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una storia originale di Andrej Koymasky


pin NON VOGLIO UN AMANTE CAPITOLO 8
LA BRACE NON SPENTA È PERICOLOSA

Sia Tullio che Romano andarono ad assistere alla discussione della tesi di Marco, che fu laureato con 110 e lode, con dignità di stampa. Uscendo dal Politecnico molti si congratularono con il neo-laureato. Tullio e Romano lo affiancavano, raggianti per il trionfo del loro amico.

"Uff! è finita, finalmente!" esclamò Marco mentre si avviava verso la propria Panda. "Salite, e ditemi dove avete deciso di portarmi per festeggiare."

"Prendi corso Peschiera, e poi Corso Lecce." gli disse Tullio.

"Ma dove andiamo?" chiese Marco mettendo in moto ed avviandosi.

Romano, seduto dietro, gli disse: "Tu vai dove ti dice Tullio e non ti preoccupare, dottor Marco Sabbadin!"

Seguendo le indicazioni di Tullio, uscirono dalla città, imboccarono la Val di Lanzo e finalmente giunsero ad un ristorante tipico, poco oltre Germagnano. Quando entrarono, Dario era già all'interno che li aspettava.

"Dario, che bella sorpresa!" esclamò Marco.

"Sto lavorando da queste parti, perciò ho combinato perché ti portassero qui. Congratulazoni, ho saputo del tuo trionfo."

"Hai saputo? Come fai a saperlo già?"

"Dimentichi che esistono i telefonini?" gli disse Romano.

Si misero a tavola. I piatti, oltre ad essere molto buoni e le porzioni giuste, erano estremamente raffinati nella decorazione: ognuno era una vera opera d'arte, tanto che era persino un peccato doverla distruggere, mangiando.

"Spero che non ti senti sminuito, Marco..." disse Tullio, "ma questo pranzo è per celebrare anche un'altra cosa..."

"Ah sì? E cosa?" chiese il ragazzo con un sorriso.

"Romano e io abbiamo deciso di metterci assieme."

"Alla buon'ora! Ma che sminuito! Anzi! Congratulazioni, ragazzi!" esclamò Marco, sinceramente felice per i due amici. "Tu lo sapevi, Dario?"

"Sì, certo. Per questo ho voluto offrire io a tutti i festeggiati."

Chiacchierarono allegramente, poi, terminato il raffinato e gustoso pranzo, andarono a fare una passeggiata.

"Che fai, adesso?" gli chiese Dario.

"Beh, comincio a mandare il mio curriculum in giro. Però prima ho deciso di farmi un regalo di laurea da solo: un viaggio a Londra."

"Ottimo. E pensi di cercare lavoro a Torino?"

"Dove lo trovo."

"Con la tua votazione, e con la tua preparazione, non avrai difficoltà." gli disse Tullio. "Ma se tu trovassi a Torino, noi ne saremmo molto contenti."

"Vedremo." rispose Marco.

Due giorni più tardi Marco era a Caselle che si imbarcava su un volo della Ryan Air per la sua vacanza a Londra. Prese posto. Dopo poco accanto a lui sedette un uomo di mezza età. L'aereo decollò. Marco guardava fuori dal finestrino.

L'aereo era in quota e s'era appena spento il segnale delle cinture di sicurezza, quando Marco, che ancora guardava fuori dal finestrino, sentì che uno steward chiedeva in inglese al suo vicino di sedile se fosse disposto a cambiare posto. L'uomo borbottò un assenso, prese le proprie cose, s'alzò e si allontanò.

Poi qualcuno sedette accanto a Marco e disse: "Ciao."

Marco si girò sentendosi il cuore in gola: "Tu? Come fai a essere qui?"

"Un caso. Quando ho preso posto t'ho visto, e ho chiesto di cambiare posto... Ti secca?"

"No, per me..." disse il ragazzo, ma in realtà il suo cuore ora batteva più veloce e sentiva uno strano fremito per tutto il corpo.

"Ho saputo che ti sei laureato... e molto bene."

"Dario?"

"Sì, certo."

"T'ha detto lui che andavo a Londra?"

"No. Un caso, te l'ho detto. Quanto ti fermi?"

"Ho prenotato per due settimane."

"Ah, io per tre settimane."

"Per lavoro?"

"No, mi sono preso un po' di ferie."

Entrambi erano un po' tesi, imbarazzati.

"Come mai hai preso la Ryan Air, tu? Credevo viaggiassi con compagnie più... di lusso." gli chiese Marco.

"Per viaggi più lunghi, sì. Ma a per Londra va bene anche questa compagnia, ho sempre volato Ryan, per Londra."

"Ci sei stato già molte volte?"

"Non poche, ma quasi sempre per lavoro. Mi piace Londra. Non si finisce mai di visitarla. Tu... è la prima volta?"

"Sì. E la prima volta in areo, anche."

"Davvero?"

"Ti pare strano?"

"Beh... no, certo. Vedrai, Londra ti piacerà. In che albergo hai prenotato?"

"Blakemore Hotel, in Paddington. Chiedono solo 35 sterline per notte. È un tre stelle."

"Non lo conosco. Io scendo sempre al Sanderson... che costa sei volte tanto..." disse Stelvio, e Marco non sentì vanto ma quasi vergogna nel tono con cui l'uomo lo aveva detto.

"Beh... sarà sei volte meglio del mio..."

"Non è detto. Hai già trovato lavoro?"

"Comincio a cercarlo quando torno."

Lunghi silenzi alternavano le loro brevi frasi. Marco era turbato per la vicinanza dell'uomo, turbato ed eccitato. Possibile che fosse ancora così fortemente attratto da lui? Si chiedeva.

"Io... non ho fatto che pensare a te." mormorò Stelvio.

"Al mio culo." gli disse in un bisbiglio ironico il ragazzo.

"Se fosse solo quello... non avrei che da scegliere. E mi sarebbe bastato il ragazzo cinese." disse in tono sommesso l'uomo.

"L'uragano?" chiese con sarcasmo Marco.

"So che ti ho fatto del male. Mi dispiace."

"Non è colpa tua, è il tuo limite."

Che senso aveva giustificarlo? Avrebbe dovuto dirgli di sì, che gli aveva fatto male.

"Sì, hai ragione, è il mio limite. Tu... ti meriti qualcuno meglio di me."

"Oh, che nobili parole." disse Marco con ironia, senza riuscire a nascondere la tristezza che provava. Poi, quasi per correggere quanto aveva detto, aggiunse: "Comunque, sei stato generoso con me."

"Non potendo darti altro..."

Ora la tristezza era nella voce dell'uomo. Chissà perché continuavano a farsi del male? si chiese il ragazzo. Indubbiamente entrambi erano fisicamente attratti uno verso l'altro. Tutto il problema, in fondo, veniva da lui, da Marco, che era ancora innamorato dell'uomo... Se non fosse stato innamorato, potevano scopare tranquillamente, come fanno molti che stanno assieme solo per il reciproco piacere. Per convenienza.

"Se non conosci Londra... mi piacerebbe fartela girare." propose l'uomo ad un certo punto.

"Non è meglio... ognuno per la propria strada?" rispose Marco.

Uno steward ed una hostess passarono con il carrello a vendere sandwich, snack e bevande.

"Posso offrirti qualcosa?"

"Sì, grazie." disse Marco e diede i suoi ordini, seguiti da quelli di Stelvio, che pagò per tutti e due.

Mangiarono in silenzio. Marco continuava ad avere una forte erezione, che pareva non volersene andare, e la cosa gli faceva rabbia. "Non si comanda al cuore e neanche al cazzo!" disse dentro di sé. "Non poteva restare seduto dove era?" pensò poi.

"Forse ho fatto male a chiedere di cambiare il posto..." disse Stelvio, quasi avesse letto nel pensiero del ragazzo.

"Magari ci si incontrava scendendo..."

"Ma almeno non eri obbligato a restare vicino a me."

"Puoi chiedere di nuovo di cambiare il posto." disse Marco ed immediatamente sperò che non lo facesse.

"Ho detto... che sei mio figlio..."

"Ah."

"Per giustificare..."

"Già."

"Comunque, se vuoi..."

"Non importa."

Di nuovo silenzio.

"Perché l'hai mandato via?" chiese Marco, pensando al ragazzo cinese.

Stelvio capì a chi si riferisse: "Perché non eri tu."

"E allora perché l'hai preso... addirittura in casa."

"Perché non eri tu." ripeté Stelvio.

"Chi ti capisce è bravo." disse sottovoce il ragazzo.

Per un po', nuovamente, restarono in silenzio.

"No potresti restare a Londra per tre settimane?"

"E perché? E poi non ho abbastanza soldi."

"In albergo con me."

Marco lo guardò stupito. Stelvio si guardava le mani.

"Con te? Ho già pagato l'albergo e..."

"Che importa."

"Per scopare con me?"

"Anche."

"Non ci sono marchette a Londra?"

"Finché ne voglio."

"E allora?"

"Ma non sei tu."

"Se non ci incontravamo..."

"Ma ci siamo incontrati. E anche tu hai voglia di me. Si vede."

Marco si guardò la patta dei calzoni... era vero. Si tolse il piccolo cuscino da dietro e se lo mise in grembo.

"Troppo tardi..." disse Stelvio, senza ironia.

"Non ci posso fare niente. Tu mi hai sempre fatto questo effetto."

"Lo so. E tu a me."

Marco lanciò un'occhiata fra le gambe dell'uomo, ma non si notava niente. Però non aveva nessun dubbio che fosse vero. I loro corpi si volevano, l'un l'altro, e con notevole intensità... quasi dolorosa. Quello che non funzionava era nelle loro teste, nei loro sentimenti... purtroppo, pensava Marco.

L'aereoplano ebbe un forte sobbalzo ed istintivamente Marco afferrò la mano di Stelvio, che era accanto alla sua. L'uomo la strinse.

"È solo un vuoto d'aria, niente di pericoloso." lo rassicurò guardandolo.

Le loro mani non si lasciarono. Neanche i loro occhi si lasciarono, a lungo. Poi Marco li abbassò.

"Per tre settimane?" chiese con un filo di voce, più che mai turbato.

"Mi piacerebbe molto."

"Nel tuo albergo? In camera con te?"

"È... una matrimoniale... e so che... non ci farebbero problemi."

La testa di Marco era in subbuglio, il suo corpo in fiamme. "Possibile che io sia così debole?" si chiese il ragazzo.

"Vieni?" insisté l'uomo.

"Non so..." disse il ragazzo, pur sapendo bene che avrebbe finito per dirgli di sì.

Avrebbe fatto anche subito all'amore con lui, tanto il desiderio gli bruciava dentro, anzi, divampava. Gli si sarebbe dato lì, sui sedili dell'aereo... Chiuse gli occhi ed appoggiò la testa allo schienale. Ma non lasciò la mano dell'uomo.

Stelvio lo guardava e si chiedeva che cosa lo attraesse così prepontentemente verso quel ragazzo. Era indubbiamente molto bello; e faceva all'amore in modo perfetto... almeno per le sue esigenze. Ne guardava il profilo e pensò che avrebbe voluto baciarlo, subito, a lungo... Sì, Marco sapeva anche baciare molto bene. Era talmente eccitato che sentiva un sordo dolore al basso ventre.

"Marco... vieni... resta per tre settimane..." invocò con voce rotta per l'emozione.

"Sì... per tre settimane..." rispose il ragazzo, senza aprire gli occhi.

Anche Stelvio allora abbandonò la testa sullo schienale e chiuse gli occhi, emettendo un silenzioso, lungo sospiro. La sua vacanza a Londra sarebbe stata splendida, con Marco! E avrebbe offerto una vacanza splendida al ragazzo, si ripromise compiaciuto.

L'aereoplano ebbe un altro sobbalzo e Marco strinse più forte la mano dell'uomo: "È solo un vuoto d'aria..." mormorò.

"Sì, solo un vuoto d'aria." gli fece eco l'uomo.

Marco continuava a dirsi che avrebbe dovuto rifiutare di andare con lui, sarebbe stato logico, giusto, saggio... ma non si sentiva affatto saggio. Il solo contatto fra le loro mani, che erano ancora unite, lo faceva fremere per il desiderio e gli provocava dolcissime sensazioni.

"Ma perché," si chiedeva il ragazzo, restando con gli occhi chiusi, "non riesco a pensare a lui come a un qualsiasi cliente, sia pure il migliore? Perché mi sono innamorato di lui? Di un uomo incapace di amare... o che per lo meno non ama me? Mi vuole, non mi ama. Non vole solo il mio culo... d'accordo; gli piace anche la mia compagnia. È evidente, spende capitali per me, anche se dice che per lui è poca cosa..."

Anche Stelvio stava riflettendo: "Se solo Marco non si fosse innamorato di me... E tu, Stelvio, ne approfitti per tenerlo legato a te. Per godertelo, sia a letto che fuori. Se solo Marco sapesse essere uno dei tanti ragazzi che vendolo le loro grazie, uno delle tante marchette, sarebbe tutto così semplice. Mi piace molto fottere il suo culetto, è chiaro... ma mi piace lui come ragazzo. È intelligente, ha senso dell'umorismo, ha carattere, è colto... Come faccio a fargli passare la sbandata che s'è preso per me? Sarebbe perfetto, se non si fosse così stupidamente innamorato di me..."

Arrivarono a Londra. Dopo aver ritirato i loro bagagli, Stelvio prese un taxi e si fece portare con Marco al suo albergo. Comunicò alla reception che sarebbero stati in due ad usare la sua camera.

"Devo far aggiungee un letto per il ragazzo?" chiese la receptionist.

"Non serve, il letto è sufficiente per dormirci in due ed un letto in più ci toglierebbe solo spazio." rispose l'uomo, prendendo la tessera magnetica della porta della stanza.

Salirono nella camera. "Una doccia?" propose Stelvio.

"Sì."

"Assieme." aggiunse l'uomo.

"Come preferisci tu..." rispose fremendo Marco.

Come immaginava, lavandosi l'un l'altro sotto lo scroscio dell'acqua, entrambi si eccitarono fortemente.

"Ti voglio, Marco!"

"Non ho... portato i preservativi." disse il ragazzo.

"Li ho io... Vieni..." rispose l'uomo guidando Marco fino al letto, sospingendovelo e salendogli sopra, pieno di desiderio.

L'uomo dette inizio ai lunghi ed appassionati preliminari, come piaceva a Marco, che però provava anche un forte desiderio, un'urgenza di essere preso dall'uomo, penetrato da lui, di accoglierlo in sé.

Quando finalmente Stelvio lo fece ripiegare sotto di sé e gli fece scivolare dentro tutto il suo membro duro fino in fondo in un'unica, virile spinta, Marco emise un profondo sospiro e mormorò: "Oh, sìììì..."

"Ti piace, eh?" gli chiese con voce roca l'uomo.

"Lo sai... lo sai bene."

"Anche a me piace da matti."

"Più che... più che col cinese?"

"Non pensare a lui, adesso. Lui non conta niente. Solo tu e io..." disse l'uomo e, sceso a baciarlo, iniziò a muovere il bacino in brevi ma forti va e vieni.

A Marco piaceva troppo sentire la forte lingua dell'uomo muoverglisi in bocca ed il duro membro agitarglisi dietro, in una duplice penetrazione. Accoglieva l'uomo dentro di sé, nelle due estremità, sopraffatto dal piacere. L'uomo, fisicamente, lo dominava, lo "faceva suo", eppure Marco si sentiva tutt'altro che succube. Partecipava a quell'appassionata unione con tutto se stesso, perché era lui che voleva legare l'uomo a sé.

Marco, arrossato lievemente per il piacere, pensava: "Non può fare a meno di me, nessun altro lo soddisfa come so fare io... Crede di farmi suo, ma sono io che riesco a falo mio... Io non l'avevo visto... è lui che ha sentito il bisogno di venire da me... che ha bisogno di me."

Quando finalemente, dopo una lunga ed appassionata unione, si rilassarono, le membra ancora intrecciate, Stelvio disse: "Vedrai, Marco, avremo tre settimane di sogno."

"Sì."

"Non rimpiangerai di aver accettato il mio invito. Di dividere il letto con me. Ti farò vedere le cose più belle che ha da offrire Londra, ti porterò nei ristoranti tipici di mille diverse nazioni, ti farò divertire, sognare... e a sera torneremo qui e faremo l'amore e ti farò godere, delirare..."

"Sì."

"È il mio regalo per la tua laurea."

"Grazie."

"E, tornati a Torino, farò stampare la tua tesi, perché ho saputo che t'hanno riconosciuto la dignità di stampa."

"Non serve..."

"Non ha senso darti la dignità di stampa e non farla stampare. Cento, duecento, cinquecento copie, quante ne vuoi, che regalerai a chi vuoi."

"A chi può interessare una tesi sulla nano-tecnologia applicata all'elettronica spaziale?" chiese il ragazzo divertito. "Se avessi fatto una tesi sull'elettronica applicata al potenziamento del godimento sessuale, sicuramente le copie andrebbero a ruba!"

Visitarono Londra in largo e in lungo, visitarono tutte le cose più importanti o le più curiose, dai gioielli della corona al museo delle cere di Madame Toussaud, dai più famosi musei a più rinomati locali gay, dalla grande ruota al bordo del Tamigi, "The London Eye", ai parchi più rinomati, dalle chiese al palazzo del parlamento... A volte seguirono i circuiti turistici, a volte vistarono parti affascinanti della città in cui nessun turista solitamente s'addentrava.

Tornarono a Torino e, senza bisogno di parlarne esplicitamente, di concordarlo, la loro relazione riprese, come se non si fossero mai separati.

Quando incontrò, a casa loro, Tullio e Romano, durante il pranzo, Marco disse: "So che ti incazzerai a morte con me, Tullio, ma..."

L'amico lo guardò, studiandone l'espressione: "Sentiamo." disse.

"Mi sono rimesso con Stelvio."

"Con Stelvio? E quando?"

"Ci si è incontrati per caso sull'aereo per Londra, così lui m'ha chiesto se andavo a stare nel suo albergo... e così..."

"Beh, guarda, non mi incazzo nemmeno più." gli disse l'amico suotendo la testa. "Sei irrecuperabile. Se mi incazzassi, poi dovrei fare pure la fatica per disincazzarmi... non ne vale la pena."

"Quell'uomo... t'ha stregato, eh?" gli disse Romano.

"Pare proprio di sì."

"E tu... ne sei ancora innamorato." aggiunse il ragazzo.

"Pare proprio di sì." ripeté Marco, facendo spallucce.

"Io credo che dovremmo darti l'Oscar." interloquì Tullio, "L'Oscar del più gande masochista del mondo!"

"Non sono un masochista..." protestò a mezza voce Marco.

"No eh? Ti manca solo di prenderti a martellate le palle, per essere completo. Ma anche solo così, non c'è male." gli disse Tullio.

"Sei incazzato con me..." disse Marco.

"No, te l'ho detto, no. Sono solo meravigliato che un mezzo genio come te diventa un mezzo scemo quando si tratta della sua vita affettiva."

"Beh... mezzo più mezzo fanno un intero." scherzò Marco.

"Sì, nel tuo caso fanno un casino intero! Santo Giuda traditore e suicida! Io mi chiedo perché continuo a voler bene a uno stronzo come te!"

"Forse sei anche tu un po' masochista." gli disse con un sorrisetto Romano. "E forse per questo sto tanto bene con te."

"Perché sarei un masochista?"

"No! Perché continui a voler bene anche a chi disapprovi. Tu sei un... burbero benefico." gli disse Romano, dandogli un bacetto.

"Sì... e Marco è l'Amleto... e tu..."

"Tutte le allegre comari di Windsor!" concluse ridendo Romano.

"È bello vedervi assieme, vedere che vi volete bene, e è bello avere la vostra amicizia." disse Marco.

"Sì... e anche i carciofi hanno le spine!" rispose Tullio dando un buffetto affettuoso a Marco.


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