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una storia originale di Andrej Koymasky


pin NON VOGLIO UN AMANTE CAPITOLO 10
QUASI UN TRIBUNALE

Dopo tre giorni, una sera Dario chiamò Marco al telefono di casa.

"Sono Dario Beltrame. Posso parlare con il signor Sabbadin?"

"Dario! Sono io. Che, non riconosci più la mia voce?"

"Ah, ciao. No, non t'avevo riconosciuto... pensavo che potesse essere il tuo ragazzo..."

"No, nessun ragazzo. Sempre single."

"Mi aveva detto Tullio che stai con un ragazzo mulatto..."

"Solo una bella amicizia. Beh, piuttosto intima, comunque. Ma solo amicizia. Come state, tu e Carlo?"

"Bene, molto bene, grazie. Senti, Carlo e io dobbiamo venire a Firenze per lavoro e ci si ferma una settimana. Avremmo piacere di vederti."

"Sì, certo, con vero piacere. Purtroppo però non vi posso ospitare, casa mia è davvero piccina."

"Nessun problema, abbiamo già prenotato all'Albani, vicino a Santa Maria Novella."

"Quando arrivate?"

"Giovedì sera, per le sette."

"Alla stazione?"

"No, direttamente in albergo. Scendiamo in auto."

"Allora, se per voi va bene, fra le sette e le sette e mezzo mi trovo all'Albani..."

"Ottimo, così ceni con noi."

Marco era contento di rivedere, dopo tanto tempo, sia Dario che Carlo. Non gli aveva chiesto che lavoro dovessero fare a Firenze... Beh, aveva una settimana di tempo, dopo tutto. Pensò che doveva farli conoscere a Gian. Era sicuro che si sarebbero trovati reciprocamente simpatici. Magari poteva organizzare qualcosa per la domenica.

Si incontrarono con evidente, reciproco piacere. I due amici sistemarono le proprie cose nella stanza, poi andarono con Marco al ristorante. Dopo aver chiacchierato un po', mettendosi al corrente reciprocamente di quanto era accaduto dall'ultima volta che s'erano visti, Dario disse. "Ah, sai, la moglie di Stelvio è morta..."

"Morta? E come?" chiese il ragazzo lievemente stupito. "Doveva avere poco più di sessanta anni..."

"Un cancro. Se n'è andata piuttosto in fretta. Così Stelvio è di nuovo libero... e solo." disse Dario.

"Già."

"E m'ha chiesto se sapevo come rintracciarti. Gli ho detto di no, che anche io avevo perso le tue tracce."

"Meglio così. Perché voleva sapere dove sono?"

"Anche io gliel'ho chiesto. Dice che ha capito di... avere bisogno di te." gli rispose Dario guardandolo negli occhi per captarne la reazione.

"Bisogno di me! Sì! Come le altre volte... per farmi ancora del male. Non dico che fosse sua intenzione farmene, ma... tu lo sai, no? È andata sempre così, fra lui e me. Lui ha sempre e solo usato la parte di me che gli interessava: il mio culo... e magari anche la mia compagnia, lo ammetto, ma ha sempre rifiutato... tutto il resto."

Carlo intervenne: "Sei ancora innamorato di Stelvio... vero?"

"Sì..." rispose con voce stanca Marco. "Vedete, non ci posso fare niente, non riesco a togliermelo dal sangue, dal cuore. Qui a Firenze ho conosciuto un ragazzo speciale..."

"Il mulatto?" chiese Carlo.

"Sì, Gian-Marco, Gian... Avrebbe tutto per essere amato, veramente tutto... eppure non ne sono innamorato... Per foruna neanche lui lo è di me, altrimenti si riprodurrebbe fra lui e me il problema che c'è fra me e Stelvio. Uno innamorato e l'altro no. Mi piacerebbe che voi conosceste Gian, il mio migliore amico qui a Firenze. L'unico con cui, oltre ad andare a letto, mi sono pienamente confidato. Un vero amico, insomma."

"Sì, lo conosceremo volentieri, vero, Carlo?"

"Certo."

"Pensavo che domenica, se siete liberi, si potrebbe passare la giornata assieme." propose Marco, che non aveva voglia di parlare di Stelvio.

"Sicuro, si può fare." assentì Carlo dopo aver avuto un cenno di assenso dal suo uomo.

Ma Dario riprese: "Ho parlato a lungo con Stelvio... Gli ho detto che non doveva cercarti. Gli ho detto chiaro e tondo che ti ha già fatto soffrire abbastanza. Non sono stato tenero con lui."

"Hai fatto bene." commentò Marco, ma abbassò lo sguardo, quasi fosse pentito, o almeno incerto, di queste parole.

"Stelvio mi ha detto di averlo capito. Mi ha dato ragione, riguardo al fatto che t'ha fatto soffrire. Però insisteva che di vuole rivedere... anzi, per dirla con le sue parole, che ti deve rivedere."

"E per che cosa? Che senso ha? Perché non si dimentica di me e non mi lascia in pace?" chiese in tono triste e stanco.

"Forse per... chiederti scusa?" propose Carlo.

"Non ne ho bisogno. Non ho bisogno delle sue scuse."

Dario continuò: "Non m'ha voluto dire perché ti vuole rivedere, Marco. Però mi è sembrato che ci tenesse molto. Gli ho chiesto che cosa volesse da te, ma l'unica risposta che gli ho cavato di bocca è stata: vederlo."

Marco fece un risolino ironico: "Posso mandargli una mia foto. Magari nudo e di spalle, così rivede la parte di me che più gli interessava."

In realtà Marco era combattuto. Da una parte averebbe voluto rivedere Stelvio e dall'altra non ne voleva sapere più niente. Quello che l'infastidiva era che, solo a pensare, a parlare di lui, gli stava procurando una lieve ma avvertibile eccitazone erotica.

"Logicamente noi non gli diremo niente, non gli daremo il tuo telefono, e diremo che a Firenze non siamo riusciti a trovarti..." iniziò a dire Dario.

"Sapeva che venivate qui?"

"Sì, e ci ha chiesto di cercarti. Non gli diremo niente, se non vuoi, però..." continuò Dario, "Tu sai che conosco piuttosto bene Stelvio e... beh, ho la netta impressione che per lui sia davvero molto importante poterti rivedere."

"Importante? Per cosa? Magari per portami di nuovo a letto, e poi darmi il benservito alla prima occasione? No, grazie. A letto Gian non è da meno di lui. Come amico è forse anche meglio di lui. E almeno non ci sono complicazioni affettive, con Gian. Se ci si dovesse separare, lasciare, nessuno di due ne soffrirebbe. Che senso ha che io incontri Stelvio... e che così io riapra ferite che ancora non si sono rimarginate?"

"Ti capisco, Marco. Eppure... più che non le parole o l'insistenza con cui Stelvio mi ha chiesto di aiutarlo a ritrovarti, sono i suoi occhi che mi fanno pensare quanto sia importante per lui incontrarti."

"I suoi occhi? Cioè?"

"Neanche quando ha rischiato di essere ridotto sul lastrico, di dover dichiarare fallimento e perdere tutto, aveva uno sguardo così... smarrito, preoccupato... sofferente, implorante. È proprio quel suo sguardo che m'ha convinto a parlartene, ché altrimenti non t'avrei neppure detto del suo desiderio di rivederti."

Marco non rispose. Continuava dentro di lui la battaglia fra i due diversi istinti, anzi la battaglia si stava facendo sempre più violenta, tanto che iniziò a tremare lievemente.

"Se almeno sapessi perché vorrebbe incontrarmi..." disse Marco a bassa voce.

"Non me l'ha voluto dire. Quando glielo chiedevo distoglieva lo sguardo, ma non abbastanza in fretta perché io non potessi vederci un'ombra di... dolore."

"Dolore?" chiese Marco stupito.

"Quando si sentiva finito, finanziariamente, intendo, c'era una luce di sfida nel suo sguardo. Era lo Stelvio che conosco, che finché ha vita in corpo, lotta. Lo Stelvio sicuro di sé, che sa quello che vuole e che è certo di riuscire ad ottenerlo. E invece, quando mi parlava di te..."

Marco chiuse gli occhi e fece un profondo sospiro. Per un poco nessuno parlò.

Poi il ragazzo disse: "Se solo accettassi di incontrarlo... so già che gli basterebbe allungare la mano per prendermi e farmi fare quello che vuole. Per ciò non posso. Mi sento troppo debole, con lui."

"Non posso, né voglio costringerti ad incontrarlo, Marco, davvero. Però..." disse Dario.

"Potresti almeno sentirlo per telefono..." suggerì Carlo.

Marco annuì: "Forse. Se lo chiamo io però avrebbe il mio numero e non mi va. Potresti chiamarlo tu, Dario?"

"Adesso?" chiese l'uomo un po' stupito per l'inattesa resa.

"Ma sì, adesso."

Dario compose il numero. "Pronto? Sono Dario... da Firenze..."

"L'hai trovato? Gli hai detto..." chiese Stelvio.

"Sì. Resta in linea." rispose l'uomo e porse il telefonino a Marco.

"Pronto?" questi sussurrò quasi.

"Marco?"

"Sì."

"Sono Stelvio..."

"Sì."

"Ho bisogno di vederti."

"Bisogno?"

"Sì, bisogno."

"E per cosa?" chiese Marco.

"Per parlarti."

"Lo puoi fare per telefono."

"No, ho bisogno di guardarti negli occhi. È troppo importante."

"Importante? Per chi?"

"Per me... e forse anche per te, almeno spero."

"Non mi hai già fatto... abbastanza male?"

"Sì." ammise Selvio prontamente.

"E allora? Vuoi farmene ancora?"

"No! Lasciami venire a Firenze, oppure vieni a Torino, come vuoi, ma ho davvero bisogno di vederti, di parlarti."

"Non capisco..."

"Spero proprio di poterti far capire..."

"Provaci."

"Non per telefono. Il telefono, una lettera, possono nascondere la verità, coprire una menzogna, sono un filtro. Voglio comunicare con te direttamente, di persona. Non voglio filtri."

"Anche di persona... potresti essere un buon attore ed ingannarmi per ottenere quello che vuoi."

"Non ti ho mai ingannato, questo lo devi ammettere."

"È vero..."

Marco sentiva le sue difese sgretolarsi rapidamente, si sentiva vicino a capitolare. In un ultimo tentativo di difesa, pose alcune condizioni.

"Qui a Firenze."

"Sì."

"Non da soli."

"Come vuoi."

"In un luogo pubblico..." aggiunse sentendosi un po' esagerato.

"Bene. Quando e dove?" chiese l'uomo con urgenza.

"Domenica prossima."

"Sì, a che ora, dove?" insisté l'uomo.

"Alle 10 in Piazza della Signoria, accanto al Davide."

"10 di mattina, no?"

"Certo."

"Ci sarò. Grazie."

"Aspetta un attimo..." disse e misse una mano sul microfono. Sottovoce chiese: "Ci sare, voi due?"

Dario e Carlo annuirono.

"Sì, d'accordo. Ci saranno anche Dario e Carlo e, credo, un mio amico di Firenze. Ti va bene?"

"Come vuoi tu. Grazie." ripeté l'uomo.

Marco chiuse il telefonino e lo rese a Dario. "Grazie." disse in tono assorto.

Quando lasciò i due amici, uscito a prendere la propia Panda, chiamò subito Gian. Gli chiese se potevano vedersi e l'amico accettò. Quando furono assieme, gli raccontò della visita di Dario e Carlo, poi della telefonata con Stelvio e gli chiese se fosse disposto a passare la domenica con loro. Soprattutto quando avrebbe incontrato Stelvio. Gian accettò immediatamente, ed anzi chiese se non poteva incontrare Carlo e Dario già il sabato, in modo di conoscersi già un poco prima dell'incontro della domenica mattina.

Il sabato pomeriggio andarono tutti e quattro a Fiesole e, come Marco si aspettava, Gian legò subito con i due amici di Marco. Non parlarono di Stelvio, se non alla fine e solo per darsi appuntamento per il giorno dopo alle 10 in Piazza della Signoria.

Quando furino soli, Marco chiese a Gian se poteva dormire con lui, quella notte, nel suo pied-à-terre e fare l'amore. Gian accettò con un sorriso, gioiosamente come era il suo solito.

Dopo aver fatto lungamente all'amore, Marco disse: "Statemi vicini, domani... ho paura di... di dirgli di nuovo di sì, se mi vuole."

"E lasceresti un ottimo lavoro?" gli chiese Gian.

"Temo di sì... sono ancora troppo innamorato di lui per resistergli."

"Pensi che ti voglia di nuovo con sé?"

"Ne sono quasi sicuro. E quando Stelvio vuole qualcosa, tanto fa finché l'ottiene. Specialmente da me."

"Posso capirlo, specialmente per quanto riguarda te."

"Ma che, tieni per lui o per me?"

"Per te, si capisce. Tu sei il mio amico, lui per me non è niente. Anzi, è quello che ti fa stare male."

Quella notte Marco quasi non dormì e la mattina seguente aveva gli occhi cerchiati ed arrossati. Quando si vide allo specchio, disse a Gian: "Bene, ho un aspetto abbastanza brutto."

"Non abbastanza, temo." gli disse sorridendo l'amico.

Si trovarono con Dario e Carlo, fecero colazione assieme, poi andarono a piedi fino a Piazza della Signoria, che era già piena di turisti. Stelvio era già accanto alla statua del Davide e si guardava attorno, evidentemente per vederli arrivare.

Appena Marco lo vide, si sentì tutto rimescolare dentro. Anche Stelvio li vide ed andò loro incontro.

"È lui... è già qui..." susurrò Marco a Gian.

Si incontrarono e Dario fece le presentazioni fra Gian e Stelvio.

"Grazie per avermi permesso di venire..." disse l'uomo a Marco.

Il ragazzo notò che Stelvio era nervoso, ma anche determinato.

"Allora?" disse Marco guardandolo negli occhi, cercando invano di avere uno sguardo freddo.

"Camminiamo?" propose Stelvio, "Posso stare fra te e il tuo amico?"

"Sì, va bene. Allora?" chiese di nuovo Marco.

Era contento di parlare camminando, così non era costretto a guardare negli occhi Stelvio.

"T'ho fatto soffrire, Marco."

"Sì."

"Perché ho pensato sempre e solo a me."

"Sì."

"Credevo che bastasse darti... cose materiali, per compensarti."

"Già."

"Ma non t'ho mai dato la cosa che per te era più preziosa, più importante."

"Proprio così."

"Non ho mai voluto dartela. Eppure... eppure avevo bisogno di te... ho bisogno di te."

"Non di me. Solo della parte che ti faceva comodo."

"Sì, sicuramente t'ho dato quest'impressione... perché anche io la pensavo così, credevo che mi bastasse solo una parte di te."

"Ora la pensi in modo diverso?" interloquì Gian.

"Mi sono chiesto perché, in questi ultimi tempi." rispose Stelvio, un po' a tutti. "E credo... sono sicuro di averlo capito."

"E sarebbe?" chiese allora Dario.

"Non ho mai voluto ammettere a me stesso, e perciò tanto meno a Marco... che avevo bisogno di lui perché..." tacque poi concluse, precipitosamente, "perché in realtà anche io sono innamorato di lui!"

Marco si fermò e lo guardò stupito, incredulo, diffidente, incerto... "È la tua ultima tecnica per avermi?" gli chiese poi, quasi in tono di sfida.

"No. O forse sì, ma non una tecnica, voglio dire. Ma per averti, sì. Se tu ancora mi volessi."

Marco gli disse: "Magari ti dà fastidio, ma io sono ancora innamorato di te."

Stelvio rispose: "Magari non ti importa più, ma anche io ora so di essere innamorato di te."

"E come hai fatto a... scoprirlo?" gli chiese Carlo.

"E perché ci avresti messo tutto questo tempo?" chiese Dario.

"E come può crederti, ora, Marco?" rincarò la dose Gian.

Marco da una parte si sentì grato ai tre amici per il loro sostegno, ed al tempo stesso provò pietà per Stelvio, che doveva fronteggiare, e tentare di convincere, ben quattro persone.

Stelvio fece un lungo respiro, come per radunare tutte le proprie forze, poi disse: "Quando avevo ventiquattro anni... m'ero innamorato, per la prima volta in vita mia. Si chiamava Gianluca, aveva diciannove anni. Avrei fatto qualsiasi cosa per lui... qualsiasi cosa... Ma lui non era innamorato di me... mi usava... mi faceva girare come un burattino... finché ha trovato qualcuno che era ricco, come io allora non ero, e che lo poteva mantenere nel lusso, e così, dall'oggi al domani, se n'è andato... E allora ho deciso che dovevo diventare ricco anche io e... e così potevo comprare tutti i ragazzi che volevo, usarli poi buttarli via. Sesso, compagnia, ma assolutamente niente sentimenti. Solo che... solo che con Marco, nonostante ci abbia provato diverse volte... non ci sono riuscito."

"O ci sei riuscito anche troppe volte..." lo corresse Gian.

"Sì, forse. Ma vedete, è un po' come chi dice che è facile smettere di fumare, perché ci è già riuscito... anche troppe volte." commentò l'uomo con un sorriso triste.

Poi riprese: "Ma perché, ogni volta che... riuscivo a smettere di fumare, per così dire, poi ci ricascavo? Ecco: era perché seguitavo a fuggire dall'amore, ma non mi era possibile. Non fuggivo, in realtà, dall'amore che Marco mi dava, che anzi, forse proprio questo me l'aveva reso differente da tutti gli altri ragazzi, migliore di tutti gli altri. No. Fuggivo all'amore che il mio subconscio sapeva esserci, amore per Marco, ma che il mio conscio voleva continuare a negare."

"Tutto questo che dici potrebbe essere anche convincente, anche vero, ma chi garantisce a Marco che sia proprio così?" chiese Gian.

"Purtroppo... solo le mie parole." ammise mestamente l'uomo. "Che altro?"

"Saresti disposto... a fare con lui un patto come quello che avevi fatto con Renata?" gli chiese Carlo.

"Sì, certo, di corsa. Ma so che Marco non è questo che vuole. Se anche gli dessi la metà dei miei averi, se anche lo facessi mio socio alla pari... e lo farei volentieri, so che questo non gli garantirebbe la sincerità il mio amore."

"E magari aspetteresti che il cancro porti via anche me..." disse Marco con lieve sarcasmo.

"Però è diverso. Il patto con Renata era per avere i suoi soldi, non per darglieli..." disse Carlo.

"E io lo farò, anche se so che questo non è sufficiente per rassicurare Marco. Ma che altro posso fare? Ditemelo voi, che volete bene a Marco. Qualsiasi cosa io posso fare, lo farò."

Marco guardò gli amici, che ora erano fermi in un capannello, ad uno ad uno negli occhi, poi a mezza voce disse: "Io... io gli credo. Forse solo perché sono ancora innamorato di lui e perciò voglio credergli..."

"Anche io gli credo!" affermò Carlo.

"Non lo conosco come voi, è vero... ma anche io gli credo. E io non sono innamorato di lui, che anzi vorrebbe portarmi via un caro amico." ammise Gian con un sorriso.

Guardarono tutti Dario: "Io lo conosco da più tempo di tutti voi..." esordì l'architetto. "Non mi aveva mai raccontato di questo Gianluca. Ma alcune frasi che ora ha detto, mi hanno riportato alla memoria certe allusioni che aveva fatto in passato, e a cui non avevo dato peso." disse in tono pensoso.

"E?" lo sollecitò Carlo.

"E... penso e spero di non sbagliarmi, ma... anche io gli credo."

"Stelvio..." disse allora Marco.

"Sì?" chiese l'uomo, con voce quasi tremante, emozionata.

"Lo capisci che... che questa volta... rischi non solamente di ferirmi, ma di distruggermi?"

"Lo capisco."

"Sei disposto a... farmi correre questo rischio?"

"No. Non voglio farti correre nessun rischio, Marco." disse l'uomo. "Se puoi accettare di... di riprovarci con me... spero di saperti dare tutto l'amore che meriti, di cui hai bisogno, e che io ho bisogno di darti. Spero non solo di non ferirti mai più, ma di essere capace di rimarginare le ferite che ti ho fatto. Ti prego, Marco, se puoi... se vuoi..."

"Sì..." disse il ragazzo con un filo di voce.

"Accetti?" chiese Stelvio con un misto di stupore, gioia, sollievo, gratitudine nei suoi occhi.

"Sì." confermò il ragazzo guardandolo dritto negli occhi.

"Però..." intervenne Gian con un ampio sorriso, "Però stai accorto, Stelvio. Vi terremo d'occhio e se farai ancora soffrire Marco, io vengo su e ti spacco le ossa, te lo giuro! E spero che Dario e Carlo mi daranno una mano!"

"Se lo farò ancora soffrire, avrete tutte le ragioni per farlo." disse Stelvio aprendosi in un grato sorriso.

"Se ti metti di nuovo con lui, Marco, dovrai rinunciare al tuo lavoro, che ti piace ed è pagato bene." disse Gian.

"Certo."

"Allora prima Stelvio ti fa suo socio alla pari, poi potrai licenziarti." aggiunse Gian.

"Non è necessario. Mi fido di Stelvio..." obiettò Marco.

"No, io sono d'accordo con Gian." disse Dario.

"E così sarà." affermò Stelvio.

"Non mi baci?" chiese allora Marco all'uomo.

Stelvio arrossì (nessuno mai l'aveva visto arrossire, prima) prese fra le braccia Marco e lo baciò con passione.

Quache passante li guardò stupito, uno gridò: "A finocchi!"

Stelvio rise e disse in risposta, ad alta voce: "Da che l'hai capito, intelligentone?"


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