Nei giorni seguenti entrambi i ragazzi, oltre a stare sempre più spesso e sempre più a lungo assieme, oltre a rinnovare di tanto in tanto i loro appassionati incontri di piacevolissimo sesso, si accorsero che la forte infatuazione erotica, la forte attrazione sessuale che provavano l'uno nei confronti dell'altro, si stava colorando di altro.
Stavano esperimentando un vero e proprio innamoramento. Il fatto stesso di voler condividere le loro esperienze, l'interesse per la vita che l'altro aveva fatto prima del loro incontro ed il desiderio di rivivere ciò che l'altro aveva vissuto, erano per entrambi un cosa estremamente piacevole.
Inoltre i due ragazzi sentivano che, grazie alla loro nascente relazione, il mondo si stava trasformando, che sembrava quasi più bello e buono di come l'avevano percepito fino a quel momento, sì che si stava stemperando in loro quel poco di aggressività che ognuno ha in sé e, con compiaciuto stupore, si sentivano diventare migliori, uno grazie all'altro.
Inoltre per ognuno dei due, era come se il corpo dell'altro oltre al naturale rispetto che si deve a chiunque, stesse come diventando... sacro. Alberto, pur prendendo l'amico, sentiva che gli si stava dando, e spontaneamente faceva del proprio meglio per dargli piacere. Stefano, pur avendo assunto il ruolo comunemente etichettato come "passivo", si sentiva invece attivamente impegnato a dare il meglio di sé al suo nuovo compagno.
Entrambi, se pure del tutto inconsciamente, avevano intrapreso la strada che dall'infatuazione porta all'innamoramento e di qui può portare all'amore ed alla stabilità che l'amore può garantire.
Se fisicamente fin dal primo momento avevano trovato una forte intesa, ora anche le loro personalità, i loro caratteri, stavano imparando ad apprezzarsi, ad ammirarsi, ad intendersi.
Se nei primi giorni i congiuntivi errati di Alberto, come i suoi "sii" e "abbi" invece di "sia" e "abbia" e gli altri errori di linguaggio, l'avevano fatto sorridere, ora non gli dava più peso, perché era affascinato dal contenuto di quanto Alberto gli stava svelando di sé. Più i giorni passavano, più si conoscevano, più i due stavano bene assieme.
I genitori di Stefano si resero conto del fatto, sia perché il ragazzo se ne andava sempre più spesso invece di stare con loro, sia per l'evidente felicità che traspariva dal suo volto, dai suoi occhi.
Così un giorno, a tavola, la madre gli chiese: "Stefano, mica ti sei innamorato, per caso?"
"Si vede così tanto?" chiese il ragazzo sorridendo felice.
"Bisognerebbe essere ciechi per non vederlo." disse il padre. "Chi è il ragazzo? Non ce lo fai conoscere?"
"Non lo so... forse... non è necessario. Fra una settimana torniamo a Milano, e lui è di Torino, perciò... tutto dovrà finire..." disse Stefano con un'evidente dispiacere nel tono della voce e negli occhi.
"Comunque... com'è, questo ragazzo?" gli chiese la madre.
"È... speciale..."
"Sì, certo. Ma come si chiama? Che lavoro fa? Quanti anni ha? Di che famiglia è?" insistette la madre.
"Si chiama Alberto Scolari, ha ventitré anni, fa il meccanico in un'officina di riparazioni di moto, è orfano e vive con la nonna... ed è bello e dolce come una mattina di Pasqua!"
"Un meccanico? Beh... certo non un ragazzo adatto a te. Fortunatamente vive a Torino, così non ci sono problemi..." commentò la madre.
"Ma che c'entra se è un meccanico e se ha poca cultura. È buono, è gentile, è in gamba..." obiettò Stefano.
"È chiaro che c'entra, invece." intervenne il padre. "Come potresti vivere con una persona di cultura tanto inferiore alla tua? Non potresti neppure presentarlo ai tuoi amici, neanche soltanto come un amico."
"Non vi facevo così... razzisti." controbatté Stefano un po' disturbato dall'atteggiamento dei suoi.
"Ma che razzisti e razzisti. Non c'entra nulla il razzismo. Dimmi, quanti amici meccanici, o operai, o contadini... quanti di bassa cultura hai? Dimmene un paio..." gli disse il padre.
"Beh... no... è vero..." dovette ammettere Stefano.
"Ed è naturale. Una cosa è il rispetto che ogni uomo deve avere per un altro, sia egli lo spazzino comunale o un ministro, una cosa è l'amicizia o peggio ancora una relazione..."
"Ma quando si è innamorati, le differenze..." ribatté Stefano al padre.
"Quando si è infatuati, pare che non contino. Ma non potrà mai essere una cosa seria, una cosa stabile." insistette il padre.
"Comunque... fra una settimana, ciascuno a casa propria. Perciò non c'è nessun problema." sentenziò la madre.
"Già... purtroppo..." mormorò Stefano.
"Eh, via! Vedrai che quando riprenderai la tua vita normale a Milano lo dimenticherai." gli disse la madre con un sorriso comprensivo.
Più o meno negli stessi giorni, anche Alberto aveva un simile colloquio con i suoi amici.
"Alberto, non ti si vede quasi più. Sei sempre in giro con quel bonazzo! Ti piace così tanto?" gli chiese Silvio mentre stavano ad abbronzarsi sulla spiaggia.
"Sì. Credo che ci siamo... innamorati."
"Bum! Addirittura?" chiese Dallo con un sorrisetto.
"Che c'è di strano? Stefano è davvero speciale." ribatté Alberto, lievemente infastidito dall'atteggiamento degli amici.
"Sa scopare bene?" gli chiese Dallo.
"Che c'entra? Comunque... sì, anche."
"E che fa? Di dov'è?" chiese Gustavo.
"È di Milano, studia all'università, suo padre è un giudice e la madre professoressa di filosofia all'università..."
"Caaaazzo!" esclamò Silvio. "E tu ti vorresti mettere con quello?"
"Mi piacerebbe sì, altrochè!" gli disse Alberto.
"Ma non capisci che se per scopare può pure andare bene, siete di due mondi troppo diversi?" gli fece notare Dallo, condividendo la perplessità dell'amico.
"Comunque... fra poco tu tornerai a Torino e lui a Milano... e fine dell'avventura." commentò Gustavo.
"Non è che sia così lontano. Un'ora, poco più, di treno e..." obiettò Alberto.
"Una cosa è un'avventura estiva, per quanto piacevole, una cosa è una relazione seria." disse Gustavo. "Distanza geografica, distanza di classe sociale, non rendono facile una relazione. Se, come dici, sei innamorato, sei portato a non dare peso a queste cose. Ma fra tutti quelli che conosco, nessuno è mai riuscito a avere una relazione solida con uno lontano sia fisicamente che come classe. Credi di essere più in gamba degli altri, tu?"
"No..."
"E lui? Questo tuo Stefano? Come la pensa?" gli chiese Dallo.
"Non lo so. Non è che abbiamo parlato di... dopo." ammise Alberto.
"Eravate troppo occupati a scopare, evidentemente." commentò Silvio con un risolino scemo.
"Mica si scopava tutto il tempo. Si parlava, anche. Solo che non s'è parlato di... di dopo."
"Evidentemente anche per lui è solo un'avventura estiva..." concluse Dallo facendo spallucce.
"Mica è detto." ribatté Alberto, però cominciava a dubitare che gli amici potessero avere ragione.
Quando i due ragazzi si rividero, seduti al tavolinetto di un bar all'aperto, mentre mangiavano un gelato, Alberto disse: "Fra una settimana, anche meno, ci si deve lasciare..."
"Sì..."
"Mi dispiace."
"Anche a me."
"Non si potrebbe, anche se abitiamo lontano..."
"Sarebbe piuttosto difficile..." ammise Stefano, abbassando gli occhi. "Però mi piacerebbe."
"Difficile... perché siamo lontani?"
"Anche."
"E perché... io sono solo un meccanico e non uno di buona famiglia come te?"
"Questo... non mi pare importante."
"Davvero?"
"Credo di no. Tu mi piaci. E non solo... per fare l'amore."
"Anche se sono un... buzzurro?"
"Ti senti buzzurro, tu?"
"Beh... ho visto i tuoi sorrisetti quando dico uno strafalcione. Come quando ho detto Caino e Babele invece che..."
"Non era mica per prenderti in giro! Mi faceva sorridere, è vero, però... non ha tolto niente al mio rispetto e alla mia ammirazione per te. Te lo giuro!"
"Ammirazione? E che hai da ammirare... a parte magari come scopo?" chiese con una certa amarezza Alberto.
"A parte come scopi... io ti ammiro, perché sei un ragazzo eccezionale. Sono sempre stato molto bene con te, comunque tu possa parlare. Mica è colpa tua se hai dovuto smettere di andare a scuola. E poi, non è che uno va apprezzato per quante cose sa, ma per quello che ha dentro."
"Non ti pesa che sono così... ignorante?"
"A me no. E poi non sei affatto ignorante, sai moltissime cose che io non so... o se preferisci, io sono ignorante quanto te, anche se in campi diversi."
"Comunque... deve finire tutto così..." si dolse Alberto cercando di non far trasparire la propria tristezza.
"Se solo tu abitassi a Milano, o io a Torino... magari si potrebbe anche provare a stare assieme. Io, qui a Ischia, sono stato benissimo con te."
"Forse... è meglio non pensarci, e che ci godiamo questi ultimi giorni che ci restano." concluse Alberto cercando di fare un sorriso convincente.
"Sì..." rispose Stefano, che però sentiva la tristezza del suo amico, per quanto questi si sforzasse di non lasciarla trapelare. "Ho voglia di te..." aggiunse poi, sottovoce, guardandolo con un dolce sorriso. "Dove possiamo andare?"
"A quest'ora... non è facile, così di giorno."
"Mio padre e mia madre sono andati a Napoli e non tornano fino alle cinque oggi pomeriggio. Perché non vieni a casa mia?" propose Stefano.
"In villa? Non c'è nessun altro?"
"No, anche la donna di servizio è fuori e torna solo stasera. Lì stiamo tranquilli... e lo possiamo fare sul mio letto. Non avevi detto che ti sarebbe piaciuto farlo su un letto, almeno una volta?"
Alberto sorrise: "Andiamo, allora." disse alzandosi in piedi.
Lungo tutto il cammino si guardavano spesso, scambiandosi sorrisi compiaciuti, pregustando quanto si apprestavano a fare. Giunti in villa, Stefano lo guidò al primo piano, fino alla propria camera. Alberto si guardava attorno stupito per l'eleganza e la ricchezza degli ambienti. Per la prima volta ebbe la netta impressione di quanto fosse distante il suo mondo da quello del suo amico. Si chiese se i suoi amici non avessero ragione...
Arrivati nella bella camera da letto di Stefano, questi chiuse a chiave la porta, quindi attirò a sé Alberto, lo abbracciò e lo baciò, strofinandosi contro di lui.
"Sei già eccitato..." notò con piacere, sottovoce.
"Stupito?" gli chiese Alberto poi, scendendo a saggiare con una mano la patta dell'altro, disse: "Tu pure, comunque..."
"No, stupito no. Ma mi fa sempre piacere sapere che io posso farti andare su di giri così in fretta..."
"Mi basta starti vicino per... andare su di giri. Anche là al bar... m'era venuto già duro."
"Quanto ti piace fare l'amore con me?" gli chiese, lievemente civettuolo, l'amico.
"Un pocolino." rispose Alberto, scherzoso. "E a te?"
"Almeno quanto te... un pocolino pure a me..." gli disse Stefano con un sorriso dolce e lo baciò.
Lentamente, senza staccare le loro labbra, si spostarono fino al letto da una piazza e mezzo di Stefano. Cominciarono a spogliarsi lentamente l'un l'altro. Dalla finestra spalancata il sole inondava la stanza, traendo lieve barbagli dalla peluria sottile che copriva i loro avambracci e le loro gambe.
Quando furono finalmente nudi, uno di fronte all'altro, Stefano fece un passo indietro e lo guardò: "Dio, quanto sei bello, Alberto!" mormorò, sentendosi emozionato.
Poi si accoccolò davanti all'amico e prese a dargli piacere con le labbra e la lingua. Quando si fece scivolare il bel membro duro in bocca, Alberto mugolò lievemente, esprimendo l'intensità del piacere che stava provando. Stefano, continuando a succhiarlo, sollevò gli occhi e lo guardò con un sorriso compiaciuto. Alberto gli sorrise in risposta e gli carezzò i capelli.
Trovava estremamente erotico vedere il proprio membro sparire e ricomparire fra le labbra del suo amico. Era, ogni volta, piacevolmente stupito per la gioia con cui Stefano si dedicava al suo membro. Le sue mani gli carezzavano il ventre, i testicoli, le natiche, le cosce, accentuando il suo piacere. Alberto, dopo poco, lo forzò gentilmente ad alzarsi, e lo tirò a sé sul letto. Si stesero su un fianco e Alberto si girò in modo di poter dare anche a Stefano lo stesso piacere.
Quando sentirono che il loro orgasmo si stava pericolosamente avvicinando, si staccarono, Alberto si girò di nuovo e si baciarono con trasporto. Poi gli disse, con un sorrisetto: "Ti ricordi, la nostra prima volta, quell'uomo che t'aveva preso per una ragazza?"
Stefano ridacchiò: "Sì, nel campo delle lucciole... ma era notte e tu mi coprivi sufficientemente."
"Ti ha dato fastidio?"
"No... mi ha divertito."
"Non hai proprio niente di femminile, tu, per fortuna."
"Se no... non ti piacerei?"
"Adesso che ti conosco, forse sì... però ti preferisco così. Se tu eri un po' effeminato, magari mica mi facevi arrapare così tanto già la prima volta che t'ho visto!"
"Davvero ti sei... arrapato appena m'hai visto?" gli chiese Stefano.
"Altroché! Per quello ho trovato il coraggio di venire ad agganciarti."
"Be, meno male, allora. Altrimenti non avrei potuto passare vacanze splendide come queste..."
"Magari trovavi un altro meglio di me..." gli disse Alberto, tracciando con un polpastrello piccoli cerchi attorno ad un capezzolo dell'amico, sull'areola, lentamente e lievemente.
"Dici? Ci credo poco. Anche se, devo ammetterlo, in un primo momento ho pensato che eri un po' troppo..."
"Sfacciato?"
"No... dopo tutto, ti sei semplicemente presentato. Un po' troppo... diretto, ecco. Non sapevo ancora chi eri, come eri... Magari avrei potuto trovarti insopportabile..."
"E invece?"
"Ti trovo adorabile."
"Però... fra pochi giorni... finisce tutto." disse Alberto e il suo sorriso si spense.
"Non pensiamoci, ora."
Ripresero a fare l'amore. Dopo alcuni minuti di gradevolissimi preliminari, Stefano si offrì all'amico, con un radioso sorriso.
Alberto amava il sorriso con cui l'amico gli si dava, e più ancora l'aria beata che illuminava il suo volto lievemente arrossato per l'eccitazione mentre lo prendeva. Non si era mai sentito così bene con nessuno, mentre faceva l'amore, prima di incontrare Stefano. Il piacere fisico che provava nell'unirsi a lui, pur molto forte, era superato dalla gioia che lo invadeva nel vedere quanto fosse felice nel darglisi.
"Non ti voglio perdere!" dentro di lui una voce gridò a Stefano. Ma disse, emozionato: "Dio, quanto mi piaci!"
"Ti piace prendermi?" chiese con una voce piccina l'amico.
"Fare l'amore con te..." gli rispose, e la stessa voce segreta proclamò: "Amarti!"
Sì, Alberto ne era pienamente, dolorosamente cosciente se pensava alla prossima separazione: aveva compiuto un ulteriore passo nel suo cammino e dall'innamoramento era passato all'amore. Forse non avrebbe saputo esprimerlo così chiaramente, però lo sentiva con piacevolissima intensità. Proprio questo lo portò a dedicarsi con anche maggiore trasporto al piacere dell'amico, dell'amato.
Stefano si sentiva gradevolmente sopraffatto dal modo di fare l'amore del suo amico; percepiva chiaramente che non era un fatto puramente fisico, per quanto bello, ma qualcosa di più. Alberto gli si stava donando, pur prendendolo, e questa apparente antinomia lo riempiva di stupito piacere. D'altronde anche lui, dandoglisi, lo stava facendo suo.
Quando infine, come avveniva spesso fra loro, raggiunsero contemporaneamente l'orgasmo, si abbracciarono stretti, aspettando nella gioia dorata del post-coito, che i loro corpi ritrovassero il languido abbandono che sapevano sarebbe seguito. I loro respiri si fecero più lievi, i loro muscoli si rilassarono mentre si carezzavano teneramente.
Poi Stefano si alzò dal letto, prendendo Alberto per mano e gli disse: "Vieni, andiamo a farci una doccia, ora."
Si lavarono l'un l'altro, scambiandosi lieti sorrisi. Si asciugarono a vicenda, delicatamente. Poi tornarono in camera a vestirsi.
"Usciamo di nuovo o preferisci stare ancora un po' in casa?" gli chiese Alberto.
"Usciamo. Voglio andare a comprare una cosa giù in paese."
"Cosa?"
"Una cosa che ho visto ieri in un negozietto..." rispose Stefano con un sorriso lieve.
Scesero in paese. Camminavano fianco a fianco. Alberto avrebbe voluto tenergli la mano, ma capiva che era meglio evitare di farlo, lì in paese... Per la prima volta in vita sua sentì il peso di questa limitazione e si chiese se mai sarebbe arrivato il giorno in cui anche due ragazzi avrebbero potuto dimostrarsi in presenza di estranei il loro piacere di stare assieme con un gesto semplice come quello. Scambiarsi un bacetto in pubblico, un piccolo e discreto segno di affetto.
Non aveva mai sentito prima un simile esigenza. "Deve essere perché ora sono innamorato..." si disse, pensieroso. "Ma lui? Sta bene con me, è chiaro... però... se fosse anche lui innamorato di me, farebbe qualcosa per poter restare assieme..."
"A che pensi?" gli chiese Stefano.
"A noi due..." rispose onestamente, se pure con un po' di esitazione.
"Anche io stavo pensando a noi due." sussurrò Stefano.
Alberto avrebbe voluto chiedergli "E a che cosa?" ma non lo fece, perché capiva che, se l'avesse chiesto, avrebbe poi dovuto dire anche lui a che cosa stava pensando riguardo a loro due, e non se la sentiva. Fu sollevato quando Stefano non volle approfondire l'argomento.
Arrivati in paese, Stefano si inoltrò a passo sicuro fra le viuzze del borgo vecchio, quindi entrò in un negozietto quasi schiacciato fra la fila di vetrine di un lussuoso negozio di abbigliamento e quelle di un famoso ristorante.
Alberto si guardò intorno incuriosito. Era colmo dei classici oggetti esotici per turisti, che però parevano provenire da ogni angolo del mondo: da un copricapo indiano di penne d'aquila, a brucia-incenso indiani di rame inciso, a statuette di ebano dall'Africa, a ventagli giapponesi di carta...
Stefano andò al bancone e chiese alla ragazza che li aveva salutati: "Mi puoi far vedere quei braccialetti che m'hai mostrato ieri? Ti ricordi, no?"
"Certo. Aspetta un attimo..." disse, si girò, prese uno sgabello a scaletta e, salitavi, tirò giù dallo scaffale una scatola di cartone rosso a grossi pois bianchi, che appoggiò sul bancone. Scese e tornata al bancone, l'aprì: "Sono questi, vero?"
Stefano annuì. Ne tirò fuori una decina di pezzi che poggiò sul vetro del bancone, uno accanto all'altro. Erano fatti con due cordicelle di vari colori che tenevano assieme una fila parallela di piccole conchiglie bianche di ciprea opportunamente forate alle due estremità per fissarle assieme.
"Vengono dalla Polinesia, dall'isola di Fiji." spiegò la ragazza, rivolta ad Alberto.
"Belli..." commentò il ragazzo prendendone uno in mano ed osservandolo.
"Quali ti sembrano più belli?" gli chiese Stefano.
"Mah... forse questo... o questo... Anche se sono tutti belli." rispose Alberto scegliendone due che avevano conchiglie più minuscole degli altri e uno con il cordoncino blu-indaco, l'altro verde foglia-morta.
"Bene. Allora compro questi due." disse Stefano rivolto alla ragazza.
Stefano pagò, prese il pacchettino che la ragazza aveva fatto ed uscirono. Appena fuori, riaprì il pacchetto: "Scegline uno... ci servirà per ricordare i bei giorni che abbiamo passato assieme..." gli disse con un sorriso.
"Uno è per me?" chiese stupito Alberto.
"Perché, li vuoi tutti e due?" lo prese lievemente in giro Stefano, fingendo di non capire.
"No... solo che non credevo... Se per te va bene, scelgo questo blu... che almeno mi ricorda il colore dei tuoi occhi, anche se il tuo blu è più bello di questo..."
"Ottimo. Allora, adesso mettimi al polso destro questo verde, poi io ti metto il tuo..."
Quel semplice gesto fece fremere Alberto, che vi vide un simbolo di qualcosa di più importante che un semplice regalo per ricordarsi uno dell'altro.
Dopo che ebbero allacciato, uno all'altro, il braccialetto, Alberto gli sussurrò: "Vorrei poterti baciare... ora... qui..."
"Forse è meglio di no..." ridacchiò l'amico, guardandosi attorno e lanciando un'occhiata alla gente che passeggiava per la via. Poi, guardando negli occhi l'amico, gli disse: "Ma è come se tu l'avessi fatto."
"Perché due ragazzi non possono?" chiese Alberto, più come domanda retorica che altro.
"Forse semplicemente perché non abbiamo abbastanza coraggio... No?"
"Forse... anche se, dopo tutto, qui non ci conosce nessuno." rispose Alberto, e stava per prendere per le braccia l'amico, per tirarlo a sé e baciarlo, quando una voce lo fece desistere.
"Alberto!"
Si girò. Erano Dallo e Gustavo.
"Ciao..." li salutò il ragazzo.
"Non ci presenti il tuo amico?" chiese Dallo.
Alberto fece le presentazioni. Poi chiese: "E Silvio?"
"S'è imboscato con il suo romano." disse Dallo.
"Ma... non era uno di Matera?"
"Oh, storia vecchia, quella del tizio di Matera. Ora ha agganciato un trasteverino, uno da... farti girare la testa... e anche altro." gli disse Gustavo facendogli l'occhietto.
"Che fate, ora? Avete qualche progetto voi due ragazzi?" chiese Dallo.
"No... niente di speciale..." rispose Stefano.
"Allora non vi va di venire con noi? Si fanno due passi, poi si va a mangiare..."
"Su al camping?" chiese Alberto.
"No, in ristorante. Abbiamo avuto due buoni sconto per due, quindi giusto per noi quattro."
"Dove?" chiese Stefano.
"Al ristorante Alberto, Alberto come te; quello sulle palafitte, in riva al mare..." disse Gustavo.
"Caaaz... pita! Ma quello è un posto per ricconi!" fece notare Alberto.
"Con i buoni paghiamo la metà... e stasera... sarà un posto per ricchioni, più che per ricconi!" scherzò Dallo.
"Comunque anche metà prezzo..." protestò ancora Alberto.
"E dai! Siamo quasi alla fine delle vacanze e soldi ne abbiamo ancora... Per una volta, ci possiamo pure levare uno sfizio..." insisté Dallo.
"Ma sì, andiamoci, dai..." lo invitò con un sorriso Stefano.