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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL GIORNO DELLE LUCCIOLE CAPITOLO 8
UN SALTO NEL BUIO

Alberto si fermò: non voleva ancora raggiungere l'orgasmo, voleva stare ancora a lungo con il suo Stefano, nel suo Stefano. Lo baciò e gli carezzò una gota. "Sai che sono felice ogni volta che posso stare con te?"

"In me?" gli chiese con un'espressione maliziosetta Stefano.

"Certo, anche. Ma anche per te è così, no?"

"Sicuro! Sia con me che in me. Alberto, dici che ci riusciamo a metterci davvero assieme?"

"Quanto ti manca per finire gli studi?"

"Ancora un anno per la laurea breve, poi due anni per il secondo livello... poi non so... forse riesco ad avere un posto come ricercatore all'università e guadagnare qualcosa."

"Perciò... almeno tre anni."

"Forse meno, se riesco a convincere i miei che tu sei l'unico che mi interessa."

"Sono così... difficili, i tuoi?"

"Purtroppo."

"Certo, se ero anche io un figlio di papà, e magari pure laureato alla Sordona..."

"Sorbona..." lo corresse con gentilezza Stefano.

"Sì, va be'... Comunque è questo il problema, no?"

"Pare di sì."

"Per loro... magari sono appena un po' più su di un... marocchino, allora."

Stefano non rispose, ma pensò che probabilmente era proprio così.

"Che poi, comunque, i marocchini mica è che sono meglio o peggio di noi. Solo più poveri, più sfortunati. Una volta pure noi italiani si doveva andare all'estero come emigranti, e eravamo trattati come adesso noi trattiamo i marocchini."

Aberto tacque, pensieroso. Poi lo guardò, sorrise e disse: "Non mi hai ancora detto: e piantala con questi discorsi e datti da fare!" e lo carezzò, iniziando di nuovo a muovergli dentro il membro che subito riprese la soda consistenza che in parte aveva perso durante quello scambio di battute.

"Così va meglio, no?" gli chiese in un sussurro, mentre riprendeva il suo vigoroso ritmo in un energico va e vieni.

"Sì... così va bene..." assentì Stefano, riprendendo a godersi la giovane e virile irruenza del suo amato.

Il silenzio della stanza era esaltato dall'intenso comunicare dei loro corpi, dei loro sguardi che si dicevano, l'un l'altro, la bellezza e la forza delle loro emozioni, della loro passione.

"Ohhh... Alberto... sto per... venire..." gemette ad un tratto Stefano, cercando inutilmente di controllarsi, di trattenersi, perché avrebbe voluto godere assieme a lui.

Alberto accelerò le sue spinte, il loro ritmo, spiando con piacere sul volto del suo amato le vampate di emozione che preannunciavano l'esplosione finale. "Vieni... sì... vieni... fammi sentire... quanto ti piace... come ti prendo..."

Stefano si irrigidì, si tese in un ultimo, vano tentativo di resistere ancora, ma infine si rilassò di colpo e dal suo membro duro, che sussultava ad ogni spinta di Alberto, lanciò lunghi nastri perlacei che ricaddero sul suo petto e sul suo ventre come traslucide testimonianze dell'intenso godimento.

Alberto riuscì a continuare per pochi secondi, poi anche lui fu afferrato dall'intenso e piacevolissimo turbine dell'orgasmo e a sua volta riversò nel compagno il proprio tributo d'amore.

"Non mi stancherei mai di fare l'amore con te..." gli disse Stefano, carezzandogli lievemente l'ampio petto.

"E ci credo..." gli rispose con un sorriso colorato di lieve ironia, "tutta la fatica la devo fare io!"

"È una fatica, per te?"

"Ma no, tonto! Scherzavo. E poi... io ho molta resistenza alla fatica, sai? Specialmente a questo tipo di fatica."

"Evidentemente devi aver fatto parecchio allenamento..." lo prese teneramente in giro l'altro.

"Ti dispiace?"

"No, per nulla... visto che viene tutto a mio vantaggio, ora."

"Vorrei tanto poter vivere con te... che questa, invece di essere una camera d'albergo, fosse la nostra camera da letto, nel nostro appartamento. Anche piccolo... anche povero... ma con te sarebbe pure meglio di un palazzo."

"Forse un giorno... Anche se non presto, temo."

"Ma se trovo lavoro qui a Milano... mi trovo anche un buco tutto da solo... e tu puoi venire da me, no?"

"Certo."

"Non ho voglia di tornare a Torino..." si lamentò Alberto.

"Né io ho voglia di lasciarti andare..."

"Hai mai notato che le tue iniziali e le mie sono esattamente rovesciate?" ad un tratto Alberto chiese.

"È vero! No, non ci avevo mai fatto caso... Tu A.S. e io S.A. Mi piace."

"Io l'ho scoperto ieri, perché scrivevo le nostre iniziali sulla polvere, là nell'officina... Ti penso tutto il giorno, sai?"

"Anche io... Mi manchi, tutto il giorno."

"Magari, a vivere con me... ti puoi pure stufare."

"Credi? Io credo proprio di no. Uno mica si può stancare di mangiare ogni giorno, tre volte al giorno, no?"

Alberto ridacchiò: "È come dire che, se viviamo assieme, vorresti fare l'amore con me tre volte al giorno?"

"Beh, perché no... la cosa ti preoccupa?"

"No... vorrà dire che per darmi energia mi farai un buon zabaglione la mattina, un bel piatto di pasta ben condita a pranzo, e un tiramisù per cena..."

"Allora dovrò imparare a cucinare, bene e in fretta."

"Stefano?"

"Sì?"

"Ma lo sai che ti amo un sacco?"

"Me lo dice e ripete tutto, di te."

Purtroppo Alberto dovette partire. Rimase affacciato al finestrino del treno finché questo girò e non fu più in grado di vedere il suo Stefano che agitava il braccio in un ultimo saluto. Chiuse il finestrino e sedette, un'espressione sognante sul bel volto.

Nello scompartimento, oltre a lui, c'era solo un ragazzo più o meno della sua età. Dopo un po' l'altro viaggiatore gli chiese l'ora.

"Le nove e ventitré... Siamo partiti in orario." rispose Alberto.

"Bello quel braccialetto..." disse l'altro.

"Me l'ha regalato il mio ragazzo..." rispose automaticamente Alberto, poi si morse la lingua e lo guardò, lievemente preoccupato.

Questi abbozzò un sorriso: "Quello che salutavi? Un gran bel ragazzo... Come te, d'altronde."

Alberto si rilassò. "Anche tu non sei niente male."

"Ma voi due... scopate solo o siete anche innamorati?"

"Innamorati che più non si può."

"Allora non ho speranze, con te..."

"Sei... gay?" gli chiese Alberto, lievemente stupito.

"Sì... per questo, quando t'ho visto salire, ho cambiato scompartimento e sono venuto qui. Speravo che magari..."

"Sul mio cuore c'è scritto 'occupato'... Mi dispiace."

"Pazienza. Hai un bellissimo sorriso."

"Tu non ce l'hai, il ragazzo?"

"No. L'avevo a naia, un commilitone. Si chiama Luca. Ma lui è bisex... e voleva sposarsi... perciò, finita la naia, è finito tutto."

"Eri innamorato, tu?" gli chiese Alberto, lieto di poter parlare con tanta naturalezza e semplicità con qualcuno che condivideva la sua stessa sessualità.

"Sì, ero piuttosto innamorato... anche se fin dall'inizio Luca aveva messo le cose in chiaro. Ma sai... m'ero illuso di riuscire a farlo innamorare di me, e invece... Ma voi due, non abitate assieme..."

"No, io a Torino e lui a Milano, purtroppo. Tu sei di Torino?"

"No, studio a Torino, ma sono di Piacenza. Oggi ero a Milano per vedere mio padre... che è separato da mia madre."

"Cosa studi?"

"Ingegneria avionica al Politecnico."

"Che diavolo è 'sta avionica?"

"È lo studio delle applicazioni dell'elettronica e dell'informatica all'aviazione."

"Uau! Devi avere una buona testa, allora. Il mio ragazzo, Stefano, studia letteratura. Io, invece, ho solo fatto le medie e due anni di superiori... I suoi genitori non vogliono che ci mettiamo insieme, perché io sono solo un operaio."

"Ma i suoi genitori sanno di lui? E l'hanno accettato senza storie?" chiese un po' stupito l'altro.

"Sì, sanno e gli va bene. Sono io che non gli vado bene, perché sono... ignorante. Cioè... finché scopiamo e basta, non gli fa problema, però non vogliono che ci mettiamo assieme."

"Io, pur di stare con uno come te, manderei a cagare i miei..."

"Io non voglio, perché a Stefano gli piace quello che sta studiando, e non voglio che smette per colpa mia. E poi che ne sai tu, che davvero vale la pena di stare con uno come me?"

"I tuoi occhi sono più limpidi di una sorgente... dentro ci posso vedere la tua anima... Ed è bella."

Alberto era stupito per l'accostamento fra l'espressione che l'altro aveva crudamente usato dicendo che avrebbe mandato "a cagare" i suoi, e la poesia di quest'ultima, gentile frase.

Il ragazzo gli disse: "Non ci si è neppure presentati... Io mi chiamo Bernardo." e gli tese la mano.

Alberto la strinse: era una stretta gradevole, ferma. "Io sono Alberto." Si presentò con un lieve sorriso.

"Peccato che sul tuo cuore vi sia scritto 'occupato'..." disse Bernardo.

"Sei arrivato tardi..." ribatté Alberto con un sorriso.

"Sì, l'ho capito. Mica è che ci sto provando. Ma mi permetti di... invidiare il tuo Stefano?"

"Dovresti invidiare me... che ho trovato Stefano. Lui sì che è un ragazzo meraviglioso."

"Ah, l'amour, l'amour! Spero che riusciate a vincere la resistenza dei genitori del tuo ragazzo... in un modo o nell'altro."

Chiacchierarono per tutto il viaggio, indisturbati poiché non entrò nessun altro viaggiatore nel loro scompartimento. Giunti a Torino, prima di scendere, si scambiarono i numeri del telefonino. Alberto era grato a Bernardo per non aver tentato nessun approccio, che comunque avrebbe decisamente rifiutato.

Tornato a casa, come al solito, raccontò la sua giornata alla nonna. Prima di andare a letto, le comunicò che il giorno dopo avrebbe dato le dimissioni al suo principale e, terminato il periodo di preavviso contrattuale, si sarebbe trasferito a Milano.

Così il giorno seguente, appena entrato in officina, si recò subito nel gabbiotto del suo capo: "Gino, sono venuto a darti i trenta giorni di preavviso. Mi licenzio." gli annunciò.

"Eh? Come, così all'improvviso? Che è, hai trovato un lavoro migliore? Quanto ti pagano? Vuoi un aumento?"

"No, Gino. È che mi voglio trasferire a Milano..."

"Hai trovato lavoro lì?"

"No. Devo ancora cercarlo..."

"Non capisco..." disse l'uomo in tono incerto, poi, guardando il sorriso del ragazzo, e conoscendolo ormai bene dopo sette anni che lavorava da lui, oltre a conoscerne anche l'orientamento sessuale, esclamò: "Tu ti sei trovato il moroso a Milano!"

"Centro!"

"E vai a vivere con lui..."

"Non posso. I suoi genitori non vogliono..."

"E tu... vai lì... senza un lavoro, senza una casa?"

"Troverò lavoro, troverò casa. Ma non mi va che io sto qui e lui a Milano e vederlo solo la domenica."

"E... la tua Gilera?"

"Ah, giusto... vedi se poi venderla. Magari finisci tu di metterla a posto... poi se la vendi, facciamo metà per uno."

"Vendere la tua Gilera? Ma se ci tieni più che se fosse tua moglie!"

"Appunto. Io sono frocio, no?" rise il ragazzo spensierato.

"L'hai proprio presa brutta eh?"

"Cosa?"

"La cotta per il tuo milanese. C'hai pensato bene? Sei proprio sicuro?"

"Altroché. Più che sicuro."

"Beh... per questo mese, vedi di metterla a posto più che puoi. Tu per quelle moto sei meglio di me... lasciami solo le parti più facili da fare. Ma se trovo a venderla, come ti trovo, a te?"

"Il telefonino; mica cambio numero."

"Cazzo... però mi dispiace."

"Che mi sono fatto il ragazzo?"

"No, quello no. Che te ne vai. Dove lo trovo un altro come te?"

"E io dove lo trovo un altro come Stefano?"

"Stefano, chi?"

"Il mio ragazzo, no?"

"Proprio a Milano, dovevi andartelo a trovare?"

"A dire la verità, l'ho trovato a Ischia."

"Ecco, vedi? Dovevo tenerti qui a lavorare, invece di lasciarti andare in ferie, a costo di non farle manco io!" scherzò il principale. "Ecco perché gli ultimi tempi pareva che avevi vinto la lotteria!"

"Di più... molto di più!" disse Alberto allegramente ed andò a lavorare.

Finalmente, passato il mese, partì per Milano. Aveva con sé solo un borsone con abiti di ricambio, il necessario per lavarsi, e in tasca la buona uscita per i suoi sette anni lavoro (Gino era stato abbastanza generoso e gli aveva anche pagato la Gilera, che aveva deciso di tenere per sé), qualche risparmio che era riuscito a mettere da parte e un po' di soldi che la nonna aveva voluto a tutti i costi dargli.

Aveva prenotato una stanza nel piccolo albergo in cui si incontrava con Stefano per fare l'amore. Sistemate le sue poche cose nella stanzetta, mandò un messaggino a Stefano informandolo che era arrivato, poi scese alla reception per parlare con uno dei due proprietari, una simpatica coppia che nelle sue precedenti visite aveva avuto modo di conoscere e con cui era sorta un'istintiva, reciproca simpatia.

Al bancone c'era Ludovico, il più giovane dei due.

"Ciao Ludo."

"Ciao Alberto. Ti va bene la camera?"

"Sì, ottima. Hai tempo qualche minuto, adesso?"

"Sì, certo. Vieni, andiamo a sederci al bar."

Alberto ordinò la colazione poi, quando Ludovico gliela servì e sedette al suo tavolinetto, gli disse: "Ludo, io ho deciso di trasferirmi qui a Milano per stare vicino al mio ragazzo. Però, capisci, non è che posso vivere qui in albergo, anche se mi avete fatto un buon prezzo, mi costerebbe troppo e non è che c'ho tanti soldi, anzi... Al più presto devo trovarmi un lavoro e una stanzetta che mi costa poco."

"Cosa sai fare, tu? Che facevi a Torino?"

"Lavoravo in un'officina di riparazioni di moto... ma qualsiasi lavoro mi va bene, basta che mi dà da vivere."

"Il tuo ragazzo, non ti può ospitare, presumo. Vive ancora in famiglia?"

"Sì, e i suoi non è che mi vogliono in casa."

"Già. Mah... per un lavoro, puoi guardare gli annunci sul giornale... e anche girare per negozi, benché non mi pare che in questo momento ci sia molta offerta. Tutti i lavori non qualificati sono presi dagli immigrati, ormai, dagli extra-comunitari. Riguardo poi a una stanzetta... il problema è analogo. Quelle più a buon mercato sono tutte prese dagli immigrati o dagli studenti. Comunque, per una stanza con uno o due altri inquilini, non trovi a meno di 300 euro."

"Beh, sempre meno che vivere qui in albergo, anche se mi avete fatto un buon prezzo e qui sto bene. Ne puoi anche parlare con Fausto? Magari lui mi può dare qualche suggerimento, può avere qualche idea... Per il lavoro... qualsiasi cosa, anche fare le pulizie, che so..."

"Sì, sicuro che gliene parlo. Certo che hai fatto un po'... un salto nel buio, tu."

"Non potevo continuare a stare a centocinquanta chilometri dal mio Stefano... Vederci solo una volta alla settimana per meno di una giornata..."

"Ti capisco, sì. Mah, vedremo... Ne parlo con Fausto e se ci viene qualche buona idea... Guarda, il giornale è là, cerca le pagine con le offerte di lavoro, per cominciare."

"Grazie, Ludo... Io qui a Milano non conosco nessuno, a parte voi due..."

Cominciò a girare per trovare un lavoro, una stanza, i giorni passavano ma non pareva saltar fuori nulla. L'unico lato positivo era che poteva vedere Stefano tutti i giorni e anche farci spesso l'amore. Questo lo riempiva di gioia e gli dava l'energia per continuare a sperare di riuscire a trovarsi una qualche sistemazione decente.

Dopo una settimana, Fausto gli disse che, se fosse stato disposto a condividere una camera con due immigrati, c'era una stanza per duecentocinquanta euro al mese. Era in una vecchia casa a soli tre isolati dall'albergo, al quinto piano, senza ascensore. La proprietaria, la "sciura" Clara Reggio, era una vedova di cinquantadue anni, una donna forte, dall'aria decisa, conoscente di Fausto e Ludovico.

Lo accompagnò Ludovico e lo presentò alla donna, lasciandoli poi soli. Clara gli fece vedere la stanza; in quel momento gli altri due affittuari erano assenti.

"Ecco, giovanotto, il letto libero è questo e questo sarebbe il tuo armadietto, che puoi chiudere a chiave. Lì dorme Traian Radu, un rumeno di ventisei anni che lavora come muratore, e lì Paulo Mendoza, un filippino di venti anni che fa pulizie all'ospedale maggiore, tutti e due regolari, col permesso di soggiorno. Due bravi ragazzi, puliti e fidati e parlano abbastanza bene l'italiano. Proibito farsi da mangiare e mangiare in camera, eventualmente di là c'è la cucina, e un grosso frigo per le vostre cose. Bagni ce n'è due, teneteli puliti. Non c'è orari per entrare e uscire, ma dalle dieci di sera alle sette di mattina, chi fa casino lo sbatto fuori. Nessuno deve entrare in nessun'altra camera se non è invitato da chi ci vive, a parte la cucina e i bagni, si capisce. In uno dei bagni c'è una lavatrice per i vostri panni e uno stenditoio: dovete arrangiarvi anche per il detersivo."

"Sì, ottimo..." disse Alberto. "Qui ci sono due mesi anticipati... mi ha detto Ludovico che si fa così, no?"

"Esatto. E dammi anche un documento. Te lo rendo stasera."

"Certo... eccolo, signora Reggio..."

"Niente signora Reggio, mi chiamano tutti Clara. Ah, senti, qui sono tutte brave persone, però... se hai soldi, o te li metti in banca, o anche se vuoi te li tengo io; è meglio che fai così, come pure per le cose di valore. Con regolare ricevuta, si capisce."

"Cose di valore non ne ho... e soldi... pochi. Ma spero di trovarmi presto un lavoro e allora magari mi apro un conto in banca o alle poste. Ci sono molti altri affittuari, qui da lei?"

"In quella stanza due fratelli albanesi che fanno i camerieri, lì tre ragazzi, due turchi e uno brasiliano, e lì altri due, uno albanese e uno sardo. In tutto, compresa io e tu, siamo in dieci."

"Nessuna ragazza?"

La "sciura" Clara fece un sorrisetto: "No, tutti maschi, a parte io. Non mi piace avre un ambiente misto. Ah... e niente girlfriend né boyfriend, qui. Gli incontri... galanti, fuori di qui, capito?"

"Certo, Clara." rispose Alberto, chiedendosi come poteva fare per avere un po' di intimità con Stefano... Beh, eventualmenete avrebbe affittato una stanza nel solito alberghetto di Fausto e Ludovico... anche se era una spesa in più.

"Se avete una visita, potete andare solo in cucina, chiaro?"

"Certo, Clara." ripeté Alberto.

Sistemò le sue poche cose nell'armadietto e lo chiuse a chiave. Clara gli dette le tre chiavi della casa, quella di sotto del portoncino, quella dell'appartamento e quella della stanza. Alberto le sistemò in un portachiavi assieme a quella dell'armadietto.

"Esco a vedere se mi trovo un lavoro..." annunciò alla donna, affacciandosi alla porta aperta del suo "ufficio".

A metà pomeriggio incontrò Stefano e gli descrisse la sua nuova sistemazione, la padrona e le regole della casa, compresa quella per cui non si sarebbero potuti appartare là dentro.

"Alberto, i miei mi danno una specie di salario mensile per le mie piccole spese, quattrocento euro al mese. Te ne posso dare la metà..."

"Ma no, Stefano, tienili tu... Al massimo... paghi tu la stanza dell'albergo, quando vogliamo stare un po' insieme in santa pace..."

"Come vuoi, amore. Ancora niente, per il lavoro?"

"No, ma sono qui da pochi giorni... Vedrai che qualcosa salterà fuori."

A sera, quando rientrò, trovò i due ragazzi nella stanza. Si presentarono.

"Tu non hai la famiglia?" gli chiese Traian.

"Sì, ma a Torino, qui a Milano ho solo un amico."

Traian era biondo, alto sul metro e ottanta, la pelle rosata come quella di un bambino, il volto rotondo e occhi grigio chiaro. Paulo era quasi l'opposto, alto sul metro e sessanta, pelle olivastra, capelli lisci e neri, occhi scuri. Traian era in Italia da sei anni e pareva più estroverso, Paulo era immigrato due anni prima ed era più riservato. Nel complesso parevano entrambi due bravi ragazzi.

Paulo aveva alcuni libri di italiano e, seduto al tavolinetto, stava studiando per migliorare la sua conoscenza della lingua. Traian invece, sdraiato sul proprio letto, leggeva fumetti e di tanto in tanto ridacchiava da solo. Alberto li studiava, seduto sul bordo del proprio letto.

Paulo si girò a guardarlo: "Ti dispiace se faccio domanda d'italiano?" gli chiese.

"No... se sono capace di risponderti... io non è che parlo un italiano tanto giusto..."

"I verbi di 'ire' che quando fanno 'isco', come si fa a sapere?"

"Mah... Finire fa io finisco, ma partire fa io parto... Non lo so se c'è una regola, credo che devi imparare ogni verbo come si dice..."

"Ah. E uscire fa io usco o uscisco?"

"Io esco..."

"Complicato. I verbi di 'are' pare più facili... tolto andare che fa io vado e no ando..."

Traian sollevò lo sguardo dal suo fumetto: "Italiano è niente facile. Però piano piano tu impari come ho fatto io, non pensarci troppo."

"Io un po' vergogno lì in ospedale quando compagni italiani ride a mii errori."

"Non te la prendere, Paulo. Anche io, pure se sono italiano, faccio errori e faccio ridere quelli che sanno parlare bene..." gli disse Alberto con un sorriso di incoraggiamento.


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