Flavio e Orlando avevano un solo problema: non avevano ancora nessuno a Venezia che fosse veramente in grado di assumere la responsabilità della casa. Ma quando Cesare Pericoli, il capo casa di Roma, venne a conoscenza del problema, trovò la soluzione.
"Io, qui a Roma, ho due ragazzi molto in gamba, due fra i primi che sono venuti ad abitare qui e che già mi affiancano validamente, anche se lavorano fuori casa. E uno dei due è Gabriele Masier, cioè Lele, il biondino, te lo ricordi? Lele è nato a Venezia e vi ha vissuto fin quando è scappato da casa a quattordici anni. Adesso ha ventiquattro anni e fa il receptionist in un albergo."
"Sì, mi ricordo di lui." disse Giosuè, "Ma non ha ancora la famiglia a Venezia? Credi che abbia piacere di rischiare di rivederla?"
"Non avete saputo?" chiese Cesare. "Quattro anni fa... era su tutti i giornali: il padre ha ammazzato la moglie e i figli e poi s'è sparato."
"Oh Dio! E come l'ha presa Lele?"
"Non bene, certo, ma neanche troppo male come temevo. È un ragazzo forte, nonostante l'apparenza esile e gentile. E ha detto: adesso potrei anche tornare a Venezia, adesso che è finita. Perciò credo che accetterebbe. Tanto più che i suoi non abitavano a Venezia città, in realtà, ma a Mestre."
"Puoi parlargliene? Vedere se accetta di lasciare il suo lavoro ed occuparsi della casa al posto di Flavio?"
"Sì, certo, e vi farò telefonare da lui la sua risposta."
Lele accettò di buon grado e ringraziò Giosuè per la fiducia che gli accordava. Si trasferì quindi a Venezia per lavorare alcuni mesi affiancando Flavio, conoscere i ragazzi e farsi accettare come nuovo responsabile della casa. Legò rapidamente con tutti, sia per la sua allegria e buon carattere che per il fatto che con loro parlava in dialetto veneziano.
Flavio disse che Lele aveva la giusta combinazione di polso fermo e di gentilezza. I ragazzi lo rispettavano, anche i più grandi. Con Lele s'era trasferito a Venezia anche Rico Defelice, che ora aveva venticinque anni, un altro dei ragazzi della casa di Roma, con cui Lele s'era messo circa cinque anni prima. Anche Rico si inserì bene nella casa, e presto trovò lavoro alla Giudecca come cameriere in un ristorante.
Così, dopo nove mesi di conduzione comune, durante i quali Flavio aveva lasciato gradualmente tutto nelle mani di Lele, si trasferì con Orlando a Bologna. Dopo altri tre mesi, inaugurò la quinta casa della fondazione. Come le altre volte, in breve anche questa nuova casa fu riempita ed iniziò la sua opera. Orlando ora lavorava come commesso in una libreria del centro. Nuovamente aveva rifiutato, ringraziando, la proposta di essere stipendiato dalla fondazione.
In quello stesso anno Pierre indisse il secondo "congresso" a Berna, per verificare con i quadri l'andamento delle cose. Le reti di distribuzione della Minem si snodavano ormai in mezzo mondo: in Africa dalla Costa d'Avorio all'Etiopia, dal Marocco al Senegal, dal Ghana alla Somalia, dalla Tunisia al Kenia; in Asia dal Libano e Giordania, all'Iraq e Iran, dall'India e Pakistan, a Hong Kong e al Giappone; in America latina, in Messico, Argentina e Brasile.
Ormai era terminata l'euforia del miracolo economico e partiti, sindacati e tutto il mondo del lavoro iniziò a ridiscutere il modello di sviluppo. L'industria italiana era spesso bloccata da scioperi, sì che, per la combattività dei lavoratori, le grandi imprese, i grandi gruppi per recuperare i grossi margini di profitto decentravano i loro investimenti su altri territori, o parte della loro produzione industriale veniva spostata fuori dalle grandi fabbriche, iniziando a diffondere cioè il lavoro a domicilio, senza regole, e al di fuori da ogni controllo sindacale e tributario.
La scelta di Pierre di creare una miriade di piccole imprese basate su un modello di efficienza, partecipazione e servizi sociali, si rivelò provvidenziale. Infatti le piccole industrie controllate dalla Pimathi e dalla Minem non conoscevano scioperi. Questo per due fattori: prima di tutto per le ottime condizioni di lavoro e per i servizi che fornivano alle famiglie di operai e impiegati, ma anche perché al momento opportuno i dirigenti passavano sotto banco bustarelle ai sindacalisti perché non sobillassero i lavoratori.
In quell'anno scomparvero due grandi personaggi: vi fu una grandissima commozione per la morte di papa Giovanni XXIII, e pochi mesi più tardi anche un'emozione fortissima in tutto il mondo ed anche in Italia per l'assassinio del presidente Kennedy: due uomini che erano considerati dalle folle come simboli della speranza e della pace. E l'anno seguente fu quello della guerra in Vietnam, che scosse non poche coscienze e che, quando terminò anni dopo, segnò la prima sconfitta militare degli Stati Uniti.
Nel 1965 Pierre e Giosuè fecero un viaggio di tre mesi in Unione Sovietica, e riuscirono ad aprire le frontiere di questo grande agglomerato di paesi ai contratti con la Minem, e il primo contratto alla fine dello stesso anno prevedeva l'acquisto di pellami in cambio di pelletteria, logicamente confezionata in Italia dalle piccole industrie controllate da Pierre.
Pierre fu criticato da molti suoi ex compagni della DC per aver deciso di fare affari con l'impero comunista, e come conseguenza qualche antica amicizia si raffreddò notevolmente. Non tutti i maggiorenti del partito però lo criticarono, anzi alcuni, soprattutto quelli delle correnti di sinistra della DC, lo incoraggiarono a continuare.
Il 1966 segnò l'anno di un grave pericolo per la fondazione che curava le case e per le case stesse. Uno zelantissimo prefetto, infatti, aprì un fascicolo e promosse un'indagine, subodorando illeciti quali incitamento alla prostituzione, sfruttamento di minori, e tutta una lunga serie di altre attività illegali.
Gli avvocati Roberto Tullio Carradori e Stefano Galbiati, nonché Altiero Zanin, si occuparono a tempo pieno del problema, ma pareva che non riuscissero a trovare una via d'uscita da quella pericolosa impasse. Tutte le case erano state allertate e cercavano di prepararsi ad eventuali ispezioni e controlli, anche se la cosa non era facile.
Quando Pierre si rese conto che la situazione stava diventando sempre più disperata, si decise a ricorrere a mezzi estremi, anche se non li amava molto. Si precipitò a Roma con Giosuè ed iniziò a riallacciare tutti i contatti che aveva nel mondo politico. Ebbe incontri su incontri, accese discussioni e scontri, e come ultima risorsa, servendo a poco ricorrere al vecchio e collaudato sistema delle bustarelle, giunse a ricattare alcuni influenti uomini politici, sui quali aveva esaustivi dossier assai compromettenti, chiedendo loro di intervenire in modo efficace prima che fosse troppo tardi.
Ed il "miracolo" avvenne. Il pretore d'assalto fu promosso e trasferito a Roma ed il suo successore, nominato ad arte, fece finire nel nulla tutto quanto il suo predecessore aveva iniziato a mettere in piedi. Contemporaneamente Pierre era riuscito, con gli stessi mezzi, a far sì che i giornali non si gettassero né sull'inchiesta del primo pretore né sull'insabbiatura del secondo. Alla fine, quando fortunatamente tutto fu risolto e poterono tirare il fiato, Pierre era sull'orlo di un esaurimento nervoso.
"Avrei potuto sopportare tutto, tutto, anche la perdita di tutte le mie industrie, ma non la chiusura delle case, non i nostri ragazzi rinchiusi nei riformatori e non i ragazzi che amministrano le case messi in galera come volgari criminali! So di essermi fatto anche qualche nemico in più, con i ricatti che ho dovuto fare, ma non mi importa." disse quando con gli avvocati festeggiò la vittoria.
"Il fine giustifica i mezzi." gli disse l'avvocato Carradori.
"Mi permetta di dissentire in parte, caro avvocato." ribatté Pierre. "Non ho mai condiviso quella massima: il fine, per quanto buono, non giustifica mai mezzi immorali. Il ricatto a cui sono dovuto ricorrere è un mezzo immorale, non sono un ipocrita, non posso negarlo. L'unica cosa che mi ha convinto ad usare mezzi immorali è che con il mio ricatto non ho danneggiato nessuno, ho solo messo un po' di fifa addosso a certi personaggi, ma non gli ho fatto del male. Però, usando quel mezzo immorale ho salvato e beneficato tanti ragazzi sventurati e protetto uomini di buona volontà."
"Il vero problema è," aggiunse Giosuè, "che tutta la buriana che quel pretore ha tentato di sollevare si basava solo sul disprezzo dell'omosessualità e sulle scelte che i nostri ragazzi sono stati costretti a fare a causa della perfidia delle loro famiglie, della società, dei perbenisti. Ma se i nostri ragazzi fossero finiti nelle mani della legge, sarebbero stati puniti loro, le vittime, e non i loro canefici, i loro persecutori."
Zanin agiunse: "Purtroppo la nostra legge mette in galera l'uomo che, non per sua colpa, sta morendo di fame e perciò ruba del cibo per non morire, invece di colpire chi l'ha ridotto a morire di fame. Io sono convinto che sia stato molto più morale ricattare certe persone come ha fatto Pierre, e che sarebbe stato veramente immorale se la legge avesse fatto il suo corso, in questo caso."
Pierre scoppiò a ridere con una risata isterica: "Vi rendete conto, signori, che siamo un branco di fuorilegge?"
Giosuè convinse Pierre, e neanche con troppa difficoltà, che avevano bisogno di una buona vacanza. Poiché erano a fine giugno, decisero di proporre ad Enrico di lasciar andare i suoi cinque figli con loro per le vacanze. Il fratello accettò ed i nipoti erano entusiasti. Presero l'aereo di linea a Roma ed andarono tutti e sette negli Stati Uniti, dove fecero il giro dei parchi nazionali, oltre a visitare New York, Washington e Los Angeles.
Erano in un alberghetto nello Yosemite, quando Giulio, il nipote di quindici anni, chiese: "Zio Pierre, zio Giosuè, ma perché, se siete i padroni di tante industrie, non siete ricchi? Non l'ho mai capito. Fate una vita che non è migliore della nostra, che abbiamo solo una piola."
"Vedi, Giulio, secondo me non è giusto che uno faccia soldi solo per sé: quando ha di che vivere decentemente, deve spendere i soldi per far stare bene gli altri. Questo significa dare paghe più alte a chi lavora per lui, e anche spendere quei soldi per chi è più povero di lui." gli disse Pierre.
"Come fate con i ragazzi delle case?" gli chiese Daniele, il nipote di diciassette anni.
"Sì, appunto."
Il più grande, Giuseppe, allora chiese: "Ma perché zio non date a quei ragazzi un lavoro, una paga e invece li lasciate continuare a fare la vita che fanno? Gli date solo un tetto, poco più. Non hai abbastanza soldi?"
"Non è questo il problema." gli rispose Giosuè. "Se tu assicuri da mangiare tutti i giorni a uno che ha fame, spesso quello non è spinto a trovarsi un lavoro e a guadagnarsi il suo cibo. Tu devi dargli due cose: qualche pasto finché è di nuovo in forze per lavorare, poi lo stimolo perché impari a procurarsi il cibo da solo, col suo lavoro. È anche una questione di dignità."
"È come dire che quei ragazzi è inutile che gli fai smettere di vendersi, se non sono loro a far sì, con un piccolo vostro aiuto, che decidano di voler smettere?" chiese Leonello, il secondo.
"Proprio così, Leonello. E a quanto pare il nostro metodo funziona, visto che quasi tutti, chi prima chi poi, hanno cambiato vita." rispose Pierre.
Il più piccolo, Mattia che aveva tredici anni, chiese: "Ma è brutto vendersi per fare sesso, vero zio Pierre?"
Gli rispose Giosuè: "Quello che è veramente brutto è essere costretti a vendere il proprio corpo per mangiare, per sopravvivere. Poi, certo che sarebbe molto meglio fare sesso per amore e non per far soldi o soltanto per divertirsi."
"Cioè, zio Giosuè, vuoi dire che in ordine dal più bello al più brutto viene il sesso fatto per amore, poi fatto per divertirsi, poi per far soldi e poi per non morire di fame?"
"Più o meno è così, ma se i primi quattro dipendono solo da una propria libera scelta, l'ultimo non è mai una scelta, ma una grave ingiustizia subita." spiegò Giosuè.
"Io preferirei morire di fame che vendere il mio corpo!" dichiarò Giulio.
"Dici così perché non hai mai avuto veramente fame per giorni, né ti è mai mancata una casa e un letto, né ti è mancata una famiglia che ti vuole bene, Giulio." gli disse Giuseppe. "Noi siamo fortunati, e non abbiamo il diritto di giudicare chi è meno fortunato di noi. E dopo tutto, è meno immorale vendere il proprio corpo, perché ci si rimette solo del proprio, che rubare, che invece danneggia un altro."
"Ma se l'altro è ricco, che danno gli faccio?" ribatté Giulio.
"Rubare a un ricco è certo meno grave che rubare a un povero, ma è sempre rubare, perciò è immorale." gli disse Leonello.
Mattia dette una lieve carezza a Giosuè, su una guancia: "Povero zio Giosuè..." gli disse.
"Perché?" gli chiese Giosuè.
"Perché hai dovuto vendere il tuo corpo anche se non ti piaceva."
Giosuè sorrise: "Sai, mi sentivo male a farlo, non ero contento, di sicuro. Ma ho avuto una grande fortuna: un giorno ho incontrato Pierre. Sono stato il primo ragazzo che ha aiutato a togliersi dalla strada."
"Per questo ti sei innamorato di lui?" gli chiese Giulio.
"No, per questo gli sono molto grato, ma mi sono innamorato di lui perché è un uomo buono, onesto e gentile, oltre che bello."
"E tu, zio Pierre, com'è che ti sei innamorato di zio Giosuè?" chiese Daniele.
"Per gli stessi motivi, perché è buono, gentile, onesto, oltre che bello."
"Queste cose, allora, non succedono solo nelle favole." sentenziò Mattia.
"Sì che succedono solo nelle favole, invece!" dichiarò Giosuè con stupore dei ragazzi. Poi aggiunse: "È che Pierre e io abbiamo creduto così tanto nelle favole che le abbiamo fatte diventare realtà!"
"Sapete, zio Pierre, zio Gosuè, io sono convinto che gli stronzi fottuti che ce l'hanno tanto con gli omosessuali, cambierebbero idea, se conoscessero voi due." disse Daniele.
"Solo se fossero abbastanza onesti." interloquì Giuseppe. "Ma spesso non lo sono: appena sanno che uno è omosessuale lo schifano e non provano neanche a vedere che uomo è, che valori ha. Non vedono niente. Sono chiusi nella mente e nel cuore, credono di essere i profeti di dio in terra e non si accorgono di essere piuttosto i profeti del demonio!"
Leonello disse: "Sapete, quello che ha detto Giuseppe, l'ho letto l'anno scorso scritto su un muro. Su al prieuré de Saint Pierre, in una stanza, uno aveva scritto che tutti gli omosessuali devono crepare e un altro sotto ha scritto che così vanno in paradiso e non in inferno dove va chi scrive quelle cose stronze e sbagliate!"
Pierre e Giosuè scoppiarono a ridere e a Leonello che li guardava un po' sorpreso per la loro reazione a quanto aveva appena detto, Giosuè spiegò: "La scritta di risposta, quella sotto la prima, l'ha fatta Pierre."
Risero anche i ragazzi e Daniele disse: "Lo dicevo io che zio Pierre è un drago!"
Quando quella vacanza finì, i ragazzi ed anche i due uomini erano contenti per il periodo passato assieme ma spiacenti che fosse già terminato.
Sulla via del ritorno, in aereo, mentre Giosuè giocava con i ragazzi, Giuseppe andò a sedere accanto a Pierre, che stava appoggiato con la testa allo schienale del sedile, gli occhi chiusi. Sottovoce chiese: "Dormi, zio?"
L'uomo aprì gli occhi, gli sorrise e gli disse: "No, stavo solo pensando ai bei giorni passati assieme."
"Ti volevo parlare. Sai, quando in febbraio ero a Torino per dare gli esami del secondo anno, anche se faceva freddo, sono andato a fare una passeggiata al parco del Valentino. Lì, dopo un po' che giravo, ho visto ragazzi che, beh, che aspettavano clienti. Senza infastidirli ho continuato il giro per vedere che tipi erano... qualcuno mi faceva pensare ai miei fratelli, erano così giovani! E mi dispiaceva tanto per loro che non erano fortunati come noi. Poi sono arrivati tre tipi che hanno cominciato a dar fastidio a uno di quei ragazzi, poi a spintonarlo, a dirgli parolacce, poi mentre due lo tenevano fermo l'altro lo menava... solo perché era omosessuale."
"Già, purtroppo queste cose accadono anche troppo spesso!"
"Allora io sono andato di corsa là e ho cominciato a menare i tre stronzi e ero così incazzato che mi sono trovato addosso una forza che manco sapevo di avere, e quei tre, da vigliacchi come erano a mettersi in tre contro uno, sono scappati via. Allora io ho dato il mio fazzoletto a quel ragazzo perché si fermasse il sangue che gli usciva dal naso, poi gli ho dato tutti i soldi che avevo in tasca e gli ho detto di andare a casa... ammesso che avesse una casa."
"Hai fatto bene, sono fiero di te."
"Però, zio, continuavo a chiedermi se quel ragazzo aveva davvero una casa e allora pensavo... non è che potreste aprire una delle vostre case anche a Torino? Lo so che non potete aiutarli tutti, ma pochi è meglio di niente. Che ne dici, eh, zio? Potete farlo?"
"Mah, devo parlarne con Giosuè, è lui più che io che si occupa delle case. Ma sono quasi sicuro che si potrà fare. Sai, Giuseppe, a cosa stavo realmente pensando poco fa? E ora più che mai... Che sono fiero di avere cinque nipoti in gamba come voi. Che sono fiero e vi voglio tanto bene."
"E noi cinque, come pure papà e mamma, siamo tutti fieri di te e Giosuè, e vi vogliamo tanto bene anche noi!"
Così, dopo averne parlato con Giosuè e poi con Flavio, dettero il via al nuovo progetto. Per l'ennesima volta, dopo aver passato le consegne della casa di Bologna a Teresio Ravasi, Flavio e Orlando si trasferirono a Torino.
Con l'aiuto di un giudice minorile amico del giudice Ottavio Serenelli-Strozzi di Milano, trovarono abbastanza presto un appartamento in vendita in una delle zone più degradate della città, nella zona di Porta Palazzo. Era all'interno di un cortile di una fatiscente casa del '700, abitata per lo più da poveri immigrati dal sud Italia, prostitute e altri diseredati. In realtà dovettero comprare due mini-appartamenti e farne uno. L'ingresso che lasciarono in uso dava su un ballatoio al terzo piano, le stanze erano tutte piccole, così ne unirono due per fare il soggiorno-cucina, ottennero tre camere e vi fecero ricavare il cesso con doccia come nelle altre case.
Terminati i lavori, comprarono come le altre volte solo materassi, il tavolo e le sedie, le stufe e pochi mobili, tutta roba di seconda mano, ed iniziarono a cercare i loro ospiti. Erano per lo più ragazzi immigrati dalle zone più povere del sud o del nord-est, saliti a nord con il miraggio e l'illusione di un'assunzione data la rapida espansione delle industrie, ragazzi che però non erano riusciti a trovare un lavoro.
Avevano inoltre cozzato contro il razzismo che in quegli anni era ancora forte nei confronti dei "napuli", come i piemontesi chiamavano gli immigrati. Razzismo che però non li esimeva dall'andare a cercarsi un ragazzo al Parco del Valentino o in Piazza d'Armi per pagarlo ed usarlo a piacere fra i cespugli. Trovare una casa, per quei ragazzi immigrati, era pressoché impossibile e anche le topaie nelle zone più degradate della città erano troppo care.
La fondazione delle case, da circa sei anni, aveva deciso di acquistare gli appartamenti in cui vivevano i ragazzi, in modo di non avere problemi con i proprietari. Per questo a Torino, come altrove, avevano potuto fare piccoli lavori di ristrutturazione.
I ragazzi, all'inizio, erano diffidenti nei confronti di Flavio, che ormai non era più un ragazzo avendo compiuto trentacinque anni, e della casa che pensavano essere la copertura di un bordello per omosessuali che li avrebbe semplicemente sfruttati. Quando però i primi accettarono l'ospitalità e seppero quali erano le regole che vigevano nella casa, iniziò il passa-parola e le richieste superarono presto la capacità ricettive della casa.
Uno dei primi ospiti fu Dado, uno dei pochi ragazzi piemontesi fra i ragazzi di strada. Aveva diciannove anni, proveniva dalla bassa Vercellese, ed era stato pestato a sangue e cacciato da casa quando era stato sorpreso a fare all'amore con il figlio di un vicino. La stessa sorte era accaduta al suo amico.
"E dov'è ora il tuo amico?" gli chiese Flavio il giorno in cui Dado si aprì con lui e gli raccontò la propria storia.
"Il mio Toju è morto..."
"Morto? E come?"
"Lui non ha retto, in paese tutti ci schifavano dopo che s'era saputo, e a casa botte tutti i giorni e così due anni fa lui si è buttato sotto un treno. Quando l'ho saputo, io sono scappato di casa. Aveva solo diciassette anni, il mio Toju. Ci si era capiti due anni prima, che a lui e a me piacevano solo i ragazzi. Perché non mi ha detto... potevamo scappare insieme... potevamo ancora essere insieme."
"Ma com'è successo che in paese tutti sapevano? I tuoi o i suoi ne hanno parlato in giro?"
"No, se ne sarebbero vergognati, non avrebbero detto niente a nessuno, certe cose si tengono in famiglia..."
"E allora?"
"Ci ha sorpresi il sacrestano, che noi non c'eravamo manco accorti che ci aveva visto, e lo stronzo è andato subito a dirlo al parroco. E quello, quel disgraziato d'un prete, mica l'ha detto ai nostri, ma la domenica, in chiesa, durante la predica ha detto che certi peccati mortali di un maschio che fa certe cose con un altro maschio come l'uomo con la donna sono orribili peccati contro natura e contro la legge di dio e dello stato, e che devono essere banditi dalla società civile e... e ha fatto i nostri nomi: Edoardo Fantino e Vittorio Balestra... e le nostre famiglie sono uscite dalla chiesa portandoci fuori e tornando a casa ci hanno caricati di botte... e a casa altre botte..." e per la prima volta da quando era nella casa, Dado era scoppiato in singhiozzi.
Dado era stato uno dei primi ospiti ed anche uno dei primi a smettere quella vita, appena aveva trovato un lavoro in nero come manovale ai mercati generali. Dopo un anno che viveva nella casa, s'era legato sentimentalmente a un ragazzo calabrese, Tore, di tre anni più giovane di lui e l'aveva aiutato a trovare lavoro con lui ai mercati generali e a fargli lasciare la strada.
Flavio notò che Dado aveva un forte e positivo ascendente sugli altri ragazzi, perciò ne fece il proprio aiutante, discutendo con lui i problemi della casa e le possibili soluzioni, preparandolo così a prendere il suo posto un giorno, perché immaginava che prima o poi Giosuè gli avrebbe proposto un nuovo trasferimento.
Dado e Tore uscivano di casa la mattina presto, verso le quattro, andavano in bicicletta fino ai mercati generali e tornavano nel primo pomeriggio. A sera, quando gli altri ragazzi uscivano per andare a cercare clienti, riuscivano ad usare una delle stanze per concedersi la desiderata intimità e fare l'amore. Poi si mettevano a dormire presto, per potersi alzare alle tre e mezza la mattina seguente.
Gli unici momenti che i ragazzi della casa avevano in comune nella casa erano nel pomeriggio e a sera, o la domenica quando chi lavorava era a casa e chi batteva le strade non era ancora uscito. I ragazzi, in modo spontaneo, avevano scelto con chi confidarsi ed alcuni preferivano Flavio, altri Dado, a seconda del loro carattere.
A settembre del 1969 Giuseppe, il figlio maggiore di Enrico si sposò e quella fu un'occasione in cui tutta la famiglia si riunì nuovamente. C'erano Diego e Damiano, Maximilian e Thibaud con il nipote Andreas, Charles e Davide con un ragazzo thailandese di diciassette anni, Wiset Srisai che ora viveva con loro.
La storia di Wiset era triste ed interessante ad un tempo. Figlio di poveri contadini con troppi fratelli e sorelle, a dodici anni era stato venduto dai genitori ad un bordello di Bangkok, dove aveva vissuto per due anni con altri ragazzi, per soddisfare le voglie di ricchi thailandesi o dei turisti stranieri.
Questo finché un giorno un ricco turista francese, entusiasta dei suoi "servizi", l'aveva "comprato" dal padrone del bordello, l'aveva portato con sé in Francia grazie ad una falsa adozione e gli aveva fatto avere la cittadinanza francese. Quando Wiset aveva sedici anni, il suo nuovo "padrone" era morto in un incidente stradale e il ragazzo s'era trovato dall'oggi al domani in mezzo ad una strada, senza arte né parte.
Per sopravvivere, aveva iniziato perciò ad andare su e giù per le grandi strade di comunicazione della Francia, facendo l'autostop e vendendo i suoi servizi sessuali, l'unico "lavoro" in cui era esperto, a camionisti ed automobilisti che volessero approfittare delle sue grazie.
Di ritorno da Parigi, David l'aveva trovato che faceva l'autostop nei pressi di Besançon. Gli aveva dato un passaggio e il ragazzo ad un certo punto gli si era offerto. David aveva rifiutato, ma avevano cominciato a parlare così David aveva saputo la sua storia. Wiset gli aveva fatto vedere foto, documenti che aveva nel suo zaino e che provavano la sua storia... Così David, poiché il ragazzo aveva un regolare passaporto, poté portarlo in Italia dove, con Charles, gli avevano offerto di restare con loro.
Il ragazzo aveva accettato ed ora viveva con Charles e David da un anno. All'inizio aveva insistito per farsi portare a letto da David o da Charles, un po' per ringraziarli a modo suo, un po' per sdebitarsi, un po' perché il ragazzo sentiva il bisogno di dare sfogo agli ormoni che imperversavano nel suo corpo in crescita. Poi s'era rassegnato ai no della coppia.
I due, assieme a Wiset, chiesero a Pierre se poteva aiutarli a far ottenere al ragazzo la cittadinanza italiana, in modo che potesse restare con loro senza problemi. Pierre promise loro che si sarebbe interessato alla cosa. A quei tempi non vi erano leggi molto severe e strette riguardo alle adozioni, però solo un maggiorenne poteva essere adottato da un uomo non sposato e solo se quest'uomo aveva almeno trenta anni più dell'adottato e comunque il ragazzo thailandese era ancora minorenne per la legge italiana.
Quando Enrico venne a conoscenza del problema, ne parlò con Maritè e ottenuto il suo assenso, i due si offrirono di adottare Wiset, lasciandolo però vivere con Charles. Così, Pierre affidò il caso ai suoi avvocati e nel giro di un anno e mezzo Wiset Srisai divenne Wiset Robaudo e finalmente ottenne la cittadinanza italiana.
La moglie di Giuseppe, Silvie Chanoux, era una ragazza semplice e graziosa, di tre anni più giovane di lui, figlia minore del tabaccaio de paese. Prima di decidere la data delle nozze, la ragazza era stata messa al corrente da Giuseppe riguardo alla sua "peculiare" famiglia allargata, e superata l'iniziale sorpresa e dopo averne parlato a lungo anche con Maritè, la ragazza l'aveva accettata senza problemi. La novella coppia, dopo una luna di miele di una settimana a Venezia, si stabilì nella casa con Enrico e Marité e li affiancò nella conduzione della piola, che ora lavorava anche come trattoria.
In occasione delle nozze di Giuseppe, Pierre seppe che anche Leonello e Daniele avevano la fidanzata. Quando Enrico glielo disse, Pierre gli chiese:
"Dimmi la verità, Enrico, hai mai temuto che uno dei tuoi figli fosse come me e come Diego?"
"Temuto? No. Pensato, sì. Non mi pare che nessuno di loro abbia queste preferenze, ma se anche fosse, mi auguro solo che abbiano una vita serena e buona, onesta come avete tu e Diego. Sai, qualche volta è capitato che Maritè e io ne abbiamo parlato con loro, a quattr'occhi o tutti insieme, specialmente con Daniele, che mi aveva confidato che aveva avuto qualche esperienza con un paio di suoi compagni. Esperienze un po' più spinte dei soliti giochini che tutti i ragazzi quando crescono fanno fra di loro, voglio dire."
"Sono fortunati, i tuoi ragazzi, ad avere un padre e una madre come voi due. Sapessi quante famiglie, invece..."
"La maggioranza delle famiglie, purtroppo. Secondo me la causa è solo l'ignoranza e la mancanza di un vero amore. Se un genitore ama davvero suo figlio, come può smettere di amarlo, come può non accettarlo solo perché è omosessuale? Come può non aiutarlo ad accettarsi ed a vivere in pace come è, a vivere una vita serena? Io non sono uno che ha studiato, e comunque non le insegnano queste cose, e perciò non so se è naturale o no, se è così che deve essere o no, se hanno ragione i preti e certi benpensanti o no, io sono un uomo semplice, ma so che amo i miei figli e che per aiutarli a vivere bene, così come sono, farei i salti mortali."
Ora che avevano Wiset con loro, Charles e David si divisero i compiti: Charles continuò a lavorare per Pierre ed a viaggiare, David restò a casa (s'erano comprati un appartamentino a Torino) in modo che Wiset potesse frequentare le scuole. Stando a Torino, i due iniziarono a frequentare la casa, così Wiset conobbe Tano, uno dei ragazzi ivi ospitati, un monello siciliano della sua età e fra i due presto nacque un idillio. Quando decisero di mettersi assieme, Tano volle smettere di battere la strada, trovò lavoro come garzone in una falegnameria ed andò a vivere con Wiset a casa di Charles e David.
Man mano che Dado prendeva in mano le redini della casa di Torino, Flavio, su suggerimento di Giosuè, prese a girare le altre case da Napoli a Venezia, per coordinare l'opera e dare preziosi consigli ai vari responsabili. Essendo stato il "fondatore" delle varie case, e a causa del suo carattere, era riconosciuto da tutti come il naturale leader, al di là dell'incarico ricevuto da Giosuè.
Dado era devoto ai "suoi ragazzi" più di un padre o di un fratello maggiore, ed aveva una sensibilità che gli faceva intuire il sorgere di qualche problema prima ancora che si manifestasse. Era sempre pronto ad aiutarli, a cosigliarli, a consolarli, a sostenerli in modo discreto e rispettoso. Di conseguenza i ragazzi stravedevano per lui.
Pierre, nonostante la sua esperienza, era sempre meravigliato, e anche compiaciuto, nel constatare quanta umanità e generosità c'era in questi ragazzi la cui giovane vita aveva conosciuto dolori, problemi, strazi, ingiustizie che avrebbero distrutto un uomo adulto. Era anche sempre più convinto che la strada che avevano intrapreso, cioè aiutare i ragazzi ad aiutarsi fra loro, a costo di impegno, di volontà, di sacrifici e di tempo, invece che con un assistenzialismo che pretende di risolvere tutto e subito, era la strada giusta, nonostante fosse "fuori legge".
"Vedi, Flavio," disse un giorno Pierre, dopo che questi aveva raccontato a lui e Giosuè il riultato delle sue "visite" nella varie case, "la gente che si crede per bene, dice che i nostri ragazzi sono mele marce, e che una mela marcia non la si può far tornare a essere buona, che la si deve buttare via prima che contamini le cosiddette mele buone. Quanto si sbagliano! I nostri ragazzi non sono affatto mele marce, ma mele avvizzite, per mancanza di acqua o di sole. Basta dare loro, prima che sia troppo tardi, un po' di acqua e sole che tornano ad essere ottime mele, di prima scelta."
"Sì, Pierre, le vere mele marce sono loro: i benpensanti, gli ipocriti, i moralisti, anche se indossano gli abiti di rispettabili giudici, preti, politici, giornalisti, educatori e così via. Tu m'hai insegnato, oltre a tante altre cose, a non odiare nessuno, e non li odio, provo solo una profonda pietà per loro, che credono di essere uomini e invece sono solo sepolcri imbiancati: belli di fuori ma pieni di putrefazione dentro. Gente che, invece di aiutarci, fanno del tutto per ostacolarci. Gente che non invoca la giustizia, ma le leggi che hanno fatto loro per difendere i loro gretti interessi, i loro pregiudizi."
"Legge e giustizia sono due concetti che dovrebbero viaggiare assieme come fratelli siamesi, e invece, anche troppo spesso, sono nemici." assentì Pierre. "Per questo, quando è necessario, non ho problemi a violare la legge, se questo serve per far sopravvivere la giustizia."