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una storia originale di Andrej Koymasky


pin NON VOGLIO UN AMANTE CAPITOLO 3
UN BUON GIRO

Quando fu di nuovo in camera sua, Marco aprì la busta e contò il denaro: era parecchio! C'era insieme un bigliettino con poche parole: "T'ho messo qualcosa in più per comprarti il telefonino. Quando ce l'hai, mandami un messaggino al seguente numero..." Marco si chiese quando l'uomo avesse potuto scrivere quel biglietto... non s'era accorto di nulla.

Sorrise: sì, l'avrebbe comprato. Gli era piaciuto il sesso che aveva avuto con Dario. Si spogliò, fece una doccia, poi si mise a letto. Spense la luce. Se avesse avuto altri come quel Dario... non solo poteva pagarsi gli studi, ma magari anche mandare un po' di soldi alla madre... Forse non tutti sarebbero stati piacevoli come Dario, si disse... Scivolò nel sonno senza rendersene conto.

La mattina seguente fu svegliato da un ripetuto bussare alla porta della sua camera. Si alzò, indossò un paio di shorts ed andò ad aprire. Era Tullio, che entrò con un gran sorriso stampato in faccia.

"Allora?" gli chiese, sedendo al contrario sull'unica sedia, appoggiando le braccia sullo schienale e la testa sopra, e guardandolo.

"Mi vuole rivedere." rispose Marco sedendo sul bordo del letto, e facendo un sorriso schivo.

"Non ne dubitavo. Ma tu? Ti va di rivederlo?"

"Sì... mi ha anche dato i soldi per comprarmi il telefonino... Per chiamarmi ancora."

"Alla cooperativa del Poli, ne hanno della Nokia, belli e a ottimo prezzo. Durante l'intervallo di pranzo, se vuoi, ci andiamo insieme, così ti consiglio."

"Bene."

"Scopa bene, Dario, vero?"

"Sì, e è anche molto gentile..."

"Sì... però è il tipo a cui piace cambiare. Vedrai, due, tre volte ancora, poi... Però conosce un sacco di gente e se tu vuoi, ti può introdurre nel suo giro. Tutti pieni di soldi come lui."

"Sono tutti... gentili come lui?"

"No, ce n'è pure che gli piace fottere appena hai messo un piede oltre la porta e quando si sono sfogati pare che gli dai fastidio e ti mettono alla porta. Però pagano bene e non sono troppo male a letto, quelli che conosco. T'ho presentato Dario perché so che è uno a posto."

"Ha una bella casa."

"Sì. Chi più che meno, quasi tutti quelli del mio giro hanno belle case o belle garçonnière."

"Tu... hai combinato con quel Giovanni?"

"No, non aveva voglia. Ma poi è arrivato un suo amico, uno che non conoscevo. Non mi levava gli occhi di dosso nemmeno un attimo. Finalmente m'ha chiesto se ero libero... e così sono andato con lui. Un po' troia a letto, ma non male. Hai fatto mettere il preservativo a Dario no?"

"Sì, certo. L'ha fatto lui, non ho avuto bisogno di usare quelli che m'avevi dato..."

"Non te li dimenticare mai... e soprattutto non accettare mai di fare qualcosa senza usarli, neanche se ti fanno vedere il certificato che sono puliti. T'ho spiegato che ci vogliono sei mesi prima che si manifesti, no?"

"Sì, certo." ripeté Marco, un po' imbarazzato per quei discorsi. Ma sapeva che Tullio aveva ragione.

Comprato il cellulare alla cooperativa del Politecnico, consigliato da Tullio, mandò subito un messaggino a Dario, ringraziandolo. Per qualche giorno non ricevette nessuna risposta, tanto che pensò che all'architetto non interessasse più prendere un appuntamento con lui.

Tullio presentò Marco ad un altro suo conoscente, portandolo in un altro locale, ed ebbe così il suo secondo cliente. Era un giornalista della televisione, un uomo sui quaranta anni, sposato, che lo portò nella sua graçonnière. A questo piaceva prenderlo in piedi, davanti ad una specchiera a tre pannelli, come quelle che ci sono nei camerini di prova dei negozi di abbigliamento...

Poi finalmente ricevette un messaggio da Dario. Lo chiamò e combinarono di vedersi di nuovo.

In seguito ebbe nuovi clienti. Ormai ne aveva in media uno ogni due giorni. E il conto in banca che aveva aperto si stava rimpinguando. Dario lo invitò da lui quanttro o cinque volte, poi smise di chiamarlo. Qualche volta lo incontrava per caso in uno dei locali che Marco frequentava, a volte da solo a volte col suo amico Tullio.

Quando incontrava Dario, chiacchieravano volentieri assieme. Anche se Dario non l'aveva mai più invitato a "vedere la collezione di diamanti", era evidente che era reciproco il piacere di incontrarsi, e che l'architetto provava un certo senso di amicizia nei confronti di Marco.

I compagni del collegio e dell'università si accorsero che Marco ora era vestito meglio, con abiti più eleganti, e che faceva meno attenzione di un tempo a non spendere troppo.

Uno di loro, Sergio, una sera durante la cena in mensa gli chiese: "Ehi, Marco, hai vinto alla lotteria?"

"No, ho ricevuto un'eredità da un lontano zio d'America." rispose allegramente il ragazzo.

"Cavolo, che culo!"

"Sì, davvero, ho culo, io!" rispose Marco e Tullio ridacchiò, unico ad aver capito il gioco di parole dell'amico.

"Com'è che da un po' di tempo in qua, esci quasi tutte le sere?" gli chiese poi Sergio.

"Mi sono dedicato ad alleviare pene a gente in bisogno."

Tullio ridacchiò di nuovo, notando che aveva pronunciato pene non con la "é" ma con la "è".

"Fai volontariato? Con la Caritas?"

"Sì, qualcosa del genere. Ma non coi preti, coi laici. Faccio assistenza a domicilio." rispose Marco allegramente, divertito da quel gioco che solo lui e Tullio capivano.

"Ti occupi di vecchi? Di handicappati? Malati?" chiese Sergio.

Tullio guardò Marco, chiedendosi che cosa avrebbe risposto.

"Faccio esattamente quello che stai facendi tu, Sergio: mi occupo dei cazzi degli altri!"

Tullio uscì dalla stanza perché non riusciva più a trattenere le risa.

Sergio fece un'espressione offesa: "Ma sai che me ne frega a me, era tanto per parlare." gli disse.

Quando più tardi i due amici si videro, Tullio gli disse: "Davvero, quello che mi piace più di tutto di te è il tuo umorismo: hai sempre la battuta pronta."

"Credevo che ti piacesse più di tutto il mio culetto, anche se ultimamente l'hai trascurato un po'..." gli disse Marco, con uno sguardo malizioso.

"Senza voler togliere niente al tuo bel culetto..."

"Ci credo, a te piace mettere, non togliere!"

"E piantala!" disse ridendo Tullio, "Tu mi piaci innanzitutto come amico. Come persona. Tutto il resto viene dopo."

"Dopo? Dopo, quando? A che ora facciamo... tutto il resto?" scherzò ancora Marco.

Il cellulare di Marco suonò la musichetta che avvertiva che era arrivato un SMS. Il ragazzo lo tirò fuori dalla tasca e controllò.

"È Dario. Dice di chiamarlo. Credevo che non gli andasse più di farlo con me..."

"Ti piace, Dario?"

"È molto simpatico. E è stato il mio primo cliente. Il primo cliente non si scorda mai!" gli rispose allegramente.

"Mi pareva che fosse un po' diverso, quel detto."

"Io li adatto, li aggiorno. Sono un evoluzionista."

"Non chiami Dario?"

"Se lo chiamo subito sembra che non ho niente da fare e che aspettavo solo il suo messaggio."

"Ti vuoi far desiderare?"

"Sbaglio, secondo te?"

"E quando mai? Sei una delle persone più razionali che conosco."

Più tardi telefonò a Dario, che lo invitò a passare a casa sua per le sette e trenta, per cenare assieme e chiacchierare un po'... Accettò, un po' perplesso. Le altre volte gli diceva che voleva vederlo "per spolverare i diamanti"...

Quando arrivò a casa di Dario, questi lo portò nell'ampia cucina, dove la tavola era imbandita.

"Hai cucinato tu?" gli chiese Marco.

"Non so neanche fare un uovo in tegamino! No, ho ordinato tutto al ristorante qui sotto. Accomodati. Un aperitivo? Analcolico, s'intende."

"No, grazie. Secondo me aperitivi e antipasti rovinano solo quello che segue." disse Marco sedendo al posto che Dario gli indicava.

Iniziarono a mangiare.

"Marco, ho parlato di te ad un mio caro amico... e se sei d'accordo, avrebbe piacere di conoscerti."

"Un tuo amico? Chi è?"

"Un uomo di quarantasei anni. Si occupa di import-export di cibi e bevande, ed è anche il fornitore di alcune grandi catene di supermercati. È lui che mi fornisce lo sciroppo di acero, quello vero, che qui è difficile da trovare. Da ragazzo faceva il marcandin... cioè aveva un banchetto con cui girava i mercatini rionali. Si è fatto da solo... lavorando come un matto, fregando il fisco, ma soprattutto con un notevole fiuto per gli affari."

"Ma... è gay?"

"E certo, per quello gli ho parlato di te. Vedi, lui non frequenta i giri gay, non gli va che si sappia in giro che è gay, perciò ha una certa difficoltà a trovarsi un ragazzo. Ci siamo conosciuti a casa di amici, quando io avevo ventuno anni e lui ne aveva trentatré. Però siamo tutti e due top, perciò, dopo la prima volta, si è rimasti amici ma non s'è fatto più niente assieme. Dopo che mi sono laureato, mi ha fatto progettare la sua casa che ha ancora a Viù. Poi gli ho arredato la casa di Torino, e infine gli ho progettato gli uffici della sua ditta, che è a Grugliasco. Siamo molto amici."

"E cerca un ragazzo... e per questo gli hai parlato di me?"

"Sì, secondo me gli piacerai e ti piacerà. Logicamente prima vi farei incontrare e se non ti va... gliene cerco un altro. Non c'è nessun problema."

"Ma che tipo è?"

"In gamba, gentile, generoso, non proprio bello, ma piacente. Ricco, e lo sarebbe anche di più, se non continuasse a reinvestire gran parte di quello che guadagna. Ha una discreta cultura, benché abbia solo un diploma di ragioniere."

"Insomma, non ha difetti..." commentò Marco con un sorrisetto.

"Certo che ne ha. A volte sembra un po' freddo, un po' chiuso; ma non lo è affatto; è sensibile, al contrario. È iperattivo... questo lo porta ad essere un po' irritabile, nervoso, a volte. Per lui chiedere scusa è una delle cose più difficili della vita... perciò cerca di farsi perdonare facendo regali. È il suo modo di chiedere scusa."

"Ha famiglia?"

"No. Il padre gli è morto quando aveva diciotto anni, e la madre cinque anni dopo. Non ha fratelli né sorelle. Non s'è mai sposato. Che io sappia non ha più contatti con le famiglie d'origine da un pezzo."

"Ma che fa, oltre a lavorare? Ha qualche hobby?"

"Legge molto, soprattutto libri di letteratura, arte. Quando viaggia per lavoro, cerca sempre di ritagliarsi qualche giorno per fare il turista. E colleziona bicchieri di ceramica da tutto il mondo."

"Sembra un tipo interessante..."

"Lo è. Se ti va di incontrarlo, l'ho invitato a venire qui verso le dieci."

"Sa che... ci sono io?"

"Sì, e se ti trova qui vuol dire che sei interessato a conoscerlo, se no, passerà la serata con me. Che cosa preferisci fare?"

"Mi piacerebbe incontrarlo, da come me l'hai dipinto mi pare un tipo interessante. Ma se poi non mi piacesse?"

"In qualsiasi momento... basta che guardi l'orologio e dici che devi andare, senza bisogno di nessuna scusa."

"Non può essere... offensivo?"

"No, gli ho detto che non sapevo se e quanto ti saresti potuto fermare."

Marco sorrise: "Hai previsto tutto..."

"Non voglio far stare male o a disagio né lui né te. Io credo che vi troverete interessanti l'un l'altro, ma potrei sbagliarmi, no?"

"Manca poco meno di un'ora alle dieci. Lo aspetto."

"Ottimo. Ci facciamo un caffè poi andiamo di là. Lo prendi il caffè, no?"

"Sì, grazie. Anche se non sei un cuoco, almeno quello lo sai fare bene." scherzò Marco. "Non mi hai ancora detto come si chiama..."

"Stelvio Frascarolo."

"Stelvio? Avevo uno zio che si chiamava Stelvio, ma è morto in guerra."

Stavano chiacchierando in soggiorno, sullo stereo, a basso volume, suonava un CD di musica barocca, quando arrivò l'amico di Dario.

L'uomo aveva capelli ricci, castano-scuri, folti; era alto come Marco ma aveva un corpo più massiccio, un volto un po' squadrato; occhi scuri, dallo sguardo penetrante, sopracciglia folte e ben divise; labbra dritte, ben disegnate, che davano l'impressione di una persona determinata.

La stretta di mano fu maschia, ma non troppo forte. Indossava un vestito casual, semplice ma di ottima fattura ed i calzoni avevano una piega perfetta.

All'inizio Marco era un po' intimorito dall'uomo, che evidentemente lo stava studiando. Stelvio invece intavolò subito una conversazione con Marco ed il padrone di casa, dimostrando di essere completamente a proprio agio.

Si informò sugli studi di Marco, sulla sua vita, i suoi desideri, i suoi hobby, su mille altre cose come se non stesse valutando un ragazzo da portarsi a letto, ma solo facendo conoscenza con un ospite di Dario. Anche il modo in cui lo guardava non aveva nulla di sessuale, di erotico... e tanto meno di morboso.

Gradualmente Marco si rilassò, dimenticò quasi perché fosse lì, con un vecchio cliente ed un possibile cliente... si sentì a proprio agio e divenne via via più spontaneo, ritrovando anche il suo consueto senso dell'umorismo.

Ad un certo punto Stelvio guardò l'orologio: "Si è fatto tardi, ragazzi, e io domattina mi devo alzare presto per partire. Se vuoi, Marco, ti do un passaggio fino al collegio, così togliamo il disturbo e permettiamo al nostro anfitrione di andare a dormire."

I due salutarono Dario ed uscirono. Marco era un po' deluso: pensò che Stelvio non fosse interessato a lui, che invece era rimasto affascinato dall'uomo.

Stelvio guidò in silenzio. Fermò l'auto dalla parte opposta del collegio, al di là della trincea ferroviaria, e spense il motore e le luci dell'auto.

"Ho passato una piacevole serata, con Dario... e con te. Mi piacerebbe se tu e io ci si potesse rivedere... Mi dai il tuo numero di telefonino? Quando torno dal mio viaggio, avrei piacere di chiamarti, di combinare con te."

Marco fu un po' sorpreso, ma gli scrisse il numero del cellulare su un foglietto e glielo porse. L'uomo lo prese, lo mise in tasca, poi mise un braccio attorno alle spalle del ragazzo, lo tirò a sé e lo baciò in bocca, intimamente. Marco fremette e, abbandonandosi a quel mezzo abbraccio, rese il bacio.

Stelvio si staccò da lui e lo guardò negli occhi nella semoscurità dell'abitacolo dell'automobile: uno sguardo intenso, penetrante che fece fremere il ragazzo.

"Sono contento di averti conosciuto. Dario mi aveva parlato molto bene di te, ma sei anche meglio di quanto m'aveva detto. Appena tornerò a Torino, fra tre giorni, ti chiamerò. Verrai da me?"

"Volentieri..." mormorò Marco.

"Bene. Buona notte, Marco."

"Buona notte, Stelvio."

Marco scese dall'auto e traversò il corso, mentre l'uomo ripartiva. Il ragazzo salì in camera. Quel bacio inatteso, la richiesta di rivederlo quando credeva di essere stato scaricato, gli avevano messo addosso un senso di gradevole eccitazione.

Si spogliò e si mise a letto. Si chiese come sarebbe stato l'uomo a letto... Il bacio era stato piacevole e gli aveva immediatamente provocato un'erezione. Inconsciamente s'era aspettato che l'uomo, mentre lo baciava, l'avrebbe palpato fra le gambe, ma non l'aveva fatto. Rivedeva gli occhi brillanti dell'uomo, sia prima che dopo il bacio e fremette di nuovo.

Sì, quell'uomo non particolarmente bello ma piacente l'aveva affascinato. Emanava da lui una forza magnetica, una virilità quieta ma sicura... più che gradevole.

Era a lezione quando sentì il cellulare vibrare nella tasca dei calzoni. Finita la lezione uscì in corridoio e controllò il cellulare.

"Tornato ieri notte. Chiama presto per combinare. Ste."

Uscì dall'edificio e, dopo aver memorizzato il numero, chiamò Stelvio.

"Sono Marco Sabbadin, posso parlare con il signor Frascarolo, per cortesia?"

"Sono io. Hai tempo, oggi pomeriggio?"

"Sì, sono libero."

"Posso passare a prenderti alle 16?"

"Sì, certo."

"Mi aspetti dove t'ho lasciato?"

"Va bene."

"A presto."

Non aveva riconosciuto la voce dell'uomo. Ma doveva aspettarsi che rispondesse lui, perché la chiamata veniva da un telefonino e non da un telefono fisso.

Marco andò alle altre lezioni, poi tornò al collegio dove pranzò in mensa. Salì in camera, fece una doccia, si cambiò. Mancava ancora un paio di ore alle quattro. Mise in ordine gli appunti che aveva preso a lezione, guardando spesso l'orologio digitale che aveva sulla scrivania.

Finalmente venne l'ora e scese, traversò il corso, passando oltre la ferrovia ed attese, in corso Mediterraneo all'angolo con via Colombo. Dovette attendere poco, l'auto di Stelvio si fermò in seconda fila senza spegnere il motore e l'uomo aprì la portiera. Marco entrò svelto e l'auto ripartì.

"Ciao. È molto che aspettavi?"

"No ero appena arrivato. È andato bene il viaggio?"

"Sì, grazie. Hai tempo fino all'ora di cena?"

"Sì..."

"Dopo cena ti riaccompagno in collegio."

"Grazie."

Marco sogguardava il profilo dell'uomo, intento nella guida.

"Hai gli esami fra un mese, giusto?"

"Sì, spero di darne due."

"Ti senti preparato? Sono difficili?"

"Abbastanza preparato. Uno è difficile, l'altro non troppo. Comunque ho ancora un mese per finire a prepararmi."

"Dicevi l'altra sera che non hai mai fallito un esame... e che il voto più basso è stato un 24..."

"Ti ricordi tutto?"

"Certo." rispose l'uomo lanciandogli un'occhiata.

Si fermò davanti al passo carraio di una costruzione piuttosto recente, azionò il telecomando e scese nel garage. Scesi dall'auto, presero un ascensore. L'uomo premette il bottone dell'ultimo piano. Sul pianerottolo c'erano due porte, una di fronte all'altra. Stelvio inserì una chiave speciale nella feritoia dell'allarme che si spense, poi aprì la porta e fece entrare il ragazzo.

Erano in un ingresso quadrato, con pavimento di marmo bianco, e cinque porte bianche con vetri di opalina. L'uomo aprì la porta di fondo e passarono per un breve corridoio con quattro porte. Aprì la porta a sinistra: era una camera da letto, con letto matrimoniale, mobili laccati in bianco, molto moderni, una parete coperta da un'ampia tenda a rigoni verticali di varie tonalità di azzurro come il copriletto. L'insieme era luminoso e gradevole.

"Va subito al sodo..." pensò il ragazzo.

Stelvio chiuse la porta, prese Marco fra le braccia stringendolo a sé e lo baciò. In silenzio, cominciò ad aprire gli abiti del ragazzo, sfilandoglieli uno dopo l'altro. Marco fece lo stesso con l'uomo. Di solito era una buona regola fare quello che faceva l'altro, perché inconsciamente, aveva notato, ognuno fa all'altro quello che gli piace ricevere... entro certi limiti.

Come in un rito calmo e solenne, dopo poco i due erano completamene nudi, uno di fronte all'altro, i loro abiti appoggiati su due sedie con le imbottiture azzurre.

L'uomo si allontanò di un passo dal ragazzo e ne guardò il corpo nudo: "Sei molto bello."

"Grazie..." mormorò Marco.

Anche l'uomo aveva un bel corpo, forte, non peloso, lievemente tozzo ma proporzionato. Marco si rese conto che Stelvio non aveva un filo di grasso, ma doveva avere ossa forti, solide, che davano a quel corpo un senso di potenza, e lo rendevano meno snello di quanto avrebbe potuto essere. Era lievemente abbronzato, in modo uniforme per tutto il corpo, il che dava alla pelle un aspetto sano e un colore lievemente ambrato. Il membro dell'uomo sorgeva, già eretto, da un folto di peli scuri e ricci.

Stelvio tolse il copriletto, poi tendendo una mano al ragazzo, lo invitò a salire con lui sull'ampio letto. Lo abbracciò e lo fece stendere, andandogli sopra con tutto il corpo e baciandolo di nuovo.

Conrariamente a quanto aveva pensato il ragazzo, l'uomo si dedicò a lunghi e piacevoli preliminari. Marco fece del proprio meglio per dare all'uomo quanto poteva aspettarsi da lui, inizialmente in modo cosciente, razionale, ma poi, via via, in modo istintivo.

Un lievissimo sorriso aleggiava sul volto di Stelvio e Marco gli sorrideva in risposta. A volte l'uomo lo baciava con focosità, a volte invece le loro lingue giocavano lievi. I loro occhi non si lasciavano per un attimo, mentre i corpi, strettamente allacciati, rotolavano sull'ampio letto, stazzonando le lenzuola.

Poi Stelvio prese dal comodino una bustina di preservativi. Marco gliela tolse dalle mani, l'aprì, e infilò la sottile guaina di lattice sul bel membro dell'altro, aiutandosi con dita lievi e con le labbra.

Poi Stelvio fece stendere il ragazzo sulla schiena. Marco ripiegò le gambe sul petto, ai fianchi, offrendosi così all'altro. Gli occhi dell'uomo brillarono ed il suo sorriso s'accentuò un poco mentre scendeva sul ragazzo per prenderlo. Marco sentì il membro duro dell'uomo puntare sul suo foro ed iniziare a premere e si sentì schiudere ed accoglierlo e ne provò piacere.

Mentre scivolava in lui, lento, forte, virile e solenne, negli occhi di Stelvio sembrarono bruciare tizzoni ardenti. Marco pensò che l'uomo ci sapeva fare, aveva esperienza... lo accolse dentro di sé con crescente piacere.

L'uomo gli passò le braccia sotto la schiena, e gli pose le mani sulle spalle, tirando a sé il ragazzo mentre gli finiva di affondare completamente dentro. Poi lo baciò a fondo, con evidente passione, ed iniziò a muovere solo il bacino, imprimendo un saldo va e vieni al proprio pistone di carne e tirando a sé il ragazzo ad ogni affondo. Marco gli carezzava la schiena ed assecondava le sue virili spinte.

Il petto dell'uomo sfregava lieve su quello del ragazzo e ad ogni movimento il suo ventre massaggiava ritmicamente il membro durissimo di Marco, imprigionato fra i loro corpi, accentuando il piacere del ragazzo che pensò che quell'uomo sapeva davvero fottere molto bene...

Il trillo di un telefono lontano penetrò nella quiete ovattata della stanza, poi tacque. Marco sentì l'uomo imprimere più vigore alle sue spinte, ne sentì il corpo fremere e capì che Stelvio si stava avvicinando al culmine del piacere. Anche la sua eccitazione era fortissima. Si dimenò lievemente per accentuare lo sfregamento del ventre dell'uomo sul proprio membro, perché sperava di raggiungere l'orgasmo con lui. Marco venne prima dell'uomo, ma le sue istintive, forti contrazioni scatenarono anche l'orgasmo dell'uomo.

Dopo un po', per la prima volta Stelvio parò di nuovo, con voce bassa, calda: "Cerca di girarti su un fianco, ma senza farmi uscire..." disse sollevando il torso e guidando una gamba del ragazzo a stendersi.

Lentamente cambiarono posizione, finché entrambi furono stesi sul fianco sinistro. Stelvio ancora saldamente infisso in lui, lo abbracciò da dietro tirandolo a sé e gli fece palpitare dentro il suo forte membro ancora pienamente eretto. Marco guardava gli sportelli dell'armadio bianco che occupava tutta la parete senza lasciare una sola fessura, scanalati in verticale, e pensava che era stato molto piacevole come l'uomo l'aveva preso. Sembrava che anche Stelvio fosse soddisfatto di lui...

L'uomo lo carezzava sul petto. "Verrai ancora qui da me, qualche volta?" gli chiese.

"Ogni volta che vuoi. Molto volentieri."

Si sentì di nuovo trillare il telefono. Di nuovo tacque.

"Ti dà fastidio, che ti resto dentro così?"

"No, per niente, anzi, mi piace."

"Puoi venire a cena con me, stasera, no?"

"Sì, certo, volentieri." ripeté il ragazzo in un sussurro.


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