Come Marco aveva previsto, Tullio lo sgridò.
"Ma tu sei tutto scemo, Marco! Non t'è bastata una volta? Che bisogno hai di quello? Che ti può dare? Buon sesso? Soldi? Regali? Non hai bisogno di lui per tutto questo! Eh, cazzo, possibile che non ci arrivi da solo?"
"Sì che ci arrivo da solo..."
"Non mi pare proprio. Dammi una buona ragione, una sola, per essere caduto di nuovo nella sua rete!"
"È venuto a cercarmi, appena ha sentito della disgrazia."
"Grazie tante! Avresti dovuto mandalo a cagare!"
"Volevo... ma non potevo. Io sono ancora innamorato di lui."
"E lui ti metterà di nuovo alla porta, se lo capisce."
"Lo sa... lo accetta... dice solo di non aspettarmi che lui possa ricambiare..."
"Comodo, il signore! Ma non capisci che così sei come un... come un cane? Fedele, leale, obbediente, pronto a fare tutto quello che gli chiede il padrone... e a scodinzolare ogni volta che gli getta un osso!"
"Sì."
"Sì 'sto cazzo! Io a te proprio non ti capisco. E dire che stupido non sei. Dio, mi fai una rabbia, tu!"
"Mi dispiace. Ma cerca di capire..."
"Sono più facili tutte le leggi dell'elettronica, della fisica, della matematica e della chimica messe insieme che capire una cosa così!"
Marco ridacchiò: "Allora ti converrebbe capirmi. Se ci riesci, diventi un genio in elettronica e chimica..."
"E piantala, io sto parlando sul serio. Ma tanto, a lavare la testa all'asino si spreca ranno e sapone!"
"Ti voglio bene, Tullio."
"Eh?"
"Ti voglio bene perché ti preoccupi tanto per me."
"Non cercare di rabbonirmi con le paroline dolci, adesso. Anche io ti voglio bene, nonostante sei tanto stupido!"
"Sia..."
"Cosa, sia?"
"Nonostante sia tanto stupido, si dice. Nonostante vuole il congiuntivo." spiegò Marco con un sorrisetto divertito.
"Congiuntivo o no, stupido sei e stupido resti." lo rimbeccò Tullio, ma c'era affetto nella sua voce.
"Mi sarebbe piaciuto se tu fossi stato mio fratello..."
"Anche a me... almeno adesso avrei il diritto di menarti come meriteresti!"
Da quando s'erano ritrovati, Stelvio e Marco si rivedevano più spesso del solito. A volte andavano a cena da Dario Beltrame, l'architetto, che era il più intimo amico di Stelvio e che anche Marco rivedeva volentieri.
Al collegio avevano rifatto l'ala della palestra e delle stanze per le attività studentesche, sopraelevandola e ricavando nuove stanze per gli studenti.
Uno dei nuovi ragazzi ammessi nel Collegio era Romano Marello, un ragazzotto dall'aria sbarazzina, un grosso ciuffo di capelli castani quasi sempre sugli occhi, che prese subito a frequentare la palestra. Era uno studente di cinese e giapponese alla facoltà di lingue.
Tullio lo incontrò la prima volta in palestra e si sentì subito fortemente attratto dal nuovo ragazzo, e ne parlò con Marco.
"Io, quel Romano, devo riuscire a portarmelo a letto!" dichiarò all'amico dopo pochi giorni.
"Bisogna vedere se ci sta." commentò Marco.
"Secondo me, sì... e io devo piacergli. Ogni volta fa in modo di riuscire a fare la doccia quando la faccio io. In mensa, viene sempre a sedere al mio tavolo..."
"O tu al suo... Non scambiare i desideri con la realtà, Tullio."
"Proprio tu me lo dici? No, io ho occhio. Come avevo capito di te..."
"Ma magari, anche se ci sta... come credi che reagirebbe a sapere come fai per mantenerti agli studi? Lui è di buona famiglia, non so se ha mai avuto problemi economici."
"Un problema per volta. Dopo che me lo sono portato a letto... vedrò."
"Ammesso poi che sia come me e non come te. Se anche a lui piacesse solo metterlo? Sempre che sia gay..."
"Sei proprio incoraggiante, tu." lo rimbeccò Tullio.
Erano passati solo otto giorni da questo colloquio, quando Tullio andò a bussare alla porta di Marco. Quando questi andò ad aprire e vide subito il sorriso a mezza luna sul volto dell'amico.
"Fatto!" esclamò Tullio entrando.
"Fatto, cosa?"
"È appena uscito dalla mia camera... dopo aver passato quasi tre ore nel mio letto!"
"Romano?"
"Lui."
"E... tutto come speravi?"
"Pure meglio."
"Cioè?"
"Era vergine. Sono il primo con cui lo fa."
"E tutto... solo in tre ore?" chiese Marco incredulo.
"Era già un paio d'anni che aveva capito di essere gay, e che ne aveva voglia, però non ne aveva il coraggio... e così io gli ho dato il coraggio di provarci, di farlo con me."
"Credevo gli avessi dato altro..." scherzò Marco.
"Certo che gli ho dato anche altro... e vedessi come gli piaceva... anche se non è stato proprio facile né indolore, nonostante che ci sono andato piano e che l'avevo preparato a lungo. Eppure, uscendo, m'ha chiesto se possiamo farlo... spesso! Non solo di nuovo, capisci? Spesso!" disse Tullio felice.
"Ma come hai fatto... tutto in tre ore?"
"Un'ora per fargli confessare che ne aveva voglia. Un'ora per farlo decidere a provarci con me. E un'ora per riuscire a farglielo prendere tutto..."
"Ma non gli hai detto..."
"Di te? No, niente. Se vuoi, in seguito..."
"No, non di me. Diglielo quando vuoi, Ma dei tuoi clienti."
"Una cosa per volta, no? Ma non credo che ne resterà shoccato. Sono due anni che naviga in internet per... documentarsi. Anche se era ancora un verginello, non è così sprovveduto e mi è sembrato un tipo molto aperto."
"Di dietro, ora, è aperto di sicuro." commentò Marco ridacchiando.
"E prima di uscire, m'ha baciato e mi ha ringraziato."
Aveva ragione Tullio: Romano non si scandalizzò minimamente quando seppe come si guadagnava da vivere il suo mentore al sesso fra uomini. Quando poi seppe che anche Marco era "della famiglia" volle conoscerlo meglio. I due si trovarono istintivamente simpatici e presto divennero amici.
Con Stelvio le cose andavano bene. Marco riusciva a non opprimerlo con il suo innamoramento, e l'uomo lo colmava di attenzioni. Un giorno Stelvio gli aveva dato appuntamento prima del solito, verso le quattro di pomeriggio. Marco si accorse che non stava guidando verso casa, ma verso la periferia.
"Dove mi porti?" gli chiese, incuriosito.
"Vedrai." rispose l'uomo, sibillino.
Guidò fino a Parco Ruffini, e parcheggiò davanti ad un elegante residence in stile post-moderno in parte ancora in via di completamento ed in parte già abitato. Scesero e Stelvio si avviò a passo svelto verso uno dei tre ingressi, estrasse un portachiavi dalla tasca ed aprì la porta. All'interno il portinaio li salutò. Presero l'ascensore, che ancora odorava di nuovo, e Stelvio premette il bottone del settimo piano. Poi aprì una delle tre porte del pianerottolo.
"Eccoci arrivati." disse facendo entrare Marco e richiudendo la porta.
"È tuo?" gli chiese Marco guardandosi attorno.
"No. Di un mio nipote."
"Ma hai tu le chiavi..."
"Sì, non abita ancora qui. Gliele devo dare, ora che Dario ha finito di arredarlo. Voglio che tu mi dica cosa ne pensi, se secondo te può piacere a un tizio giovane. Ha più o meno la tua età. È gay come te. Tu perciò lo puoi capire meglio di me, se va bene."
Marco annuì e, assieme, girarono l'appartamento. A sinistra vi era un soggiorno-studio-sala da pranzo, arredato in modo molto gradevole, che si apriva su un ampio balcone. A destra vi era la camera da letto, con un letto matrimoniale e un armadio a muro all'americana, in cui si poteva entrare; anche la camera da letto era aperta su un altro ampio balcone. Di fronte alla porta d'ingresso c'erano la cucina ed il bagno, completamente arredati in modo funzionale e completi di biancheria e di tutto il necessario.
"È molto bello, e completo. Si sente ce c'è la mano di Dario. E che vista sul parco! Fantastica."
Marco aveva notato che c'erano anche due telefoni, uno in camera da letto ed uno in soggiorno, e che qui vi era anche un iMac. "C'è proprio tutto." notò il ragazzo.
"Sì. È pronto per essere abitato. Allora, pensi che vada bene?"
"Sì... certo... penso di sì. Dovrebbe piacergli."
"Bene. Un'ultima cosa. Vieni."
Uscirono dall'appartamento e con l'ascensore andarono nel piano interrato. "Ecco, qui c'è la cantina, vedi, ha il numero 16 come l'appartamento, e qui c'è il garage, anche numero 16." disse l'uomo aprendo la porta a bilico del garage. Dentro c'era una Nuova Panda azzurra. "Questa è la chiave della Panda, e queste le chiavi dell'appartamento. Sono tue. Devi solo venire a mettere qualche firma dal notatio. Abbiamo l'appuntamento alle 17,30."
Marco sgranò gli occhi: "Perché?"
"Perché così sei più comodo che in collegio."
"Dio, ma hai speso un capitale! Per me?"
"Mi dà piacere farti questo regalo. E per me non è una grossa spesa."
"Ma... Stelvio, io... io non so che dire..." mormorò Marco sentendosi girare la testa.
"E un modo per dirti quanto mi piaci, Marco."
"Io..."
"Dopo che siamo stati dal notaio, andiamo al collegio, dai la disdetta, saluti gli amici e portiamo la tua roba su a casa tua. In due auto dovrebbe bastare un solo viaggio. Poi andiamo a cena assieme... e stanotte inauguriamo il tuo letto nuovo. Non è un buon programma?"
"Stelvio... non è... troppo?"
"No. Ah, e domani dobbiamo andare in banca: apriamo un conto dove riceverai un mensile. Ufficialmente... ti assumo nella mia ditta come... consulente."
Marco era completamente confuso. Stelvio gli mise in mano le chiavi. "Per questo l'anno scorso m'hai fatto prendere la patente?" chiese.
"No, non ci pensavo. Semplicemente mi sembrava logico che tu l'avessi."
"Quando hai deciso... tutto questo?"
"Poco dopo che c'è stato quel crollo al tuo collegio. Volevo toglierti di lì."
"Ma adesso è tutto a posto..."
"Ma qui stai meglio, no? Andiamo, ora. La Panda la prendi dopo, ora dobbiamo andare dal notaio."
Marco lo seguì, frastornato. Mise le chiavi in tasca. Fece tutto quanto Stelvio aveva deciso e, a tarda sera, accolse l'uomo nel suo nuovo letto... e in sé. Fecero l'amore per quasi tutta la notte, con forte passione.
Il giorno dopo, saltate le lezioni per passare in banca, Marco passò di nuovo in collegio per rendere le chiavi e per vedere Tullio e Romano. Raccontò ai due amici quello che Stelvio aveva fatto per lui.
"Quello ti ha messo in gabbia." commentò Tullio.
"O magari, invece, si è innamorato di Marco, no?" disse Romano.
"Naaa! Quello lo vuole semplicemente tenere in gabbia, te lo dico io!" insisté Tullio.
"Avrei dovuto rifiutare?" chiese Marco.
"E perché? È tutto a nome tuo, ora, no? Male che vada, ti ha pagato il benservito anticipato." disse Tullio. "Non ti fare illusioni, Marco. Quello ha soldi da buttare via, semplicemente, e si è tolto uno sfizio per legarti a sé."
"Uno che sa fare soldi, sa come investirli, non li butta via." disse Romano.
"Ma non ti rendi conto? Ha deciso tutto lui, senza preoccuparsi se Marco era d'accordo o no, se gli piaceva o no."
"È molto bello... l'ha fatta arredare da Dario..." fece notare Marco.
"Contento tu..." disse Tullio.
"Cazzo, io sarei contento se qualcuno decidesse tutto per me in quel modo." disse Romano. "E poi, come hai detto tu, Marco può anche fregarsene di lui: se si stanca gli rimane sia un bell'appartamento che l'auto, no? Ci inviti una volta a casa tua, Marco?"
"Sì, certo, quando volete. Siete sempre i benvenuti."
Stelvio, ogni volta che aveva voglia di vedere Marco, gli telefonava per essere sicuro di trovarlo a casa. I primi mesi si faceva vivo spesso, tre o quattro volte alla settimana, e qualche volta, dopo aver fatto all'amore, si fermava anche dormire con lui, e questo faceva molto piacere a Marco.
Poi però Marco notò che le visite di Stelvio si stavano gradualmente dirando. Si chiese se l'uomo si stesse stancando di lui. Notò anche che le sue visite erano via via più brevi e che l'uomo sembrava diventare più freddo, anche se quando facevano all'amore, tutto pareva andare bene come al solito.
Non gli disse niente, per non irritarlo, però si sentiva trascurato e aveva l'impressione che lo stesse perdendo. Non sapeva che fare. Dopo un lungo periodo di incertezza, telefonò a Dario chiedendogli se poteva andare a trovarlo. E si confidò con lui.
L'architetto lo ascoltò, poi disse: "A volte non lo capisco neanche io, anche perché, pur essendo amici, non si apre mai completamente con me. Comunque... so che è una cosa che non ti farà piacere, ma..." disse esitante e tacque.
"Se sai qualcosa che mi può aiutare a capire, a..."
"Sì... anche se non è facile dirtelo... Da circa tre mesi... Sai che sta commerciando anche con la Repubblica Popolare Cinese, ora, no?"
"Sì, me lo ha accennato..."
"Perciò ha assunto un interprete, un giovane cinese che si chiama Yuan Wang."
"Non lo sapevo."
"E che, oltre a fargli da interprete per la corrispondenza e le telefonate... vive con lui, a casa sua."
Marco sentì come un colpo nella testa. Quasi sottovoce, disse: "Non mi aveva mai voluto a casa sua... se non per scopare. Diceva che non voleva che la sua donna di servizio potesse capire... E ora... Scopa con quel cinese?"
"Sì. Mi dispiace... so che tu sei ancora innamorato di lui, ma..."
"Te l'ha detto lui?"
"Sì... E dice che quel ragazzo, a letto, è un uragano, ma in ufficio è molto professionale..."
"E l'ha preso in casa... Per questo allora ha comprato l'appartamento per me. Per essere libero di fare... di..." disse Marco a voce bassa, sentendosi ferito. "Non faceva prima a rompere con me?"
"Evidentemente non vuole rompere con te."
"Però si sta allontando da me... lo sento. Per questo mi sono deciso a venire a parlare con te."
"Magari è solo un periodo. Magari le cose fra voi due si possono rimettere a posto..."
"No. Non sono mai state... a posto, fra lui e me; mai. Perciò non si possono rimettere a posto. Perché non mi ha detto niente?"
"Forse proprio per non perderti..."
Marco scosse la testa. Poi la sua espressione abbacchiata si trasformò e gradualmente s'indurì. Il ragazzo erse le spalle ed i suoi occhi scintillarono, freddi.
"Dopo tutto... dopo tutto non è che un cliente, no? Mi manca poco alla laurea... Mi conviene stare alle sue regole del gioco e poi... e poi mandarlo al diavolo. Forse avrei dovuto farlo già da un pezzo. Ma per ora mi fa comodo il mensile che mi versa in banca, almeno finché non mi trovo un lavoro. Ma sì, si scopi pure il suo cinesino che a letto è un uragano, e venga pure a scopare me, quando l'uragano lo stanca troppo. Io sarò la sua quiete dopo la tempesta, almeno finché mi farà comodo."
"So che quello che ti ho detto ti fa soffrire, ma... stavi già soffrendo anche senza saperlo..."
"Hai fatto bene a dirmi tutto, ti ringrazio. La colpa è solo mia. Non tua, e neanche di Stelvio, in fondo. Lui è fatto così. Forse dovrei trovarmi anche io un... un cinese che me lo metta come un uragano! O un negro, piuttosto, pare che ce l'hanno grosso, mentre i cinesi ce l'hanno piccolo."
"In certi momenti... sembrava che esistessi solo tu..."
"E in altri pare che non gliene freghi niente, che gli dia fastidio... No, in realtà, quello che gli dà fastidio è il fatto che sa che sono innamorato di lui. Forse... questo lo fa sentire in colpa..."
"È possibile..."
Marco, però, non riuscì a nascondere quello che sentiva, quando Stelvio andò da lui. Dopo inutili tentativi di non rispondere alle domande di Stelvio, infine vuotò il sacco.
Con voce calma, ma glaciale, gli disse: "Perché non ti accontenti di fottere il tuo uragano cinese, quel Ying Yang o come cavolo si chiama? Perché non mi lasci in pace? Piantala, smettila di cercarmi... dì al tuo contabile che non mi versi più il mensile... che m'hai licenziato... E se vuoi, torniamo dal notaio e ti riprendi quest'appartamento e la Panda, non me ne frega niente. Mi manca solo un anno alla laurea, me la caverò."
"Sì, forse hai ragione tu, Marco. Ma almeno l'appartamento e la Panda restano tuoi, perché ora non otterresti nuovamente una stanza nel Collegio, e l'hai persa per colpa mia; e qui è troppo scomodo per andare a lezione, senza auto. E riguardo al mensile... un anno più o un anno meno... per me cambia poco. Hai ragione tu, mi levo dalle palle. Speravo che non ti pesasse tanto stare con me secondo i miei patti, perché con te è sempre stato bello scopare."
"Bene. Come vuoi tu. D'altronde, non hai sempre fatto come hai voluto? Basta che ora mi lasci in pace. E poi, in fondo, tutto questo me lo sono guadagnato, dandoti il mio culo ogni volta che ti tirava, no? Non che non piacesse anche a me, onestamente. Ma non è scritto in nessun posto che la puttana non deve godere, quando il cliente ci sa fare."
Così i due non si viderò più. A differenza della prima volta, Marco sembrò soffrire di meno, questa volta, per la nuova separazione.
Tullio e Romano andavano spesso a trovarlo, gli stavano vicini, cercavano di farlo distrarre. Il mensile in banca continuava ad arrivare, come Stelvio aveva promesso, così Marco questa volta non ebbe neanche bisogno di cercarsi altri clienti. E di tanto in tanto poteva anche mandare un po' di soldi alla madre.
Marco, non avendo più nulla che richiedesse il suo tempo, si tuffò negli studi ed iniziò a preparare la tesi di laurea. A volte sentiva il bisogno di dare sfogo al proprio desiderio sessuale. Scoprì di avere la soluzione a portata di mano. La sera dopo cena, sul tardi, in acuni punti del Parco Ruffini si svolgeva un discreto "batuage" come lo chiamava Romano.
Così andava a fare un giro e, anche se non sempre, spesso trovava qualcuno che gli piacesse, che fosse attivo, e si appartava fra i cespugli dove si faceva montare.
Non li portava mai a casa né mai scambiava con gli sconosciuti il numero di telefono. Un po' perché non si fidava, non conoscendoli, un po' perché non voleva legami.
Una volta che s'era sfogato, tornava a casa, faceva una doccia ed andava a dormire, appagato, almeno per qualche giorno, anche se non realmente soddisfatto.
Una giorno Romano, che era andato a trovarlo, gli chiese: "Sai chi ho conosciuto?"
"No... dovrei?"
"Yuan Wang. Il cinese che lavorava per Stelvio..."
"Lavorava? Cioè quello che era un uragano a letto? Non lavora più per Stelvio? Non si fa più scopare da lui?"
"Sì lui. No, Stelvio l'ha licenziato due mesi fa."
"Poco dopo che l'ho messo alla porta? E perché?"
"Yuan Wang non ha saputo dirmelo."
"Ma come l'hai conosciuto? E com'è che t'ha detto che è gay?"
"Adesso è il ragazzo del nostro lettore di cinese, che sapevo che è gay perché ci si era incontrati una volta nella sauna gay. Quando ho sentito il suo nome, mi sembrava di averlo già sentito e mi sono ricordato che ne avevi parlato tu... Ero andato a casa del lettore e così ho incontrato Yuan Wang, e allora gli ho chiesto come mai non stava più con Stelvio. Da quello che ho capito, proprio quando tu hai rotto con Stelvio, lui è diventato nervoso e irritabile e alla fine ha sbattuto fuori il cinesino."
"Mah... è solo una coincidenza."
"E se invece... se invece Stelvio fosse... innamorato di te, ma non volesse ammetterlo neanche a sé stesso? C'è gente che ha... paura dell'amore."
"No, non Stelvio. Quello non ha paura nemmeno del diavolo. Tu sei troppo romantico, Romano, quasi più di me. No... Piuttosto, come vanno le cose fra te e Tullio? Sempre d'amore e d'accordo?"
"Ho paura di sì."
"Paura? Cosa vuoi dire?"
"Che ho l'impressione che ci stiamo cascando tutti e due, sia lui che io."
"Vuoi dire... che sta diventando qualcosa di... serio?"
"È solo un'impressione, ma... sì, credo di sì."
"E questo... ne sei contento o ti scoccia?"
"Con Tullio sto molto bene, e lui con me. E lui sai che si laurea a luglio... dice che appena trova un lavoro, smette di andare coi clienti, ma che vuole che ci vediamo ancora. Anche se io gli ho sempre detto che a me non importa se va coi clienti, lui credo che s'è accorto che all'inizio ero sincero, ma poi sempre meno. E lui ogni tanto mi chiede se scopo con altri, e dice che a lui non importa se lo faccio, però, anche se cerca di non farmelo capire, io mi accorgo che è contento quando gli dico che mi basta lui..."
"E ti basta, lui?"
"Sì che mi basta."
"E ti piacerebbe metterti con lui, voglio dire, seriamente?"
"Credo proprio di sì... Ma vedremo. Se sono carciofi, fioriranno."
"Perché carciofi e non rose?" gli chiese Marco divertito.
"Perché ho sempre adorato il fiore del carciofo e non ho mai amato molto la rosa... e comunque entrambi hanno le spine, come ogni buona relazione. Tu ci vedresti bene insieme?"
"Io vi vedrei bene insieme... sperando di avere occhi buoni. Ma ne avete già parlato?"
"No, non ancora. Solo qualche vaga allusione a volte... come quella che mi vuole continuare a vedere, dopo che si è laureato. O quando m'ha chiesto se non preferirei dividere un appartamento con un compagno o un amico, invece di stare in Collegio."
"E tu, nessuna allusione?"
"Sì... Che prima te ne sei andato tu dal collegio, fra poco lui... E mi mancherete tutti e due, ma specialmente lui... Senza offesa per te, solo che con lui scopo e con te no... E altre cose del genere."
"Logico." rispose sorridendo Marco.