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una storia originale di Andrej Koymasky


pin NON SAPPIA LA DESTRA
QUEL CHE FA LA SINISTRA
CAPITOLO 25
ROGER LAVAL

Nella sala riunioni dello studio dell'avvocato Stefano Galbiati, a Milano, attorno al grande tavolo di quercia, sedevano quindici persone: i sei responsabili delle case, Pierre e Giosuè, i tre avvocati, i due giudici, oltre ad Andreas e Wiset, che, dato che si erano mostrati molto interessati, Pierre aveva voluto coinvolgere nella cosa.

Pierre spiegò gli ultimi sviluppi e la sua idea per la Fondazione Roger Laval, chiedendo ai presenti di dare suggerimenti alternativi o di perfezionare la sua idea in modo di stabilire con chiarezza gli scopi della nuova fondazione.

Il primo a parlare fu Andreas: "Non sarebbe meglio aprire piuttosto altre case, in modo di assistere più ragazzi?" chiese.

Flavio rispose: "Non credo. Non potremo mai aiutare tutti i ragazzi che purtroppo sono in quelle condizioni e, dove non arriviamo noi, spero che arrivino altri, magari con mezzi diversi dai nostri."

"E poi, come ha detto Pierre, prendendo i ragazzi migliori a Saint Pierre, quelli che hanno talenti e volontà per studiare, comunque liberiamo posti per accogliere altri ragazzi nelle case." disse Lele Masier, il responsabile della casa di Venezia.

"Ma la scuola che immagini, Pierre, non potrebbe rilasciare diplomi ufficiali..." obiettò Ardito Casarile, di Milano.

"No, certo. Ma può dare ai ragazzi la possibilità, se e quando serve, di dare esami da privatisti in qualche scuola superiore, o in qualche università, e comunque una salda formazione di base." disse Giosuè.

"Formazione umana, oltre che istruzione." assentì il giudice Valerio Castelli di Torino. "Comunque, se posso esprimere un suggerimento, la nuova fondazione potrebbe essere strutturata in modo di poter accogliere legalmente nelle case minori dati in affidamento dai tribunali. Per noi giudici sarebbe una valida alternativa al rinchiuderli in case di correzione o in riformatorio."

"Che tipo di corsi secondo voi sarebbe opportuno far funzionare a Saint Pierre, eventualmente?" chiese Pierre.

"Mah... di design, moda, per pubblicitari, alberghiero..." iniziò a dire Melio Pascucci, il responsabile della casa di Napoli.

Altri espressero le loro idee, i loro suggerimenti. Discussero e criticarono, aggiunsero o eliminarono idee, e gradualmente la fondazione prese forma, i suoi scopi ed i suoi mezzi furono messi a fuoco. Lavorarono per quattro giornate, mattina e pomeriggio, con passione ed entusiasmo.

Decisero che, per radunare i migliori docenti italiani e stranieri, il fatto che fossero omosessuali o no era ininfluente, ma che bisognava fare in modo che non venissero a sapere che i loro studenti erano tutti omosessuali: questo, data la mentalità corrente, avrebbe potuto suscitare pesanti problemi. I docenti, assunti per un semestre, avrebbero abitato in stanze al primo piano del chiostro che a pian terreno avrebbe raccolto aule e laboratori, così sarebbero stati separati dall'altro chiostro con le stanze degli studenti.

Si sarebbe anche dovuto costruire un terzo "chiostro", verso sud, in cui ospitare palestre, la mensa, le cucine e tutti i servizi. La chiesetta, restaurata, avrebbe avuto la funzione di aula magna. Nel torrione centrale l'accoglienza, la segreteria e la direzione e, all'ultimo piano, compresa la stanza ottagonale, l'appartamento di Pierre e Giosuè, che intendevano stabilirsi lì.

Per prima cosa si istituì legalmente la Fondazione Roger Laval, facendovi confluire le sei case. Quindi Pierre la dotò del danaro avuto dal conte e la proprietà di Saint Pierre. Poi con Giosuè cercò un buon architetto esperto in restauri ed in ristrutturazioni, nonché in strutture scolastiche, e dopo aver chiesto alcuni progetti di massima a vari studi di architettura ed averli fatti esaminare anche da Flavio, decisero di affidare l'esecuzione allo studio di un gruppo di giovani architetti fiorentini.

Tutto questo stava entusiasmando sempre più Pierre che, gradualmente, cominciò a delegare le sue attività nella finanziaria Pimathi e nella società Minem.

Mentre i lavori avevano inizio su alla Prieurie de Saint Pierre, Pierre, con Giosuè e Flavio, iniziarono a cercare i docenti per il college, sottoponendo loro i programmi di insegnamento e chiedendo loro, se erano interessati, di specificare dettagliatamente il loro sistema pegagogico. Parecchi risposero dando la loro disponibilità ed iniziò così un fitto scambio di corrispondenza.

Flavio passò le consegne della casa di Torino a Dado Fantino e finalmente Orlando accettò di essere stipendiato dalla fondazione e di lavorare per questa. Flavio avrebbe supervisionato il funzionamento delle sei case oltre a diventare il responsabile del chiostro dei ragazzi, istallandosi con Orlando a Saint Pierre quando fosse stata pronta, e Orlando, oltre a seguire i lavori, una volta questi terminati, sarebbe stato l'addetto alla logistica e alla manutenzione, dato che aveva una vasta esperienza in diversi campi grazie ai molteplici lavori che aveva svolto.

Il restauro venne eseguito a regola d'arte, riportando Saint Pierre al suo antico splendore. Gli interni, pur rispettando il più possibile la struttura originale, erano moderni e funzionali. Si iniziò poi la costruzione del terzo "chiostro", eseguito in stile moderno ma ben armonizzato con le preesistenti costruzioni. La chiesetta venne ricostruita, conservando intatta l'antica facciata, il muro di destra e le altre parti ancora in piedi; le parti mancanti furono ricostruite in pietra simile all'originale ma più chiara, il tetto fu coperto in lose come il resto delle costruzioni. Sotto il nuovo chiostro fu anche costruito un ampio garage, magazzini per le attrezzature, la centrale per il riscaldamento dell'intero complesso e depositi.

Frattanto i responsabili delle case illustravano ai loro ragazzi la nuova possibilità di studiare a Saint Pierre che, chi di loro lo desiderava ed aveva talento, avrebbe presto avuto. Alcuni si dimostrarono subito interessati ed iniziarono a prepararsi seriamente per esservi ammessi.

Alcuni giudici minorili iniziarono anche ad accettare le domande di affidamento dei ragazzi che le case ospitavano, presentate via via dalla fondazione. Pierre aveva anche assunto in pianta stabile il giudice Ottavio Serenelli-Strozzi che era andato in pensione proprio per curare le pratiche dell'affidamento dei ragazzi.

Saint Pierre sarebbe stata in grado di ospitare un massimo di centoquaranta ragazzi, cioè circa il doppio di quelli che le case potevano ospitare. Le case, in questo modo, avrebbero funzionato da centri di accoglienza, assistenza e smistamento. In media, calcolarono, ogni casa avrebbe potuto inviare sei ragazzi ogni anno per studiare su a Saint Pierre, purché avessero talento e volontà di riuscire. Una volta che avessero lasciato la fondazione con un diploma o una laurea, dovevano impegnarsi all'assistenza, nei lavori che avrebbero trovato, dei ragazzi omosessuali (o gay, come si iniziava a dire anche in Italia) che avessero incontrato nella loro vita e nel loro lavoro.

Decisero anche che Giosuè avrebbe supervisionato gli uffici e la segreteria, e che Pierre avrebbe funto da rettore generale.

Mentre si restaurava e ristrutturava Saint Pierre, ottenero anche dalla Regione Val d'Aosta che la strada che vi passava davanti venisse asfaltata e che vi fosse portata la linea telefonica e l'acquedotto, e potenziata la linea elettrica. Contemporaneamente venne recintato tutto il terreno, ripulita la porzione di bosco e parzialmente rimboschita, e costruite attrezzature per gli sport all'aperto, compreso un piccolo maneggio ed una piscina, oltre ad un piccolo teatro all'aperto costituito da un emiciclo di gradinate di pietra ed un palco, anche di pietra.

Discussero a lungo se far indossare ai ragazzi di Saint Pierre un'uniforme, come nelle scuole inglesi e giapponesi, o no. Valutati i pro ed i contro, ascoltati i pareri di diversi esperti in psicologia e pedagogia, decisero infine di adottare un'uniforme, semplice, elegante e funzionale, che potesse piacere a ragazzi giovani. Pierre iniziò a farle produrre, nelle varie taglie, alle imprese di abbigliamento che controllava, oltre agli indumenti intimi. Crearono anche uno stemma-logo della fondazione, costituito da un esagono rosso circondato da sei esagoni bianchi con bordi argentati e le lettere, anche in argento, FRL-CSP, ognuna in uno dei sei esagoni bianchi.

Lavorarono a ritmo serrato, sia nel cantiere che negli uffici, e finalmente, nel luglio del 1977, tutto era pronto. Giunsero i camion con gli arredamenti e aule, laboratori, locali di servizio e stanze furono allestiti. I responsabili dei vari settori del Centro ed il personale necessario per il suo funzionamento (in maggioranza ex ragazzi delle case segnalati dai vari responsabili delle stesse) iniziò ad arrivare e ad istallarsi a Saint Pierre dove avrebbero vissuto nel "nuovo chiostro".

Anche Giosuè e Pierre si trasferirono definitivamente nell'appartamento all'ultimo piano del torrione. La stanza ottagonale sarebbe stata usata come soggiorno, c'era poi la loro camera da letto, uno studio privato ed i servizi. Al centro la scala a chiocciola, di pietra, che conduceva sia alla vasta terrazza superiore che ai piani inferiori, destinati ad uffici.

Sul portale di ingresso del torrione, applicate sulla parete di pietra, grandi lettere in acciaio inossidabile formavano su due righe la scritta "Fondazione Roger Laval - Centro Saint Pierre". Il portale della ex-chiesa, ora aula magna, fu fatto in quercia liscia con grossi chiodi di ferro ed il rosone e le finestre furono chiuse con belle vetrate artistiche eseguite in stile moderno.

Pierre donò alla fondazione tutte le opere d'arte, che aveva collezionato in quegli anni, per decorare gli ambienti delle varie costruzioni. Alcune avevano acquisito un alto valore, poiché i loro autori avevano raggiunto la fama.

Arrivarono dalle sei case i primi trentasei ragazzi selezionati e, il 24 settembre, fu inugurato il centro con una semplice cerimonia. Pierre fece, nell'aula magna, il discorso inaugurale.

"Ragazzi, e tutti voi collaboratori senza i quali tutto questo non potrebbe funzionare, benvenuti, benvenuti di cuore. La mia speranza, in questo momento del varo della nostra nave, è duplice. Spero che quanto stiamo intraprendendo possa servire per migliorare nella società la situazione di quanti sono come noi, costretti alla clandestinità, soggetti al disprezzo, alla persecuzione. Ma spero anche che, prima o poi, lo scopo di questa fondazione cessi di esistere, che si possa vivere apertamene la nostra sessualità in un mondo che ci accetta. Potrà sembrarvi strano, ma spero che venga presto il giorno in cui la Fondazione Roger Laval possa cessare di esistere, almeno così come è oggi, perché ha esaurito il suo scopo. Temo che non vedrò con questi miei occhi questo giorno, né so se potrà accadere durante la vostra vita o quella delle prossime generazioni, ma so che un piccolo seme, se curato, può dare origine ad un possente albero. Sta a tutti noi curare il piccolo seme che oggi e qui viene posto a dimora."

Il suo discorso venne interrotto da un applauso e da grida di assenso dei ragazzi.

Pierre riprese: "Un giorno, un noto cardinale arcivescovo, mi accusò di far parte di quella che lui definì una massoneria omosessuale. Ebbene, posso affermare che in quei giorni non esisteva, ma ora sta nascendo, proprio grazie al suo suggerimento. Però, vorrei che questa massoneria non cerchi di diventare uno strumento di potere occulto, ma una società di mutuo soccorso fra persone che la società vorrebbe eliminare dal suo seno o almeno costringere in una prigione di silenzio, di oppressione, di disprezzo, di discriminazione. Noi non siamo, ragazzi miei, né migliori né peggiori degli altri a causa della nostra sessualità. Noi saremo domani uomini migliori di quanto siamo oggi, se sapremo amare, rispettare, aiutare, e non lasciarci opprimere."

Pierre bevette un bicchiere d'acqua e proseguì: "La maggioranza di noi è passata attraverso esperienze tristi, penose, ingiuste e immeritate. Che questo ci insegni a non rendere pan per focaccia, non ci renda amari e cinici, egoisti e spietati, ma al contrario ci faccia capire come solo seminando attorno a noi rispetto, onestà e soprattutto amore, possiamo far sì che altri non debbano passare attraverso esperienze come la nostra. Bene, ora il vecchio gufo, che si crede saggio e che si fregia del titolo di rettore, smette di parlare, perché è tempo che tutti ed ognuno di noi ci si rimbocchi le maniche e si inizi ad agire. Buon lavoro a tutti!"

Tre giorni dopo iniziarono a giungere anche i docenti, e finalmente il primo ottobre iniziò la vita del Centro. Tutto funzionava a dovere, dai ragazzi agli addetti ai servizi, dai docenti ai responsabili, tutti svolgevano i propri compiti con solerzia e dedizione. In Saint Pierre si respirava un'aria di alacre attività e di sana allegria.

Dopo il primo semestre, vi fu il primo cambio dei docenti, ma nel frattempo i responsabili avevano soppesato il valore del primo gruppo di insegnati per vedere quali valesse la pena di invitare di nuovo ed a cui eventualmente offrire un contratto a tempo indeterminato.

In un pomeriggio di maggio del seguente anno, mentre nella stanza ottagonale Pierre stava leggendo la posta e Giosuè, affacciato ad una delle bifore, stava mettendo nelle casette per gli uccellini il becchime, suonò l'interfonico.

Pierre, che era più vicino, rispose.

"Sì, Martinet."

"Rettore, l'allievo Alberto Salviati chiede di essere ricevuto da lei."

"Lo faccia salire." ripose. "Giosuè, puoi andargli incontro e accompagnarlo qui, per favore?"

Dopo poco Giosuè sospinse il ragazzo nella stanza ed entrò con lui.

"Siediti qui, Alberto. Tu vieni da Bologna, non è vero? E se ricordo bene, hai sedici anni..."

"Sì, signore. Buongiorno, signore." rispose il ragazzo e sedette compostamente.

"Allora, Alberto, che cosa posso fare per te?"

"Signore, io ho letto molto attentamente il regolamento che ognuno di noi ha nella sua camera, ma non ho trovato una risposta."

"Oh, vedo. E qual è il problema?"

"Forse avrei potuto parlarne al signor Flavio senza disturbare lei, però... siccome è una cosa molto importante, ho pensato che era meglio chiedere direttamente al grande capo... cioè a lei, signore." si corresse il ragazzo arrossendo.

"Ah, così fra di voi mi chiamate il grande capo? Mah, forse dovrei comprarmi un copricapo di penne d'aquila, allora." gli disse sorridendo Pierre. "Qual è il problema?" chiese di nuovo.

"Michele Sandrelli, il ragazzo di diciassette anni che viene da Roma, e io, abbiamo scoperto che stiamo troppo bene assieme e che... ecco, che... non ci basta fare qualcosetta ogni tanto e... se fosse possibile..." si interruppe un po' incerto, poi tutto d'un fiato disse: "Noi due crediamo di volerci bene e se non è proibito vorremmo poter dormire insieme per poterci dire che ci vogliamo bene in tutti i modi e... per favore, signore... dica che è possibile!"

"Non è un po' troppo piccolo un letto per tutti e due?" chiese Pierre.

"Oh no, signore, a noi basta così com'è, davvero..."

"Non stento a crederlo." disse Pierre cercando di restare serio. "Ebbene, se nel regolamento non è scritto che è proibito..."

"No, non c'è scritto, però c'è scritto che dopo che suona il silenzio, ogni allievo deve stare nella propria camera..."

"Già, vedo."

"E se io devo stare nella mia camera e Michele nella sua..."

"Che ne diresti se sulla porta della tua camera aggiungessimo il nome di Michele Sandrelli e sulla porta di Michele aggiungessimo il tuo nome? Così, quando suona il silenzio, potete scegliere se trovarvi in una delle due stanze o ognuno nella propria..."

Il ragazzo si illuminò in un dolce sorriso, poi disse: "Ma non si potrebbe lasciare libera una delle due camere?"

"Non credo che sia opportuno, innanzitutto perché se voleste dormire separati, magari nel caso in cui uno di voi due sta male, o nel caso in cui semplicemente pensate che sia meglio non passare la notte assieme, è bene che ciascuno abbia la propria camera. Inoltre le camere sono state progettate per ospitare un solo ragazzo e non due: vi stareste scomodi, a parte la notte, non sapreste dove mettere le vostre cose. Infine, quando dovete fare i compiti e studiare, è bene che non abbiate distrazioni e che ognuno abbia il proprio spazio."

"Sì, signore, tre ottime ragioni. Posso dire altro, signore?"

"Come no, Alberto."

"Credo che il sistema del secondo nome potrebbe interessare anche qualche altro compagno. Come si deve fare in questo caso? Devono venire da lei, signore?"

"Non è necessario. Basta che ne chiedano l'autorizzazione al responsabile di corridoio. Avvertirò io stesso sia Flavio Piccoli che i responsabili di corridoio di questa possibile soluzione. C'è altro che vuoi dirmi Alberto?"

Il ragazzo annuì, sembrò cercare le parole, poi disse: "Volevo ringraziarla, signore, ed augurarle a lei e al signor Lunati tanta felicità. Almeno quanta voi tutti ne state dando a noi, signore, e quanta Michele ne dà a me."

Pierre annuì con un sorriso. Il ragazzo si alzò, salutò ed andò via.

"Che tenerezza, quel ragazzino..." disse Giosuè andando a sedere accanto a Pierre, ed appoggiando la testa sul suo grembo.

Pierre lo accarezzò: "Sì, e sfido chiunque a capire, vedendolo ora, che solo due anni fa batteva le strade e vendeva il proprio corpo al primo venuto. Ah, cambiando discorso, il nostro psicologo mi ha suggerito di organizzare anche una serie di incontri con i ragazzi per curare l'educazione all'affettività, perché pensa che molti di loro debbano imparare a riconciliare l'attrazione sessuale con l'attrazione sentimentale. Che ne pensi?"

"Sì... sì, penso che sia un'ottima idea."

"E suggerisce anche che, a turno, coppie di noi adulti partecipiamo agli incontri per parlare ai ragazzi del nostro rapporto, di come è nato, di come è evoluto e soprattutto di come abbiamo fatto per farlo durare tanto a lungo ed anche per rispondere alle loro eventuali domande. È un po' un mettere a nudo il nostro cuore e la nostra vita di fronte ai ragazzi, ma secondo lo psicologo, lezioni puramente teoriche avrebbero poco impatto, senza essere sostenute da esperienze reali raccontate in prima persona."

Giosuè annuì, poi cominciò a ridacchiare.

"Che c'è ora?" gli chiese Pierre un po' sorpreso, ma incuriosito.

"E se fra le domande ci chiedono anche particolari un po'... piccanti?"

Anche Pierre rise: "Credo che dovremmo rispondere apertamente ed onestamente. A mio figlio io risponderei, perciò, perché non ai nostri ragazzi? Dobbiamo dimostrare loro, proprio con la nostra esperienza e la serenità con cui sapremo parlarne, che la sessualità è un dono meraviglioso che dio, o la natura, ci hanno dato. Comunque credo che, almeno su un piano di pura sessualità, ne sappiano almeno quanto noi, e che non abbiano bisogno che gli si parli di come si fa una pompa o si piglia o si mette un cazzo in culo, no?"

"Sicuramente è così, signor rettore, anche se mi meraviglio del suo linguaggio..." disse Giosuè sorridendogli, "Ma possono voler sapere che cosa significa farlo fra due che lo fanno per amore, e non solo per una egoistica goduta. Sapere che differenza concreta c'è fra l'atto fisico fine a se stesso e lo stesso atto fatto per amore."

"Sicuro, proprio per questo a mio parere dobbiamo rispondere schiettamente e senza falsi pudori a qualsiasi domanda ci facciano, non credi?"

"Sì, sono d'accordo con te. D'altronde, quando mai noi due non siamo stati d'accordo?"

"Oh... tante volte."

"Dimmene una!"

"Mah... non saprei... in questo momento non me ne viene in mente nessuna."

"Vedi che perciò siamo sempre stati d'accordo?"

"No, secondo me questo dimostra piuttosto che i nostri disaccordi si sono sempre risolti, proprio come ora, ragionandone insieme."

"Già. E senti, se ci chiedessero se lo facciamo ancora?"

"Gli rispondiamo la verità: non spesso come alla loro età, quando gli ormoni ancora ruggivano nei nostri corpi, ma ogni volta che sentiamo il desiderio di dimostrarci anche fisicamente quanto ci amiamo. A volte più di frequente, a volte meno."

"Non senti, Pierre?"

"Cosa, amore?"

"Il desiderio di dimostrarmi col tuo corpo quanto mi ami? Io lo sto sentendo..."

Pierre sorrise, annuì, poi disse sottovoce, alzandosi e facendo alzare Giosuè: "Forse ero un po' distratto, ma ora che mi ci fai pensare, altroché se lo sento..." e tenendosi per mano come due ragazzini, andarono quietamente nella loro stanza a dimostrarsi quanto si amavano ed a rinnovare l'antico, sacro e bel rito dell'amore.

Pierre aveva ormai settantasei anni, quando gli fu comunicato che il Presidente della Repubblica, con motu proprio controfirmato dal Presidente del Consiglio, intendeva conferirgli la decorazione di terza classe al Merito della Repubblica per il suo passato di partigiano, per l'opera svolta nella promozione della moda italiana in patria e all'estero e per quanto faceva per i "giovani disadattati". La cerimonia dell'investitura a commendatore e la consegna della decorazione si sarebbe svolta al Quirinale in data due giugno 1979.

Pierre aveva avuto modo di incontrare, durante il periodo della clandestinità, l'attuale Presidente della Repubblica, in occasione di riunioni del CLN. Non vi era stata, a quei tempi, familiarità fra i due, ma reciproca stima e spesso, anche se non sempre, i due s'erano trovati d'accordo in diverse occasioni. Essendo un motu proprio, Pierre pensò quindi che fosse stata un'iniziativa partita direttamente dal Presidente.

La sua supposizione fu confermata pochi giorni dopo. Stava firmando alcune carte nell'ufficio del rettore al secondo piano del torrione del Centro, quando squillò il telefono, La segretaria, con voce eccitata, gli comunicò che c'era in linea il segretario del Presidente della Republica. Questi, dopo averlo salutato, gli passò il Presidente.

"Quanto tempo è passato, Tobia! O devo chiamarti Vespa? O Stella o Piemme?"

"Signor Presidente, ormai sono solo Pierre..."

"Sì, sì, uomo dai molteplici nomi e dalle molteplici attività. Ma un tempo ci si dava del tu, no? Allora, Pierre, come stai?"

"Bene, grazie Sandro, e tu?"

Il Presidente rise: "Potrei risponderti: da papa, ma non sarebbe appropriato, sai che è proibito il cumolo delle cariche, no? Allora, avrò il piacere di rivederti qui al Quirinale, il due giugno?"

"È un grande onore..."

"... non dirmi, per cortesia: un grande onore che non merito. Chi mi dice così, in pratica mi insulta, insinuando che spargo onorificenze immeritate."

Pierre rise: "Vorrei sapere, però, per che cosa credi che io meriti un simile onore."

"Mah, sai, rivedendo i miei documenti riguardo ai giorni della resistenza, ho riletto diverse volte il tuo nome qua e là e mi son chiesto che cosa eri diventato, dopo più di trenta anni da che ci si è conosciuti e si è lottato assieme. Così ho fatto fare qualche ricerca e ho scoperto che sei un organizzatore di talento come in quei giorni. Senza far rumore, col tuo vecchio stile di chi fa poche parole e molti fatti in silenzio, hai realizzato molte e valide cose. Perciò mi sono detto che meritavi questo riconoscimento."

"Ti ringrazio per queste parole... ho fatto solo il mio dovere, la mia piccola parte per la nostra gente."

"Questo è il vero eroismo: so anche che hai fatto ben poco per te stesso e molto per gli altri, compresa questa tua ultima attività per aiutare i ragazzi diseredati. Allora, ci vediamo il due giugno?"

"Sì, grazie..."

"E quando sarà finita la parte ufficiale, ti fermerai a cena con me? Una cena privata, in Quirinale."

"Sei molto gentile. Però..."

"Logicamente è invitato anche il tuo collaboratore, quel... Lunati, mi pare, da cui so che non ti separi mai. Solo una cortesia, ti chiedo..."

"Dimmi, e se posso..."

"Certo, che puoi. Durante la cerimonia ufficiale, evita di fare dichiarazioni su voi due come facesti a Bologna. Non diamo ad un altro cardinale la possibilità di spalare fango su cose pulite..."

"Anche questo sai?"

"Caro Pierre, fare politica, fino a farmi assegnare vitto e alloggio in Quirinale, non è possibile se non si è più che bene informati. Me lo prometti allora?"

"Sì, te lo prometto. Soprattutto perché sei così gentile di aver invitato anche il mio Giosuè."

"Beh, te l'ho detto, no? Non sarà una cena ufficiale, sarà una cena in famiglia, quindi è logico che abbia invitato il tuo compagno. Si mangia piuttosto bene, qui da me..."

La notizia del conferimento della croce di Cavaliere della Repubblica si diffuse con il passa-parola in un battibaleno e Pierre iniziò a ricevere una gran quantità di lettere di congratulazioni da ogni parte d'Italia e anche dall'estero.

Dopo la cerimonia, e la cena privata, durante la quale rievocarono i tempi della resistenza, il Presidente volle avere informazioni di prima mano sulla Fondazione Roger Laval, ma anche su come Giosuè e Pierre s'erano conosciuti e s'erano messi assieme. Il giorno seguente i due tornarono in Val d'Aosta, al paese, dove la sua famiglia volle festeggiare Pierre e vedere il cofanetto con le insegne, specialmente i figli dei suoi nipoti.

Il minore dei figli di Enrico, Mattia, che aveva ora ventisei anni e s'era sposato da sette mesi, e la moglie aveva già un accenno di pancione, gli disse: "Zio Pierre, non avrai la benedizione del Papa, per la tua unione con zio Giosuè, ma ora hai quella del Presidente della Repubblica..."

Pierre sorrise: "A me è sempre bastata la vostra benedizione, quella della mia famiglia. Vale più di ogni altra."

"Ora dobbiamo chiamarti commendatore, zio?" gli chiese Pietro, il secondo figlio di Giuseppe.

"Mi potrete chiamare commendatore solo il giorno in cui metterò su pancetta, Pietro, e comunque non prima che tu abbia raggiunto la mia età!" rispose ridendo Pierre.

Quando finalmente si ritirarono nel loro appartamentino nel torrione, mentre erano affacciati alla bifora centrale della stanza ottagonale, Pierre disse a Giosuè: "Credo che sia tempo che io ceda definitivamente le redini della Pimathi e della Minem. Anche se le forze ancora non mi abbandonano, non ne ho più quante un tempo e voglio spendere i miei ultimi giorni, o mesi o anni che siano, ad occuparmi solamente della Fondazione, del Centro."

"Mi chiedevo quando avresti deciso di fare questo passo..."

"Sì, lo immaginavo, anche se non mi hai mai detto che lo desideravi." gli disse Pierre e, sporgendosi tutti e due in modo di raggiugersi oltre la colonnina di pietra che bipartiva la bifora centrale, si scambiarono un tenero bacio.

Un raggio del sole, che si avviava al tramonto, penetrò nella stanza e si rifranse, formando un lieve arcobaleno sul vetro della vetrinetta che conteneva una tabacchiera d'osso, una conchiglia a forma di cuore, la grolla dell'amicizia, il libretto donatogli dalla famiglia per il suo settantesimo anno, il diario di Roger Laval con le sue lettere e il prototipo dello stemma del Centro e della Fondazione. Tutto quanto riassumeva, cioè, la bella e lunga vita di Pierre.


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