Austin e Quentin erano divenuti inseparabili, la loro amicizia, durante i mesi del primo anno passato nel collegio, era fiorita e si era rafforzata. Gradualmente s'era aperti l'uno all'altro, confidando all'amico anche i più intimi segreti, i più reconditi pensieri, le pene e le gioie, le speranze ed i progetti.
Erano lieti di poter spendere i week end assieme e quando, per le feste, ciascuno doveva rientrare nella propia famiglia, sentivano acuta la nostalgia e la lontananza dall'altro, al punto che sentivano più come loro vera "casa" il collegio che non l'abitazione della propria famiglia.
Studiavano sempre assieme, aiutandosi e spronandosi a vicenda; facevano lunghe partite a scacchi, gioco in cui erano allo stesso livello sì che mai uno sopravanzava l'altro; s'erano dati al canottaggio entrando a far parte della squadra della loro scuola e scegliendo il canotto a due, sì che erano presto diventati fra i migliori, grazie alla loro perfetta intesa ed all'incosciente coraggio con cui affrontavano le correnti del fiume.
La loro intesa era tale che nel volgere di pochi mesi giunsero a comunicare con un semplice sguardo, un'impercettibile gesto che gli altri, studenti, insegnanti o personale del collegio che fossero, non potevano né cogliere né tanto meno interpretare.
Quando, dopo le ferie estive si ritrovarono, all'inizio del secondo anno, erano entrambi felici.
"Quentin! Finalmente sono finite queste orribili vacanze! Mi sei mancato incredibilmente."
"Anche tu, Austin. Non poterci neppure scrivere... Comunque, com'è andata la crociera con la tua famiglia?"
"Terribile. Oh, pare che mio padre e mia madre si siano divertiti, come pure Calvin e Horace... Feste, giochi, balli... A tavola con il capitano, più noioso del nostro professore di greco... Le ragazzine che mi facevano gli occhi dolci e che mi facevano pensare a una muta di cani che ha scovato la volpe... Pettegolezzi, sfoggio di abiti e gioielli... oppure noiose discussioni sull'economia o la politica... Non vedevo l'ora che finisse tutto e che potessi tornare qui... da te. E tu?"
"Bah. Che vuoi, noi tre nella casetta che papà ha sul Wenlock Edge, con lui che passava quasi tutto il tempo nel portichetto della facciata a scrivere il suo nuovo romanzo, mia sorella quasi sempre a cavallo nella tenuta di uno dei suoi spasimanti, il figlio minore dei nostri vicini... così ho fatto lunghe passeggiate... da solo. Gli anni passati non m'ero mai annoiato così tanto."
S'erano seduti, uno a fianco all'altro, sul letto di Austin, nella sua cameretta. Questi aveva appoggiato morbidamente un braccio sulle spalle dell'amico. Si guardarono, in silenzio, a lungo.
Austin distolse lo sguardo dagli occhi cerulei dell'amico, abbassandolo un poco, e lo posò sulle labbra rosate dell'amico e, per la prima volta, un pensiero sorse nella sua mente: "Chissà com'è baciare quelle belle e dolci labbra?" Poi lo guardò nuovamente negli occhi.
Quentin lesse una peculiare intensità nello sguardo dell'amico e, quasi sottovoce, gli chiese: "Perché mi guardi così? A che stai pensando?"
L'amico, quasi in un sussurro, gli rispose la verità: "Mi chiedevo che cosa si può provare a baciare le tue dolci labbra..."
"Beh... provaci, così lo saprai..." gli rispose Quentin, poi si corresse: "Così lo sapremo."
Austin non fu affatto stupito dalla risposta dell'amico, anzi, la trovò logica. Tirò gentilmente a sé Quentin, gli prese il volto fra le mani e, lentamente, avvicinò le labbra alle sue. Nessuno dei due ragazzi aveva mai baciato, era stato mai baciato. Le loro labbra si incontrarono, premettero un poco, le sfregarono delicatamente contro quelle dell'altro, lasciandosi guidare dall'istinto, dalle sensazioni che provavano.
Essendo un po' troppo asciutte, Austin se le inumidì con la punta della lingua ma così facendo la passò anche su quelle di Quentin, ancora premute sulle sue. Questi istintivamente schiuse le labbra e tentò di trattenere con esse la lingua dell'amico. Fermettero entrambi. Si staccarono.
"Mi piace..." mormorò Austin guardandolo con occhi lieti.
"Sì, anche a me... specialmente quando ho sentito la tua lingua..."
I loro volti s'accostarono di nuovo, le loro bocche si unirono ed ora entrambi, le labbra schiuse, giocarono lievemente con le loro lingue per un po'.
"È bello..." mormorò Quentin con voce sognante.
"Sì. Hai mai baciato una ragazza?"
"No, E tu?"
"Neanche. Non ho mai baciato nessuno, prima. Non così, voglio dire."
"Io neppure." sussurrò Quentin, poi chiese, con un'espressione di intensa domanda negli occhi, "Pensi che..."
"Sì, certo. Siamo amici, no?" ripose in tono sicuro Austin, avendo compreso che cosa l'altro volesse chiedere. "E forse, è così che, ogni volta che lo faremo, sapremo che davvero siamo amici intimi, non credi?"
"Sì, è giusto. Io..." iniziò a dire ed i suoi occhi brillarono, "...non bacerò mai nessuno così... Solo te."
"Le tue labbra sono anche più dolci di quanto pensassi..."
"E la tua bocca, Austin, è piacevole come un meriggio di primavera."
Si staccarono, Austin si alzò dal letto e riprese a vuotare le valigie sistemando le proprie cose. Ne estrasse un pacchetto e lo porse all'amico.
"L'ho preso a Malta, quando siamo scesi alla Valletta, per te."
"Io non t'ho portato nulla..." disse l'amico con rammarico.
Austin gli sorrise e fece spallucce. Quentin aprì il pacchetto. Conteneva un fermacarte con lo stemma smaltato dei Cavalieri di Malta, in bianco su fondo rosso, in cloisonné d'argento, montato su un blocchetto di lucido legno scuro.
"È molto bello. Grazie. Ma io non t'ho portato nulla..." ripeté desolato.
"Sei di novo qui. Mi basta." gli disse Austin.
Quando Quentin salì nella sua stanza, pose il fermacarte in bella mostra nello scaffale dei suoi libri. Poi si tolse le scarpe e si stese sul letto, le braccia incrociate sotto la testa.
E ripensò a quel bacio che s'erano scambiati.
Era stato bello, sorprendentemente bello. Sì, fra Austin e lui c'era un legame speciale, che quel bacio aveva suggellato... e che altri baci avrebbero rafforzato.
Nessuno dei due ragazzi aveva dato a quel primo, intimo contatto una valenza sessuale.
Anche se Austin aveva da circa tre anni percepito in modo sempre più chiaro e forte il risvegliarsi del proprio corpo alla virilità, ed aveva istintivamente imparato a dare sollievo alle nuove pulsioni con la propria mano. Non aveva ancora proiettato all'esterno queste sue sensazioni perché non si erano ancora, cioè, colorate del desiderio per un altro corpo, per un'altra persona.
Sapeva che quell'istinto avrebbe dovuto un giorno portarlo all'unione con una donna per dare origine a nuove vite, ma questo non lo interessava ancora per nulla. Per il momento si divertiva nel godere le gradevoli e forti sensazioni che si poteva procurare con quell'attività segreta, ogni qual volta il suo membro richiedeva le sue attenzioni.
Quando a Quentin, aveva quindici anni quando, in seguito alla sua prima polluzione notturna, ne aveva parlato alla prima occasione, piuttosto preoccupato, con il medico di famiglia, temendo di avere una malattia.
Il dottore l'aveva tranquillizzato, gli aveva spiegato che cosa gli fosse accaduto, dicendogli che era semplicemente la conseguenza del maturare del suo corpo. L'uomo l'aveva anche messo in guardia dalla masturbazione, dicendogli che era un'attività pericolosa, da evitare, perché poteva portarlo all'anemia oltre che al vizio.
Il dottore gli aveva anche mostrato un testo di anatomia, illustrandogli il funzionamento degli organi genitali maschili. Non di quelli femminili, perché non gli sembrava opportuno "scandalizzare" quell'ingenuo adolescente. Gli disse solo che, cresciuto, avrebbe capito "per istinto" il corretto uso di quella parte del corpo ed il naturale sfogo delle sue pulsioni...
Ma, via via che i due amici, approfittando dei momenti in cui erano soli, si scambiavano nuovi baci, imparando a renderli via via più intimi, più profondi, percepirono anche che questi procuravano piacevoli fremiti nei loro corpi, un gradevole calore, che presto iniziò a culminare in forti erezioni che i loro abiti nascondevano, ma di cui entrambi erano sempre più acutamente consci.
Così un giorno, mentre stesi fianco a fianco sul letto di Quentin, si stavano baciando, Austin si chiese se anche all'amico quei baci provocavano una forte erezione come a lui. Perciò scese con una mano fra le gambe dell'amico a sincerarsene. L'intima, inattesa carezza fece fremere più intensamente Quentin, che emise un lieve gemito.
"Ti dà fastidio?" gli chiese Austin.
"No..." mormorò l'amico, spingendo istintivamente il bacino in avanti, in modo di premere la propria erezione contro il palmo della mano dell'altro.
Austin allora la carezzò con maggiore ardire, la palpò leggermente, sentendone il sodo calore attraverso la tela degli abiti. "Anche a me fa questo effetto, quando ci baciamo... è molto gradevole, non è vero?"
"Sì..."
"Puoi toccarmi anche tu così, se vuoi... a me farebbe piacere... siamo amici..." propose Austin.
Quentin scese con la mano fra le gambe dell'amico e ne saggiò la forte virilità, provandone un forte piacere, mentre le loro bocche si unirono nuovamente ed il loro bacio divenne anche più gradevole di prima.
Quello segnò l'inizio, giorno dopo giorno, di una sempre più intima esplorazione del corpo dell'altro. Si carezzavano dapprima attraverso gli abiti, poi Austin iniziò ad infilare le mani sotto la camicia dell'altro, subito imitato dall'amico, e scoprirono che era sempre più piacevole toccarsi in quel modo. Gradualmente scoprirono i punti più sensibili del corpo dell'altro.
Finalmente Austin, che era più ardito dell'amico ed era quello che prendeva nuove iniziative, un giorno slacciò la cintura dei calzoni dell'amico, gli infilò la mano sotto i panni e per la prima volta la posò sul membro nudo ed eretto dell'amico. Quentin emise un mugolio di piacere.
Nel volgere di pochi giorni, giunsero a liberarsi completamente degli abiti per poter gioire l'uno del corpo dell'altro senza impedimenti. Si sfregavano l'uno contro il corpo dell'altro, baciandosi e carezzandosi, premevano e sfregavano le loro erezioni una contro l'altra, finché un giorno Quentin improvvisamente raggiunse l'orgasmo.
Con la voce rotta dall'emozione, ansante, mormorò: "Oh, Austin... è così bello! Io... io ti amo!"
L'amico per un attimo fu sorpreso per questa dichiarazione, ma poi provò, quasi istantaneamente, un forte calore, una gioia intensa, e capì che era vero e che anche lui provava lo stesso sentimento per l'amico.
"Anche io ti amo, Quentin!" gli disse quindi e lo baciò.
"Siamo perciò... amanti, ora?"
"Lo siamo! E lo saremo ancora di più quando i nostri corpi si uniranno più intimamente..."
"Più di così? E come?" chiese Quentin un po' stupito.
Austin, in tutti quei giorni in cui la loro intimità fisica stava inevitabilmente aumentando, aveva riflettuto a lungo su quello che stavano facendo e, mettendo assieme i pochi elementi che aveva era giunto alle logiche conclusioni.
"Tu non vuoi essere mio e farmi tuo?"
"Non lo siamo già?"
"Anche più che fino ad ora? Accogliermi in te ed essere accolto in me?"
"Cosa intendi per accogliere, Austin? Sei fra le mie braccia, non è questo accogliere?"
Austin sorrise, baciò l'amico profondamente, immergendo la lingua nella bocca dell'altro che la succhiò lieve, con voluttà, poi gli disse: "A me piace avere la tua lingua nella mia bocca..."
"Anche a me la tua..."
"E... vorrei che lo facessimo anche con questo..." gli disse carezzandogli il membro, ora nuovamente morbido.
"Credi che..." chiese un po' perplesso il ragazzo.
"Penso di sì... e poi, anche... io vorrei sentirlo entrare in me, e fare entrare il mio in te... qui." gli disse premendogli lieve un dito sulla nascosta rosetta di carne, fra le piccole e sode natiche.
Quentin lo guardò sgranando gli occhi: "Perché?"
"Per fare l'amore come due veri amanti. Per unirci nel modo più intimo e profondo possibile, fondendo le nostre carni... Per dirci l'un l'altro quanto ci amiamo. Non vuoi godere di me e farmi godere di te?"
"Non vi ho mai pensato, ma... se tu vuoi questo da me... ci possiamo provare, Austin. Io non so, non ho mai provato queste cose..."
"Neanche io, mai. Ma lo vorrei, con te. Vi penso e lo desidero da giorni... Sarei molto lieto di unirmi a te in questo modo..."
"Averti in me... essere in te... sì, credo che sia giusto... e bello. Tutto quello che abbiamo fatto fino ad ora è stato giusto e bello, no?"
"Molto bello, mio amante e amato!"
Non riuscirono subito a fare bene quanto entrambi avevano capito di desiderare. Inizialmente erano maldestri, ma a poco a poco, sospinti dal desiderio di dare all'altro quanto sentivano che questi desiderava, guidati dall'istinto, giunsero ad unirsi nel modo più intimo e totale in cui due maschi si possono unire.
L'aumentare del piacere progredì di pari passo al crescere del sentimento d'amore che ora li legava, e finalmente giunsero a darsi l'uno all'altro con crescente gioia e dedizione.
"Ora sono tuo, Austin?" gli chiese un giorno Quentin mentre l'accoglieva con gioia dentro di sé.
"Tanto quanto io sono tuo, amore!"
"Per sempre? Tu e io?"
"Per sempre."
"Ma un giorno... tu ti sposerai e mi dimenticherai..."
"No, mai.
"Me lo giuri?"
"Te lo giuro!"
"E io a te." sospirò felice Quentin, guardando il bel corpo nudo dell'amante che gli si muoveva sopra in un forte, appassionato ritmo, e godendo l'espressione di piacere che fioriva sul bel volto dell'amato.
Anche Austin, mentre lo prendeva, annegava il suo sguardo negli occhi puri e belli dell'amante, si beava del suo sorriso luminoso, godeva il fresco corpo ripiegato sotto di lui che l'accoglieva con tanta gioiosa passione, pregustando il momento in cui si sarebbero scambiate le parti e lui avrebbe accolto il dolce e bel Quentin in sé.