La rinnovata relazione fra Stelvio e Marco pareva procedere senza scossoni. Il ragazzo cercava di non far trasparire troppo il suo innamoramento, per non alienarsi di nuovo l'uomo, e questi era deciso a non perdere nuovamente quello splendido compagno che dopo l'ultima rottura non aveva avuto il coraggio di andare a cercare, ma che il destino gli aveva messo... sullo stesso aereoplano.
Dario, nel frattempo, s'era fatto un ragazzo fisso, uno studente d'architettura di ventiquattro anni che era andato a fare uno stage nel suo studio. Lo studente lavorava con Dario da tre mesi quando i due, in qualche modo, s'erano "capiti". Poiché si sentivano entrambi attratti verso l'altro, per Dario era stato semplice portarselo a letto. E dopo poche settimane, s'erano accorti di volersi bene, ed avevano deciso di mettersi assieme.
Il ragazzo chiamava Carlo Peirot, la sua famiglia, di religione valdese, abitava a Torre Pellice. I genitori sapevano che Carlo era gay, e quando Carlo aveva comunicato loro che andava a vivere nella casa dell'architetto presso cui stava facendo lo stage, perché erano diventati amanti, avevano accettato senza problemi, anzi con un certo favore, che si fosse messo con Dario.
Così le tre coppie di amici a volte si trovavano, ora a casa dell'uno ora dell'altro, oppure per andare tutti e sei assieme da qualche parte, al cinema, al ristorante, a vedere una mostra o altro.
Tullio era sempre un po' freddo nei confronti di Stelvio, ma l'uomo pareva o non rendersene conto o non dare peso alla cosa.
Dario e Carlo, come Tullio e Romano, a volte si dimostravano di fronte agli altri amici una qualche forma di affettività, che poteva andare dal darsi un bacetto, tenersi semiabbracciati, sedere sulle gambe dell'altro e così via. Ma Marco s'era reso conto che Stelvio non aveva mai queste manifestazioni nei suoi riguardi... Certo, si diceva Marco, le altre due coppie erano innamorate, Stelvio non lo era di lui.
Eppure anche Stelvio era così pieno di tenerezza nei suoi confronti quando erano a letto assieme per fare all'amore... Soprattutto prima e dopo essersi uniti. Proprio questo atteggiamento dell'uomo continuava a far illudere Marco, più o meno inconsciamente, che doveva solo avere pazienza, perché Stelvio un giorno potesse finalmente innamorasi di lui.
Ma, all'insaputa di tutti, la tempesta si stava addensando sul capo di Stelvio. Durante un'inchiesta, la guardia di finanza trovò elementi che facevano sospettare che l'uomo frodasse in qualche modo il fisco. Quando gli agenti, con un mandato di perquisizione, invasero gli uffici dell'agenzia di import-export di Stelvio ed iniziarono ad esaminare minuziosamente tutta la documentazione della ditta, paragonandola con altri documenti che erano nelle loro mani, venne allo scoperto la lunga abitudine dell'uomo ad evadere pesantemente le tasse.
Vi fu il processo, e Stelvio, oltre ad una condanna ad un anno e sei mesi, con la condizionale poiché la sua fedina penale era pulita, fu condannato a pagare tutto quanto aveva evaso oltre ad una pesante multa.
Marco non aveva saputo niente di tutto ciò, finché ne parlarono i mezzi di comunicazione: giornali, TV e radio parlarono dello scandalo.
Fino ad allora Marco aveva notato un certo nervosismo nell'uomo, che aveva anche rallentato le sue visite a casa del ragazzo, e che anche nel fare all'amore pareva diverso, tanto che Marco aveva temuto che Stelvio si stesse nuovamente stancando di lui.
Aveva appunto appena scoperto il problema di Stelvio, quando questi si fece vivo con lui, andandolo a trovare.
"Marco... credo che tu abbia saputo attraverso cosa sto passando..."
"Sì, Stelvio... mi dispiace..."
"Purtroppo sono riusciti a beccarmi. Ho presunto troppo a lungo di essere più furbo di loro. Non so se riuscirò a sopravvivere, finanziariamente. Perciò devo dirti che, purtroppo, non posso più fare versamenti sul tuo conto..."
"Questo è il meno, Stelvio! Ho qualche risparmio, e spero di trovare qualche lavoro al più presto, ho mandato parecchi curricula in giro. Anzi... se ti può far comodo... io posso vendere questo appartamento e l'auto e darti i soldi, che dopo tutto sono tuoi..."
Stelvio sorrise: "Sei gentile, ma non servirebbe... No, tieni tutto. Il mio problema ammonta a parecchi miliardi..."
"Di euro?" chiese il ragazzo sgranando gli occhi.
L'uomo fece un sorriso tirato: "No, di lire. Comunque sono davvero troppi e temo di dover dichiarare fallimento e di dover chiudere tutto."
"Beh, per poco che sia... so che questo appartamento è aumentato di valore, ultimamente, e..."
Stelvio scosse la testa: "No, grazie. Anche Dario mi ha proposto di prestarmi una certa somma, e, da vero amico quale è, mi ha detto che gliela potrei rendere con comodo e coprendo solo la svalutazione... Condizioni ottime. Ma non risolverei i miei problemi. No, Marco, mi sono fatto dal niente, e se è il caso, ricomincerò dal niente."
Seguì un periodo strano, in cui a volte Stelvio andava da Marco quasi tutte le sere, ed a volte non si faceva più vivo per oltre una settimana. Inoltre Stelvio quasi non frequentava più gli amici. Marco era preoccupato ed era perciò andato a parlare con Dario della situazione finanziaria dell'uomo.
"Stelvio è rimasto molto colpito dalla tua offerta di vendere l'appartamento per aiutarlo. Non se lo aspettava davvero." gli disse Dario, "Ma ha ragione lui, il tuo sacrificio non servirebbe neppure ad alleggerire i suoi problemi. Io potrei fare qualcosa di più di te, ma ha anche rifiutato il mio aiuto: è un uomo orgoglioso."
"Ma fra te e me, e magari altri aiuti..." obiettò Marco.
"L'aiuto si può offrire, non imporre. Comunque Stelvio non è uomo da arrendersi tanto facilmente. So che si sta dando da fare e, se è fortunato, se la caverà."
E Stelvio trovò una via d'uscita. Una sera andò da Marco e, dopo aver fatto all'amore, gli disse: "Marco, io il prossimo mese mi sposo..."
"Tu... ti sposi?" chiese il ragazzo sgranando gli occhi.
"Sì. Con Renata Dalla Rizza, una mia lontana cugina... Forse hai sentito parlare di lei. È molto ricca, dispone di ingenti capitali, ed è disposta a farmeli usare per appianare le mie pendenze con il fisco."
"Ah, vedo. E che vuole in cambio?"
"La comunione dei beni, cioè la cointestazione di tutte le mie attività e beni. Tutto sommato poca cosa, visto che così, fra i suoi soldi e vendendo una parte delle società che controllo, riesco a restare in sella."
"Bene..."
"Però lei... ha posto una condizione..."
"Cioè?"
"Lei conosce bene le mie... preferenze. Vuole che io abbia una... rispettabilità sessuale..."
"Ma... se sa che sei gay... perché accetta di sposarsi con te? Non capisco..."
"È una donna strana... Ha già divorziato due volte... perché... a lei piace dominare il suo uomo... Sa di te e... vuole che io tronchi definitivamente con te, come con tutti i miei amici gay. E devo farlo, capisci..."
"Come fa a sapere di me?"
"Non sono riuscito a farmi dire come sa di te. Mi dispiace, Marco, ma capisci che... non posso fare altro."
"Sì, certo, capisco. Io non posso offrirti quello che ti offre lei." disse Marco, sentendosi sprofondare in un mare di desolazione. "Ma tu... riuscirai a... a scopare con lei?"
"Lei hon ha nessuna intenzione di avere sesso con me. Ha dodici anni più di me... Sa di me da quando eravamo giovani..."
"E pretende che tu non abbia più sesso? Non ha senso!"
"Che abbia senso o no, ha posto questa condizione e io l'ho accettata."
"Beh... ma è solo la tua parola... come può obbligarti..."
"Dovrò firmarle abbastanza cambiali da ridurmi veramente sul lastrico, se dovesse esigerne il pagamento."
"Ma... e a te conviene? Voglio dire, a parte il sesso... Lei così, con questa minaccia, ti può far fare qualsisi cosa voglia. Diventi un burattino nelle sue mani."
"Proprio questo la gratifica."
"Sì, ma... tutto questo solo per salvare le tue attività? Non è un prezzo troppo grande?"
"Evidentemente no, visto che sono disposto a pagarlo."
Così per l'ennesima volta tutto finì fra Marco e Stelvio. Quella fu l'ultima volta che si videro.
Proprio in quei giorni Marco ricevette un'ottima proposta di assunzione da parte di un laboratorio internazionale di ricerche sull'elettronica spaziale, e avrebbe dovuto andare a lavorare nella loro sede che sorgeva vicino a Firenze. Dopo tre colloqui preliminari, di cui il primo a Londra ed in inglese, quando finalmente ricevette il contratto, decise di accettare e di trasferirsi perciò a Firenze.
Prima di partire offrì il proprio appartamento a Romano e Tullio, che vivevano in un piccolo monolocale. I due accettarono volentieri e gli volevano pagare un affitto.
"No, grazie. Mi basta che paghiate voi tutte le spese, le tasse e così via, in modo che io non debba più occuparmene. E che me lo teniate in ordine. Può darsi che un giorno io decida di tornare a Torino, oppure di venderlo... non so. Vi sta bene?"
"Anche troppo. Certo che te lo terremo perfettamente in ordine, e che pagheremo noi qualsiasi spesa ci sarà. È un sogno venire ad abitare qui. Ma tu, ti sei già sistemato, a Firenze?"
"Sì, l'agenzia mi ha già trovato un appartamentino ammobiliato, dove porterò le mie cose personali. Poi, in base a come mi ci trovo, o resterò lì o mi troverò una sistemazione migliore."
Il giorno del matrimonio di Stelvio, che cadeva tre giorni prima del trasferimento di Marco a Firenze, il ragazzo, senza farsi vedere dallo sposo, si intrufolò nella chiesa, ed assistette a tutta la cerimonia. Stelvio, che indossava un impeccabile completo, gli sembrò più bello che mai, nonostante avesse un'espressione seria sul volto.
Al momento del fatidico "sì", Marco pensò tristemente: "Lo stronzo! Dice di sì a quella, con cui non può nemmeno scopare, con cui non c'è il minimo amore o affetto, ed ha sempre rifiutato me e il mio amore... È vero che lei in cambio gli dà una barca di soldi e io potevo solo dargli il mio culo..."
Prima che la cerimonia avesse termine, mentre gli sposi ed i testimoni firmavano il registro, Marco uscì dalla chiesa.
Si trasferì a Firenze ed iniziò a lavorare. Il suo capo era uno scienziato inglese, molto corretto, disponibile, e notevolmente in gamba. I colleghi erano di varie nazioni, anche italiani come lui, e l'atmosfera generale era buona. Il lavoro gli piaceva, erano ricerche teorico-pratiche e la sua preparazione risultò essere sufficiente per inserirsi bene e rapidamente nel team a cui fu assegnato. Si applicò al lavoro con tutte le sue energie.
L'appartamentino non era male, era a Sesto Fiorentino, abbastanza vicino ai laboratori. Nella stessa costruzione vivevano anche tre altri single che lavoravano con lui: Marta, una segretaria di ventisei anni, Oreste, un addetto alla sicurezza di quaranta anni, e due colleghi, Sandra, una ragazza di ventotto anni laureata in fisica che faceva parte del suo stesso team e Holger, un altro giovane ingegnere elettronico, un tedesco di trentuno anni.
I primi tempi Marco riuscì a controllare senza problemi i propri desideri sessuali. Aveva fatto un pensierino su Holger che, pur non essendo veramente bello, era però sensuale, ma presto si rese conto che Marta e Holger raramente dormivano separati... quasi sempre Marta passava la notte nell'appartamento di Holger che era sopra il suo... e a volte durante la notte sentiva un lieve, ritmico rumore che gli faceva intuire che Holger si stava dando da fare...
L'idea del giovanotto nudo, impegnato nelle sue attività sessuali, faceva eccitare Marco, che doveva darsi sollievo con la mano, immaginado di esserci lui al piano superiore, al posto di Marta.
Marco, dopo qualche mese, iniziò a frequentare il Tabasco, un locale gay vicino a Piazza della Signoria a Firenze. Quando riusciva a combinare con qualcuno che gli piaceva, ci andava solo se questi lo portava da lui, perché Marco aveva deciso di non portare nessuno nel proprio appartamentino.
Fu al Tabasco che conobbe un fantastico mulatto di trentasei anni dal sorriso contagioso. Si chiamava Gian-Marco ed era il figlio di un medico italiano e di una pittrice senegalese. Il ragazzo aveva un elegante pied-à-terre sul Lungarno Soderini dove portò Marco più volte.
Gian-Marco, che era il proprietario di un'agenzia di viaggi, gli offrì di fare un viaggio di tre giorni con lui a Praga. La breve vacanza fu assai piacevole, si divertirono un mondo tutti e due, ed iniziò così la loro amicizia, insaporita da frequenti e calde sessioni di sesso in cui Marco si godeva la lunga e forte stanga dell'amico.
Una cosa che Marco scoprì con Gian-Marco, che chiamava semplicemente Gian, fu che mentre altri facevano l'amore con desiderio, o con passione, o con languidezza, o con tenerezza, o con perizia, o con intensità, o con superficialità eccetera, Gian lo faceva con... gioia. Sì, per il bel mulatto il sesso era soprattutto una cosa gioiosa. Gioia non è lo stesso che allegria o divertimento. La gioia è uno stato d'animo di pieno e vivo godimento, soddisfazione, di grande allegria.
E la gioia di Gian, come il suo sorriso, era contagiosa. Il giovane uomo non faceva solo il sesso con gioia, ma tutto, anche il lavoro; viveva con gioia. Era quello che si suole definire una persona solare.
Quando la loro amicizia si rafforzò, un sabato, mentre pranzavano assieme, Marco confidò a Gian anche la sua tormentata storia con Stelvio.
"Da come ne parli, ne sei ancora innamorato..." commentò il bel mulatto.
"Sì, purtroppo."
"E perché dici purtroppo? Amare è una cosa bellissima, secondo me."
"Ma quando l'amore non è ricambiato..."
"Il tuo 'purtroppo' deve essere per lui, non per te. Se tu hai una tavola imbandita e lui non vi si vuol sedere con te, è lui che ci rimette."
"Ma non è bello dover mangiare da soli..."
"Perché, è forse bello morire di fame? Tu hai un tipo di ricchezza che nessuno ti può rubare e che, mettendola a disposizione degli altri, invece di diminuire, aumenta. Lui ha un tipo di ricchezza che chiunque gli può sottrarre... compreso il fisco..."
"E perché... tu sei una persona splendida, sotto ogni profilo. Con te sto molto, molto bene. E allora, perché non mi sento innamorato di te?" gli chiese Marco con piena sincerità.
"Anche tu sei molto bello, e non solo fisicamente. Credo che siamo la più bella coppia di Firenze, tu e io. Eppure neanche io mi sento innamorato di te. Perché? Non te lo so dire, sinceramente, Marco. Forse perché tu sei ancora innamorato di quell'uomo, e questo ti impedisce di amare me. E allo stesso tempo mi impedisce di amare te."
"L'amore non è qualcosa che si può decidere a tavolino... o a letto." commentò Marco con un sorriso.
"Già, è proprio così. Ma l'importante, almeno per ora, è che tu e io stiamo molto bene assieme, siamo una bella coppia, anche se fra di noi c'è solo amicizia e ottimo sesso."
"Ottimo, sì. Perché non mi porti nel tuo pied-à-terre? Ho voglia di farmelo mettere da te..." gli propose Marco con un sorriso allettante.
"Ci stavo giusto pensando, proprio in questo momento... Ma che ne dici se... ti porto invece dalle parti di Pontassieve?"
"Che c'è da quelle parti?"
"Alla confluenza fra il Sieve e l'Arno, i miei hanno una casetta con un giardino che dà sulla riva. Mi piacerebbe farlo lì, proprio sul prato all'inglese del giardino... Dalle case vicine non ci possono vedere. Che ne dici?"
"Perché no? Mi piace l'idea... farlo di giorno, all'aperto. Prendiamo la tua auto o la mia?"
"La mia, ché io conosco la strada."
Salirono fino a Pontassieve, Gian s'inoltrò per le viuzze, fino a fermare davanti ad un cancello che, con il telecomando, aprì. La casa era piccola, graziosa, ben tenuta come il giardino che degradava fino alla riva del Sieve, poco prima che questo confluisse con l'Arno.
La giornata era dolce. Gian entrò in casa e ne uscì con un ampio lenzuolo, che stese sul prato all'inglese, una radiolina che accese su una stazione che trasmetteva musica, e pose a terra un cesto di frutta con un coltello ed una bottiglia di chianti.
"Ecco, ora abbiamo tutto quello che ci serve." disse Gian allegramente.
I due si sfilarono le scarpe e salirono sul lenzuolo. Si abbracciarono, si baciarono ed iniziarono a spogliarsi l'un l'altro. Entrambi erano piacevolmente eccitati e si sorridevano l'un l'altro pregustando quanto si stavano accingendo a fare.
"Dio, Gian, quanto sei bello, specialmente quando sei così eccitato." mormorò Marco, carezzandolo con crescente desiderio per tutto il corpo.
Quando furono nudi, il giovane uomo lo tirò giù con sé sul lenzuolo ed intrecciò le membra con quelle dell'altro.
"Quanta voglia hai?" gli chiese Gian con occhi ridenti e luminosi.
"Tanta... tantissima."
"Molto bene! Anche io ho una gran voglia di te. Te l'ho mai detto che mi ricordi il mio primo ragazzo?"
"No. Chi era?"
"Era il 1988, avevo diciannove anni. Lui si chiamava Michele e ne aveva tre più di me. Fisicamente tu gli assomigli parecchio, anche se tu sei più bello di lui, comunque Michele era un ragazzo molto attraente. Io avevo capito da un paio d'anni d'essere gay, ma solo circa otto mesi primi avevo avuto la mia prima occasione di provarci con un uomo."
"Ma allora quel Michele non era il tuo primo ragazzo..."
"Lo era, perché la mia prima volta per me non conta: è stata una sveltina, in piedi, consumata in una sala cinematografica, dove un tizio prima me l'aveva succhiato poi se l'era fatto mettere. Quella volta ero così eccitato che appena gliel'ho infilato sono venuto!" rise il bel mulatto. "Perciò considero Michele il mio vero primo ragazzo. Quello del cinema... non ricordo più nemmeno com'era fatto, né ho mai saputo come si chiamava, chi era... Tutto era durato forse cinque minuti, poco più."
"E Michele, come l'hai conosciuto? Per quanto tempo siete stati assieme? E com'è che vi siete lasciati?"
"Lui faceva l'edicolante in piazza della Repubblica. Io avevo visto che c'era una rivista seminascosta, intitolata Doppio Senso, con la foto di un bel maschio seminudo in copertina, e la volevo comprare. Allora lui mi chiede se sono maggiorenne, gli faccio vedere la carta d'identità, lui mi mette la rivista in una busta, pago e me ne vado. Arrivato a casa mi sono chiuso in camera, l'ho tirata fuori e dalla busta cade un foglietto su cui era scritto: se ti va di farlo con me, chiamami alle 20 - Michele, e un numero di telefono..."
"Non t'eri accorto che scriveva il biglietto, che lo infilava nella busta?"
"No... però m'ero accorto come mi guardava, e mi piaceva... così a sera l'ho chiamato. Ci si è visti il giorno dopo, mi ha portato nella cantina di casa sua, dove aveva un materassino su un soppalco e lì mi ha detto che lo voleva tutto dentro... Io l'ho accontentato, e mi è piaciuto molto più di quella prima volta. Così ci si è visti per quasi quattro mesi, due o tre volte ogni settimana."
"E com'è che poi avete smesso?" gli chiese nuovamente Marco.
"Lui m'aveva anche fatto conoscere certi sui amici, e ce n'era uno, Dino, un ragazzo di due anni più giovane di me che, anche se bello non era, a letto era una bomba, mi faceva impazzire... Con Michele non c'era una vera relazione, così semplicemente si è smesso di vederci, e ho cominciato a frequentare Dino. Lui non aveva un posto, né io potevo portarlo a casa, così per scopare si andava nella sauna di via Porta di Mare, in una delle cabine relax. Con Dino è durata quasi due anni, finché è andato militare e lì s'è innamorato di un commilitone e finita la naja si sono messi insieme."
Smisero di parlare e ripresero a fare l'amore. Ogni tanto interrompevano per non consumare tutto troppo in fretta, mangiavano un frutto, imboccandosi l'un l'altro, bevevano un po' di chianti... poi riprendevano a fare l'amore.
Quando finalmente si rilassarono, appagati, Marco gli chiese: "Tu non ti sei mai innamorato?"
"Veramente innamorato, forse no. Ma una mezza cotta me la sono presa, quando avevo venticinque anni, per un ragazzo americano di vent'anni, Nat, che era venuto a studiare all'Accademia. Dopo otto mesi, però, è dovuto tornare in America, per un lutto in famiglia... e non è più tornato. Ci si è scritti per circa tre anni..."
"Era bello?"
"Faceva pensare a River Phoenix in My Own Private Idaho... Era proprio per poter stare con lui senza problemi che avevo preso il mio pied-à-terre in Lungarno Soderini."
"Tu, quando stavi con un ragazzo, o ora con me, andavi anche con altri?"
"Raramente. Se l'altro mi piaceva veramente, come ora con te, non andavo a cercarmi un altro. Almeno finché le cose andavano bene. Non è che io sia fedele per principio, ma se sto bene con uno e se ci si può vedere abbastanza spesso, non sento il bisogno di altro."
"L'hai mai fatto in tre, o più?"
"Una sola volta e non mi è piaciuto granché. Eravamo in cinque... Si faceva il gioco della bottiglia: seduti in cerchio sul pavimento, si faceva ruotare una bottiglia e quello che era indicato dal collo, gli altri quattro gli potevano fare o far fare qualsiasi cosa, per dieci minuti. Una specie di orgia a puntate e col cronometro..." spiegò ridendo Gian.
Il sole stava calando. Si rivestirono, rimisero tutto in ordine e lasciarono la casa. Gian lo portò in una trattoria a Bagno a Ripoli, dove fecero cena assieme, poi lo riaccompagnò a casa. Marco aveva passato un piacevolissimo pomeriggio.
Si stava spogliando per mettersi il pigiama, pensava di navigare un po' in internet e poi andare a letto, quando notò che la segreteria telefonica del telefono fisso lampeggiava. La azionò. Era Tullio.
"Ciao, il telefonino era spento così ho provato qui. Se mi senti prima di mezzanotte, mi puoi chiamare a casa? Dopo con Romano andiamo in discoteca e non mi porto il telefonino. Se mai provo a richiamarti domani verso le tredici. Ciao."
Era presto, così Marco chiamò Tullio.
"Oh, Marco! Scommetto che hai spento il telefonino perché stavi scopando!" lo salutò l'amico.
"Scommessa vinta." rispose, "Un bellissimo mulatto con cui mi vedo da qualche mese."
"Il tuo ragazzo?"
"No, solo buoni amici."
"Senti, mi ha telefonato Dario chiedendomi se ho il tuo telefono di Firenze o il telefonino, visto che hai cambiato numero. Io gli ho detto che non sapevo dove l'avevo messo, e che di solito chiamavi tu... Non sapevo se hai voglia che glielo do..."
"A Dario? Certo che gli puoi dare i miei numeri. Come sta Dario? Sta sempre con Carlo?"
"Sì, più d'amore e d'accordo che mai. Romano è in bagno, ha capito che sei tu e dice di salutarti."
"Ricambia."
Chiacchierarono ancora un po' e si salutarono. Marco accese il computer e si collegò ad internet.