanti che fa cose brutte. Lui piace, me piace, dov'è problema? Noi no fa male a nessuno, no? Beh, vado a lavorare..."
"Quanto si fa qui, ogni giorno?"
"Si fa che?"
"Soldi. Tanti... pochi?"
"Ah, soldi, sì. Mah, forse trenta euri, giorni più giorni meno, quando no pioggia o neve."
"Beh, novecento euro al mese, non è male..."
"Però brutto lavoro, quando troppo freddo, quando troppo caldo, quando brutto tempo... e poi gente che pensa che tu fa schifo... Ma se tira a campà..."
Alberto sorrise a quell'ultima espressione dialettale del ragazzo.
A sera Bahir lo salutò ed andò via. Alberto restò lì, sperando di veder rientrare il suo Stefano. Era ormai buio, perciò decise di mandargli un messaggino e di tornare nella sua stanza. Gli scrisse: "Speravo di vederti, sono stato vicino a casa tua... Mi manchi un sacco e mezzo!"
Arrivò quasi subito la risposta: "Mi dispiace, amore. Nn sono in città, fino a domani. Sono dovuto andare ai laghi cn mia madre, che voleva controllare la nostra casa. Forse ci si può vedere dopodomani pomeriggio al solito albergo. Ti faccio sapere."
Tornato nella sua stanza, i due compagni gli chiesero come fosse andato il suo primo giorno di "lavoro". Alberto raccontò di Bahir, della sua iniziale ostilità ma poi di come l'avesse accettato. Logicamente, non sapendo che cosa ne pensassero i suoi compagni di stanza, sorvolò sulle parti in cui avevano parlato dei gay...
"Non si deve farci la guerra fra noi poveri..." commentò Traian.
"Ma Bahir non me l'ha fatta, anche se all'inizio era piuttosto battagliero." precisò Alberto.
Paulo chiese: "Già fatto cenato voi due?"
"No..." risposero insieme.
"Andiamo a mangiare in piccolo posto io trovato qua dietro? Tutti noi tre?" propose Paulo.
"Perché no?" rispose Alberto, mentre Traian annuiva.
"Ecco, io mica capito come italiani dicce perché no e vuole dire sì...." notò Paulo mentre infilava la giacchetta di jeans.
"È come se uno chiede... perché dovrei dire di no? Per questo è come dire di sì..." spiegò un po' incerto Alberto.
"Anche in inglese si dice why not." notò Traian.
"Già, vero. Ma io so poco inglese. Poco italiano. Poco spagnolo..."
"È difficile il filippino?" gli chiese Alberto mentre scendevano le scale.
"No filippino, noi parla tagalog, nostra lingua. Uno nasce in tagalog e allora è facile, come tu per italiano e lui per rumanese... rumanano?"
"Rumeno..." lo corresse Alberto con un sorriso.
"Traian facile, perché... rumeno come italiano viene da Roma, vero?"
Chiacchierando si misero a tavola. I prezzi erano veramente buoni. Mentre mangiavano parlavano allegramente fra di loro, Paulo si stava aprendo con lui e si dimostrava meno timido di quanto era sembrato in un primo tempo.
Ad un certo punto Traian chiese: "Voi due ce l'avete la ragazza?"
"No." rispose Paulo. "Ma c'è infermiera che a me piace e lei pare molto gentile con me... Tu, Traian? Alberto?"
"Sì, io ho la ragazza. Forse ci mettiamo insieme, se i suoi ci danno una mano."
"Vi sposate? È italiana?" chiese Paulo.
"Sì, è italiana... e forse ci sposiamo appena troviamo casa. Lei lavora, fa la commessa in supermercato. Però è difficile trovare casa, quando uno ha pochi soldi. Suo padre fa il ferroviere, madre sta a casa, Dalia è la più grande, poi c'è tre fratelli più piccoli..."
"E tu, Alberto?" chiese Paulo.
"No... non ho la ragazza..." rispose Alberto.
"Ma... hai un amico, qui a Milano, vero?" gli chiese Traian.
"Sì..." rispose Alberto guardandolo negli occhi.
"È... il tuo ragazzo?" gli chiese Traian.
"Perché tu fa questa domanda? Non buona domanda." lo rimbeccò immediatamente Paulo, con un'evidente espressione imbarazzata.
"No, niente... e poi... mica c'è niente di male, Paulo. Ognuno è come è e ha diritto di fare sesso come gli piace, no?" ribatté Traian.
"Sì, vero... ma cosa troppo personale." insistette Paulo, aggrondato.
"Sei tu che hai cominciato il discorso, che hai chiesto se abbiamo la ragazza, no?" si difese Traian.
"Beh... forse io sbagliato di fare questa domanda..." disse il filippino.
"Via, nessun problema... Sì, il mio amico è il mio ragazzo..." ammise Alberto con un sorriso quieto.
Paulo sollevò lo sguardo con un'espressione sorpresa, ma non disse nulla.
"Vi volete bene?" gli chiese invece Traian.
"Siamo innamorati."
"Io avevo un amico gay, in Romania. Aveva il suo uomo, ma dovevano vedersi in nascosto. Poi la sua famiglia ha capito e ha mandato via di casa. Il suo uomo non poteva prenderlo in casa, perché era sposato e aveva figli..."
"Sposato? E faceva con tuo amico?" chiese Paulo, incredulo.
"Sì... capita più di quello che uno crede." disse Traian.
"E allora? Il tuo amico, che ha fatto?" chiese Alberto.
"È venuto qui, con me, quando ha saputo che io volevo venire in Italia. E qui ha conosciuto un italiano, un tassista che ha preso in casa il mio amico e stanno ancora insieme da cinque anni. Adesso il mio amico lavora nel centralino dei taxi. Stanno bene insieme."
"Beh, tuo amico fortunato, allora." commentò Paulo.
Alberto notò con piacere come tutti e due i suoi compagni di stanza avessero accettato senza problemi la notizia che lui fosse gay.
Due giorni dopo, finalmente, poté incontrare di nuovo Stefano. Questi, uscito dall'università, pranzò con lui, poi andarono nella stanza dell'albergo per fare l'amore.
Stefano gli aveva chiesto se avesse trovato lavoro. Alberto gli disse che ne aveva trovato uno provvisorio: doveva lavare i vetri delle automobili. Stefano pensò che si trattasse di un lavoro in un impianto di lavaggio, e Alberto glielo lasciò credere... Si disse che molto probabilmente prima o poi l'avrebbe visto all'incrocio ed avrebbe capito... ma per il momento preferiva non dirglielo.
Fecero l'amore a lungo, con calma. Prima Alberto dette piacere con la bocca al suo amante ed amato, bevendo golosamente il frutto delle sue attenzioni. Poi Stefano gli si offrì, con il solito sorriso pieno di gioia. Qualunque sacrificio, qualunque difficoltà gli sembrava più che accettabile, pur di potersi godere quei momenti con il suo Stefano.
Ogni volta era stupito e grato per la gioiosa dedizione con cui Stefano lo riceveva in sé. Ormai, anche fisicamente, si conoscevano abbastanza bene, ed ognuno sapeva come donare piacere all'altro e facevano a gara per far godere il compagno nel miglior modo possibile. Sapevano entrambi che quel piacere fisico era solo la punta dell'iceberg di un più profondo e grande godimento.
Mentre Alberto faceva danzare gioiosamente il proprio duro membro nei caldi recessi dell'amico, le loro lingue giocavano lievi. A volte sfregavano la punta del naso una sull'altra in un tenero duello. Le loro mani spaziavano incessanti sul corpo del compagno, soffermandosi sui punti più sensibili.
"Oh, quanto mi piaci... Sei tutto mio..." sussurrò Stefano.
"Certo... tutto e per sempre tuo, amore."
"Ti piace il mio culetto."
"No... mi piaci tu, tutto intero!" lo corresse Alberto.
"Sì, è vero, me lo sai far sentire. Quando potremo vivere assieme?"
"Un giorno... un giorno potremo... ne sono sicuro!"
Il loro respiro si fece più intenso, sincopato, man mano che si avvicinavano al momento del sommo piacere. Nonostante Stefano fosse già venuto poco prima, sentiva l'orgasmo impadronirsi nuovamente di lui. E finalmente assaporarono reciprocamente lo scatenarsi, dolce eppure vigoroso, del loro godimento.
Si abbracciarono, stesi su un fianco, lieti e soddisfatti.
"Quant'è bello fare l'amore con te, Alberto..." mormorò Stefano, sorridendogli felice.
"Da quando lo faccio con te, non mi ricordo nemmeno più degli altri che avevo incontrato prima, sai? Perché ormai sono pieno di te e non c'è più posto per nessun altro."
"Sì, è vero, anche per me è esattamente così... Se solo i miei genitori capissero... se fossero in grado di comprendere quanto sei importante per me... anzi... essenziale!"
"Sei già fortunato che sanno di te e non ti fanno problemi, amore."
"Sì, è vero, però... Sono possessivi, vorrebbero essere loro a decidere con chi mi posso mettere."
"Tutti i genitori vorrebbero il meglio per i loro figli..."
"Ma tu sei il meglio per me! E loro non lo vogliono capire!"
"Ti vogliono bene, vogliono il tuo bene..."
"Credono di volermi bene. Ma sì, a modo loro me ne vogliono anche. Io spero ancora di riuscire a convincerli che sei tu quanto c'è di meglio, per me..."
"Non voglio essere io a farti scontrare coi tuoi..."
"Forse dovrei avere il coraggio di mollare tutto, gli studi, la vita comoda, cercarmi un lavoro e vivere con te."
"No, amore. A te piace troppo quello che stai studiando. Stai quasi per prendere la laurea breve, non puoi buttare via tutto così. Non me lo perdonerei mai, se tu lo faresti per me..."
Stefano non poté fare a meno di notare l'errore del suo Alberto, ma non disse nulla. Gli sorrise con tutta la tenerezza che provava per il suo amante e lo carezzò su una gota.
"Sai che sono felice, quando posso stare così con te, Alberto?"
"Sono contento. Anche io sto bene un sacco, così, insieme a te. Io... ho sempre amato la vita, ma mai quanto la amo adesso, da quando sto con te."
"Una delle cose che mi piace in te, è proprio che tu ami la vita..."
"Tu no?" chiese Alberto stupito.
"Sì, la amo anche io, però... ho anche un po' di paura del futuro."
"Paura? E di che? E poi... ci sono io, qui, per te. Anche se poter vivere insieme dovesse andare alle candele greche..."
Stefano non riuscì a trattenere un risolino: "Calende, non candele..." gli disse con dolcezza.
"Calende? E che sono?"
"Calende è la parola da cui viene 'calendario'. Nell'antica Roma era chiamato così il primo giorno di ogni mese. Però i greci non avevano questo... giorno speciale, perciò mandare alle calende greche significa rimandare qualcosa a un tempo che non esiste, a un tempo indeterminato..."
"Hanno proprio ragione i tuoi che io sono un ignorante..." disse Alberto, lievemente vergognoso.
"No, non è il sapere queste cose che ti aiuta a vivere meglio o che ti rende migliore. E poi, tu mi piaci anche con tutti i tuoi strafalcioni, sai?" gli disse Stefano, carezzandolo.
"E tu mi piaci con tutta la tua coltura..." disse allegramente Alberto, poi si fermò interdetto, avendo visto far capolino negli occhi dell'amante una scintilla di divertimento, "Cos'è, ho sbagliato di nuovo a parlare?"
"Ma no..." si schermì il ragazzo.
"No, dai... dimmelo... almeno imparo a parlare più giusto, no?"
"Coltura, si riferisce a coltivare le piante... Cultura è apprendere qualcosa studiando..."
"Ah, con la 'u'. Bene. Le calende e la cultura. Spero di ricordarmene, la prossima volta..." rise spensieratamente Alberto. "E tu, correggimi, per favore, che mi fai solo un piacere. D'accordo, amore?"
"Sì, d'accordo. Ti amo tantissimo, Alberto!"