Stavo lavorando assieme ad un gruppetto di ospiti. Ero, come al mio solito in quei caldi ed assolati giorni di agosto, a torso nudo e con un paio di cortissimi jeans indosso. Frattanto Menico era andato, con altri nostri ospiti, a cavalcare nei boschi; sua madre era in cucina e stava insegnando antiche ricette alle donne del gruppo e il papà era sceso fino a La Spezia col furgone per fare acquisti.
Il lavoro mi aveva irrobustito e non di rado, specialmente le ragazze, ma non solo, mi lanciavano occhiate piuttosto eloquenti, a volte piene di sfacciata concupiscenza... ma c'ero ormai abituato e quasi non le notavo più.
Fra gli ospiti del gruppetto che seguivo io, c'era anche un certo Roberto, un DJ di una radio privata di Bologna. Era forse la quarta o la quinta volta che veniva lì da noi all'Agriturismo, e ci si dava del tu. Aveva trentadue anni, era forse un po' troppo magro ma nel complesso era ben fatto, ed era anche molto simpatico ed estroverso.
Quel giorno, durante una sosta, mentre gli altri tre del mio gruppo erano andati in casa a prendere qualcosa di fresco da bere, lui sedette accanto a me, sotto un albero.
"Fa caldo, eh?" mi disse.
"Togliti la maglietta, no?" gli dissi io vedendo che era intrisa di sudore.
Annuì e se la sfilò, poi mi disse: "Ma io non ho un torso invidiabile come il tuo..." e mi passò i polpastrelli sul petto.
Ebbi l'impressione che si soffermasse un po' più del necessario su un mio capezzolo e fremetti lievemente.
"Ti dà fastidio?" mi chiese con un sorrisetto malizioso.
Lo guardai negli occhi, senza rispondere.
Lui aggiunse, accentuando il suo sorrisetto: "Scommetto che preferiresti che ci fosse qui Domenico a toccarti così..."
Lo guardai un po' stupito.
Lui continuò: "Guarda che sono gay anche io... e è evidente che voi due state in coppia."
Ero un po' turbato e continuavo a guardarlo senza parlare.
"Mi piacerebbe fare l'amore con te." disse e la sua carezza lieve continuava ed io mi stavo eccitando.
Finalmente riuscii a parlare: "Lascia perdere, per favore. Non mettermi in imbarazzo." gli dissi allontanando con decisione, anche se gentilmente, la sua mano dal mio corpo.
"Cosè, siete una coppia fedele? Niente extra fra voi due?"
"Ma che coppia!" esclamai io in un tono di protesta.
Lui sorrise: "E dai, non me la dai a bere. Vi ho osservati a lungo e so di non sbagliarmi. Se non fate l'amore voi due, io sono un marziano!" esclamò.
Sorrisi a quelle parole ma non dissi niente.
"È tanto che state insieme?" chiese lui.
"Perché insisti?" gli chiesi un po' seccato.
"Te l'ho detto: sono gay e tu mi piaci molto. Anche Domenico mi piace, ma tu mi piaci di più. Se siete una coppia fedele posso anche lasciar perdere, se no, è chiaro che continuo a provarci con te... e magari anche con Domenico, alla prima occasione."
"Lascia perdere..."
"Quindi siete una coppia fedele."
"Non ho detto questo."
"Ma non l'hai negato."
"Uno può dire di lasciar perdere perché preferisce farlo solo con le donne, non lo capisci?"
"Tu? Ma se nemmeno le guardi! Sei gentile con loro, ma come un fratello, non come un galletto... Dai, che non mi sbaglio."
"Mai provarci o farlo con un ospite, è la regola della casa."
"Palle! Io t'ho detto che sono gay, no? Perché non vuoi ammetterlo, almeno con me, a quattr'occhi? Mica andrei a dirlo in giro, no?"
Ero combattuto. Roberto era simpatico ed era il primo gay che conoscevo da quando stavo con Domenico e in un certo senso m'attirava l'idea di potermi confrontare con lui.
Così, invece di rispondere, gli chiesi: "È tanto che sei gay?"
Rise. "Da quando sono nato, probabilmente. Comunque la mia prima volta è stata circa venti anni fa, avevo tredici anni. Già da un po' m'ero accorto che ero attratto dai maschi e non dalle femmine e la voglia di provarci era sempre più forte. Avevo raggiunto la pubertà da un anno e me lo menavo anche più volte al giorno sognando un maschio con cui fare sesso... Erano finite le scuole ed ero appena andato al mare con mia madre. Lei stava in spiaggia ore e ore con le sue amiche, io invece gironzolavo per Rimini, dove avevo alcuni amichetti che m'ero fatto nelle vacanze degli anni precedenti. Mia madre mi lasciava andare in giro senza problemi, bastava che mi facessi vedere per pranzo.
"Un giorno ero andato al cesso della stazione e sulla porta avevo visto disegni e scritte, quasi tutte di gay... Notai che una era del giorno prima e diceva più o meno: dicottenne cerca stessa età per ore liete di sesso, dare appuntamento. Mi ricordo che andai subito a cercare una cartoleria per comprare un pennarello e tornai in quel cesso per scrivere la mia risposta.
"Scrissi che avevo sedici anni e che volevo incontrarlo, magari la mattina dopo. Quando tornai lì la mattina presto del giorno seguente, c'era un risposta alla mia risposta: alle 11 davanti all'edicola, ti aspetto con un Tex Willer in mano. Ero eccitatissimo. Cancellai accuratamente la sua risposta perché non volevo che un altro la vedesse.
"Non vedevo l'ora che arrivassero le undici. Sedetti su un panchina del piazzale della stazione ed aspettai, anche se mancava più di un'ora. Arrivò con il fumetto in mano e mi sembrò bellissimo. Gli andai incontro e gli dissi che ero io quello dell'appuntamento. Lui mi disse che non era vero che avevo sedici anni, e che ero troppo piccolo per lui.
"Io insistetti, gli dissi che lui sarebbe stato il mio primo ragazzo e che io volevo provarci a tutti i costi. Lui sembrava incerto, tentennò per un po' ma poi mi chiese se mi andava di succhiarglielo e poi di farmelo mettere nel culetto e io gli dissi subito di sì... Mi portò a casa sua, ché a quell'ora era solo. Ci spogliammo nudi e mi portò sul letto dei suoi genitori e dopo poco mi insegnava a fare il mio primo sessantanove.
"Poi mi fece mettere a quattro zampe, mi lubrificò il buchetto e mi sverginò. Mi piaceva, anche se faceva un po' male, sentirmelo che mi si agitava dentro. Mi montò per una buona mezz'ora prima di venire e di farmi venire. Gli ero piaciuto e così mi dette appuntamento per il giorno dopo. Ci vedemmo quasi tutte le mattine per fare sesso, e le poche mattine in cui, per un motivo o per un altro, non ci potevamo vedere, ero scontento.
"Pochi giorni prima della fine delle mie vacanze arrivò anche un suo amico che faceva il militare e così gli ultimi giorni l'abbiamo sempre fatto in tre. Il suo amico si faceva inculare anche da me mentre l'altro mi inculava e mi piaceva un sacco. Oppure mi mettevano in mezzo, così uno me lo metteva dietro e l'altro in bocca e anche quello mi piaceva.
"Le vacanze finirono. Per un bel po' non ebbi più occasioni, anche se le cercavo, ma finalmente un giorno un uomo mi abbordò. Non è che quello mi piacesse molto, ma la voglia era troppo grande e così andai con lui. A quello piacevano i ragazzini come me e ne aveva un giro, perciò quando mi propose di farlo in tre o in quattro accettai subito e così conobbi altri ragazzini più o meno della mia età poi anche i loro amichetti e potevo divertirmi a fare sesso con parecchi altri...
"Ecco, questo è stato il mio... svezzamento, per così dire. Molto piacevole, tutto sommato. Ma tu, quando è stata la tua prima volta?"
Mi decisi ad aprirmi: "Circa tre mesi fa."
"Che? Solo?"
"Prima non ci pensavo neppure. Finché non ci ha provato con me un mio caro amico e io... gli ho detto di sì."
"È stato Domenico?" mi chiese lui.
Annuii, quasi che a dire di sì con un cenno invece che con le parole potesse essere meno compromettente.
"E ti piace."
"Sì. Mi chiedo come mai prima non ci avessi nemmeno mai provato."
"Vuoi dire che prima tu andavi solo con le ragazze?"
"Già."
"E che adesso... non ti interessano più?"
"Proprio così."
"Curioso. Non ho mai sentito niente del genere. Voglio dire, se tu fossi stato un bisex avresti dovuto provare anche prima attrazione verso i maschi, e anche adesso verso le femine. Una specie di... conversione, perciò. Incredibile!"
"Si può dire così..."
"E dici che ti piace."
"Da matti. Mi pare che... come se dovesse esser proprio così."
"Ma, scusa, tu te lo fai mettere?"
"Anche."
"E ti piace?"
"Certo."
"E sei fedele a Domenico."
"Proprio così." dissi io con un sorriso.
Lui annuì: "Sei innamorato."
"Siamo innamorati."
"Come pensavo."
"Ma tu non ce l'hai un ragazzo?"
"No. Ne ho avuto uno, ma ci siamo lasciati due anni fa, dopo quattro anni assieme."
"Più vecchio di te?"
"No, eravamo coetanei. Ci siamo conosciuti che avevamo tutti e due ventisei anni. Lui era un pittore, e io ero andato a vedere una sua esposizione di quadri in una galleria, quasi tutti nudi maschili molto erotici. Ne avevo comprato uno. Avevamo parlato un po'. Poi m'aveva invitato a prendere un caffè, poi m'aveva chiesto se non m'interesava andare a vedere il suo studio... Così lo seguii nel suo studio, e dopo pochi minuti eravamo tutti e due nudi come mamma ci ha fatti, che scopavamo come matti.
"A lui piaceva, come me, sia prendere che farsi prendere, e ci sapeva fare, e era anche simpatico così ci siamo messi insieme. Però poi io scoprii che lui in realtà continuava anche a farsi tutti i suoi modelli e io ero geloso e così..."
"Era bravo a fare l'amore?"
"Sì, era davvero bravo."
"Ti manca?"
"Lui? Non più. Ma mi manca qualcuno da amare e da cui essere amato. Cioè non solo una scopata, che quelle sono facili da trovare, capisci?"
"Sì, ti capisco."
"Ma voi due siete già impegnati, perciò... devo stare a posto mio, no?"
Annuii, sorridendogli.
"Ma almeno si potrebbe diventare amici."
"Penso di sì. Ma di tutti e due."
"Chiaro. Peccato, però. Tu, in particolare, mi piaci parecchio."
"Grazie."
Quando potei vedermi a quattr'occhi con Domenico, gli raccontai tutto di Roberto. Lui mi chiese se per caso avevo voglia di provarci e io quasi m'arrabbiavo per quella domanda. Ma lui mi abbracciò e mi disse che era contento che io pensassi solo a lui e per farsi perdonare, mi portò su in camera a fare l'amore.
Più tardi andammo a parlare con Roberto. In quei giorni nacque a poco a poco una buona amicizia e lui ci invitò ad andarlo a trovare a Bologna.
Essendoci tanti ospiti io avevo (felicemente) laciato libera la mia cameretta e dormivo in camera di Menico come le altre volte. Appena ci chiudevamo dentro, eravamo uno nelle braccia dell'altro e si faceva l'amore per un buon paio d'orette prima di addormentarci. Non potevamo far troppo rumore perché nella camera confinante c'era un ospite. A volte era difficile trattenere i gemiti ed i mugolii, specialmente quando raggiungvamo l'orgasmo. Per fortuna il letto non cigolava alle nostre evoluzioni...
Passò l'alta stagione, gli ospiti diminuirono, andarono via e ne arrivarono di nuovi per la vendemmia. Tornò anche Roberto. Poi anche l'autunno passò e l'inverno era alle porte. D'inverno gli ospiti erano pochi e rari. C'era poco lavoro, più che altro di manutenzione.
Si era a metà dicembre quando accadde ciò che, dentro di me, avevo temuto.
Ricordo che la mamma di Menico era andata a trovare una sorella e che in casa c'eravamo solo il papà, Menico e io.
Francesco, il papà, ci eravamo appena messi a tavola, quando a un certo punto dice: "Tanto vale che ci mettiamo un letto matrimoniale, in camera tua, Menico."
Lo guardiamo con due occhi tondi così e Menico dice: "Eh? Cosa?"
"Ma sì, credi che mamma e io non abbiamo capito niente di voi due?"
Io credo di essere arrossito come un pomodoro e avrei voluto sprofondare sotto terra. Anche Menico era teso e non sapeva cosa dire.
Il padre continuò: "Onestamente, non posso dire che ne sono contento. Ma se tu sei così... credo che nessuno di noi ci può fare niente. E tutto sommato... meglio che ti sei messo con Piercarlo invece che con chissà chi, perché almeno lui è un ragazzo onesto, buono e lavoratore."
"Ma... e mamma?" chiese il mio amico con un filo di voce.
"Per un po' ha fatto finta di non capire... come me, d'altra parte. Ma bisogna essere ciechi per non capire cosa c'è fra voi due. Anche se avete cercato di non darlo a vedere. Così ne abbiamo parlato, mamma e io, proprio ieri. Lei mi chiedeva dove abbiamo sbagliato... Ma io credo che non è questione di dove o come o quando; io non credo che abbiamo sbagliato. Credo che ognuno è com'è e che se tu, se voi siete così, non è nemmeno colpa vostra.
"Io non lo so, non ho studiato, però se fra voi due fate... se siete così, voglio dire, non c'è granché da fare e comunque mica fate del male a nessuno. No, non sono contento, ma la vita bisogna prenderla come viene. Anche alla TV qualche mese fa hanno parlato di queste cose e dicevano che non è una malattia né un vizio. E i preti dicono che è sbagliato, ma quelli non capiscono un cavolo della vita, dicono che è sbagliato anche il preservativo ma se uno non lo usasse avremmo può bocche da sfamare che pane per sfamarle.
"Solo mi pareva giusto dirvi che potete fare a meno di farlo di nascosto, che intanto l'abbiamo capito sia mamma che io. Se vi volete bene, meglio così. State tranquilli. Solo con gli ospiti è meglio che fate attenzione, sapete quanto pregiudizio c'è, è meglio per tutti non far nascere chiacchiere..."
"Certo, papà. Grazie, comunque."
"E di che?"
"Di non esserci contro, di non pensare male di noi."
"Sarò ignorante, sarò solo un contadino che ha preso per grazia di dio il diploma delle medie, ma non sono scemo!" disse Francesco con un sorriso. Poi si girò verso di me e diss: "E non fare quella faccia, Piercarlo. Resti sempre il benvenuto in questa casa, per noi sei sempre stato e continui a essere come un figlio in più. Tanto più adesso che sappiamo che sei legato a Menico da qualcosa di più forte di un'amicizia."
Beh, mi sentivo sottosopra, ma ero contento.
Mettemmo davvero un letto matrimoniale nella camera di Menico che divenne così la "nostra" camera. La mamma non affrontò mai l'argomento con noi come aveva fatto il papà, ma avevamo la cosapevolezza che lei sapeva e che ci accettava; anche nei miei confronti continuava ad avere lo stesso atteggiamento affettuoso di prima, anzi, con me era diventata anche più "materna" di prima.
Menico mi disse che era meravigliato, e logicamente contento, che i suoi l'avessero presa così bene. I fratelli ebbero reazioni diverse, ma fondamentalmente anche loro accettarono la nostra relazione e presero a considerarmi come un membro della famiglia.
Solo Martino, il secondo, chiese a Menico chi di noi due facesse il maschio a letto, ma prima che Menico potesse rispondere, il fratello più grande, Stefano, lo rimbeccò dicendo che era una domanda cretina e che quello che facevamo a letto erano cazzi nostri.
Il fatto di essere stati accettati dalla famiglia senza traumi si rifletté anche nel nostro rapporto che divenne, se possibile, ancora più sereno. Era bello poter vivere la nostra relazione, se non proprio alla luce del sole, per lo meno senza troppe cautele e comunque non di nascosto della famiglia.
Fu per ciò che, passate le feste di Natale in cui c'era lavoro, andai a trovare i miei e decisi di dirlo anche a loro. Non so, forse speravo, mi illudevo che avessero una rezione simile a qualla dei genitori e della famiglia di Menico.
Quanto mi sbagliavo!
Ero andato a trovarli. Gli avevo portato alcuni formaggi, conserve ed insaccati, prodotti all'Azienda Agrituristica. A tavola affrontai l'argomento.
"Io vi devo dire una cosa importante." esordii.
"Ti sei fidanzato?" mi chiese subito mia madre con un sorrisetto deliziato.
"Beh, in un certo senso..." risposi io, quindi allo sguardo interrogativo dei miei, continuai: "Io e Menico ci siamo messi insieme."
"Cioè?" chiese accigliato mio padre che doveva aver capito e che evidentemente non ci voleva credere.
"Cioè siamo innamorati e facciamo coppia..."
"Cosa? Vuoi dire che sei un frocio?" tuonò mio padre.
Già l'uso di quel termine era tutto un programma.
"Sì, papà." risposi.
"E vieni a dircelo così? Come se fosse la cosa più naturale del mondo? Ma non ti vergogni? Non hai un minimo di pudore, di moralità? Non potevi tenertelo per te, almeno, invece di sbattercelo in faccia così? Si, papà, sono frocio! E cosa dovrei dirti? Che ti do la mia benedizione?"
E mia madre se ne venne fuori con un frase che mi lasciò di sasso: "Ma non ci pensi all'Aids? Vuoi farci ammalare pure a noi?"
"Mamma, guarda che l'Aids non c'entra proprio niente. E che non si attacca parlando assieme o a darsi la mano..."
"I froci hanno tutti l'Aids." ribatté mio padre.
"Non è vero, e comunque un sacco di etero come voi ce l'hanno. Comunque non è questo il problema. Io e Menico siamo sani."
"Sì, sani! Siete malati, malati nella testa! Ma dio santo, tu te ne vieni qui bel bello e ci dici di essere un pervertito... così come se niente fosse! Potevi risparmiarci una cosa così. Se hai quella disgrazia potevi tenertelo per te, se avevi un po' di pudore. Dopo tutto quello che abbiamo fato per te, è così che ci ripaghi?"
Trovavo talmente assurda la loro reazione, quello che mi dicevano, che rimasi a guardarli senza parole. Le loro espressioni sdegnate, corrucciate, offese e forse anche disgustate, erano per me come tanti schiaffi in faccia e mi sentii montare dentro una specie di rabbia sorda e di ribellione.
Però riuscii a dominarmi e in una specie di accorato appello, rivolto soprattutto a mia madre, dissi: "Credevo che mi voleste bene..."
Lei mi guardò quasi stupita per le mie parole, e rispose, piatta piatta: "Te ne volevamo, certo, prima di venire a sapere una cosa del genere."
"Ah. Me ne volevate... Ma adesso no." ribattei a mezza voce.
"Eh, caro mio, bisogna meritarselo, mica uno ne ha diritto così, senza fare niente. Anzi, facendo esattamente il contrario di quello che un buon figlio deve fare. Hai scelto di vivere da pervertito, come puoi aspettarti che ti si voglia ancora bene? Tu, con noi, hai chiuso." disse mio padre tranquilo tranquillo, come se mi stesse dicendo la cosa più semplice e logica di questo mondo.
Mi sentii il sangue salire alla testa ma riuscii ancora a controllarmi. Mi alzai, andai in camera a fare la valigia, tornai in soggiorno e li salutai: "Va bene, torno a casa mia, visto che questa non lo è più." dissi.
Nessuna risposta. Continuavano a mangiare come se io non ci fossi. Neanche un saluto.
Stavo per uscire, quando invece andai in cucina, dove c'era ancora lo scatolone con i salumi, i formaggi e il vino. Lo richiusi, riannodai la corda e lo portai via. Sarà stata una cosa meschina da parte mia, ma proprio non mi andava che si godessero un regalo che era stato preparato con affetto e che davvero non si meritavano.
Uscii così da quella casa che di colpo m'era diventata estranea come i suoi inquilini.
All'Agriturismo furono sorpresi di vedermi rientrare molto prima del previsto. Quando posai in cucina lo scatolone con i prodotti che avevo portato in dono, l'aprii e li rimisi a posto, la madre di Menico chiese: "Non c'era nessuno?"
"Sì, c'erano..."
"Non li hanno accettati? È tutta roba buona..."
"Non hanno accettato me... e anche io credo di essere roba buona!" risposi. "Perciò ho riportato via tutto. Quella non è più la mia famiglia."
La mamma mi dette una lieve carezza su una mano, e con un sorriso mesto, mi disse: "Hai qui la tua famiglia, Piercarlo. Noi ti vogliamo tutti bene..."
"Grazie... mamma!" le dissi e mi girai per non farmi vedere piangere.
Ma così mi trovai di fronte Francesco, che aveva intuito tutto. Mi strinse a sé per un bevissimo istante, ma con una forte stretta. "Questa è casa tua, Pier. Coraggio. Per noi, lo sai, sei un figlio, ormai."
"Grazie..." gemetti quasi, tentando ancora di trattenere le lacrime.
Francesco capì: "Vai di sopra a disfare la valigia, ora..."
Quando ero arrivato, Menico non era in casa, era in stalla e perciò non m'aveva sentito arrivare. Il padre era andato a chiamarlo, gli aveva accennato quanto aveva capito che doveva essere successo e gli disse di venire su in camera nostra, ché si sarebbe occupato lui della stalla.
Quando Menico entrò, io stavo disfacendo la valigia, e singhiozzavo debolmente, dando finalmente sfogo alla tristezza che provavo.
Menico mi tolse dalle mani i panni che stavo per riporre, tolse la valigia dal letto e mi ci portò sopra, dove mi abbracciò stretto stretto, vestiti come eravamo.
"Papà m'ha accennato..." mi sussurrò.
Gli raccontai cosa era successo con mio padre e mia madre. Lui frattanto mi stringeva a sé e mi carezzava dolcemente.
"Per fortuna ho te... ho voi..." gli dissi in un lamento.
"Certo, hai tutti noi. Papà m'ha detto: vai subito su da lui, che adesso ha bisogno di te più che mai, povero Pier. Ci penso io ai lavori, tu stagli vicino, che è più importante."
"Sì, i tuoi mi vogliono bene più dei miei. Mi vogliono bene proprio come si dovrebbe voler bene a un figlio."
Fu da quel giorno che cominciai a chimare Francesco e Anna papà e mamma. Mi ripresi abbastanza in fretta dallo shock di essere stato rifiutato senza appello dai due che mi avevano generato. Sono sicuro che se un test pre-natale avesse potuto far sapere loro che gli sarebbe nato un figlio gay, mi avrebbero eliminato con un aborto. Beh, mi hanno abortito solo venticinque anni più tardi.
In febbraio papà, cioè Francesco, disse che, dato che avevamo sempre più ospiti, pensava di ristrutturare il fienile, spostandolo sopra le stalle, in modo di ricavarci due piani di nuove stanze, e che perciò aveva intenzione di riservarne una parte per noi due, in modo di lasciare libera la nostra stanza per gli ospiti e noi due si poteva stare più comodi ed essere più indipendenti.
Il geometra propose di fare un ingresso indipendente per la parte che avremmo usato noi (ufficialmente solo Menico, s'intende), che sarebbe stata composta di una camera da letto, un bel bagno, uno sgabuzzino cieco ed una specie di studio-soggiorno-ingresso, il tutto con un impianto autonomo di riscaldamento. Una scala l'avrebbe collegata alla parte sotto il fienile, che era usata come riparo per le auto degli ospiti. Le altre stanze invece, aprendo solo due porte, una per piano, sarebbero state collegate al resto della casa.
Le finestre del nostro nuovo appartamentino davano a ovest, verso la vallata. Con Menico andammo alla Ikea di Genova a comprarci i mobili nuovi, che portammo via con il camioncino e che montammo appena i nuovi locali furono pronti. Per arredare le nuove stanze per gli ospiti, invece, papà aveva scovato, girando per i paesi circostanti, alcuni mobili vecchi, ma in ottimo stato o ben restaurati, più caratteristici di una casa di campagna.
In maggio, pochi giorni dopo esserci installati nelle nostre nuove stanze, festeggiammo il primo anniversario della nostra relazione. Credevamo che questo anniversario fossimo solo noi a conoscerlo, ma a pranzo, alla fine, mamma mise in tavola una delle sue torte, cosa abbastanza inusuale...
Menico, infatti chiese: "E com'è che oggi abbiamo pure la torta? Che festa è?"
Mamma fece un sorriso furbetto e disse: "Và là che lo sai bene, Menico... lo sapete bene tutti e due!" e papà rideva sotto i baffi.
Ci chiedemmo come potessero saperlo... evidentemente dovevano avere intuito che la nostra storia era iniziata quando eravamo andati in Corsica a vedere la casetta che Menico aveva ricevuto in eredità. Comunque la cosa ci fece piacere.
In luglio tornò Roberto, e con lui c'era un ragazzo che ci presentò: si chiamava Dado (cioè Leonardo) aveva ventitré anni e come lavoro faceva il web-master per alcune ditte di Bologna. Era un ragazzo timido, dolce, gradevole. Si erano conosciuti nella discoteca (non gay) dove Roberto faceva il DJ e stavano assieme da quattro mesi e mezzo.
Fu Dado che ci suggerì di aprire un sito per fare propaganda al nostro Agriturismo, e che si offrì di assistermi per il layout, per insegnarmi come caricare o cambiare i files, il linguaggio html eccetera. Dopo che papà e mamma si dissero d'accordo, con Menico decidemmo di comprare un iMac, su suggerimento di Dado, che mi fece anche comprare il domain www.lisandrin.com, e mi insegnò come aprire il sito presso un server. Ci aprì anche due caselle e-mail, una personale e una per il sito.
Così io cominciai ad occuparmi del sito, con l'assistenza via e-mail di Dado. Scoprii che non era difficile come pensavo. Menico aveva scattato belle foto con la sua macchina digitale, ed usammo le più belle per il sito che lentamente prese forma e che finalmente potemmo aprire. Dado mi insegnò anche come fare per immetterne l'URL nei vari motori di ricerca.
Il primo risultato fu che iniziammo a ricevere richieste di informazione anche dall'estero, così decidemmo di fare la pagina anche in francese, tedesco, spagnolo e inglese. Sia Menico che io parlavamo correntemente il francese, io conoscevo bene l'inglese Menico masticava un po' di spagnolo ed io riuscivo a cavarmela in modo passabile in tedesco...
Gli ospiti aumentavano, sì che presto papà dovette assumere una coppia di aiuti fissi, oltre quelli stagonali, Elvira e Giovanni, che erano sposini freschi, lui di ventiquattro anni e lei di ventuno, figli di contadini dei dintorni. Elvira aiutava mamma in cucina, a preparare i prodotti da vendere e per le pulizie e Giovanni aiutava validamente noi sia con le bestie, che nei campi che in casa.
In sei si riusciva a mandare avanti l'Agriturismo, ma solo lavorando sodo, a tempo pieno. Si fece presto amicizia con Elvira e Giovanni, che non solo erano grandi lavoratori, ma anche molto simpatici, buoni ed intelligenti. Ci raccontarono che, siccome le due famiglie si opponevano al loro matrimonio, per antichi rancori, un giorno erano arrivati a casa dicendo che Giovanni aveva messo incinta Elvira. Le famiglie si affrettarono a farli sposare... anche se poi si erano incavolati con i due ragazzi perché la gravidanza non esisteva affatto.
Per questo, essendo pesante vivere in famiglia, appena avevano saputo che papà e mamma cercavano due aiuti per l'Azienda, s'erano presentati di corsa, sperando di essere assunti. Elvira ci sapeva fare con i nostri ospiti, e come conseguenza di questo, aumentarono anche le vendite dei nostri prodotti.
Gli affari andavano di bene in meglio. Ai nostri ospiti offrivamo, oltre ad un luogo in mezzo alla natura dove rilassarsi e mangiare bene, varie attivita: dalle gite cavallo alle escursioni a piedi, da qualche lavoro nei campi, alla racolta della frutta, alla vendemmia, dalla cura delle stalle, e dei vari animali che avevamo alla cura dell'orto e del giardino; potevano anche prendere parte ad attività come la vinificazione, l'insaccamento dei salumi, fare formaggi, marmellate, liquori con le erbe eccetera.
Poi Menico decise di vendere la casa in Corsica, in cui non avevamo quasi tempo di andare, per poter costruire nuove stanze, perché in alta stagione dovevamo rifiutare parecchie richieste. Così papà decise di assumere altre due persone, anche questa volta una giovane coppia, Marco e Simona, lui di ventisei anni, ex operaio ai cantieri di La Spezia e lei di venti, maestra d'asilo disoccupata.
Papà una volta mi disse: "Dopo che gli altri figli se ne sono andati, noi tre da soli si vivacchiava... Tutto ha ricominciato ad andare ben quando sei venuto tu qui a lavorare, Pier."
"Beh, non è che sia merito mio..."
"E invece sì che lo è. Non stare a farmi il modesto, adesso. Come non te la mando a dire se fai qualcosa che non mi piace, accetta che ti renda i meriti che hai. E non ultimo quello di fare felice il nostro Menico..."