A Giovanni ed Elvira nacque un figlio a cui misero nome Francesco (in onore di papà) e gli facemmo una gran festa per il battesimo. Alla festa, logicamente, c'erano anche i genitori di Giovanni e di Elvira, ben separati e che si guardavano in cagnesco anche se si erano salutati con ipocriti sorrisi. Anche Matteo con Hubert erano venuti giù per l'occasione. Non volendo metterli accanto al padre di Matteo, né fra i parenti di Elvira, li avevamo fatti sedere con noi della casa.
Finita la festa, mentre tutti si salutavano ed avevano cominciato ad andarsene, vidi che il padre di Giovanni e Matteo stava andando a passo deciso e con un'espressione in viso che non prometteva niente di buono, verso Matteo e Hubert.
Riuscii a fiondarmi e ad arrivare accanto ai nostri amici un attimo prima che il padre li raggiungesse.
L'uomo, rosso in viso, cominciò, con voce bassa e minacciosa: "Dovevi proprio venire qui con il tuo ganzo per svergognarci tutti!"
"Signor Marassi, torni a casa, la festa è finita, adesso dobbiamo pulire la sala." gli dissi in tono deciso.
Mi fulminò con lo sguardo: "Sì, pulirla di queste due merde! Non lo sa che mio figlio si fa fottere da quello? Non lo sa di avere due lerci finocchi sotto questo tetto?" disse alzando la voce.
"Non le permetto di offendere i nostri ospiti, signor Marassi. Se ne vada subito, è stato uno sbaglio invitare qui un uomo meschino come lei!" gli risposi interponendomi fra l'uomo e la coppia.
"Ah, preferite avere qui quel maiale di mio figlio e il suo ganzo piuttosto che un uomo per bene..." rispose sempre più alterato il padre di Matteo.
In quella arrivò papà. "Marassi, vattene prima che io m'incazzi. Non voglio queste piazzate qui in casa mia." gli disse in tono secco.
"Io me ne vado quando voglio..."
"Qui ti sbagli. Questa è casa mia e questa è una festa privata. O te ne vai o chiamo il 113!" disse papà.
"Ma quei due sono finocchi, che, non lo sai?" reagì l'uomo.
"Per me possono essere finocchi, o rape o carciofi, che sono affari loro. Vattene di qui." ripeté papà.
"Io prima a mio figlio..." iniziò a dire l'uomo.
Era arrivato anche Giovanni: "Tuo figlio? Di chi parli? Di me? Di Matteo? Siamo orfani di padre tutti e due, non lo sai?"
L'uomo era furente: "Ma che, è un covo di finocchi, questo?" urlò.
Arrivò tutta agitata anche la moglie, che prese a strattonarlo per una manica: "Andiamo, Nino, non ti mettere a fare piazzate."
L'uomo si liberò con violenza dalla presa della moglie e si avventò su Matteo. Hubert allora gli sferrò un gran pugno sul ventre poi un uppercut sul mento in rapida successione e l'uomo cadde in dietro, seduto a terra.
Si rialzò ancora più furibondo ed urlò: "Io lo denuncio a quel porco! Io lo mando in galera!"
"Ma chi denunci tu?" gli disse Giovanni glaciale, "Chi denunci, eh? Tanto, qui, giuriamo tutti che sei cascato e ti sei fatto male da solo..." concluse in tono sarcastico.
"Vieni via, Nino, piantala!" ripeté la moglie in tono di preghiera.
"No che non la pianto, chiamatelo il 113, io vi denuncio a tutti! L'hai visto pure tu, no, Tana! Io..."
"Nino, io ho visto solo che sei cascato e ti sei fatto male. Nessuno t'ha toccato!" gli disse la moglie in tono deciso. "E se provi a denunciare qualcuno, io gli dico come hai pestato al povero Matteo per giorni, e in galera ci vai tu, te lo giuro! È ora che la pianti di fare il prepotente con tutti." poi la donna si rivolse a papà, rossa in viso: "Scusateci, credo che Nino ha bevuto un po' troppo."
L'uomo capì di avere tutti contro, anche la moglie. "Non finisce qui!" disse in tono minaccioso, ma con la moglie che lo spintonava, impaziente e decisa, se ne andò.
Matteo era molto scosso: "Mi dispiace... era meglio se non si veniva..." balbettò quasi.
Papà lo guardò con un sorriso e disse: "No, Matteo, era meglio se non veniva lui, se non si sa comportare da uomo. E tu, giovanotto," aggiunse rivolto a Hubert, "m'hai preceduto appena in tempo, ché stavo per menarlo io..."
"Menarlo?" chiesi io fingendomi sorpreso. "Il pover'uomo ha bevuto troppo e è cascato e s'è fatto male da solo, no? L'abbiamo visto tutti..."
Giovanni rise e dopo poco ridevamo tutti e la tensione era dileguata.
Matteo e Hubert tornarono in Svizzera e all'Agriturismo riprese la solita vita. Non sapemmo più nulla del Marassi e delle sue minacce, a parte che pareva che la moglie, stanca per la violenza dell'uomo, avesse preso le cose in mano e ora lo faceva rigare dritto...
Un anno più tardi festeggiammo un'altra nascita: questa volta era Simona che aveva messo al mondo un paio di gemelline. Facemmo di nuovo una festa anche per il loro battesimo. E logicamente fu invitato anche il nostro "massaggiatore", Sandro. Simona e Marco erano radiosi, ognuno con una delle piccole in braccio.
Fra Menico e me le cose andavano sempre meglio. Ero felice, la vita mi sorrideva, non rimpiangevo affatto la mia vita e il mio lavoro a Milano.
Eravamo a letto, dopo una giornata particolarmente pesante ché avevamo il pieno di ospiti, e stavamo facendo l'amore. Io ero sopra al mio uomo e mi stavo dando da fare a prenderlo con il solito piacere. Lui mi sorrideva beato e mi stuzzicava i capezzoli. Dalla finestra spalancata entravano refoli di un'arietta gradevole che faceva ondeggiare la tenda e carezzava i nostri corpi lievemente sudati per l'intensità della nostra unione.
Era veramente bello fare l'amore, costruire a poco a poco il nostro piacere fino a farlo fiorire in un bellissimo, duplice orgsmo. Ci stavamo rilassando, abbracciati, soddisfatti, godendoci la quiete che segue l'intensità dell'orgasmo, quando da fuori la voce di Elvira chiamò, in tono d'urgenza.
"Menico! Pier! Francesco s'è sentito male! Correte!"
Saltammo giù dal letto, Menico s'affacciò per dirle che arrivavamo subito. Ci rivestimmo in fretta e corremmo giù.
"Che gli è successo? Dov'è?" chiesi a Elvira.
"Giovanni e Marco l'hanno portato su in camera. Non so, è diventato bianco come un cencio e è caduto giù come un sacco di patate. Simona ha telefonato al dottore, che dovrebbe arrivare da un momento all'altro. Io vado ad aprire il cancello..."
Corremmo su in camera di papà e mamma. Francesco era steso sul letto, senza scarpe e con la camicia slacciata, e mamma gli stava passando una pezzuola sulla fronte. Quando l'uomo ci vide, abbozzò un sorriso.
"E che, pure a voi v'hanno chiamato? Mica sto ancora morendo, no?"
"E ci mancherebbe!" esclamai io andando da una parte del letto mentre Menico andava dall'altra.
"Che ti senti, papà?" gli chiese Menico.
"Debole come un neonato."
"Hai dolori?"
"No. Mi sento solo moscio come un pancotto..."
Arrivò il medico che lo visitò accuratamente.
"Niente di grave, Francesco. Tu camperai altri cento anni. È stato solo un abbassamento improvviso di pressione. Devi soltanto riguardarti per un mesetto, non fare lavori, mangiare sostanzioso e prendere queste medicine." gli disse il dottore.
"Questa non ci voleva, con la casa piena di ospiti e tutto il lavoro che c'è da fare..."
"Non stare a pensare a quello, adesso. Per gli ospiti bastiamo noi..." gli disse Menico.
"Ah, grazie... come dire che ormai non servo più a niente..." scherzò papà.
"No, tu sei come le rotaie e noi il treno. Le rotaie stanno ferme ma senza quelle, il treno non corre... Non va da nessuna parte." gli dissi io.
"E che faccio, per un mese? Io non ci so stare con le mani in mano..."
"E invece devi, Francesco, se non vuoi che m'abbiano a chiamare di nuovo in piena notte e tirarmi giù dal letto." gli disse il dottore con un sorrisetto.
"Vuol dire che la prossima volta vedrò di star male di giorno. A che ora ti va bene che mi faccio prendere un malore, eh?" gli chiese Francesco, ironico.
Il medico di famiglia rise: "Te lo farò sapere dalla mia infermiera che conosce tutti i miei impegni!"
Quando poté alzarsi dal letto, riuscimmo a convincere Francesco di occuparsi dei tre piccoli, a cui avevamo costruito un grande box, accanto a cui avevamo messo una poltrona per papà. Per farlo sentire utile, si andava anche a chiedergli consiglio più spesso del solito...
Si riprese lentamente, ma non era in grado di fare i lavori più pesanti come prima. Accettò la nuova situazione con apparente serenità.
Un pomeriggio, ero andato a chiedergli un consiglio, non ricordo più su cosa, quando papà mi disse di sedermi un attimo con lui. Aveva il piccolo Francesco sulle gambe e lo faceva saltellare. Le gemelline dormivano beate sulla carrozzella doppia, accanto a lui.
"Tu e Menico... andate sempre bene, vero?"
"Sì, papà, certo."
"E a te piace il lavoro qui."
"Certo, mi piace molto."
"Bene. Sai, pensavo... Agli altri figli miei non gli interessa lavorare qui, gli piace dove stanno, il lavoro che fanno. Solo Menico è restato, che invece a lui gli piace, anche se lui ha perso una laurea... E tu ormai sei come un figlio, per me, per noi."
"Lo so, e tu mi sei più padre di mio padre, lo sai." gli dissi con affetto.
"Io... mi sa che ormai sono arrivato al capolinea, le forze non sono più quelle di prima. D'altronde, ringrazio iddio che m'ha lasciato vivere per questi settantasei anni."
"E ti farà vivere ancora per..."
"Per quanto vorrà. Allora, pensavo, credo che è ora che l'Azienda passi nelle mani di Menico e tue. La voglio intestare a voi due."
"Ma... papà, e gli altri figli tuoi? E poi, io, che c'entro?"
"Tu c'entri più di loro. Se muoio..."
"Che stai a pensare a queste cose?" reagii io.
"Se non ci si pensa quando s'è vivi, dopo è troppo tardi, no? Lasciami parlare. Ho telefonato a un mio conoscente che fa il notaio a La Spezia e mi sono informato. Se muoio va tutto diviso fra Menico e i fratelli. Se faccio testamento, posso lasciarne al massimo un quarto a te, non di più. Resta l'altra metà. Ho fatto due conti, e se non mi sono sbagliato, dovrei avere abbastanza risparmi in banca, investiti in titoli, per coprire quella metà, dividerli fra gli altri due e lasciare così tutto a Menico e te."
"Ma... bisogna vedere se gli altri ci stanno... Io, dopo tutto..."
"Tu, dopo tutto, stai con Menico, no?"
"Ma se un giorno lui si stancasse di me o io di lui..."
"Che cambia? Se la famiglia di Martino o di Stefano si sfascia, hanno la comunione dei beni e perciò andrebbe metà al marito e metà alla moglie, no? E se non lascio una parte a te, tu invece rischi di trovarti col culo per terra."
"Quando hai capito di noi due, avevi detto... che accettavi ma non eri contento..."
"Non ero contento che Menico è com'è... Perché io sono d'un'altra generazione. Però adesso non è che m'importa più se Menico è così o no, non è per niente diverso da Martino e Stefano, solo perché preferisce te a una ragazza. C'ho messo un po' a capirlo... ma ci sono arrivato. Perciò scordati che avevo detto che non ero contento. Anna e io ti vogliamo bene e siamo contenti che stai col nostro Menico. Comunque... così ho deciso di fare, d'accordo con Anna. Facciamo le divisioni prima che crepo, a noi due vecchietti ci resterà solo l'usufrutto."
"Non sarebbe meglio che prima tu e Anna ne parliate con i vostri tre figli?" insistei io.
"Sì, sì... ma accetteranno, vedrai. Per Stefano e Martino, avere subito i miei soldi invece che aspettare che me ne vado... gli farà gola. Li conosco bene. Mica che sono più attaccati ai soldi che a me... questo no. Però vedrai che accetteranno la mia decisione."
"E Menico? A lui andrà bene?" chiesi io.
"Se non gli va bene... sei tu a doverti preoccupare, più che io." mi disse ridacchiando. Pi aggiunse: "Ti puoi immaginare se non sarà contento. Menico, per fare contento te, resterebbe pure nudo..." poi ridacchiò di nuovo e aggiunse, "Non stavo pensando a quello. Nudo, cioè senza soldi, volevo dire! O magari in tutti e due i sensi!"
Come Francesco aveva previsto, Stefano e Martino accettarono subito. Così papà intestò loro i portafogli con tutte le sue azioni e i suoi titoli, divisi in parti uguali, poi intestò a Menico e a me l'Azienda con annessi e connessi, tenendosi solo l'usufrutto per sé e Anna.
Tutto andava bene, papà s'era adattato al suo ruolo di "nonno" dei tre piccoli ed Elvira era nuovamente incinta, mamma era vispa come un grillo e continuava a lavorare instancabile, la piccola tenuta produceva il sufficiente per noi, gli ospiti e anche per vedere all'esterno parte dei nostri prodotti conservati, che Hubert continuava ad ordinare. Avevamo anche costruito un forno a legna e ci facevamo da soli pane e focacce.
Discutemmo con papà l'idea di assumere un paio di altre persone.
"Eh, adesso che io posso solo occuparmi dei piccoli, poco più, certo che farebbe comodo avere altre braccia giovani e forti. E mi fa piacere che per rimpiazzare me... pensate che ce ne vogliono due e non uno solo!" disse divertito.
"Pier e io, eravamo incerti se cercare un'altra coppia, marito e moglie, o due ragazzi..." disse Menico pensieroso. "È vero che anche le donne lavorano la terra e curano gli animali, ma forse due uomini sarebbero più utili. Tu che ne pensi, papà?"
"Mah, c'è il pro e il contro in tutte e due le soluzioni. E poi, ci sono donne che lavorano quanto e più di un uomo, come la Elvira... quando non è incinta. Simona è più fragile, non è che le manchi la buona volontà. Ma credo che non è così facile trovare chi gli piace vivere quassù, abbastanza isolati, e fare il contadino... Penso che dovete guardarvi intorno e prendere quello che trovate."
Ci mettemmo a cercare, e spargemmo la voce che si cercava un paio di lavoranti robusti; andammo anche a dirlo ai parroci dei dintorni, che più di altri conoscevano la gente del posto.
Fu proprio il parroco di Monterosso che ci chiese se avevamo problemi ad assumere due extracomunitari: "Sono due bosniaci, che erano scappati via per la guerra, fratello e sorella, lui, Milan Prazina, ha ventiquattro anni e lei, Aida Prazina, ne ha ventisei. Facevano i contadini, quando erano a Travnik. Sono due bravi ragazzi, cristiani ortodossi, lui campa facendo lavoretti qua e là e lei fa le pulizie... credo che sarebbero ben contenti di venire su a lavorare con voi..."
Decidemmo di prenderli in prova. Parlavano un italiano sufficiente per comunicare. Erano davvero due grandi lavoratori, si vedeva che erano contadini e, a parte poche cose che gli si doveva spiegare come volevamo che fossero fatte, conoscevano sia il lavoro della terra che la cura degli animali.
Era chiaro che li si sarebbe assunti in pianta stabile, eppure io avevo un problema. Lo dibattei a lungo dentro di me, esitavo a parlarne a Menico, ma sentivo sempre più forte che avevo bisogno di parlarne con qualcuno.
In un primo momento pensai a Giovanni, anche se è più giovane di me. Forse lui poteva darmi un buon consiglio. Ma alla fine, decisi che era meglio aprirmi con Francesco, che aveva più esperienza e che era semper stato un uomo molto equilibrato e buono.
"Papà... so che Menico pensa di prendere i due Prazina in pianta stabile..." esordii.
"Sì, mi sembrano due ottimi elementi e si sono inseriti bene, qui con noi... C'è qualcosa che non va, Pier? Non mi pare che hai un'aria molto convinta... Non sono adatti, secondo te?"
"No, sono in gamba, non c'è che dire... Il problema non sono loro, sono io. Vedi, papà, il fatto è che... è che io mi sento attratto da Aida... molto attratto..."
"E... vuoi metterti con lei?"
"No! Io sto con Menico... però sono... turbato. Scusa se parlo chiaro, ma... mi basta starle vicino che mi viene duro..."
"Ci hai fatto... qualcosa, con la ragazza?"
"No. Mai niente di niente. Però ho paura che... alla lunga... se lei facesse qualcosa, io forse ci potrei cadere."
"Il problema sarebbe diverso se, invece che per Aida, fosse per Milan?"
"No... forse no. Ma forse sì, non lo so. Io non voglio fare questo a Menico... Prima non m'era mai successo, da quando sto con lui. Con nessuno, né maschio né femina, né di noi né degli ospiti... E invece adesso... Io, prima di mettermi con Menico, avevo solo avuto ragazze. Poi solo lui. Ma adesso..."
"Preferiresti stare con una donna invece che con un uomo?"
"No. Io voglio stare con Menico. Dio santo, mi vuole troppo bene, Menico, e anche io gli voglio troppo bene. E stiamo sempre bene insieme anche... anche a letto."
"Pier... Non credi che ti stai facendo troppi problemi? Non credi che è naturale che certe persone, chissà perché, ci fanno... scaldare il sangue e svegliare certe voglie? Aida... ti fa gli occhi dolci, per caso?"
"No... è gentile con tutti, non mi pare che con me... Non mi pare che ci voglia provare."
"Pier, ragazzo mio... E tu credi che in tanti anni che sono sposato con Anna, certe pollastre non m'abbiano fatto quel certo effetto? Credi che non mi sia venuta la voglia di... di fare almeno un assaggio? Credi che, per quanto volessi bene a Anna, non mi sia venuta mai la tentazione di metterle un cornetto? Di concedermi un'avventuretta?"
"E?" chiesi allora.
"E... siccome non volevo fare un torto alla donna che avevo scelto e che m'aveva scelto... ho fatto in modo che non succedesse niente. E più la voglia era forte, più evitavo di trovarmi da solo, o troppo in intimità, con la... sirena. Certe volte pareva difficile... certe volte mi dicevo che magari, solo per una volta... Ma ho saputo evitarlo. È come quando uno ha smesso di fumare; se dice: solo una sigaretta che vuoi che sia, va a finire che invece riprende a fumare. Ragazzo mio, è naturale che queste cose succedono, siamo di carne, mica di marmo."
"Dici che... che non gli devo dare peso?"
"No, al contrario, fai bene a dargli peso. Se non gli dai peso, magari ci caschi. Non credere che per me è stato sempre facile non tradire la mia Anna... ma grazie al cielo ci sono sempre riuscito. E posso dirti una cosa, che più ci riuscivo una volta, più m'era facile riuscire la volta dopo."
"E... io non so se devo parlarne con Menico. Tu ne parlavi con Anna?"
"No, mai. Perché poi magari lei cominciava a preoccuparsi quando non ce n'era motivo. Se ci fossi cascato, allora gliene avrei parlato, credo, perché avrei dovuto chiederle di perdonarmi e di restare con me... e di aiutarmi, magari. No, secondo me, almeno finché è solo un desiderio e che tu gli sai resistere, non ne devi parlare con Menico."
"Ma due che si vogliono bene, non dovrebbero dirsi sempre tutto?"
"Sì, escluso quello che può far stare male l'altro inutilmente. Ecco, io ne parlerei se mi sentissi che ci sto proprio per cadere, magari... Però cerca di accettare che qualcuno ti può fare questo effetto... più cerchi di negarlo, più è facile che ci caschi, credo. Sai, il fascino delle cose proibite. È un po' come se vedi qualcosa che ti piace un sacco in un negozio ma che non ti puoi comprare... magari ti verrebbe anche voglia di fregarlo, ma mica lo fai, no? E nemmeno vai a dire al bottegaio che t'è venuta voglia di derubarlo, no? Ti dici: cazzo se mi piacerebbe avere quella tal cosa, ma non posso. Fine del discorso."
"Grazie, papà..."
"E di che, figlio mio? Grazie a te che m'hai confidato una cosa così personale. E vieni da me ogni volta che ne hai bisogno, che finché il buon dio mi conserva in vita e mi lascia funzionare il cervello, io sono qui anche per te."
Essermi confidato con Francesco m'ha fatto un gran bene, e mi sono accorto pure che, proprio accettando che era naturale che Aida mi facesse quell'effetto, secondo il consiglio di papà, sono riuscito abbastanza in fretta (qualche settimana, voglio dire) a calmarmi, a superare quel problema e a ritrovare la serenità.
Però avevo sottovalutato il mio Menico.
Una sera, quando ci siamo messi a letto, io l'ho abbracciato e l'ho tirato a me, ci siamo baciati...
E lui mi ha detto, in tono gentile, tenero : "L'hai risolto il tuo problema, vero?"
Non capii subito a che si riferisse, proprio perché non pensavo più a Aida e al problema che lei, involontariamente, m'aveva creato con la sua presenza.
"Che problema, Menico?"
"Non ti va di parlarne?"
"No, non è che non mi va di parlarne, è che non so di che problema parli."
"Aida."
Lo guardai stupito: "Te ne sei accorto?"
"Non credi che ti conosco abbastanza? Eri nervoso, teso... e la guardavi in un modo... così, due e due fa quattro..."
"Non c'è stato niente fra lei e me, te lo giuro. Niente di niente."
"Lo so."
"Come fai a saperlo?"
"Eri nervoso quando incontravi lei, mica quando incontravi me. Se ci facevi qualcosa, eri nervoso quando stavi con me, no?"
"Beh... magari potevo fare qualcosa con lei e fregarmene di te, perciò stare tranquillo."
"Un altro, magari sì, ma non tu. No, ti conosco bene, ormai. Forse anche perché, prima di accorgerci che eravamo innamorati, siamo stati amici per tre anni. No, tu sei... trasparente. È una delle cose che mi piacciono un sacco di te. Per quello che ne so, tu non hai mai detto una bugia..."
"Però non t'ho detto niente di Aida..."
"Ma neanche m'hai detto una bugia."
"Perché, se avevi capito, non m'hai detto niente, prima?"
"Perché capivo che non eri pronto a parlarne con me, sennò lo facevi. Adesso ho capito che invece non ti pesava parlarne, e ne stiamo parlando, no?"
"Ne ho parlato con papà, con Francesco. Gli ho chiesto consiglio. Lui mi ha aiutato molto, sai?"
"Non lo sapevo. Non mi ha detto niente. Hai fatto bene a parlarne con lui. Probabilmete è proprio dopo che gli avevi parlato che ho notato che ne stavi venendo fuori."
"Ma, Menico... e se invece ci provavo con lei... e se lei ci stava?"
"Potevo forse impedirlo? Se tu non ne parlavi a me, potevo forse aiutarti a capire cosa era meglio scegliere per te?"
"Ma così... ci sei stato male per colpa mia."
"Per causa tua, forse, non per colpa tua. Io non ho mai dubitato che tu mi vuoi bene... però è vero che ho avuto un po' paura che ti potevo perdere."
"E non hai fatto niente per non perdermi?" gli chiesi stupito.
"Certo che ho fatto qualcosa."
"E cosa?"
"Ho cercato di farti sentire quanto ti voglio bene, e quanto sono felice che tu mi vuoi bene. Io non posso pretendere niente da te, non sono il tuo... padrone. Posso solo accettare quanto tu mi vuoi donare, ed essertene grato. Io non posso e non devo e non voglio legarti a me, ma solo sentirmi legato a te e sperare che anche tu vuoi sentirti legato a me, per tua scelta."
"Menico, sei troppo buono, tu..."
"Troppo buono... significa minchione?" mi chiese sorridendo.
"No, amore mio. Però grazie. Mi dispiace di averti fatto stare male, spero che non succeda più. Mi dicevi prima che forse non potevi aiutarmi a capire che cosa fosse meglio scegliere per me... Adesso io lo so: sei tu l'unica scelta giusta."
"E dire che, quando avevi sospettato che io sono gay e che potevo tentare di provarci con te, avevi deciso di dirmi di no..."
"Con gentilezza, si capisce, senza ferirti..." gli dissi io, sorridendogli teneramente ed accarezzandolo. "Un po' mi dispiace che hai dovuto vendere quella casetta che ha segnato l'inizio della nostra storia..."
"Eh, hai ragione... dovevo vendere te e tenermi la casetta..." mi disse con espressione ridanciana.
"Stronzo!" gli sussurrai ma lui mi mise a tacere baciandomi con passione e portandomi con sé in un'altra dimensione.