Ormai la Minem e la Pimathi davano lavoro a quasi settantamila persone, tramite le consociate o controllate, investiva centosettantanove miliardi di lire, ne fatturava duecentocinquantasei, possedeva a vario titolo ben cinque navi e sette aerei e ufficialmente guadagnava sei miliardi annui, ma in realtà i guadagni superavano i quaranta miliardi. Si trattava di un colosso apparentemente inesistente, essendo costituito da decine di piccole imprese ufficialmente scollegate, con interessi in mezzo mondo, guidato da un solo uomo, Pierre Martinet, che ne teneva strettamente in pugno i destini.
Lo stato era come le tre scimmiette: non vedeva, non sentiva, non parlava. Questo non solo per l'astuto modo in cui Pierre aveva organizzato la complessa rete di proprietà e di controlli, e non solo perché aveva saputo circondarsi di uomini capaci e fedeli, ma anche perché Pierre, ritiratosi in tempo dall'agone politico, non intralciava in alcun modo la guerra segreta che all'interno della DC le varie correnti si stavano facendo.
In occasione del suo sessantasettesimo compleanno, Pierre ricevette la laurea honoris causa dall'Università di Bologna in Finanza e Amministrazione Aziendale. Inizialmente aveva l'intenzione di rifiutarla, non amava che si parlasse di lui, non gradiva la pubblicità. Ma poi prese una decisione, a quei tempi, eroica. Senza consultarsi con nessuno, a parte Giosuè con cui condivideva tutto e che sarebbe stato coinvolto come lui, alla fine accettò l'onore offertogli.
Pierre e Giosuè si presentarono nell'aula magna dell'università di Bologna indossando abiti identici fin nei minimi dettagli. A Pierre fu imposta la toga e il tocco, gli fu consegnato il prezioso papiro del conferimento della laurea, quindi fu invitato a fare il suo discorso, che aveva accuratamente preparato ed aveva imparato a memoria.
Si alzò dal suo seggio sul palco, attese pazientemente che si spegnesse l'applauso della folta platea costituita da prelati, papaveri delle forze dell'ordine e delle forze armate, calibri da novanta della politica, non solo democristiani, giornalisti, e prese la parola.
"Dopo una lunga esitazione, ho accettato l'inattesa proposta di essere insignito della laurea honoris causa. Una lunga esitazione, ho detto, dovuta al fatto che, per mia natura, rifuggo dagli onori. Se infine ho deciso di accettare e quindi mi vedete qui, è stato in seguito ad alcune considerazioni che ora mi accingo ad esporvi. Non temete, non abuserò della vostra pazienza. Non li elencherò in ordine di importanza, ma in ordine sparso, così come mi sono venuti in mente.
"Uno dei motivi è stato pensare che io qui non sono che un simbolo, il simbolo di un grande numero di imprenditori che, dal nulla e con le sole loro forze, hanno contribuito alla ricostruzione dell'Italia dopo gli orrori della guerra in cui ci ha gettati a capofitto un pugno di uomini ed una folle dittatura. Imprenditori che, anche più di me, hanno creato posti di lavoro ed hanno fatto apprezzare il nome dell'Italia fra le nazioni del consesso internazionale.
"Poi ho pensato anche a tutti gli uomini che, collaborando con me, appoggiando le mie idee, lavorando perché quanto andavo creando funzionasse nel migliore dei modi, hanno speso le loro energie di pensiero, di azione, di impegno, di lavoro. Accettando questa laurea honoris causa, so di accettarla anche a nome di questi miei collaboratori, a partire da chi tiene puliti e funzionanti i cessi, ai fattorini e manovali, agli operai, agli impiegati e logicamente anche ai quadri. Ognuno di loro, svolgendo con onestà e competenza il proprio compito ha reso possibile il realizzarsi, il fiorire ed il crescere di quanto ho intrapreso. Senza di loro, oggi non sarei qui.
"Questo onore che oggi mi è stato conferito, inoltre, va spartito anche con tutti coloro che, dall'esterno, credendo nei miei progetti, mi hanno appoggiato, oppure mi hanno ostacolato. Anche ostacolato, sì, perché il dover superare gli ostacoli che ponevano sul mio cammino mi hanno costretto a non dormire sugli allori, a perfezionare e migliorare la mia opera, mi hanno stimolato a fare sempre meglio. Per ciò ringrazio anche i miei oppositori.
"Ma infine, ciò che mi ha veramente convinto ad accettare, è la possibilità di poter ringraziare pubblicamente, da questo palco, una persona in particolare. Mi avete visto entrare in questa antica e famosa università affiancato da un uomo che indossa un abito uguale al mio. Si chiama Giosuè Lunati. Senza di lui non sarei qui, non avrei realizzato che una minima parte di ciò che sono riuscito a fare. Giosuè è stato ed è il mio sostegno, il mio compagno, il mio confidente, il mio consigliere, il mio amico, l'uomo che ha saputo accettare il mio amore e darmi il suo, in totalità e completezza, senza riserve. Ho finito e vi ringrazio per avermi voluto ascoltare."
Pierre sedette nel silenzio generale. Poi qualcuno iniziò timidamente ad applaudire, ma pochi si unirono all'applauso ed anzi, quando il rettore, visibilmente imbarazzato, invitò gli intervenuti al rinfresco, non pochi, alzatisi, preferirono abbandonare l'università come i topi abbandonano una nave che sta affondando.
La dichiarazione di Pierre trovò un'eco non eccessiva nei giornali, spesso un trafiletto in quarta o quinta pagina, con brevi commenti che andavano dal sorpreso all'ironico allo scandalizzato. Ma troppo potere, troppo denaro e troppi onori, suscitano nemici, specialmente quando si diffuse la notizia che Pierre aveva osato dichiarare pubblicamente di essere omosessuale.
Il caso, quando stava morendo, ebbe una vampata di recrudescenza quando il cardinale arcivescovo di un'importante citta del triangolo industriale, pur senza mai fare il nome di Pierre, fece dal pulpito della sua cattedrale una violenta predica contro la "massoneria omosessuale".
L'illustre porporato, fra l'altro, affermò: "Il vaso di iniquità raggiunge il colmo e trabocca quando con proterva audacia si ha il coraggio di vantarsi in pubblico di commettere il peccato contro natura, l'abominazione che fa di un essere umano un essere peggiore delle bestie. Una vera e propria massoneria di omosessuali sta inquinando la santità della nostra amata patria, sta tentando di avvelenare l'animo di fanciulli innocenti, di ammorbare gli animi di gente semplice e poco colta con falsi valori, contrabbandando la peggiore forma di lussuria per amore, profanando lo stesso concetto di amore.
"Ma io vi dico: non li temete dunque, poiché non v'è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. E quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti. Ricordatevi perciò le sante parole pronunciate da Dio:
"Chi osa scandalizzare anche uno solo di questi piccoli, per età, intelligenza o cultura, che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare. Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all'uomo per colpa del quale avviene lo scandalo! Chi ha orecchie per intendere mi intenda!
"È scritto: se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno. E se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco eterno.
"Non credano, questi esseri immondi, di poter fare, e fare apertamente, quanto più aggrada le loro anime perverse, immonde e dannate, solo perché hanno denaro e potere: non sono che fango putrido, agli occhi di Dio! Guardatevi da Satana e dai suoi accoliti che operano fra noi! Rifiutate di lavorare per loro, andate a mendicare il vostro pane per le vie piuttosto che accettare un posto di lavoro nelle loro sentine di vizio! Rifiutate di rivolgere loro la parola, rifiutate di ascoltare la loro voce di seduzione e menzogna.
"Ma soprattutto, proteggete e salvate i vostri figli dalla seduzione del male, dalla seduzione di uomini che vogliono infettarli con il loro immondo vizio. Ricordate il castigo che Sodoma e Gomorra ricevettero per la loro perversione. In nome di Dio, invoco i responsabili del nostro stato di dare inizio ad una santa crociata che purifichi la terra da questi esseri spregevoli ed immondi!"
Ma, con buona pace dell'infuriato cardinale, nessuna crociata ebbe inizio, i giornali presto dimenticarono sia la dichiarazione di Pierre che le invettive dell'illustre porporato, e nessuno vi pensò più. Per qualche tempo Pierre ricevette missive anonime, alcune cariche di odio e disprezzo, altre che lo lodavano per il coraggio avuto, ma anche queste presto cessarono.
Pierre ricevette però una telefonata da uno dei nipoti, da Daniele: "Zio, sei stato un drago! Dio, che coraggio hai avuto. Tu sì che hai le palle!"
"Ho solo buttato un sasso nello stagno, mio caro Daniele: ha sollevato poche, piccole onde e di nuovo tutto è immoto come prima. Ho inviato una lettera al cardinale, sai? Gli ho scritto che ogni qual volta un pugno di teppisti ammazzerà un solo uomo perché è omosessuale, sarà lui il mandante del delitto, colpevole quanto gli assassini... E gli ho scritto che se ha bisogno di legna per erigere il rogo su cui mettere me e quelli come me, mi impegno a fornirgliela io a prezzo di costo, e gli regalo anche i fiammiferi."
Daniele rise: "E ti ha risposto?" chiese.
"No. Probabilmente sa solo parlare, ma non sa né leggere né scrivere, poveretto. Che vuoi che ti dica: che Dio abbia pietà di lui e del suo odio. E se per andare in paradiso bisogna essere come lui, ebbene, in questo caso spero proprio di andare all'inferno. Ah, dimenticavo, gli ho scritto anche questo."
"Zio, ti vogliamo tutti bene! Ah, preparatevi, tu e Giosuè, che fra poco riceverete le partecipazioni di nozze."
"Di Leonello?"
"No, le mie, zio. Leonello ancora non ha deciso niente. Faccio prima io, anche se sono più giovane."
"Fammi sapere per tempo la data, Daniele, ci tengo molto a venire, come anche Giosuè, appena glielo dirò."
Quando Pierre festeggiò il suo settantesimo compleanno, ancora in salute, forte ed attivo come un giovanotto, a sua insaputa Flavio, con la complicità di Giosuè, gli preparò una sorpresa. In un ristorante sulla collina bolognese, orgnizzarono un pranzo a cui parteciparono i sei responsabili delle case ed i sei più giovani ospiti di ognuna di esse. Dopo averlo festeggiato, fattogli spegnere le settanta candeline, che Pierre riuscì a spegnere con un solo soffio, anche se divenne tutto paonazzo per lo sforzo, e dopo aver mangiato la torta, portatono Pierre nel piazzale davanti al ristorante, per fargli il regalo.
Pierre trovò un Fiat 500R nuova di zecca, color turchese, avvolta da un grande nastro bianco con tanto di fiocco e con sopra fissati sei fogli, uno per ogni casa, con le firme di tutti i ragazzi, compresi molti di quelli che ormai avevano un lavoro e vivevano per conto proprio, ma che avevano mantenuto i contatti con le case.
"Per me?" chiese stupito e commosso Pierre. "Ma dove avete trovato i soldi?"
Uno dei ragazzini fece un passo avanti: "Ognuno di noi si è tassato ogni giorno, per un anno, mettendo un po' di soldini in un barattolo, così siamo riusciti, tutti assieme, a comprartela. Ci sarebbe piaciuto comprartene una più grande, per sostituire la tua vecchia carretta che non sta più assieme... Ma Flavio ci ha detto che non avresti accettato un'auto più bella... E allora, buon compleanno, Pierre, e quando la guidi, ricordati che ti vogliamo tutti bene e che... e che... che per noi tu sei come il nostro nonno!"
"Ma è bellissima!" esclamò Pierre commosso, e prese la chiave che il ragazzetto gli porgeva. "Già il pranzo era un bel regalo..."
"Ma quello mica l'abbiamo pagato noi." disse il ragazzetto. "Quello l'hanno voluto pagare i capi delle nostre sei case. Noi volevamo comprarti qualcosa che ti rimane."
"Ma io, come posso ringraziarvi?" chiese Pierre.
"Siamo noi che dobbiamo ringraziare te, e invece di questa piccola auto ti saresti meritato un transatlantico!" disse un altro dei ragazzi.
"E invece sì, che ci puoi ringraziare: vieni più spesso a trovarci, per favore." disse un terzo ragazzetto.
"D'accordo, ragazzi, vi prometto che verrò. Può venire anche il mio Giosuè, no?"
"E chi potrebbe separarvi, a voi due! Se vieni senza Giosuè è come se venissi solo a metà!" esclamò un altro dei ragazzi.
Uno dei più grandicelli gli si avvicinò e gli tirò una manica: "Pierre, possiamo fare le foto, ognuno di noi da solo con te e Giosuè? E dopo, ci fai fare un giretto sulla 500 con te, un giretto anche solo sul piazzale?"
Pierre gli scompigliò i capelli in un gesto affettuoso ed acconsentì di buon grado.
Quando andarono al paese con la nuova auto, i nipoti e tutta la famiglia allargata gli avevano organizzato un'altra festa. Questa volta oltre a un festoso pranzo nella piola chiusa per l'occasione, e tutta decorata con ghirlande di fiori, la famiglia gli regalò un semplice libretto rilegato in marocchino color tabacco con fregi in oro: era intitolato "Perché Pierre Martinet è un Uomo Straordinario" e ogni membro della famiglia aveva compilato due pagine a fronte, riempiendole di proprio pugno con le ragioni che aveva per ammirare ed amare Pierre, e le aveva decorate con disegni. I ragazzi avevano anche compilato due pagine a nome del nonno Giuseppe e altre due a nome della nonna Madeleine.
Nel 1975 fu approvata una legge che alleggerì in parte il problema dei ragazzini scappati di casa: la maggiore età non erano più i ventuno anni, ma i diciotto.
Quello stesso anno, mentre con Giosuè stava lavorando nel suo studio di Milano, la segretaria bussò e, porgendogli un biglietto da visita, disse: "Questo signore è nella sala d'aspetto e chiede se lei la può ricevere."
Pierre prese il biglietto, lo lesse e sbiancò. Giosuè che lo stava guardando, gli chiese che cosa fosse successo. Pierre, in silenzio, gli porse il cartoncino.
"Un... parente. Non può essere il padre!" esclamo a bassa voce Giosuè.
"No, anche se ormai deve essere più vicino ai cento che ai novanta, non può essere che lui..."
"Lo ricevi?"
"Sì. Voglio proprio sapere con che faccia tosta si presenta, dopo tanti anni! Dopo cinquantatré anni..."
"Vuoi che vi lasci soli o che resti?"
Pierre lo guardò un po' stupito: "Che resti, logicamente." Poi guardò di nuovo il biglietto da visita che Giosuè gli aveva restituito: in elegante corsivo inglese, sotto una corona comitale, era scritto: "Maximilien-Marie Antoine Laval Conte di Chambord". Era il padre di Roger!
Dopo poco l'uomo entrò nello studio. Giosuè s'era alzato in piedi, Pierre era restato seduto.
"Si accomodi." disse con voce neutra indicando la sedia di fronte alla propria scrivania.
Il vecchio conte era un uomo asciutto, alto, dai capelli d'argento. Nonostante l'età aveva un portamento eretto e sicuro, un'aria di autorità, offuscata però da un'espressione di profonda incertezza. Aveva in mano una borsa diplomatica di ottimo cuoio. Sedette e la posò accanto a sé. Non porse la mano a Pierre.
Con voce ferma, chiara ma bassa, iniziò a dire: "Dottor Martinet, io sono il padre..."
Pierre lo interruppe in tono secco: "Lo so chi è lei. Non potrei mai dimenticare chi è lei. Che è venuto a fare, qui?"
"Se mi permette di chiarire il motivo della mia visita... Se ha la cortesia di ascoltare..."
"La ascolto."
"Mio figlio Roger, dopo quello sventurato giorno..."
"Quando lei lo ha ucciso, cioè." lo accusò Pierre con un tono più affilato della lama di una ghigliottina.
L'uomo sembrò afflosciarsi sulla sedia. Con nella voce un tremito che sentava a controllare, disse: "In un certo sì, ha ragione, l'ho ucciso io. Non con le mie mani, ma con il mio atteggiamento. È stata una disgrazia, sì, questo ha accertato la polizia, ma quella disgrazia, sono io che l'ho provocata. Sono io che l'ho fatta accadere, resa possibile..." disse a voce bassa, poi tacque e il silenzio della stanza era rotto solo dal lieve tichettio dell'orologio al muro, che sembrava l'eco lontana del battito di un tamburo che accompagna un condannato al patibolo.
Il conte riprese: "Quando ho scoperto che mio figlio... che aveva una relazione con un altro ragazzo... con lei cioè..."
"Come l'ha scoperto?" gli chiese con freddezza Pierre.
"Cercando nelle sue cose ho scoperto il diario di Roger, ed alcune lettere, scritte da lei, così ho capito. Sul diario di Roger erano riportati tutti i vostri incontri, dal primo all'ultimo, e le sue riflessioni, i suoi pensieri..."
"Che fine ha fatto, quel diario?"
"L'ho qui con me. Dopo, se desidera, lo consegnerò a lei. Ebbene, dicevo, ho letto, ho capito, d'altronde Roger era stato assai esplicito nei suoi scritti... Mi sono infuriato... Ho affrontato mio figlio. Non ha negato l'evidenza, ma a sua volta mio figlio ha affrontato me. Mi ha detto che... che amava lei e intendeva vivere con lei... Abbiamo avuto una discussione violenta. Molto violenta. L'ho schiaffeggiato, l'ho insultato, minacciato..."
"Minacciato, come?" chiese Pierre cercando di non lasciar trasparire la rabbia che lo stava scuotendo.
"Gli ho detto che l'avrei fatto rinchiudere in manicomio, se non mi prometteva... se non mi prometteva di porre fine alla sua... storia con lei o con qualunque altra persona del proprio sesso... Ma lui non voleva intendere ragione, mi diceva che non poteva andare contro la propria natura, che non poteva abiurare al suo amore per lei, che sarebbe scappato con lei a costo di vivere chiedendo l'elemosina per le strade..."
"L'avrebbe certamente fatto." commentò Pierre.
"Sì, l'avrebbe certamente fatto, me ne rendevo conto. Per ciò l'ho preso, l'ho trascinato nello stanzino della torretta di sud-est, ve l'ho chiuso dentro a chiave, dicendogli che di lì sarebbe uscito solo quando avesse giurato su Dio che cessava i suoi rapporti contro natura, oppure per essere rinchiuso in un manicomio."
"Quanti giorni è rimasto rinchiuso lì dentro?"
"Solo tre giorni. Il tempo che gli fu necessario per scalzare le sbarre della finestra dal vecchio muro di pietra e tentare di calarsi giù e fuggire, venire da lei, sicuramente... C'erano appigli, il muro è antico, ma... forse mise un piede in fallo... forse era indebolito dai tre giorni di digiuno, non so... Forse..."
"Ma la polizia non vide le sbarre divelte? Non seppe che era stato rinchiuso lì dentro per tre giorni? Non fece indagini, domande?"
"No. Io avevo rimesso a posto le sbarre, chiuso a chiave la stanza... ordinato alla servitù di dire alla polizia di aver visto Roger salire la scala della torretta poche ore prima che si scoprisse... che si trovasse il suo corpo... La polizia pensò che fosse caduto dal piano superiore, che si fosse sporto troppo dai merli..."
"Già. L'ha veramente ucciso lei, dunque." commentò Pierre con dura amarezza.
"Sì, con la mia durezza, con la mia intransigenza, con il mio..."
"No, l'ha ucciso lei con la sua mancanza di amore. L'ha ucciso lei con il suo moralismo, l'ha ucciso lei con il suo perbenismo da... da..." esclamò Pierre stentando a contenere la rabbia sempre più forte. Poi, riuscendo a calmarsi un poco, dopo un lungo respiro. Chiese: "E perché ora, dopo cinquantatré anni, è venuto qui, da me?"
"All'inizio ero furioso con lei, mi dicevo che era colpa sua... All'inizio la odiavo, dottor Martinet, sì la odiavo. Non potevo assumermi la colpa di quanto era successo. Dovevo scaricarla sulle spalle di qualcun altro, sulle sue."
"È venuto qui per dirmi questo?" chiese Pierre, ora con calma glaciale.
"No, non per questo. Negli anni successivi, ho letto e riletto il diario di mio figlio e, passata la rabbia disperata, l'odio eretto come barriera per giustificarmi... ho capito che in realtà la colpa era mia, solo mia. Ed è cominciato il rimorso... Oh, Dio mi ha fatto vivere a lungo, affinché mi macerassi, giorno dopo giorno, nel rimorso... Dio mi ha punito, mi punisce non dandomi la grazia di mettere fine a questa mia inutile vita! E io... sono troppo vile per fare quello che Dio non mi ha concesso di sua volontà."
"Non è un po' tardi? Il suo rimorso non può ridare la vita a Roger."
"Ho capito che, giusto o sbagliato che sia, non è stato lei che ha... corrotto mio figlio. Ho capito che mio figlio la amava più della propria vita..."
"Anche io lo amavo più della mia vita." commentò Pierre con un tono di infinita tristezza nella voce.
"Sì, anche questo ho capito, anche se mi ci sono voluti anni di ripensamenti, di riletture del diario di Roger e dei suoi biglietti, dei messaggi che lei gli faceva avere di nascosto, delle sue lunghe lettere. Perciò... perciò oggi le ho chiesto di ricevermi. Per chiederle perdono, per chiedere perdono a lei, visto che non posso più chiederlo a mio figlio..."
"Perdono... Per mettersi a posto la coscienza."
"No. Quella, quella solo la morte potrà farla tacere. Solo Dio, se avrà pietà di me, potrà alleviare la mia pena. Però, prima di presentami al giudizio finale, la imploro di darmi il suo perdono. Di non odiarmi, anche se lo merito, per quello che ho fatto, per quello che sono."
"Non la odio, no. E la perdono, per quanto ha fatto a Roger e a me. Ma ora, per cortesia, se ne vada."
"Mi permetta, avrei ancora alcune cose importanti, almeno per me, da dirle..."
Pierre annuì.
"Quando ho finalmente cominciato ad aprire gli occhi... a capire, anche se troppo tardi... mi sono chiesto chi lei fosse, che fine avesse fatto... Perciò... perciò ho incaricato un'agenzia di investigazioni di rintracciarla e di dirmi che uomo è lei, che cosa fa, come vive..."
"Da quando, questo?"
"Da... da poco più di sette anni. Ho saputo, quindi, quello che lei ha fatto per i ragazzi come Roger... e che hanno avuto la disgrazia di avere padri come me... Quanto ha fatto per aiutarli, per salvarli, per sostenerli, per dare loro quanto le loro famiglie non hanno saputo dare. Quanto io non ho saputo dare a mio figlio. Ho scoperto che l'amore che lei offriva a Roger, ora, attraverso le sue opere, lei lo offre a quei poveri ragazzi..."
Pierre si inalberò: "Come si permette! Non ho mai toccato uno di quei ragazzi!"
"No, no, mi scusi, non intendevo dire quello, mi sono espresso male. Non sto parlando di quelle cose, ma di amore. So che lei non ha mai tradito il suo impegno con il suo compagno qui presente. Voglio dire che lei ha dato a quei ragazzi l'amore che io non ho saputo dare a mio figlio, come giustamente lei prima ha osservato ed io riconosco. Io non sono stato capace di amare, lei invece vive nell'amore. Ho saputo del suo ottimo rapporto con la sua famiglia, della loro accettazione..."
"Mi ha fatto spiare per anni. Anche nei miei affetti, nella mia vita più privata... ed ora ha anche il coraggio di venirmelo a dire."
"Coraggio, sì, mi è occorso molto coraggio per venire a Canossa, per presentarmi a lei. Ma se le ho detto tutto questo e se ora sono qui, davanti a lei, è perché ho preso una decisione che spero di tutto cuore lei voglia accettare."
"Una decisione? Di che si tratta?"
"Innanzitutto se vuole accettare che io le consegni il diario di Roger e le lettere che lei ha fatto avere a mio figlio... Lei ha più diritto di me di averli e comunque... ormai ne conosco a memoria tutto il contenuto, comprese le virgole. È tutto impresso dentro di me come un j'accuse di fuoco che nessuno mi potrà togliere dal cuore."
Pierre annuì, e chiese: "E che altro?"
"Non ho eredi. Perciò ho deciso di lasciare il castello alla regione, ma di dare un assegno equivalente a tutti i miei fondi a lei. Un assegno per fare del bene a quei ragazzi, per aprire una fondazione che abbia come nome il nome di mio figlio. Il danaro è tutto in Svizzera. Se lei lo accetta, darò disposizioni alla banca perché lo onori e le intesti il conto. L'unica condizione è che la fondazione abbia il nome di mio figlio. La prego di accettare. So che i soldi non ridaranno la vita a mio figlio, ma vorrei che altri ragazzi, oltre quelli che lei assiste, altri ragazzi come Roger, possano ricavarne una vita migliore, quella vita che per colpa mia... per colpa mia, mio figlio ha perso... quella vita che io ho negato, ho tolto a mio figlio."
Pierre rifletté, poi chiese: "Il Prieuré de Saint Pierre fa ancora parte dei suoi possedimenti?"
L'uomo annuì: "È suo, se lo vuole. So che cosa significava per Roger, immagino che cosa possa significare per lei. Se apre la pagina in cui Roger ha scritto... Le esatte parole sono: nella stanza ottagonale del secondo piano ho conosciuto la felicità più vera e piena, quando mi sono finalmente unito con il mio amato Pierre. È suo, incaricherò subito il notaio di intestarle la proprietà. E se decidesse di usare il denaro per restaurarlo e farne la sede della fondazione, gliene sarei oltremodo grato. Accetti, per carità!"
Pierre annuì: "Accetto, più per i ragazzi che per lei o per me stesso. Per i ragazzi e per Roger."
L'uomo mormorò un "grazie", con sollievo. Prese la borsa, la posò sulle gambe, l'aprì e ne trasse un pacchetto ed una busta. Prima porse a Pierre il pacchetto: "Eccole il diario e le altre carte." Poi gli porse la busta: "Entro pochi giorni, la banca si metterà in contatto con lei perché depositi la sua firma e quella di chi desidera lei, ed il denaro sarà tutto suo. L'assegno qui contenuto riporta l'esatto ammontare di tutto il denaro di cui fino ad oggi posso disporre." Chiuse la borsa. "Entro pochi giorni anche il mio notaio si metterà in contatto con lei per intestarle la piena proprietà del Prieuré de Saint Pierre nonché del terreno circostante."
L'uomo si alzò, fece un lieve inchino e, senza aggiungere altro, uscì dalla stanza.
Dopo un poco, Giosuè, che aveva assistito a tutto il dialogo in silenzio, mormorò: "Adesso può morire in pace, povero uomo."
"Sì, povero uomo. Il mio primo impulso è stato aggredirlo, insultarlo, metterlo alla porta. Ma credo che si sia punito abbastanza in questi anni, da solo. Che dio abbia pietà di lui."
Pierre accarezzò il pacchetto che conteneva il diario di Roger. Poi aprì la busta, ne estrasse l'assegno, lo lesse e lo porse a Giosuè. Questi lo prese e lo lesse a sua volta. Dovette rileggere due volte la cifra che riportava, gli sembrava incredibile. In cifre ed in lettere, riportava "16.203.714.082 lire italiane. Sedici miliardi, duecentotré milioni, settecentoquattordicimila e ottandadue lire italiane."
"Potremo fare molte cose per i ragazzi, con tutto questo denaro." mormorò.
"Sì, certo. Chiederò al notaio di aspettare che la Fondazione Roger Laval sia legalmente istituita, poi farò intestare il Prieuré alla fondazione. Poi chiuderò il conto in Svizzera e ne aprirò uno nuovo, sempre a nome della fondazione. Che ne dici?"
"Mi pare perfetto. Hai idea che farne del Prieuré?"
"Sì, ma prima voglio discuterne con Flavio e gli altri responsabili delle case, oltre ai nostri tre avvocati ed ai nostri due amici giudici di Milano e di Torino. Puoi occuparti tu di combinare una riunione?"
"Certo, Pierre. Ma qual è la tua idea? Vuoi farne un'altra casa per i ragazzi?"
"Non proprio, sarebbe troppo grande e troppo isolato. Pensavo che si potrebbe farne un centro di formazione per i migliori dei nostri ragazzi, una specie di college. Uno dei due chiostri per le loro stanze private, l'altro per le aule. In questo modo alcuni dei ragazzi si trasferiranno lassù e potranno studiare senza distrazioni, e nello stesso tempo si libererenno altri posti nelle case per accogliere nuovi ragazzi. Investendo quella somma ed aggiungendoci del nostro, possiamo sostenere tutte le spese, attrezzare bene la scuola, pagare i docenti, i migliori del mondo, italiani e stranieri. Che ne pensi?"
"Mi pare un'ottima idea."
"Ma voglio sentire i pareri degli alri. La Fondazione Roger Laval dovrebbe assorbire l'attuale fondazione delle case. Sai una cosa, Giosuè?"
"Cosa?"
"Vedendo quell'uomo, il conte, mi sono sentito di colpo più giovane e pieno di energie. Credo che mi occuperò con piacere della nuova fondazione, assieme a te, si capisce. Non so se dio mi concederà di vivere quanto lui, ma voglio spendere bene questi miei ultimi anni che mi restano."
"Come se tu non avessi speso bene tutti questi anni che hai vissuto!"
"Ho fatto solo del mio meglio, Giosuè, ho fatto solo del mio meglio, niente di più e niente di meno." mormorò e sfiorò di nuovo il pacchetto con il diario di Roger, in una specie di lieve carezza.
"Non lo apri?" gli chiese Giosuè.
"Non ancora. Ma presto. E lo leggeremo assieme... se non ti dispiace."
"Perché dovrebbe dispiacermi, amore?"
"Non lo so... forse perché Roger è stato il mio primo amore, anche se non gliel'ho mai detto."
"Non riesci proprio a perdonartelo, di non averglielo detto anche con le parole?"
"Sì che mi sono perdonato, sai che sono magnanimo verso me stesso, no?" disse Pierre con lieve autoironia e melanconia.
"Sei stato magnanimo verso il conte."
"Si è già punito abbastanza da solo con il suo rimorso e s'è riscattato con il gesto che ha appena compiuto."