Marco era contento: aveva dato l'ultimo esame del primo anno prendendo un buon 27. Avrebbe certamente ottenuto la borsa di studio. Tullio, che lo aspettava in corridoio, saputo l'esito, gli fece i complimenti.
"È anche merito tuo che m'hai passato gli appunti dell'anno scorso e m'hai spiegato un sacco di cose."
"Quello che mi rode è che tu dici che è merito mio, ma a me, quando ho dato quegli esami, hanno sempre dato meno di te! Ma chi se ne frega, in fondo; l'importante è passare gli esami, no? Il fatto è che tu, a differenza di me, sai vendere bene la tua merce."
"Cioè?"
"Se a me per esempio chiedono quanto fa uno più uno, io rispondo a bruciapelo: due! Tu invece rispondi: non può fare che due, se operiamo in un sistema a base maggiore di due, altrimenti fa 1-0."
"Beh... è così."
"Sì, ma appunto tu ci pensi che ci sono altre possibilità, io penso solo alla più ovvia. Così tu dimostri di essere un tipo riflessivo e preparato... Io sono poco riflessivo, invece. Ma di', che fai, ora?"
"Torno al collegio, così posso chiamare papà e mamma per dire loro che è andata bene."
"Puoi chiamarli col mio telefonino. Così andiamo a fare un giro."
"Non mi va di sfruttarti sempre..."
"Orgoglio, Marco? Te l'ho detto che a me i soldi non mancano, no? Dai, non mi va di restare da solo. Per favore..." gli disse Tullio porgendogli il cellulare con un sorriso.
Marco lo prese e compose il numero.
"Mamma? Ciao, volevo dirti... Ma che c'è, mamma? Piangi?"
"..."
"Quando? Come?" chiese Marco impallidendo.
"..."
"Oh dio! Vengo, vengo subito, col primo treno... Fatti forza, mamma... Sì..."
"Che è successo?" gli chiese Tullio, allarmato, riprendendo il cellulare che l'amico gli rendeva, con un'espressione terrea.
"Papà... si è rovescito col trattore..."
"È grave?"
"È... morto!"
"Oh cazzo! Dio quanto mi dispiace, Marco... Torniamo in collegio, poi t'accompagno alla stazione."
"Grazie. Non aveva ancora cinquanta anni, povero papà."
Tornati in collegio, Marco preparò in fretta una valigia, mentre Tullio telefonava per informarsi sugli orari dei treni.
Mentre andavano alla stazione, Marco disse: "Mi sa che... dovrò smettere di studiare, a questo punto. Dovrò mettermi a lavorare, per provvedere a mamma."
"Ma con la borsa di studio..." obiettò Tullio.
"Mi basterebbe a mala pena per sopravvivere. Papà faceva sacrifici, per mantenermi qui. Adesso che non c'è più lui... E poi mamma ora è sola."
"Dio, ma è un peccato, con una testa come la tua..."
"È la vita." rispose il ragazzo in tono rassegnato.
Arrivato a Zoppola, una volta seppellito il padre, seduti nella modesta cucina, Marco disse alla madre: "Torno a Torino a prendere le mie cose, poi torno qui e mi cerco un lavoro, mamma."
La madre lo guardò stupita: "Che? No, Marco, tu devi continuare gli studi. Devi farlo, per te stesso, ma anche per papà."
"Ma tu mamma, da sola..."
"Ci sono i fratelli e le sorelle di papà, che mi vogliono bene. Mi hanno già detto di non peoccuparmi. Ho ancora due buone braccia, non sarò di peso a nessuno."
"Ma non posso chiedere agli zii di mantenermi agli studi, mamma. Nessuno dei miei cugini fa l'università, e dovrebbero mantenere me?"
"Abbiamo ancora qualche soldo da parte..."
"No, mamma, non voglio che tocchi quel poco che ti resta in banca. No, io torno qui e..."
Dijana Matijasic lo interruppe e lo guardò dritto negli occhi: "Sei un bravo ragazzo, Marco, ma se tu non fai come dico io, e come voleva papà... io non ti guardo più in faccia, non ti voglio più in questa casa. Papà era così fiero di te, ogni volta che ci telefonavi per dirci che voto avevi preso. Non puoi fargli questo, tu devi finire gli studi."
"Ma, mamma..."
"Niente 'ma mamma' con me, giovanotto. Sarai maggiorenne, ma sei ancora mio figlio... finché non mi fai incavolare. Tu torni a Torino e finisci l'università. Chiaro?" disse la donna in tono deciso.
"Va bene, mamma, come vuoi tu. Ma a una condizione: non mi devi mandare neanche una lira. O riesco a cavarmela da solo o niente."
"Ma sappiamo tutti e due che la borsa di studio è bassa..."
"Chiedo il sussidio e probabilmente non mi fanno pagare la stanza in collegio."
La madre accettò. Dopo alcuni giorni Marco tornò a Torino. Quando incontrò Tullio nella sala dei giochi del collegio, gli raccontò della discussione avuta con la madre.
"Ho paura di non fargliela solo con la borsa di studio. Devo cercarmi un lavoro... in nero però, se no mi tolgono la borsa di studio."
"Ma così rischi di dover saltare le lezioni... di andare meno bene e di perdere anche la borsa di studio, Marco."
"Magari un lavoro di notte..."
"Sì, e poi dormi in aula!"
"Magari un lavoro part-time."
"Comunque è tutt'altro che facile trovare un lavoro, sia pure part-time, in nero, e di notte..."
"Vedi qualche altra alternativa, tu, Tullio?" gli chiese il ragazzo in tono di leggera sfida.
Il compagno si grattò la testa, lo guardò dritto negli occhi, poi disse: "Vieni, facciamo due passi."
Mentre camminavano lungo Corso Lione, verso corso Vittorio, Tullio cominciò: "Mio padre non voleva che io facessi l'università, diceva che sono soldi buttati via, che ormai anche una laurea è solo carta straccia. Io però volevo farla, a tutti i costi. Mio padre, credendo di obbligarmi a dargli retta, ha chiuso i rubinetti. Però vedi che studio e i soldi non mi mancano, no? Sai come ho fatto per metterla in culo a quel becero di mio padre?"
Marco lo guardò. Sentiva che Tullio stava facendo uno sforzo per tirar fuori quelle parole. Non gli aveva mai parlato della sua famiglia, prima di allora.
"Scommetto che neppure te lo immagini, Marco. Eppure... funziona. Ho trovato il modo per... divertirmi e guadagnare abbastanza bene per potermi mantenere allo stesso tempo. E avere un buon livello di vita, come sai. Certo, il mio non è un lavoro... molto legale..."
Marco si sentì stringere il cuore: "Spacci droga?" chiese quasi sottovoce.
Tullio lo guardò sorpreso, poi rise: "No! Piuttosto muoio di fame che usare o vendere quelle porcherie! No, mi farei schifo se per far soldi dovessi rovinare tanta gente. No, no, mi sono messo nella... libera professione."
"Libera professione? Che lavoro fai?"
"Il lavoro più antico del mondo! In nero, s'intende, così non devo neanche pagare le tasse."
"Consulenze?"
"Non proprio. No, piuttosto... prestazioni d'opera, si potrebbe dire. Pagate bene."
"Quanto guadagni?"
"Quando va male, supero i due milioni al mese. Esentasse. A volte arrivo anche al doppio."
"Per quante ore di lavoro?"
"In media sei alla settimana. Un paio d'ore per tre volte, cioè. Ma varia a seconda del... datore di lavoro..."
"È fantastico. Sei ore alla settimana, non mi toglierebbe troppo tempo agli studi. E l'orario?"
"Concordato di volta in volta."
"È un lavoro difficile? Pensi che saprei farlo anche io?" chiese Marco, decisamente interessato.
"Dipende solo da te. I talenti per farlo, secondo me, li hai tutti."
"Ma non mi hai ancora spiegato che lavoro fai..."
"La marchetta." disse semplicemente Tullio, guardando l'amico per vederne la reazione.
"Vuoi dire che... che tu... che batti i marciapiedi?" chiese incredulo Marco. Poi gli fece un sorrisetto incerto: "Ma va là, mi stai prendendo per il culo!"
"No che non batto il marciapiede. Frequento certi locali per i primi incontri... e poi prendo appuntamento col cellulare. Solo gente scelta, ricca, a posto."
"Parli sul serio?"
"Cos'è, adesso ti vergogni di essere mio amico?"
"No, che c'entra. Ma ti piace?"
"Mica vado con tutti. Sì che mi piace. Te l'ho detto, guadagno bene e mi diverto. E vedi che mi vesto bene, mi posso concedere qualche sfizio, e mi mantengo agli studi in barba a mio padre."
"Sì, però..."
"Però, cosa?"
"Non lo so... andare con sconosciuti..."
"Solo la prima volta sono sconosciuti, poi... ci si conosce piuttosto... a fondo." ridacchiò Tullio facendo il gesto di fottere con la mano.
"Dio io... io mi vergognarei come una spia!"
"Le spie mica si vergognano."
"È un modo di dire." ribatté Marco, pensieroso.
"E che c'è da vergognarsi? Quello ha voglia di scopare con te e è disposto a pagare bene. Se a te pure il tizio ti va, o almeno non ti fa problemi provarci... ci vai. Poi, se è andata bene, gli dai il numero dl cellulare e magari vi rivedete. Se no... ciao."
"Io... non saprei nemmeno da che parte cominciare... E non ho manco il cellulare."
Tullio rise: "Un cellulare costa poco, ormai. E le prime volte ti porto io nei posti giusti, ti presento alle persone giuste. Uno come te, bello come te, potrebbe avere la coda di gente che ci vuole provare... e perciò potresti anche scegliere."
"Non lo so... Non ho mai pensato a... una cosa così. Devo pensarci..."
"E pensaci. Scusa, Marco, non è per insistere, ma... Tu m'hai raccontato qualche avventura che hai avuto in passato, no? Ora, immagina che uno di quelli che hai agganciato per la prima volta senza conoscerlo o che ti ha agganciato, fosse stato disposto a pagare... sarebbe cambiato qualcosa? Sì, ma solo che oltre a divertirti avresti avuto più soldi nel portafogli. Giusto?"
"Non hai mai avuto... brutte esperienze?"
"Per ora no, mai. È tutta gente a posto... Il peggio che mi è capitato è stato solo che il tizio a letto valeva poco o niente. Si patteggia prima. Niente sado-maso, né cose del genere, almeno per me. Il rischio è minimo, è gente della Torino bene, che non farebbe mai cazzate perché sa che ci rimetterebbe troppo. Spesso si passano la voce fra loro, perciò il vecchio cliente, per così dire, garantisce per il nuovo. Io ho dovuto arrangiarmi da solo, ma tu... avresti me per portarti nei posti giusti e per presentarti alle persone giuste. E puoi continuare i tuoi studi senza problemi, facendo anche una bella vita, come vedi che la faccio io... Io, a quelli del mio giro, ho detto di mandarmi solo messaggini, di non chiamare, che poi li chiamo io quando sono libero di farlo. Semplice, comodo, funzionale."
"E dove... dove si scopa?"
"A casa loro, o nella loro garçonnière, o in certe pensioncine compiacenti del centro. Dipende. Alcuni vivono da soli, altri invece hanno famiglia. È gente che non può farsi vedere a battere nei parchi o per la strada, non possono rischiare. Devono andare sul sicuro. Ma questo è anche una garanzia per quelli come me, perché se non possono rischiare, non ti fanno rischiare."
"Quelli come te? Vuoi dire che ce ne sono tanti?"
"Io ne conosco, almeno di vista, una decina, ma certamente ce ne sono di più. Marco, potresti risolvere tutti i tuoi problemi. Potresti almeno provarci una volta, poi, se non ti va, dai un taglio. E oltre ai soldi, se sono contenti, a volte fanno anche qualche regalo... un abito firmato, una vacanza, qualcosa che, senza averne l'aria, gli fai capire che ti piacerebbe."
"Non lo so, ma avere dei soldi in cambio..."
"È un modo di dirti che ti hanno apprezzato, di dire grazie... un po' più concreto. Dopo tutto tu hai fatto qualcosa per loro, no? Se tu lavori in un ufficio, ti accontenteresti se il tuo datore di lavoro ti dicesse solo grazie? Se tu fossi un attore, ti basterebbe come paga essere applaudito?"
Marco ancora tentennava un poco, ma alla fine Tullio riuscì a convincerlo a provarci, almeno. Così, la sera seguente, il compagno lo portò in un elegante pub-birreria del centro, pieno di gente.
Marco si guardò attorno un po stupito: "Ma qui... ci sono uomini e donne... Qui si batte?"
"Con molta discrezione, si capisce, ma qui si batte bene. E con una certa tecnica... c'è una specie di codice non scritto... un'altra volta se vuoi te ne parlo. Ma ora, in realtà, voglio solo vedere se trovo certi miei vecchi e buoni clienti a cui presentarti..."
Andarono a sedere ad un tavolo libero. Arrivò un cameriere a prendere l'ordinazione. Tullio notò che Marco era teso e nervoso.
"Rilassati, Marco, dai!" gli disse con un sorriso, "Guarda che non ti mangia nessuno! Eh via, cazzo, pare quasi che ti ho portato davanti al plotone di esecuzione!"
Tornò il cameriere con le Adelscot che Tullio aveva ordinato. I due ragazzi le sorseggiarono. Tullio teneva d'occhio l'entrata del locale. Ad un certo punto strinse una mano del compagno, che lo guardò, quasi allarmato.
"Guarda i due che stanno entrando, quello con la giacca di renna e l'altro con la maglia di Armani... Ti piacciono?"
"Li conosci?"
"Sì, tutti e due e quello con la renna ci metterebbe di sicuro la firma, per uno come te. Ti piace?"
"Beh... è un bell'uomo..."
"È un tizio in gamba, si chiama Dario, e è anche piuttosto ricco. E a differenza del suo amico, che gli piacciono quelli come me, l'altro preferisce quelli come te. Aspettami qui."
"Dove vai?"
"A parlare con loro, no?"
"Di me?" chiese quasi allarmato Marco.
"No, del papa!" rispose Tullio in tono ironico, e si avviò verso i due nuovi venuti.
Marco li vide parlare, i due ogni tanto lanciavano un'cchiata verso di lui. Poi tutti e tre andarono al tavolo dove sedeva Marco, che si sentiva sempre più nervoso.
"Marco, questo è Giuseppe Roggero, e questo è Dario Beltrame. Lui invece si chiama Marco Sabbadin."
"Ciao." dissero i due uomini sedendo al tavolo.
"Buonasera..." rispose Marco, stentando a tirare fuori la voce.
Contrariamente a quanto pensava, nessuno dei due uomini gli chiese o propose nulla, ma si misero a chiacchierare del più e del meno con Tullio, cercando di includere nella conversazione anche Marco, che però rispondeva quasi a monosillabi.
Poi Tullio disse a quello che si chiamava Giuseppe: "Lasciamoli soli, dai, andiamo a sedere nell'altra saletta."
Marco gli lanciò un'occhiata implorante, ma i due si alzarono e si allontanarono. Marco li seguì con gli occhi.
"Anche tu studi al Politecnico, m'ha detto Tullio..." disse l'uomo che si chiamava Dario e che era restato con lui.
"Eh? Scusi, diceva?" rispose Marco che ancora guardava dove erano scomparsi gli altri due.
"Fai il Politecnico con Tullio?" ripeté Dario con un sorriso cortese.
"Sì, ma lui è al terzo, io al secondo."
"La tua prima volta, stasera, vero?" gli chiese l'uomo in tono casuale.
"Sì... sì."
"Sei molto bello, Marco. Mi piaci molto."
Il ragazzo arrossì ed abbassò gli occhi sul proprio bicchiere di birra quasi vuoto.
"Posso offrirtene un'altra?" chiese Dario.
"No, grazie. Per me è anche troppo berne una. Non sono abituato all'alcol."
"Fumi?"
"No."
"Un ragazzo senza vizi. A parte uno... quello che piace a me... Niente alcol, niente fumo, niente donne..." ridacchiò Dario.
Anche Marco fece un risolino nervoso.
"Quando sorridi diventi anche più bello. E più... desiderabile." disse l'uomo, poi aggiunse: "Nervoso, eh?"
Marco annuì.
"Se non ti senti... se non ti va di farlo con me... nessuno ti costringe. Si può solo chiacchierare un po' poi, se vuoi, ti accompagno fin sotto il Collegio Universitario. Mi diceva Tullio che vai molto bene, negli studi."
"Sì... mi piace."
"Hai un lieve accento... Sei veneto?"
"Friulano."
"Udine? Pordenone?"
"Vicino a Pordenone. È mai stato in Friuli?"
"Non ci si potrebbe dare del tu? Sì, alcune volte. Ho fatto anche un lavoro a Udine."
"Che lavoro fa... fai?"
"Architetto. A Udine ho progettato la ristrutturazione degli ambienti interni di una banca. Giuseppe lavora con me. No, non siamo una coppia, o per meglio dire, non lo siamo più. Siamo due spiriti troppo liberi, tutti e due. Si è riusciti a stare assieme solo per un anno. Però siamo rimasti buoni amici, oltre che colleghi."
"Lei..."
"Non riesci poprio a darmi del tu?"
"Tu... conosci da molto Tullio?"
"Quasi due anni. Ma Tullio è più giusto per Giovanni che per me... se capisci cosa intendo. Tullio, cioè, è un top come me, Giovanni invece preferisce essere un bottom... e tu?"
Marco conosceva quei termini in inglese, glieli aveva spiegati Tullio. "Io... come Giovanni... preferisco farmelo mettere." ammise e si sentì arrossire.
"Ottimo. Che ne dici, allora, se adesso andiamo a salutare i nostri amici e vieni da me a vedere la mia collezione di diamanti?"
"Diamanti?" chiese Marco guardandolo stupito.
Dario rise: "Di solito si invita a vedere la collezione di farfalle, o di francobolli, come scusa per portarsi qualcuno a letto, ché la collezione non esiste. Ma a me piace essere originale, anche se comunque è per portarti a letto..."
Marco sorrise. "Preferisco la collezione di diamanti, allora, anche se non esiste."
"Allora... è un sì, il tuo?"
"È la mia prima volta... mi sento un po'..."
"... nervoso. Beh, cercherò di metterti a tuo agio. Non è lontano da qui, casa mia, in cinque minuti a piedi siamo arrivati. Dopo prendo l'auto e ti porto fino al tuo collegio. D'accordo?"
"Sì, certo... grazie..."
Passarono a salutare Tullio, che gli fece l'occhietto, e Giovanni, poi uscirono e si recarono a casa di Dario. Lungo la strada non scambiarono neanche una parola. L'architetto viveva in un alloggio molto bello, al primo piano di un vecchio palazzo: gli ambienti erano ampi e antichi, l'arredamento estremamente moderno, di un lusso discreto.
"Vivi da solo, qui?" gli chiese Marco guardandosi attorno.
"Sì. Di giorno viene una donna a fare i servizi. Posso offrirti qualcosa?"
"Un bicchiere d'acqua, grazie."
"Già, niente alcolici, tu. Hai mai bevuto lo sciroppo di acero finlandese?"
"No, mai... Com'è?"
"A me piace. Vieni, te ne preparo un po'. Se non ti piace, lascialo lì e ti do l'acqua come hai chiesto."
Lo portò in cucina, riempì tre bicchieri d'acqua fresca di frigorifero e in due di essi versò, da una bottiglietta, un po' di denso sciroppo marrone-ambrato che si diffuse nell'acqua in ampie volute ondeggianti. Con un lungo cucchiaino di vetro li mescolò e ne porse uno a Marco prendendo l'altro.
Il ragazzo sorseggiò, poi disse: "È molto buono. Mi piace."
"Ottimo." disse Dario, prese da uno sportello un'altra bottiglietta sigillata e gliela porse: "Tieni, questa te la porti via, visto che ti piace."
Vuotati i loro bicchieri, Dario gli chiese: "Allora, ti va se adesso ti faccio vedere la mia inesistente collezione di diamanti?"
Marco sorrise un po' imbarazzato, ma annuì.
"Vieni, allora."
Giunti nella camera da letto, Dario regolò le luci diffuse a media intensità ed i due si spogliarono. Dario aveva un corpo lievemente villoso, in perfetta forma fisica. Portò Marco sull'ampio letto, ve lo sospinse sopra e gli si stese accanto ed iniziò a coinvolgerlo in lunghi e piacevoli preliminari. Il ragazzo presto si sentì coinvolto e partecipò con crescente piacere.
"Sei molto bello e molto dolce, Marco. Sono contento che m'hai detto di sì... che sei qui con me."
"Grazie."
"E baci anche molto bene..."
"Anche tu..."
Poi Dario prese un preservativo, se lo infilò, e preparò Marco. Gli fece poggiare le caviglie sulle sue spalle e scese sul ragazzo, iniziando a penetrarlo lentamente con una determinata spinta. Marco chiuse gli occhi e si mordicchiò un labbro.
"Ti faccio male?" gli chiese l'uomo, ma senza smettere di inserigli dentro il suo forte e duro membro.
"No, va bene... va proprio bene." mormorò il ragazzo, godendosi quella forte penetrazione, quella colonna di carne che ora gli stafa sfregando sulla prostata, mandandogli brividi di piacere per tutto il corpo e provocandogli una forte erezione.
Dario gli scivolò dentro lentamente, in un'unica, continua spinta senza colpi, finché fu immerso in lui fino alla radice del membro. Allora iniziò a ritrarsi poi a spingergleilo dentro di nuovo, con calma, assaporando le piacevoli sensazioni che gli dava il ragazzo lasciandosi penetrare da lui. Apprezzò il sorriso del ragazzo ed anche la sua risvegliata erezione.
L'uomo lo prese a lungo, facendo di tanto in tanto soste in cui lo baciava, per poi riprendere la sua ginnastica erotica quando l'eccitazione era un po' diminuita e ancora facile da tenere sotto controllo. Marco gli carezzava il petto, le braccia, il ventre, gli stuzzicava i capezzoli, godendosi il calibrato va e vieni dell'uomo che, mentre lo prendeva, lo masturbava, sì che alla fine raggiunsero quasi contemporaneamente l'orgasmo.
Dario si sfilò da lui, gli fece stendere le gambe e gli si stese a fianco. "Mi sei piaciuto molto, Marco. Vorrei vederti ancora... Mi lasci il numero del tuo telefonino?"
"Non ce l'ho..."
"Ma come? Se ormai ce l'hanno anche i ragazzini delle medie! Davvero non l'hai? O è un modo elegante per dirmi di no. A te non è piaciuto?"
"No... davvero... Posso darti il numero del Collegio e del mio interno... Anche a me farebbe piacere rivederti. Anche a me è piaciuto farlo con te, davvero."
"È più semplice combinare se hai il telefonino... Non t'ha detto Tullio come si fa, di solito?"
"Sì, me l'ha spiegato. Magari ne compro uno, prima o poi."
"Allora, ci rivediamo, qualche volta?"
"Volentieri, sì. Ma adesso, se non ti spiace, dovrei rientrare in collegio..."
"Certo, ti ci porto."
Scesero dal letto e si rivestirono. Dario gli dette una busta che Marco mise in tasca senza controllare, poi scesero assieme e, presa l'auto dal garage, l'uomo lo accompagnò fin sotto il collegio.