Per Marco cominciò un periodo strano.
Quando Stelvio tornò a Torino, volle incontrare Marco. Però non lo portò a casa, ma salì con l'auto fino al Parco Europa di Cavoretto, per parlare con lui.
"Cosa hai deciso di fare?" gli chiese l'uomo, mentre camminavano fianco a fianco per i vialetti del parco.
"Io? La decisione sta a te... Sei tu il mio... datore di lavoro. Io sono solo un mantenuto."
"Ti scoccia essere... un mantenuto, come dici tu?"
"No, al contrario, mi fa comodo. E mi piace come fotti."
"A me ha... mi ha infastidito, la reazione che hai avuto, su a Viù."
"Mi dispiace."
"Mi pareva di essere stato sempre chiaro, con te."
"Lo sei stato."
"E allora perché quella reazione, quando m'hai visto con quel ragazzo?"
"Ero scocciato che la mia vacanza in Friuli fosse andata a monte, e poi anche con te a Viù... ho reagito in modo stupido, infantile. Avevo solo da telefonarti e... non sarebbe successo niente." mentì Marco.
"Cioè, ti bastava non sapere che avevo scopato con quel ragazzo?"
"No, che c'entra. Tu scopi con chi ti pare. Mica devi rendere conto a me, no? Saperlo, non saperlo, per me non cambia niente. Non era gelosia, era solo che avevo la luna per traverso. Mi dispiace." insisté Marco.
"È restato con me, Fausto. Ma avrei davvero preferito avere te. Lo sai che sei il migliore che ho mai avuto, no?"
"Sì, me l'hai detto."
"Sia a letto che per passare un po' di tempo assieme."
"Sì."
"Allora, devo pensare che non ci sono più problemi?"
"Certo. Mi dispiace di averne creati." disse il ragazzo a mezza voce.
"Tutto è bene quel che finisce bene."
"Grazie."
Ma in realtà Marco si rendeva conto che, per quanto si sforzasse, il problema persisteva, perché ora si rendeva conto di essere innamorato dell'uomo, in realtà, ma saeva anche che era un amore senza speranza.
Così iniziò per lui un periodo di alti e bassi, che né i suoi buoni propositi e neanche l'amicizia di Tullio sembravano riuscire ad alleviare.
Un paio di volte, con qualche scusa, non aveva accettato le richieste di Stelvio di vedersi, anche se poi se ne pentiva, sia perché ci stava male a non vederlo, sia perché temeva che l'uomo si stancasse di lui. Non gli sembrava che Stelvio avesse cambiato il suo atteggiamento nei suoi confronti. Anzi, forse quando erano a letto e facevano all'amore, pareva persino che l'uomo fosse più tenero ed appassionato di prima con lui.
O era solo la sua speranza a fargli sembrare che fosse così? Si stava illudendo da solo?
Volte Marco si chiedeva se, fra una volta e l'altra in cui andava a casa di Stelvio, questi non si portasse a letto altri ragazzi. Capiva che non glielo poteva certo chiedere. Capiva che Stelvio avrebbe avuto tutto il diritto di portarsi a letto chi voleva, però il solo pensare a questa possibilità lo faceva stare male.
"Ma perché mi sono innamorato di Stelvio?" chiese un giorno a Tullio, l'unico con cui poteva confidarsi, sfogarsi.
"E chi lo sa come succede? Mi hai sempre detto che ti scopa da dio, che ti piace sia fisicamente che come carattere, che è bello parlare con lui e anche solo stare con lui... Un po' tutto questo, penso."
"Ma per lui io sono solo un... gradevole diversivo, una piacevole scopata, ma non sono neanche soltanto un amico, infatti non è che si confida con me. Sì, a volte parla con me dei suoi problemi al lavoro, ma mai niente di intimo, mai niente di veramente personale. A lui non interessa stare con me, gli piace, certo, ma non è importante per lui."
"Forse semplicemente... Stelvio non è capace di amare... per qualche suo motivo. Non credi?"
"No, non vuole. Non vuole legarsi a me. E se capisce che io sono innamorato di lui, sono sicuro che non mi vorrà più vedere."
"Marco, tu non puoi continuare a starci male così."
"E che posso fare, allora?"
"Meglio che gli dici chiaro e tondo che ne sei innamorato e... se rompe con te, pazienza. Ti trovi altri clienti, piuttosto. Così come è ora, quello che ti dà materialmente lo stai pagando troppo caro."
Tanto insisté, Tullio, che alla fine Marco si convinse che l'amico aveva ragione. Così decise che, la prima volta che Stelvio gli avesse chiesto di andare da lui, avrebbe parlato chiaro.
Arrivò il solito messagino al cellulare. Marco si presentò all'appuntamento e Stelvio lo portò a casa. Il ragazzo s'era ripromesso di parlare con l'uomo prima di fare l'amore con questi, ma quando Stelvio lo prese fra le braccia e lo baciò, si disse che poteva parlargliene anche dopo...
Mentre si spogliavano l'un l'altro, Marco si sentiva in fiamme il corpo ed il cervello. Si dedicò all'uomo con più passione e dedizione del solito, quasi volesse, inconsciamente, "conquistarlo" e legarlo a sé.
"Ehi, oggi sei più caldo che mai..." gli disse Stelvio con un sorriso compiaciuto, stringendolo contro il suo forte corpo nudo.
Marco non rispose, lo baciò, scese a mordicchiargli ad arte i capezzoli, poi, scendendo ancora, si dedicò al bel membro dell'uomo, ritto e duro, con tutta la sua passione ed il suo desiderio. Stelvio mugolava e gli carezzava i capelli, godendosi quelle piacevolissime attenzioni.
Quando, dopo i lunghi ed appassionati preliminari, l'uomo finalmente si fece infilare il preservativo dal ragazzo, Marco gli si offrì con forte desiderio ed anticipazione.
"Prendimi... mettimelo tutto dentro..." invocò in un sussurro eccitatissimo, gli occhi brillanti.
"Sì, certo... Eccomi..." gli rispose l'uomo, iniziando a far schiudere, con una spinta calibrata, gentile ma decisa, la rosellina di carne palpitante del bel ragazzo.
"Oh... sì... è troppo... bello... dai..." bisbigliò con voce roca per l'intensità del desiderio e del piacere.
"Sì, eccomi... Sì, è bello come ti fai prendere..." gli disse l'uomo, affondando lentamente ma inesorabilmente in lui.
"Sì... sì... oh, sì..." mugolò Marco agitando la testa per l'intensità del piacere.
Finalmente l'uommo iniziò a battergli dentro con forte piacere, mentre il ragazzo gli sfregava i capezzoli duri con i polpastrelli e gli si agitava lievemente sotto, per accentuare il piacere di entrambi. L'uomo si aprì in un ampio sorriso compiaciuto: il ragazzo era più caldo ed eccitato che mai.
"Ti piace, Marco, eh?"
"Da morire! Dai... dai..."
"Cos'hai, oggi, eh? Sei più eccitante che mai! Oh, Marco... è troppo... troppo bello!"
"Sìììì..."
Stelvio lo prendeva con crescente passione, fortmente eccitato per l'incredibile eccitazione del bellissimo ragazzo, per la piena dedizione con cui gli si dava. Gli occhi dell'uomo brillavano e Marco pensò che era bellissimo. Lo vedeva incombere su di sé come un dio dell'antichità, Thor, Odino, Zeus...
Stelvio fu incapace di trattenersi ed esplose in un fortissimo orgasmo, immediatamente seguito da quello squassante del ragazzo. Dopo un'ultima, forte spinta, l'uomo si afflosciò sul ragazzo, che finalmente poté stendere le gambe. Entrambi ansimavano rumorosamente. Gradualmente i loro corpi ritrovarono la dolce calma che segue il culmine del piacere.
Stelvio lo baciò e lo guardò con un ampio sorriso: "Non avevo mai goduto tanto così, fino ad oggi. Mai. Oggi eri... fantastico. Come mai?"
"Perché io... ti amo, Stelvio!" esclamò finalmente il ragazzo.
Il sorriso si spense sul bel volto dell'uomo.
"Non ci posso fare niente..." mormorò il ragazzo, raggelato dall'improvvisa serietà del volto dell'altro.
"Ti avevo... messo in guardia, Marco." disse l'uomo in un tono in parte severo, in parte addolorato.
"Non ci posso fare niente." bisbigliò ancora il ragazzo, e due lacrime gli rigarono il viso.
"Neanche io... lo sai che non voglio un amante. Lo sai." gli disse, quasi in tono di rimprovero, l'uomo.
"Lo so."
"Lo sai che cosa significa."
"Sì, lo so."
"Mi dispiace."
"Vuoi che... me ne vada subito?" chiese Marco alzandosi a sedere sul letto.
"Forse è meglio..."
Il ragazzo annuì, scese dal letto e fece per rivestirsi.
"Non vuoi fare una doccia, prima?"
"No. La farò in Collegio."
Anche Stelvio si rivestì: "Ti riaccompagno."
"Grazie."
Per tutto il percorso non parlarono né si guardarono. Quando Stelvio fermò l'auto, si girò verso il ragazzo: "Mi dispiace." ripeté e gli porse la solita busta.
"M'avevi avvertito. Ciao." disse Marco intascandola e, a passo svelto, andò via, senza girarsi indietro.
Salì in camera senza incontrare nessuno, a parte il portinaio che gli lanciò un saluto distratto. Si spogliò, andò a farsi una doccia e finalmente pianse senza ritegno, dando sfogo a tutto il proprio dolore, le lacrime lavate via dal getto d'acqua, il corpo scosso dai singhiozzi.
Si asciugò e andò a gettarsi sul letto, prono. Il pianto s'era calmato, ora le lacrime uscivano lentamente, subito assorbite dal cuscino.
Il giorno dopo restò in camera: non se la sentiva di andare al Politecnico, a lezione. Nel pomeriggio bussarono alla porta. Non rispose. Sentì la voce di Tullio.
"Lo so che ci sei. Aprimi."
Marco scosse il capo e non rispose.
"Aprimi o vado a chiamre il portiere e mi faccio aprire da lui!"
"Lasciami in pace." disse allora Marco, in tono stanco.
"No. Aprimi o dico che ti sei sentito male e mi faccio aprire."
"Voglio restare solo."
"No. Aprimi subito. Guarda, conto fino a dieci e poi... uno... due... tre... quattro..."
Marco si alzò, senza curarsi di essere ancora nudo, aprì la porta ed andò a gettarsi di nuovo sul letto. Tullio entrò e richiuse la porta a chiave. Andò a sedere sul bordo del letto dell'amico. Gli carezzò un braccio.
"T'ha mandato via." disse.
Marco annuì.
"Ha capito che sei innamorato."
"Gliel'ho detto."
"Se t'ha madato via, non ti merita."
"Come la volpe e l'uva acerba."
"Non meritava che t'innamorassi di lui."
"Facile a dire."
"Cazzo! Uno come te... Ne toverai uno migliore di lui."
"E piantala! Scusa... so che cerchi di aiutarmi, ma mi stai solo rompendo le scatole."
"Gli uomini sono tutti stronzi."
"Ti ricordo che siamo uomini anche noi due, tu e io."
"Appunto. Ma dico, io..."
"E stai un po' zitto, no?"
"Vuoi che me ne vada?"
"No... resta qui. Ma in silenzio, per favore." mormorò Marco.
Tullio gli prese una mano fra le sue e gliela strinse. Restarono in silenzio a lungo. Le lacrime ripresero a scendere dagli occhi di Marco.
"L'hai presa proprio brutta, eh?" sussurrò Tullio.
Marco annuì, poi, con voce strana, disse: "Passerà..."
"Scommetto che hai saltato pranzo."
"Così mantengo la linea. Non stare a perdere tempo qui con me..."
"Stronzo." gli disse Tullio, con affetto. Poi disse, deciso, "Più tardi andiamo a fare cena assieme."
"Non ho fame."
"E allora la salto anche io. E non mangio finché non mangi anche tu."
"Ma..."
"Niente ma. Andiamo a mangiare il gelato fritto, eh? T'era piaciuto, no?"
"Io..."
"E piantala a fare la vedovella inconsolabile... o il bambino capriccioso. Lo so che non hai voglia di mangiare, che ti senti sottosopra, che manderesti a fa'n culo il mondo e me per primo. Però io non ti mollo. A che servono gli amici, sennò?"
La spuntò Tullio. Marco gradualmente si riprese. Trovò nuovi clienti. Però ogni volta che arrivava un messaggino, sperava che provenisse da Stelvio, ed ogni volta era deluso che non fosse stato lui a mandarglielo. Anche se si era giurato che comunque non gli avrebbe risposto.
Erano passati alcuni mesi. Marco passava attraverso alti e bassi, a volte credendo di essersi tolto dal core e dalla mente Stelvio, altre arrovellandosi su come fare per tentare di rivederlo, di farsi in qualche modo, accettare da lui.
Era il primo pomeriggio, Marco stava passando lungo il corridoio che portava alle sale giochi e computer da una parte e alla palestra dall'altra, quando udì un sinistro scricchiolio, poi ebbe l'impressione che ci fosse il terremoto, vide una parete deformarsi, poi squarciarsi e crollare in parte. Urla, richiami, un polverone bianco che invadeva tutto come un'ondata di piena, calcinacci e pezzi di muro, le lampade che si staccavano dal soffitto e cadevano in mari di scintille dovute al cortocircuito...
Istintivamente Marco arretrò, si voltò e corse nella hall, scontrandosi con gente che invece accorreva, gridando, chiedendo che cosa fosse accaduto. Marco, barcollando, stordito, bianco come un fastasma sia per la paura che per la polvere che l'aveva sommerso, uscì sulla strada, si allontanò un poco ed andò a sedere sul marciapiedi, ché le gambe non lo reggevano più. Restò lì, inebetito, immobile, la schiena appoggiata ad un lampione, le gambe distese davanti a lui.
Accoreva gente, poi si sentì un coro di sirene, automezzi invasero il corso fermandosi davanti al Collegio: pompieri, infermieri, polizia, carabinieri sciamarono fuori dagli automezzi. Poi vide arrivare giornalisti, fotografi, telecamere. Marco guardava quella confusione, sentendosi ancora inerte. Nessuno pareva accorgersi di lui.
Si chiese allarmato dove fosse Tullio, poi si ricordò che non era al collegio. Dal Politecnico era andato direttamente ad un appuntamento e gli aveva detto che sarebbe rientrato dopo cena.
Non sapeva quanto tempo fosse passato. Le ambulanze erano ripartite ululando, Le forze dell'ordine tenevano indietro i curiosi. Lui, come una bambola dimenticata, stava sempre lì, poco lontano. Tutti guardavano verso il Collegio, nessuno ancora s'era accorto di Marco.
Poi sentì una voce che lo fece sussultare: "Marco!"
Girò il capo come al rallentatore, ancora intontito. Vide Stelvio arrivare da lui, accoccolarsi sul marciapiede, lo vide aprire le braccia, stringerlo a sé e mormorare: "Mio dio! Sei vivo, grazie al cielo! Sei vivo..."
"Cos'è successo?" chiese il ragazzo.
Stelvio si staccò da lui e lo guardò: "Hanno interrotto le trasmissioni alla radio... È crollato il soffitto della palestra... tre morti, dodici feriti, alcuni gravi... Non hanno detto i nomi... sono stato preso dal panico... Sono corso subito qui..."
"Panico?" chiese Marco un po' stupito.
"Ma tu... come stai... Hai un po' di sangue... forse solo un graffio... Vieni, ti porto in ospedale per un controllo!" disse l'uomo alzandosi e cercando di farlo alzare.
"No... sto bene... Sei corso qui..."
"Credo di aver bruciato qualche rosso..." disse con un sorriso schivo l'uomo. "Vieni, ho lasciato la macchina aperta, appena t'ho visto."
Marco, preso per un braccio dall'uomo, si lasciò portare fino all'auto e vi entrò. Stelvio si mise al posto di guida e partì.
"Perché sei venuto?"
"Per dio! Perché? Per te."
"Ma è tutto finito, no. Io non esisto più, no?" obiettò con voce stanca e bassa il ragazzo, senza guardarlo.
"Pare... pare di no, che non sono riuscito a... cancellarti."
"Non m'hai mai mandato neanche un messaggino, e ora..."
"Quasi ogni giorno ho avuto la tentazione di farlo."
"Ma non l'hai mai fatto..."
"Ma ora sono qui."
"Perché?"
"Per te, per me."
"Per te?"
"Io... io, Marco... Io non sono innamorato di te, e mi dispiace che tu lo sia... o che tu lo fossi..."
"Lo sono..." disse quasi in un lamento il ragazzo.
"Io no, ma... ma tu mi manchi troppo. Gli altri ragazzi, ora, mi sembrano insipidi, vuoti. Io ho bisogno di te, voglio te."
"Ma..."
"Se tu ti sapessi accontentare di stare con me senza chiedermi di darti quello che non ti posso dare..."
"Non t'ho mai chiesto niente."
"A differenza di tutti gli altri. Dopo che ti ho portato all'ospedale, ti va di venire su da me?"
"Devo avvertire in collegio... se mi cercano..."
"Hai il telefonino? Gliela fai a chiamarli?"
"Sì..."
In ospedale lo medicarono, aveva solo graffi e qualche ecchimosi. Stelvio lo portò a casa.
"Spogliati e vai a fare una bella doccia, ora. Gliela fai da solo?"
"Sì, sto meglio, adesso. Ma non ho niente per cambiarmi..."
"C'è una lavanderia, poco lontano. Gli porto io i tuoi abiti e chiedo di pulirli il più in fretta possibile. Tu, quando hai fatto la doccia, indossa questa vestaglia. Torno subito."
Stelvio tornò mentre Marco usciva dal bagno. Lo fece andare nel soggorno e lo fece sedere accanto a sé sul sofà.
"Per domattina sono pronti. Stanotte dormi qui. Poi andiamo a vedere se puoi tornare nella tua stanza là al Collegio. Vuoi bere qualcosa di forte?"
"Sono astemio, lo sai."
Stelvio gli cinse le spalle con un braccio e lo strinse lievemente: "Non m'hai ancora detto se accetti..."
Marco era incerto, avrebbe voluto dirgli di no, che lui non era un giocattolo da prendere poi buttar via, oppure da dimenticare in un cassetto... Ma la sola vicinanza dell'uomo, il suo calore, cancellarono rapidamente ogni suo proposito e si abbandonò contro quel corpo, percependone il desiderio che rapidamente risvegliò il suo.
Stelvio gli passò le dita nei capelli ancora umidicci, poi gli carezzò una gota. Marco fremette e gli si spinse più contro.
"Mi vuoi?" gli chiese quasi in un sussurro.
"Sei ancora troppo scosso per il pericolo che hai corso..."
"Ma mi vuoi?" insistette il ragazzo.
"Certo che ti voglio..."
"Portami di là, per favore."
"Non ti senti ancora troppo... troppo debole?"
"Tanto... devi fare tutto tu, no?" gli disse il ragazzzo con lieve umorismo.
"Io ti voglio, però... però non voglio che tu ti illuda di... di poter essere per me più di una piacevole compagnia..."
"Lo so. Va bene."
"Sei avvero sicuro?"
"Sì, sono sicuro. Portami di là, dai..."
Stelvio gli passò un braccio sotto le ascelle, un altro dietro le ginocchia e si alzò, sollevandolo di peso. Non l'aveva mai fatto prima e Marco si stupì per la forza e l'agilità dell'uomo. Gli abbandonò il capo contro il petto, mentre Stelvio lo portava nella propria camera da letto. Sì, lo voleva sentire in sé; anche lui aveva teriibilmente bisogno di quell'uomo... forse per sentirsi ancora vivo, ancora desiderato.
Dopo che l'ebbe deposto sul letto, Stelvio si spogliò rapidamente, raggiunse il ragazzo e gli sciolse e sfilò la vestaglia. Lo abbracciò e lo baciò.
"Possiamo anche solo restare così, se preferisci..." propose l'uomo.
"No... prendimi... per favore." rispose il ragazzo scendendo a carezzare il membro turgido dell'altro. "Mettimelo tutto dentro..." mormorò, "Tutto dentro..." ripeté come in una debole eco.
Quella volta nessuno dei due sentì la mancanza dei consueti, lunghi, piacevoli preliminari. Entrambi sentivano l'urgenza di unirsi di nuovo. Stelvio si preparò, e penetrò il ragazzo con una passione a stento controllata. Poi, finalmente, iniziò a muoverglisi dentro con virile gentilezza, in un ritmo forte e sostenuto, guardandolo nei begli occhi persi nei suoi.
Marco lo sentiva riempirlo, scivolargli dentro e fuori, sfregargli la prostata donandogli ondate su ondate di piacere. Vedeva i muscoli dell'uomo guizzare su di lui ad ogni spinta, osservava l'espressione intensa dell'uomo colorarsi lentamente di un sorriso lieve... si perdeva nei suoi occhi illuminati di desiderio e piacere... e si chiese come avrebbe potuto disamorarsi di quell'uomo? Era assolutamente impossibile!
Sì, doveva accettare che gli desse quanto era capace o disposto a dargli. E non pensava al denaro, ai regali, in quel momento, ma alla bellezza di essere unito a lui così intimamente, così piacevolmente.
"Mi piaci troppo..." mormorò l'uomo continuando a prenderlo con immutato vigore e piacere.
Poi si fermò, scese a baciarlo intimamente, a lungo, muovendo appena il bacino quel tanto che gli garantiva di non perdere l'erezione, e le loro lingue giocarono, ora ardite, ora timide, ora forti, ora gentili.
Stelvio riprese la sua passionale ginnastica amorosa, con immutata brama. Un pensiero incongruo s'insinuò nella mente di Marco, piena fino ad allora solo di forti e belle sensazioni: "Tullio mi sgriderà, per questo..." ma subito lo cacciò via e si abbandonò nuovamente al piacere che l'altro gli stava donando. Si sentiva al limite di un bellissimo orgasmo e per controllarlo, si contrasse.
"Oh... eccomi!" gemette l'uomo, mentre il viso gli si arrossava lievemente.
"Sì..." sussurrò il ragazzo, lasciandosi andare.
Il godimento sommerse entrambi e nella stanza risuonò una sommessa sinfonia di lievi gemiti, un contrappunto di mugolii di intenso piacere.