Quando Valerio Sabbadin, ventottenne contadino in quel di Zoppola, venne a sapere di aver messo incinta la ventenne Dijana Matijasic, donna di servizio a casa del farmacista del paese, immediatamene le offrì un matrimonio riparatore. La ragazza croata, sola al mondo e immigrata con un permesso di lavoro, accettò immediatamente.
Non fu un matrimonio d'amore, Valerio aveva voluto solo divertirsi con la bella Dijana ed ora un "antiquato" senso dell'onore gli imponeva di riparare, sposando la ragazza, che invece vide in quel matrimonio la possibilità di sistemarsi e di diventare cittadina italiana. Eppure, una volta sposati e quando era nato Marco, i due gradualmente si accorsero che in realtà stavano bene assimeme e anzi a poco a poco giunsero anche a volersi molto bene.
Il piccolo pareva aver preso, fisicamente, il meglio da entrambi i genitori, piuttosto belli tutti e due, e crescendo pareva diventare sempre più bello. Come carattere aveva in sé la mitezza e timidezza della madre e la determinazione e rettitudine del padre, il tutto amalgamato in una gradevole miscela e condito da una vivace intelligenza.
Marco era cresciuto fra i campi e l'aia da una parte, e fra la scuola e l'oratorio parrocchiale dall'altra. Il suo buon carattere lo rendeva ben accetto a tutti, fossero gli altri contadinelli, i compagni di scuola o gli adulti. Anzi, era anche più che ben accetto: la sua compagnia era ricercata, ambita.
Il padre, Valerio, accogliendo volentieri i suggerimenti degli insegnanti di Marco, aveva deciso che suo figlio doveva studiare. Non erano ricchi i Sabbadin, ma neppure avevano mai dovuto tirare la cinghia. Valerio era in grado, senza fare sacrifici troppo pesanti, di mantenere Marco agli studi, anche fino all'università. Terminate perciò le scuole medie, Marco era andato a frequentare il liceo scientifico a Pordenone, andando avanti e dietro fra Zoppola ed il capoluogo con la motoretta che il padre gli aveva comprato.
Aveva quattordici anni, Marco, quando un compagno di prima liceo con cui era diventato presto amico, Lorenzo, un "cittadino" di Pordenone, un giorno lo introdusse ai "giochini segreti" fra ragazzi. Marco, come faceva per i suoi studi, si applicò anche a quei giochini con vera passione, sì che la sua compagnia fu presto ricercata, grazie a discreti passa-parola, anche da altri ragazzi.
Ma gradualmente Marco si accorse che, mentre per la maggioranza dei compagni quelle attività erano dapprima solo un'esplorazione della loro sessualità che sbocciava, e poi uno sfogo alla difficoltà di farlo con l'altro sesso, per lui erano l'espressione della sua vera sessualità. La cosa, dopo un breve, iniziale smarrimento, non lo preoccupò troppo.
Marco fu anche fortunato, perché abbastanza presto si accorse di non essere l'unico ad avere certi desideri, ad essere orientato in modo diverso dalla maggioranza, e non si sentì troppo "diverso" né troppo solo.
Comunque, anche se lui era diverso dalla maggioranza, nulla gli impediva di approfittare di quanto i compagni, in attesa di potersi fare la ragazza, gli potevano dare, e di goderselo. Come diceva a volte il nonno, "Gioldi fin che si pò, si à simpri timp di patî" (godi fin che si può, si ha sempre tempo per patire). Era sufficiente, per non avere problemi, che anche lui, come tutti, parlasse di ragazze e facesse un po' lo scemotto con le compagne...
Marco si accorse anche che, se pure non si tirava mai indietro quando era l'altro a chiedergli di "fare il maschio", a lui piaceva molto di più quando erano i compagni a volerlo penetrare. Nonostante la prima cosa accadesse sempre più di rado e sempre più di frequente la seconda, nessuno mai prese in giro Marco, né mai lo trattò da "buson".
Aveva sedici anni quando, un pomeriggio dopo le lezioni, un uomo sui trenta anni lo agganciò al cinema e, portatoselo a casa, fece a lungo l'amore con lui su un letto, prendendo il ragazzo in tutte le possibili posizioni. Marco in quella occasione non solo imparò qualcosa sul piano delle "tecniche sessuali" ma scoprì anche che gli piaceva di più farlo con gente più matura di lui che non con i suoi coetanei.
Terminato con ottimi voti il liceo, Marco pensò di iscriversi ad ingegneria elettronica a Milano, ma il padre gli disse che preferiva che si iscrivesse al Politecnico di Torino: "È più famoso, mi hanno detto, quello di Torino, e io per te voglio le scuole migliori. E poi a Torino c'è anche la zia Clara, non sei solo come a Milano."
"Ma papà, Torino è più lontana... E poi, anche se è tua sorella, non t'arrabbiare papà, ma mica mi piace poi tanto la zia Clara. Non mi va di dover stare a casa sua..."
"Mica t'ho detto di stare dalla zia Clara. Che poi so che non ha nemmeno il posto, a casa sua. Mi hanno detto che c'è un collegio universitario e che prendono quelli coi voti più alti, e tu hai preso il massimo alla maturità. Stai in collegio, con altri giovani come te, tutti studenti all'università. Ma noi stiamo più tranquilli che, in caso di bisogno, c'è la zia Clara che ti può dare un occhio."
Marco non era del tutto convinto, ma sapeva che il padre, che lo ascoltava sempre se lui si lamentava qualche volta, non sopportava affatto l'insistenza, perciò si rassegnò ad obbedire a quanto il padre aveva stabilito. Fecero tutte le carte, i versamenti delle tasse alle poste, le pratiche necessarie.
Così alla fine dell'estate Marco, con due valigie nuove ed uno zainetto, dopo diverse ore di viaggio, sbarcò alla stazione Porta Nuova di Torino. Seguendo le istruzioni che aveva ricevuto, con i mezzi pubblici raggiunse il collegio universitario di Corso Lione 24, dove, controllati i suoi documenti, lo registrarono, gli fecero mettere tutta una serie di firme, gli dettero una copia del regolamento e gli assegnarono una cameretta al terzo piano, con servizi privati.
La stanza era gradevole: aveva pareti color paglierino, soffitto bianco e pavimento a grandi quadrotte grigio chiaro. La mobilia era composta di un letto con uno scaffale pensile a lato, comodino, scrivania con il termosifone a fianco, una sedia foderata di tela azzurra, un armadio ed un altro scaffale a giorno, tutti in laminato bianco con zampe d'acciaio. La stanza aveva tre lampade: una centrale, una sopra la testiera del letto ed una sulla scrivania. Sul letto, ben ripiegate, c'erano lenzuola, federe, due coperte, le tendine per la finestra oltre ad un set di asciugamani per il bagno. Questo era minuscolo, ma aveva anche la doccia.
Marco sistemò le sue cose nell'armadio, nei cassetti e sullo scaffale, poi preparò il letto; l'aveva sempre fatto da solo, a casa, perciò non ebbe problemi. Stava finendo di sistemarlo quando qualcuno bussò alla porta.
"Avanti!" rispose.
Entrò un ragazzo poco più grande di lui. "Ciao, io mi chiamo Agostino e sono il responsabile di piano. Benvenuto. Per qualsiasi cosa, qualsiasi problema, cerca me. La mia camera è la numero 301, comunque c'è il nome sulla porta. Quando hai tempo ti porto a fare un giro..."
"Grazie. Io mi chiamo Marco... Per me... anche subito, se vuoi."
"Sì, Marco Sabbadin. Friulano, giusto?"
"Sì, di vicino Pordenone."
"Io invece vengo da Sarzana. Ho letto che sei iscritto al politecnico, ingengeria elettronica. Al secondo piano c'è un altro ragazzo che fa ingeneria elettronica, è al secondo anno, si chiama Tullio Monte. È un tipo a posto. Lui viene da Corciano, vicino a Perugia. Te lo farò conoscere."
"Anche tu vai al Politecnico?"
"Sì, quarto anno, ma ingegneria civile."
Terminato il giro per fargli vedere come era organizzato il collegio e dove erano gli spazi comuni, Agostino cercò Tullio, lo fece anche chiamare con l'altoparlante, ma evidentemente l'altro ragazzo non era in sede. "Appena lo vedo gli dico di venire a cercarti." gli disse il responsabile di piano e lo lasciò.
Marco tornò nella sua camera. Aveva visto che nel collegio c'era anche una mensa e durante il giro esplorativo con Agostino, aveva perciò comprato un blocchetto di buoni-pasto. Guardò l'orologio, mancava ancora un paio di ore prima che la mensa aprisse per la cena. Si chiese se dovesse telefonare alla zia per farle sapere che era arrivato, ma pensò che l'avrebbe fatto il giorno dopo. Decise di farsi una doccia.
Ne era appena uscito e si stava rivestendo, quando bussarono di nuovo alla porta. Andò ad aprire, i soli jeans indosso.
"Ciao. Io sono Tullio. M'ha detto Agostino che anche tu farai ingegneria elettronica..."
"Ciao, entra. Ho appena fatto la doccia, mi finisco a vestire. Siedi. Grazie per essere venuto..."
"Marco, vero?" gli chiese l'altro, scostando la sedia dalla scrivania e sedendovi.
"Sì..."
Mentre Marco finiva di rivestirsi, i due si studiavano a vicenda, cercando di non averne l'aria.
Tullio era un po' più basso di Marco, doveva essere sul metro e 70, e meno snello anche senza essere tozzo. Aveva capelli castani tagliati molto corti, sopracciglia folte ma ben delineate, occhi azzurro-verde scuro, naso dritto e proporzionato, labbra dritte e un po' sottili, e una fossetta in mezzo al mento. Era vestito con abiti sportivi, tutti firmati e dall'aria costosa.
Stava seduto, appoggiato allo schienale, le gambe larghe, le mani in grembo un sull'altra con i palmi in su. Lo sguardo vivace contrastava con la sua posa rilassata. A Marco dette l'impressione di un gatto che pare stia oziando ma è pronto a balzare su quasiasi cosa si muova entro il suo raggio visivo.
"Ma quanti anni hai?" gli chiese Tullio.
"Diciannove."
"Te ne davo diciassette... pensavo già di avere davanti un genio..." scherzò l'altro.
"E chi ti dice che non lo sia?" rispose sorridendo Marco.
"Due punti a tuo vantaggio: senso dell'umorismo e l'uso del congiuntivo! Due cose piuttosto rare."
"Ti piace ingegneria elettronica?"
"Se non ci fossero certi professori... sì. Beh, è vero a metà, dicamo che mi piace nonostante certi professori rompipalle e noiosi. Io sono perito elettronico; e tu?"
"Liceo scientifico."
"Vieni a mangiare in mensa?"
"Sì."
"Qui, se vuoi, ti puoi fare anche da mangiare da solo, abbiamo una cucinotta su ogni piano."
"Chiedetemi qualsisi cosa, meno che cucinare!"
"Idem da questa parte. Tu non fai palestra, vero? Ho visto che hai un corpo ben fatto, ma non troppo muscoloso."
"Non ne sento il bisogno. E tu?"
"Un po'. Tanto per tenermi in tono. A Corciano facevo un po' di tennis. Qualche volta andavo in moto fino al Trasimeno con gli amici e si faceva anche qualche giro in barca. Sei mica un patito di calcio, per caso, tu?"
"No, non mi è mai interessato, non ne capisco niente."
"Meno male. I tifosi sono fra le persone più noiose di questo mondo, almeno secondo me. Non sanno parlare d'altro..."
Marco pensava che Tullio pareva un tipo simpatico. Aveva un sorriso un po' sbarazzino, un po' sornione. Chiacchierarono ancora per diversi minuti, poi scesero assieme per la cena. Tullio lo presentò ad altri studenti: quel collegio ne poteva ospitare circa cento ottanta, ma in quel momento nella mensa ce n'era solamente una ventina.
Mentre cenavano, uno dei ragazzi disse: "Avete sentito che Dario si sposa?"
"Ma se ha solo ventitré anni!" disse un altro.
"E con questo?" chiese un terzo.
Marco disse a bassa voce: "Il matrimoni: s'al'ere un bon sacrament s'al tignivin i prèdis."
Uno dei ragazzi si mise a ridere.
"Che ha detto?" chiese un altro.
"Che se il matrimonio era un buon sacramento se lo tenevano i preti!" spiegò quello.
"Capisci il friulano?" gli chiese Marco, un po' stupito.
"Mio nonno è di vicino a Udine e in casa parla sempre in dialetto. Ma quel proverbio non l'avevo mai sentito."
Chiacchierarono in allegria, poi alcuni andarono in una delle sale TV, mentre altri andarono in sala giochi e Marco fu invitato a fare una partita di calcetto, perché mancava il quarto. Ci aveva giocato abbastanza spesso nell'oratorio parrocchiale del suo paese, da ragazzino, perciò non fece brutta figura.
Tullio invece giocava a scacchi con uno dei compagni, seduto ad un tavolinetto poco lontano. Marco notò che Tullio gli lanciava un'occhiata di tanto in tanto, ma piuttosto spesso,, fra una mossa e l'altra. Verso mezzanotte, Tullio smise di giocare a scacchi e si alzò, andando verso Marco che aveva smesso già da un po' di giocare a calcetto e stava leggendo alcuni avvisi nella bacheca.
"Ehi, Marco, andiamo a letto?"
"E che, glielo chiedi così, davanti a tutti? Certe cose si fanno con più discrezione, Tullio!" lo prese in giro uno degli altri ragazzi.
"Ci fossero almeno letti matrimoniali, nelle nostre stanze!" disse Marco ad alta voce e tutti risero alla sua battuta.
Quando si lasciarono, al secondo piano, sull'inizio della rampa che portava al terzo, Tullio gli disse: "Sono contento di averti conosciuto, Marco, sei un tipo in gamba. Spero che diventiamo amici."
"Niente di più facile, anche tu mi piaci."
"Non lo dire troppo forte, socio, o qualcuno pensa che per davvero ci sia qualcosa di troppo intimo, fra te e me."
"Quant'è troppo, per te, Tullio?" gli chiese Marco con un sorrisetto e prima che l'altro potesse rispondere, salì a due a due i gradini fino al terzo piano.
Mentre si metteva a letto, nudo come era solito fare, Marco pensò che gli sarebbe piaciuto se per caso Tullio avesse avuto gli stessi suoi gusti in fatto di sesso... anche il lettino singolo sarebbe andato bene... Sì... sarebbe stato più che sufficiente... pensò mentre prendeva sonno.
In pochi giorni il collegio si riempì, le lezioni al politecnico ebbero inizio, Marco fece amicizia con alcuni compagni di corso o di collegio, ma soprattutto con Tullio, con cui spesso si trovava anche a studiare, ora nella camera dell'uno ora dell'altro.
Quando, passate le vacanze di Natale durante le quaali andò al paese, Marco tornò in collegio, andò subito a cercare Tullio, a cui aveva portato un regalino dal Friuli. Gli aveva comprato un contadino fatto con i cartocci delle pannocchie di granturco, con un rastrello a spalla. Bussò alla sua porta e quasi subito Tullio andò ad aprire.
"Stavo giusto per venire su da te. Entra."
"Questo è per te." gli disse Marco.
Tullio prese il pacchetto: "Meno male che anche io avevo pensato di portarti un regalo, se no adesso mi avresti messo in imbarazzo." gli disse prendendo un pacchetto dalla scrivania e porgendoglielo.
Tutti e due i ragazzi scartarono il proprio pacchetto. In quello per Marco c'era un portamatite cilindrico di creamica di Deruta, decorato nello stile tradizionale, e con su scritto: "Chi trova un amico trova un tesoro".
"È bello!" esclamò Marco, "Grazie." Poi, quando Tullio ebbe in mano il contadinello di cartoccio, gli disse: "Quello sono io, un contadino friulano."
Tullio gli sorrise: "Ma tu sei più bello di questo. Mi piace lo stesso, però. Lo terrò sul mio comodino, così sarà l'ultima cosa che vedo prima di dormire e la prima quando mi sveglio."
"Spero che non ti provochi incubi!" gli disse Marco scherzoso, cercando così di nascondere il desiderio per Tullio che si stava svegliando in lui.
"Al contrario... Sai che mi sei mancato, in questi giorni?"
Marco fremette per lo sguardo intenso con cui Tullio lo guardava mentre gli diceva queste parole.
Tentò, maldestramente, di scherzare anccora: "Queste parole sarebbero più adatte per la tua ragazza che per me..."
"Lo sai che non ce l'ho, la ragazza. E tu mi sei mancato, non ci posso fare niente. Tu mi sei mancato..." insisté Tullio, in tono serio e continuandolo a guardare con la stessa intensità.
"Cosa... stai cercando... di dirmi?" gli chiese Marco, turbato, credendo di intuire quale messaggio l'amico gli stesse lanciando.
"Secondo me lo sai bene. Non è necessario che te lo spieghi." rispose Tullio togliendogli dalle mani la ceramica che gli aveva regalato e posandola sulla scrivania. "Lo vuoi anche tu, almeno quanto me, no?" gli chiese poi guardandolo con un sorrisetto malizioso, prendendolo per la cintura e tirandolo gentilmente verso di sé.
Marco fremette di nuovo, chiuse gli occhi e, quando Tullio gli sfiorò le labbra con un dito, sospirò un basso: "Sì..." e si abbandonò all'abbraccio dell'altro.
Le loro labbra si incontrarono, si unirono, i loro corpi si premettero l'uno contro l'altro e ognuno dei due sentì fiorire, forte e calda, l'erezione dell'amico. Marco si sentì improvvisamente debole debole, si sentì cedere le gambe. Tullio lo sospinse fino al suo letto e ve lo fece cadere, stendendoglisi sopra.
"Mi vuoi?" chiese Marco in un sussurro, riaprendo gli occhi che incontrarono quelli brucianti di Tullio.
"Sì che ti voglio... anche da troppo tempo."
"E perché oggi, solo oggi..."
"Perché poco fa l'ho finalmente letto anche nei tuoi occhi..." rispose l'amico, iniziando a sbottonargli la camicia di flanella. "Vero che hai voglia di farti fottere da me?"
"Sì..."
Tullio gli sorrise, compiaciuto. Marco si lasciò spogliare dal compagno, che poi si liberò velocemente dei propri abiti e si dedicò nuovamente a lui, focosamente. Era la prima volta che Marco vedeva il corpo nudo di Tullio e ne fu affascinato: era forte, i muscoli ben definiti, ma non in modo esagerato... e un membro di tutto rispetto.
Tullio aprì il cassetto del comodino e ne prese una bustina di preservativi. Marco gliela tolse dalle mani, l'aprì, e srotolò la translucida protezione sul membro duro e fieramente eretto dell'altro.
"Come mi vuoi prendere?" chiese sottovoce, sorridendogli in un misto di pudore e libidine, di timidezza e desiderio.
"Mettiti sulla pancia e allarga le gambe..." gli disse Tullio, eccitato per la pronta accettazione dell'altro.
Gli si mise nuovamente sopra, puntando le ginocchia fra le gambe dell'altro, con poche mosse esperte e alcune spinte, lo penetrò. Poi, gli aderì col petto sulla schiena, gli passò le braccia sotto il petto, accostò il volto a quello, girato da un lato, di Marco, lo baciò profondamente e finalmente iniziò a muoversi su di lui, prendendolo con vigore e con reciproco piacere.
Erano passati diversi mesi dall'ultima volta che Marco era stato penetrato, e godette con piacere la focosa cavalcata del forte compagno. L'ultima volta era stato al paese, a Zoppola, con Bruno, un vicino di casa, un contadino di quaranta anni, un uomo sposato, che però a volte non disdegnava portarsi nel fienile un ragazzo con cui divertirsi.
Aveva diciassette anni quando Bruno, con la scusa di farsi aiutare, se l'era portato sul fienile e qui, dopo poche battute allusive a cui Marco aveva risposto dandogli corda, l'uomo gli aveva fatto calare i calzoni, se li era calati e l'aveva preso.
Marco pensò che Tullio era meglio di Bruno, nonostante fosse più giovane; era in gamba, glielo faceva sentire bene, gli stava dando un crescente piacere. Gli si agitò sotto, dimenando lievemente il bacino e facendo palpitare lo sfintere, per accentuare il piacere di entrambi.
"Ti piace, eh?" gli chiese ansimando, compiaciuto, Tullio, fermandosi per un poco e carezzandolo.
"Sì... ci sai fare, tu..."
"Anche tu non sei di primo pelo, Marco. Sai come prenderlo... A te piace fartelo mettere, vero?"
"Sì..."
"E a me metterlo. Sai anche baciare bene. Mi sa che io e tu ci divertiremo spesso. Mi piaci, Marco."
"Il mio culetto, ti piace." disse in tono lieve il ragazzo.
"Anche. Ma mi piaci tu, e mica solo per fottere."
"Grazie. Anche tu mi piaci, Tullio."
"Ehi, ma niente catene, eh! Amici, non amanti. Niente romanticate. A me piace essere libero, chiaro?"
"Sì, certo."
Tullio lo baciò di nuovo, poi riprese a stantuffargli dentro con calibrato vigore, finché raggiunse il proprio piacere scaricandosi in lui con un lungo e modulato muogolio, spingendoglisi a fondo con forza. Marco lo sentì rilassarsi su di lui, poi sfilarsi lentamente. Tullio gli scivolò di lato e lo fece girare sulla schiena. Lo guardò con un sorriso soddisfatto ed appagato e Marco gli sorrise di rimando.
Tullio allora si alzò a sedere, si chinò sul grembo dell'amico e lo portò al godimento con le labbra. Quando anche Marco raggiunse l'orgasmo, chiuse gli occhi ed inarcò il corpo, gemendo lievemente mentre l'amico lo prosciugava fino all'ultima goccia.
"Basta..." mormorò Marco allontanando con delicatezza la testa dell'amico dal proprio grembo: era diventato troppo sensibile lì, per sopportare ancora le leccate del compagno.
"Contento?" gli chiese Tullio guardandolo negli occhi con espressione ridente e soddisfatta.
"Sì, grazie. E tu?"
"Mhmh! Non ero sicuro che ci stavi, finché non m'hai guardato in quel modo..."
"In quale modo?" gli chiese Marco giocherellando con i polpastrelli sui ciuffetti di pelo che adornavano i capezzoli del compagno.
"Non te lo so dire... ma ho capito che ne avevi voglia almeno quanto me. Solo che non ero sicuro che a te piaceva prenderlo. Ti piace anche metterlo?" chiese Tullio mentre si toglieva il preservativo e si ripuliva.
"Preferisco prenderlo, però qualche volta l'ho anche messo."
"Proprio il contrario di me. Preferisco metterlo, però qualche volta l'ho anche preso... Siamo complementari, io e tu. Beh, sono contento. Qualche volta ci possiamo divertire, io e tu."
"Baci molto bene. Anche."
"Tu pure."
"Non hai il ragazzo?"
"Ci mancherebbe! Voglio essere libero, io. Te l'ho detto, no? Mi piace divertirmi, variare la dieta, ogni tanto. No, non sono il tipo che gli piace legarsi."
"A cui..."
"A cui? Cosa?"
"Non che, ma a cui, dovevi dire." ridacchiò Marco.
Tullio rise: "Ah già che tu conosci la grammatica! Eh già, ma tu hai fatto il liceo, mica l'istituto tecnico come me."
"Anche tu parli in modo corretto, più degli altri. Anche tu usi il congiuntivo a proposito. Usi anche altro a proposito, comunque." gli disse carezzandogli il membro nuovamente morbido e sorridendogli.
"Quale è più importante usare a proposito, secondo te?" gli chiese Tullio ridacchiando.
"Questo, no?" gli rispose Marco.
"D'accordo. Se però non smetti di pastrugnarmelo così... mi fai venire voglia di nuovo..."
"E perché no? Qualche problema?"
"No. Ho abbastanza energie e sufficienti preservativi per farlo di nuovo, altre volte." gli rispose con un sorrisetto mlizioso.
"Altre volte? Quante?" lo stuzzicò Marco.
"Beh... senza esagerare, si capisce. Ma se ne hai voglia anche tu... un bis si potrebbe fare."
"Sì, maestro, lei è un vero artista. La platea ha apprezzato come suona l'organo e gradirebbe molto un bis..."
"Ma... Paganini non ripete!"
"Allora, maestro... non potrebbe esibirsi con un pezzo diverso?"
"La cavalcata delle Valchirie?"
"Preferirei la cavalcata del Marco, sinceramente." rispose con un risolino il ragazzo.
"Nessun problema. Anche se da poco, ora fa parte del mio repertorio anche questa sinfonia." gli rispose Tullio, prendendo un'altra bustina di preservativi.
Marco gliela tolse dalle mani, l'aprì ed infilò il preservativo sull'asta nuovamente dura del compagno. Poi si stese sulla schina, si portò le gmbe sul petto offrendosi all'amico.
"Prendimi così, questa volta. Mi piace di più e ci si può baciare, mentre mi fotti."
Tullio sorrise, annuì, e gli si addossò, penetrandolo con poche spinte, Quindi si chinò a baciarlo ed iniziò a muovere avanti e dietro il bacino con brevi ma vigorosi colpi. I due ragazzi si guardavano con occhi ridenti e compiaciuti. Marco pensò che tutto sommato suo padre aveva avuto ragione ad insistere a mandarlo a studiare a Torino...
Dopo aver fatto di nuovo l'amore, con calma ed a lungo, ed aver nuovamente raggiunto entrambi un piacevolissimo orgasmo, andarono a farsi una doccia assieme, stretti nel piccolo bagno della camera di Tullio. Si asciugarono l'un l'altro, poi si rivestirono.
"M'è venuta fame..." disse Tullio e guardò l'orologio. "Che ne dici se andiamo a mangiare fuori?"
"Non ho molti soldi..." disse un po' incerto Marco.
"Ne ho io per tutti e due, non ti preoccupare. Dai, vieni, offro io. Dobbiamo celebrare, no? A te piace la cucina cinese?"
"Sì, a Pordenone sono andato qualche volta al ristorante cinese."
"Hai mai mangiato il gelato fritto?"
Marco sgranò gli occhi: "Gelato fritto? Mi prendi in giro?"
"No. Io lo adoro. Vieni, dai, che per dessert ordiniamo il gelato fritto. Lo fanno davvero bene, da Lan Yu."