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una storia originale di Andrej Koymasky


pin UN FILM NATO MALE di Andrej Koymasky © 2008
scritto il 6 maggio 2005
PARTE 1
PERCHÉ E COME HO SCRITTO QUESTA STORIA

Caro lettore (termine neutro per indicare lettori di ogni sesso), se non ti interessa sapere come e perché ho scritto questo libro, ma vuoi subito andare al sodo, ti consiglio di non proseguire nella lettura di questa "parte prima" e di andare subito alla "parte seconda" in modo di trovarti in medias res.

Se invece sei incuriosito... continua a leggere.

Un giorno il mio grande capo mi ha convocato nel suo ufficio e mi ha detto: "Brandon, il comitato di redazione ha deciso che dobbiamo aprire una rubrica che analizzi l'evoluzione della figura del gay nella filmografia e nei serial TV. Così da domani smetti di occuparti della serie dei gay celebri del passato, che passerà a Rupert, e ti occuperai di questa nuova rubrica."

Punto.

L'idea non mi entusiasmava granché: significava dover passare ore ed ore a visionare videocassette, CD e DVD, sfogliare un'enorme quantità di riviste, navigare senza sosta su internet... per avere la speranza di riuscire a fare qualcosa di decente. La serie di gay celebri era un lavoro molto più semplice, era assai facile trovare un'ampia documentazione semplicemente navigando su internet. E soprattutto dovevo solo fornire dati e non esprimere pareri. Cosa sempre pericolosa, esprimere pareri, perché ti sottopone ad attacchi da ogni parte e velenose polemiche senza fine.

Però mi permetteva anche di lavorare indifferentemente a casa o in ufficio, girare qualche volta gli States per fare interviste in modo di dare colore ai miei pezzi e forse incontrare gente famosa o comunque interessante, e questo non mi dispiaceva, perché non ho mai amato molto passare le mie giornate seduto nella "fossa dei leoni", cioè nell'ufficio di redazione pieno di casini dovuti ad una dozzina di colleghi che vanno dallo scalmanato andante, alla zia acida, al noioso saccente, al vicino di scrivania che ti deve a tutti i costi raccontare la sua ultima avventura o dissavventura...

Comunque, che mi entusiasmasse o meno, sapevo che sarebbe stato del tutto inutile discutere con il grande capo, perché avrebbe sicuramente troncato ogni mia protesta o lamentela con un secco:" Se ti va è così e se non ti va cercati un altro lavoro."

Facile a dirsi!

Perciò, rassegnato, tornai nella bailamme del mio ufficio, e mi misi subito al lavoro. Innanzitutto passai tutti i miei files a Rupert, a cui era già stato comunicato che doveva prendere il mio precedente incarico. Lui ne pareva felice e la considerava una specie di promozione. Bah!

Poi, come sono solito fare quando devo affrontare un lavoro, specialmente se è un nuovo lavoro, iniziai a mettere nero su bianco la traccia per un programma di azione, cioè a fare un serio brain-storming con tutte le mie molteplici personalità da schizofrenico.

Non so dirvi perché, ma a volte lavoro meglio al computer, e a volte invece ho bisogno di riempire fogli su fogli di mio pugno... A volte il mio lavoro viene fuori ordinato, pulito, di getto, e necessita di poche e minori correzioni, a volte invece è ingarbugliato, caotico, lo devo riprendere, cambiare, limare, tagliare e incollare, correggere infinite volte.

A volte mi chiedo se non avrei fatto meglio a chiedere di affidarmi una rubrica di ricette di cucina... No, scherzo, credo che mi annoierei a morte.

Così a ventisei anni di età, dovevo affrontare qualcosa di completamente nuovo per me, che non sono mai stato veramente un appassionato di film e meno ancora di serial TV. Ventisei anni e con una storia durata quattro anni e miseramente fallita alle spalle, la mia prima ed unica relazione seria, perché il mio "lui" stava insensibilmente virando dal rosa di un amante dolce, gentile, anche se appassionato, al nero di un amante del sado-maso... Così che, prima che arrivasse a chiedermi anche il fisting e la pioggia d'oro, preferii decidermi a dargli il ben servito...

Ma queste sono cose che probabilmente non vi interessano, oppure che, se invece vi interessassero, vi porterebbero a scrivermi fiumi di messaggi per e-mail, posta ordinaria o SMS se conosceste il numero del mio cellulare, cercando di convincermi della bellezza, validità e naturalezza di queste forme "particolari" di sessualità...

Scusatemi, sto divagando.

Ecco, il fatto è che per me è assai più facile raccontare una storia che non parlare di me. Forse perché non mi piace mettermi in piazza... ed essere quindi giudicato.

"Non sei abbastanza sicuro di te stesso, tesoro! Non hai abbastanza palle!" mi direbbe a questo punto il delizioso Frank, che crede di essere il migliore strizza-cervelli della redazione, anzi, no, di tutti gli States, solo perché a lui hanno affidato la rubrica delle "Lettere a Luke" che è lo pseudonimo con cui firma le sue risposte. Una specie di rubrica rosa colorata spesso di giallo limone...

Ma torniamo alla storia che vi narrerò nelle prossime pagine.

Qualcuno potrebbe dire che questo libro è un "coming out" ufficiale di due beniamini del pubblico dello spettacolo.

Non è questo l'intento con cui mi sono accinto a scriverlo.

Il fatto è che, dopo alcuni mesi da che avevo iniziato a far comparire i miei articoli nella rubrica suddetta, che ebbe subito un discreto successo, lo devo ammettere, inciampai in una storia che, a diferenza delle altre, mi coinvolse molto più di quanto avessi inizialmente pensato.

La zia acida direbbe che è colpa della mia mania di voler cambiare il destino del mondo facendo il giornalista e scrivendo certe cose invece di altre.

"Cara, non te lo dimenticare mai," sono certo che mi ammonirebbe, "noi siamo solo formicuzze nella vasta immensità dell'universo. A me fanno ridere quelli dell'orgoglio omosessuale, che credono di cambiare la società solo sfilando a fare baracconate da circo! Il mondo è sempre andato così, fra alti e bassi, più bassi che alti a dire il vero; e noi frocie perse durante i secoli passeremo sempre attraverso periodi in cui ci condanneranno al rogo, a periodi in cui soltanto essere gay è una cosa trendy, a nuovi roghi che anche se metaforici non bruciano di meno, a nuovi picchi di cosiddetta libertà."

La zia acida ama, a tempo perso, fare lo storico-sociale. La sua teoria più importante, tanto che l'ha scritta in elegante corsivo inglese su un grande cartello che ha appeso alla parete alle spalle della sua scrivania, sempre ordinata in modo quasi maniacale, è che: "Chi crede di fare la rivoluzione, dovrebbe studiare l'astronomia: la terra ha compiuto una rivoluzione attorno al sole quando ha ripreso la sua posizione di partenza!" E più sotto: "Quando credi che tutto sia cambiato, t'accorgi che tutto è esattamente come prima."

Torniamo a noi.

Altri direbbero che questo libro non è altro che la somma di due biografie, la celebrazione di due "personaggi" che i mass media parevano aver dimenticato. Anche questo non era esattamente il mio intento.

Innanzitutto non è vero che i mass media abbiano dimenticato Larry Hoxie e Brad Kyser. Durante le mie ricerche ho trovato abbondante materiale su entrambi. Inoltre, una vera biografia non dovrebbe ignorare tanta parte della vita dei due protagonisti di questa mia storia. Certo, ho dovuto mettere nel giusto risalto alcuni tratti, alcuni episodi delle loro vite per far capire a te, gentile lettore, il perché del concatenarsi degli eventi, fino al risultato finale con cui si conclude questo libro.

La mia ricerca, che iniziò dopo la visione della videocassetta degli episodi del serial TV "A Different Love Story", sarebbe dovuta culminare semplicemente con un altro dei miei articoli per la rivista, come infatti avvenne (vedi nr. 11 del novembre 2001 della rivista "Got At You").

Ma qualcosa mi aveva incuriosito troppo per chiudere il file, dimenticare la storia e passare alla seguente. Così, pur costretto ad occuparmi di un altro film, anzi, di altri film, continuai a lavorare a quanto mi continuava a frullare in capo, spesso al punto di svegliarmi in piena notte con una nuova domanda nella testa, o una decisione, o una curiosità a cui non ero capace di sottrarmi.

Così decisi che il file sui due attori, che sarebbe dovuto restare chiuso e sepolto nell'hard disk del mio computer in redazione e nel disco di back-up in archivio, dovevo invece copiarlo anche sul mio lap-top Mac personale, dove gradualmene si arricchì, si sviluppò, crebbe... fino a costituire il materiale per questo libro.

Quando, nel mio tempo libero, riordinai tutto il materiale raccolto e mi venne l'idea che sarebbe potuto diventare un libro, mi chiesi con che stile dovevo fare la narrazione. Un "io narrante" mi pareva escluso, soprattutto perché i protagonisti sono due.

Quindi una narrazione in terza persona.

Qui avrei avuto due scelte: o un narratore a focalizzazione esterna, un osservatore asettico che, scegliendo un punto di vista esterno a tutti i personaggi conosce molto meno di loro fatti e pensieri e non può che registrare le loro parole e i loro gesti senza intervenire con congetture.

Oppure un narratore a focalizzazione interna, il "narratore onnisciente", in grado di sapere tutto, anche ciò che i singoli personaggi non sono in grado di conoscere, che coglie gesti, azioni, pensieri, motivazioni di tutti i personaggi come se avesse la possibilità si spostare continuamente il suo punto di osservazione.

Chiaramente mi sembrava più "utile" questa seconda scelta. Infatti, quando ho scritto questo libro, avendo parlato a lungo con i suoi “protagonisti” nonché con gli “attori secondari” e con le “comparse”, per così dire, io ero diventato, in un certo senso, "onnisciente".

Questo, però, mi ha imposto una cosa a cui, all'inizio non avevo pensato e cioè, quando sono comparso io nel racconto dei fatti, ho dovuto parlare di me stesso in terza persona... Sembra una cosa semplice, ma non lo è affatto, ve lo garantisco. Non si tratta infatti di cambiare semplicemente tutti gli "io" in "lui" e le prime persone dei verbi in terze persone...

Se l'autore scrive: "Io avevo capito il problema" il lettore pensa che sia un dato soggettivo, quindi opinabile e può chiedersi se quell'io abbia veramente capito. Ma se l'autore scrive: "Brandon aveva capito il problema" il lettore pensa che questo sia un dato oggettivo e crede che "veramente" Brandon abbia capito... Spero di essermi spiegato.

C'è, logicamente, un rovescio della medaglia.

Se l'io narrante dice "Io ero tranquillo" il lettore pensa: se lo dice lui, doveva veramente essere tranquillo. Ma se l'io narrante dice "Brandon era tranquillo", il lettore pensa: lui crede che Brandon fosse tranquillo, ma chissà se è vero?

Vedete quindi che cambiare una narrazione da un “io” ad un “lui” è un'operazione tutt'altro che da prendere alla leggera, perché può cambiare abbastanza profondamente la sensazione che il lettore riceve nel leggerla.

Bene. Una volta giunto a quella che ho reputato essere la stesura finale, ho dovuto, logicamente, chiedere ai due protagonisti l'autorizzazione a tentare di pubblicarlo.

Brad Kyser lesse il manoscritto, mi chiese poche correzioni, e mi disse che per lui non vi erano problemi. Larry Hoxie a sua volta lesse il testo, non mi fece cambiare neppure una virgola (forse perché le aveva già cambiate Brad) e sottoscrisse anche lui la dichiarazione legale in cui mi autorizzava a pubblicare questo libro.

Tutto sommato m'era andata bene. La mia fatica di mesi non era destinata a restare in un cassetto, o per meglio dire nell'hard-disk del mio computer.

Ora si trattava di trovare un editore.

Non so se siete al corrente di come funziona la cosa.

Non è più come un tempo, quando l'editore, poniamo il signor Smith, prendeva il manoscritto, lo leggeva lui stesso o al massimo lo dava a leggere a una persona di sua piena fiducia, poi decideva se pubblicarlo o no.

No, non è più così.

Ora gli editori più seri, ed io ne cercavo uno serio, si capisce, ti chiedono il dischetto con il testo del libro formattato secondo certe regole, lo stampa in un certo numero di copie (dipende dall'editore quante, ma diciamo dieci) e ne invia una a testa a dieci persone scelte in modo che rappresentino il "lettore medio" di una certa collana o delle opere stampate dal signor Smith in questione.

Ognuno di questi dieci (per l'autore sconosciuti) lettori, dopo aver letto coscienziosamente il testo, deve compilare uno schedario, su cui rispondere a certe domande e inserire certi commenti, che infine riassume in un giudizio finale.

In base a questi dieci giudizi, l'editore decide finalmente se pubblicare o no il libro ed invia la risposta all'autore.

Quando la risposta è affermativa, credete che tutto sia finito? No! Iniziano le discussioni sulla veste tipografica, sulla eventuale collana in cui inserirlo, sulla sua diffusione, sulla copertina, anche sul titolo, spesso... e poi tutte le questioni legali, finanziarie, il contratto, le royalties e chi più ne ha più ne metta.

Dato che ora state leggendo questo libro, evidentemente i dieci misteriosi lettori hanno dato un parere, almeno in maggioranza, positivo, e tutti i problemi tecnici, legali e finanziari sono stati, bene o male, risolti e superati.

Tutto finito?

Eh, no, cari miei. Una volta che il libro è stato stampato ed inizia a comparire negli scaffali delle librerie, un certo numero di copie viene inviato ai recensori delle riviste, ai critici letterari e, a volte anche se non spesso, alle giurie di premi letterari...

Ma questa è tutta un'altra storia, di cui per ora e su queste pagine, non sono ancora in grado di parlare.

Buona lettura, quindi, nella speranza che, giunti all'ultima pagina, nessuno di voi (o non troppi per lo meno) rimpianga i soldi spesi per acquistare la propria copia.

Brandon Sheeley



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