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una storia originale di Andrej Koymasky


pin NON SAPPIA LA DESTRA
QUEL CHE FA LA SINISTRA
CAPITOLO 21
LE CASE PER I RAGAZZI

La casa di Milano pareva non trovare ospiti: i ragazzi che Falvio riusciva ad accostare, erano diffidenti. Ma dopo che Flavio riuscì a convincere i primi tre ad andarci a vivere, grazie al passa-parola nel giro di soli due mesi la casa fu piena. Come immaginavano, a parte Flavio e Orlando, c'erano solo altri due maggiorenni, e gli undici altri ospiti avevano un'età che andava dai quindici ai venti anni.

Un giorno ricevettero una telefonata dall'avvocato Carradori.

"Signor Martinet, potrebbe venire con il signor Lunati a cena a casa mia, sabato prossimo? Ci sarà l'avvocato Galbiati ed anche un mio amico, un giudice minorile, che avrei piacere di farle conoscere, con la sua signora. Gli ho accennato alla vostra opera, senza fare nomi né fornire l'indirizzo delle sue case, naturalmente, ed è molto interessato, vi vorrebbe conoscere. Credo che sarebbe molto opportuno sentire anche i suoi punti di vista."

"Mi garantisce che venendo a conoscenza della nostra opera, non si corrono rischi? Lei è tenuto al segreto professionale, ma un giudice, di fronte ad illegalità, ha il dovere di procedere d'ufficio."

"Capisco la sua perplessità, ma mi rendo assolutamente garante io riguardo alla sua discrezione. Non è un incontro ufficiale, ma privato, e nulla di quanto diremo uscirà dalle mura di casa mia."

"Gradirei, prima di accettare, che lei avesse assicurazioni esplicite in tal senso dal suo amico giudice, una promessa espressa in modo inequivocabile."

"Sì, certo, la capisco. Mi ha già fatto una simile promessa, ma la ripeterà di fronte a voi prima che si affronti l'argomento. In questo frattempo Galbiati ha seriamente studiato la questione e verrà con una proposta concreta che discuterà con voi e, se lei lo gradisce, potremo anche avere il parere del mio amico giudice. Che ne dice?"

"D'accordo, avvocato, saremo da lei sabato sera. Verso che ora è opportuno che ci presentiamo?"

"Verso le sette, così avremo tempo di iniziare a parlare un po' prima di cena, poi di proseguire dopo la cena."

Quando comunicò l'invito a Giosuè, questi disse: "Io ho appena preso un appuntamento con Flavio e Orlando per sabato sera. Come facciamo, ora?"

"Qualche problema nella casa?"

"No, Pierre, nessun problema. Semplicemente Flavio avrebbe piacere di farci conoscere i suoi ragazzi, con la solita scusa che siamo suoi vecchi amici, e farci vedere come hanno iniziato a sistemare la casa, adesso che è piena."

"Non puoi chiedergli di anticipare? Potremmo andare da loro nel pomeriggio e per le sette essere dall'avvocato..."

"Passerò da Flavio, spero che non ci siano problemi. Se no, gli chiederò di spostare la data, magari per il giorno dopo. Siamo liberi, domenica, no?"

"Domenica mattina dovrebbero arrivare Charles e David da Calcutta... Beh, possono venire con noi alla casa, eventualmente. Se non sono troppo stanchi per il viaggio."

"La riunione a Berna non è per martedì?" chiese Giosuè controllando la sua agendina tascabile.

"Sì. Charles e David verranno su con noi."

"Quanti saremo, questa volta, a Berna? Thibaud ti ha già comunicato la cifra?"

"Presume che saremo circa ottocento, fra direttori, amministratori delegati, gestori e responsabili di tutte le nostre attività in Italia e all'estero. Ha già prenotato presso un albergo specializzato in congressi, al centro di Berna."

Il sabato pomeriggio andarono a trovare Flavio. Orlando era al lavoro. Flavio fece vedere loro la casa. C'era qualche mobile, parecchie cassette prese ai mercati e usate come contenitori, e materassi in terra. C'era però anche una radiolina ed un giradischi. I ragazzi avevano decorato le pareti delle stanze in cui dormivano con ritagli di giornali e riviste, figurine dei calciatori e altri "trofei" che avevano racimolato qua e là, il tutto in un festoso disordine. Nel tinello c'erano anche tre vasi con piante ed un vecchio e rumoroso frigorifero Fiat. La stanza di Flavio e Orlando, la più piccola di tutte, era più "posata" delle altre, ed aveva un materasso matrimoniale, sul pavimento come le altre stanze, e cassette usate per riporre gli abiti e le loro cose.

Dopo aver offerto loro un caffè, e aver chiacchierato un po' con i vari ragazzi, ragazzotti e ragazzetti, a cui Giosuè raccontò le proprie esperienze quando anche lui batteva la strada, Flavio chiese ad Ardito di badare lui alla casa, ed uscirono con la scusa di andare a salutare Orlando al lavoro, così poterono parlare a quattr'occhi con Flavio.

"Che ne dite?" chiese il giovane con un sorriso.

"Una bella collezione di simpatici mascalzoncelli." disse Giosuè con allegria. "Mi pareva di rivedermi quando ero uno di loro, con le loro battute da bauscia."

"Sì, sono tutti bravi ragazzi. L'unico che mi preoccupa un po' è Nico, il ragazzo che aveva la maglietta verde..."

"Perché ti preoccupa?" gli chiese Pierre, "mi pareva uno dei più simpatici."

"Sì, lo è, però continua a rubacchiare e non solo ai cienti, ma anche nei negozi. Cose da poco, non di valore: un portachiavi di ottone, un sacchetto di biglie, un fumetto, una moneta di rame dei tempi del re, una stecca di cioccolato... Per fortuna stravede per Ardito e spero che almeno lui lo convinca a smettere."

"Scommetto che ogni volta giura che sono regali..." disse Pierre.

"Al contrario, si vanta di averle sgraffignate, come dice lui, sotto il naso del cliente o del negoziante, senza che quelli se ne accorgono."

"Forse è una specie di compensazione per tutto quello che gli è stato negato fino ad ora." commentò Pierre. "Probabilmente, oltre ad un avvocato, dovremmo ingaggiare anche uno psicologo."

"Credo che sarebbe una buona idea, ma più per aiutare a reagire nel modo giusto noi responsabili della casa che non per occuparsi direttamente dei ragazzi. Di noi si fidano, i ragazzi, degli estranei no." disse Flavio, poi raccontò loro le storie personali dei vari ospiti della casa.

Lasciarono Flavio dopo aver salutato Orlando e, presa l'auto, andarono a casa dell'avvocato Carradori. Gli altri erano appena arrivati. L'avvocato gli presentò il giudice Ottavio Serenelli-Strozzi e la moglie, poi la propria famiglia. Serenelli era totalmente diverso da come i due se l'erano immaginato. Non aveva ancora quarant'anni, aveva un'espressione sbarazzina, più da monello che da "signor giudice", ed un sorriso dolce e contagioso. Era anche vestito, a differenza dei due avvocati, in modo informale, sportivo e semplice.

Il giudice, subito dopo le presentazioni, disse a Pierre e Giosuè: "Roberto Tullio mi ha fatto presente il vostro giusto timore che, venendo a conoscenza di cose non ammesse dalla legge, io possa o debba procedere contro voi e la vostra opera. Ebbene, come ho detto al mio amico, mi impegno sulla mia parola d'onore a non usare contro di voi o la vostra opera una sola cosa di cui verrò a conoscenza qui dentro. Neanche se venissi a sapere che avete commesso un reato grave, cosa che non credo possibile, a giudicare quello che Roberto Tullio mi ha potuto dire."

"Grazie, signor giudice. So di violare la legge, ma le assicuro che non è mai a mio vantaggio ma ad esclusivo vantaggio dei ragazzi. Il fatto è che la legge, purtroppo, a volte non può tenere conto dei singoli casi umani e deve tagliare con l'accetta. Facendo anche vittime."

"Concordo con lei. E noi giudici, anche se pieni di buona volontà e comprensione, abbiamo strettissimi limiti entro cui agire. Lei non può immaginare quante volte ho dovuto emettere sentenze che, se fossi stato libero di agire secondo coscienza, non avrei mai emesso. Sia sentenze di assoluzione che di condanna. Per questo, ora che siamo in privato, mi posso concedere il lusso di farle la promessa che le ho appena fatto. Specialmente perché il mio amico Roberto Tullio ed il suo collaboratore Stefano Galbiati m'hanno detto ogni bene di voi due, anche se fino a questa sera non m'hanno potuto dire i vostri nomi."

Sedettero in salotto, la cameriera servì gli aperitivi, quindi, restati soli, mentre le mogli ed i figli stavano altrove, iniziarono a parlare. Pierre e Giosuè dopo aver parlato brevemente di se stessi, narrarono al giudice la storia delle loro due case e risposero a tutte le domande che il giudice poneva loro.

Quando ebbero finito, il giudice disse: "Bene, molto bene. Me ne sono passati davanti anche troppi di ragazzi come quelli che voi state aiutando, e doverli rinchiudere in un riformatorio, sapendo che quasi tutti ne sarebbero usciti assai peggiori di quando io ve li avevo mandati, mi ha fatto perdere non poche notti di sonno, ve lo garantisco. Inutilmente ho mandato lettere su lettere ai vari ministri della giustizia chiedendo leggi più umane e soprattutto più utili. Ma finché la legge non cambia, io devo applicarla, mio malgrado."

"E magari quei ragazzi la odiano, senza sapere che lei non poteva fare altro." osservò Giosuè con simpatia.

"Che mi odino, poco male, se solo questo servisse a qualcosa. Ma toglietemi una curiosità: perché nelle vostre case prendete solo ragazzi omosessuali e non gli altri, che ne avrebbero altrettanto bisogno?"

"Per due motivi. Il primo è che i ragazzi non omosessuali, o che dicono di non esserlo, prendono in giro, disprezzano, o perseguitano gli omosessuali e questo creerebbe tensioni insopportabili nelle case. Il secondo è perché la società rifiuta e non aiuta, o non aiuta abbastanza, i ragazzi sbandati, ma letteralmente perseguita i ragazzi sbandati che sono anche omosessuali. Quindi questi ultimi sono i più indifesi e i più bisognosi di aiuto."

Il giudice annuì gravemente. "Già, purtroppo ha ragione lei. Sì, credo che abbiate fatto una giusta scelta, anche se questo vi mette ancor più a rischio, come credo che sappiate bene, visto che vi siete scelti due ottimi avvocati."

L'avvocato Carradori guardò l'orologio: "Credo che sia ora di metterci a tavola. Dopo cena riprenderemo la nostra conversazione con la lettura e la discussione della bozza di proposta di Galbiati."

Durante la cena conversarono del più e del meno, senza sfiorare l'argomento delle case e dei ragazzi e Pierre apprezzò la cosa. Poi, dopo aver preso il caffè, i cinque uomini tornarono nel salotto per riprendere la loro conversazione. L'avvocato Galbiati lesse ed illustrò la sua bozza di fondazione, prese note sugli appunti e le osservazioni di Giosuè e Pierre e sui consigli del giudice e disse che, entro pochi giorni, avrebbe steso la bozza definitiva.

Prima di lasciarsi, il giudice prese in disparte Pierre e Giosuè: "Se mai dovesse capitare che uno dei vostri ragazzi qui a Milano debba essere arrestato, fatemelo sapere e, nei limiti che la legge mi consente, sapendo che sono seguiti da voi, cercherò di fare il posssibile per essere loro d'aiuto. E se vi fossero imputazioni nei vostri confronti o in quelli dei responsabili della casa, fatemelo sapere ugualmente, che vedrò di far sì che sia un mio collega comprensivo ed intelligente a trattare il vostro caso."

"La ringraziamo infinitamente, signor giudice." disse Giosuè.

"Non potreste chiamarmi semplicemente per nome? Qui non sono il signor giudice. Ah, e questo è il mio biglietto da visita con i miei numeri di telefono, per ogni evenienza, sperando che non abbiate mai bisogno di me come giudice..."

La riunione di Berna, ufficialmente "Congresso per la Moda italiana nel Mondo", era la prima riunione generale di tutti i responsabili delle molteplici attività controllate da Pierre tramite la finanziaria svizzera Pimathi. La maggioranza dei partecipanti erano italiani, ma vi erano anche alcuni francesi, inglesi, svizzeri, austriaci e tedeschi. Pierre rimase in secondo piano; chi gestì tutti i lavori, ufficialmente, fu Thibaud.

In quel peculiare "congresso" si presentò e si discusse la linea politica della Pimathi e della sua maggiore controllata, la Minem. La linea di azione per gli anni a venire consisteva essenzialmente nel proporre un avvicinamento e contratti privilegiati con i Paesi africani e mediorientali in contrasto con le strategie dei Paesi ex colonialisti, cioè della Francia e della Gran Bretagna. Thibaud fece presente che gli Stati Uniti guardavano con preoccupazione a questa linea, che però era condivisa, in via ufficiosa, dal capo del governo e dal ministro per gli affari esteri italiani.

I governi delle ex colonie inglesi e francesi mostravano meno diffidenza nei confronti dell'Italia e degli italiani, in quanto la loro breve e sventurata politica coloniale non aveva avuto il tempo di suscitare o far radicare odii e diffidenze.

L'unica impresa che apparteneva ufficialmente a Pierre era la finanziaria svizzera Pimathi, ma tutti sapevano bene che non si muoveva foglia, nel complesso di imprese ufficialmente indipendenti, senza il benestare di Pierre o dei suoi più stretti collaboratori. Tutti ammiravano, rispettavano, si potrebbe dire che veneravano quell'uomo che dal nulla aveva costruito quel complesso sistema creando il benessere di tutti i presenti.

Pierre era anche ammirato per un fatto: non ritagliava per sé una grossa fetta della torta, come avrebbe fatto un altro al suo posto, viveva in appartamenti simili a quelli di un operaio o impiegato medio, girava con una vecchia giardinetta Fiat, non aveva ville né yacht né aerei personali.

Molti sapevano, o sospettavano o immaginavano che il suo "segretario personale" fosse in realtà il suo amante, ma o erano "della stessa parrocchia" come amava dire Diego, o se non lo erano, da uomini pragmatici, non erano interessati alla vita privata del "deus ex machina".

Pierre, con l'aiuto di Maximilian, aveva organizzato i quadri del complesso sistema di imprese da lui controllate su due livelli: quelli più sicuri e fedeli erano anche azionisti di altre imprese del sistema, oltre a lavorare in una di quelle. Gli altri quadri invece erano solo stipendiati per il loro ruolo. Essere ammessi nella cerchia del livello superiore era un'ambita meta, un premio, e il riconoscimento di tre fattori: capacità, dedizione e fedeltà.

Le catene di controllo, viste dall'esterno, erano un ginepraio, un labirinto in cui era facile perdersi, ma viste dall'interno costituivano un sistema perfetto e funzionale. L'unica "impresa" che non partecipava a quella riunione e di cui solo gli intimi di Pierre erano a conoscenza, era quella delle "case" per i ragazzi, e la fondazione che si stava mettendo in piedi sarebbe stata ufficialmente presieduta da Giosuè e non da Pierre.

L'ultima sera del congresso di Berna, quando si ritirarono nella loro stanza, i due amanti erano stanchi ma felici. Giosuè carezzò il corpo nudo del suo uomo, steso sotto di lui, e gli disse: "Sei contento, Pierre?"

"Sì, molto. Le cose stanno funzionando egregiamente e questa riunione ha dato nuovo impulso, ha infuso nuovo entusiasmo a tutti."

"Perché tu sei un grande uomo."

"A me basta esserlo per te. Rinuncerei a tutto, pur di non perdere te, amore."

"Tu per me sei non solo un grande uomo, ma l'unico uomo, e non mi perderai mai, mai! Cosa saremmo, noi due, uno senza l'altro?"

A Pierre piacque quest'ultima frase: non aveva detto "cosa sarei io senza te". Sapeva, capiva che la cosa era reciproca e che fra loro s'era realizzato quel miracolo di unione che solo l'amore sincero e profondo sa creare. Pur diversi per età, carattere e fisico, erano talmente in sintonia che bastava loro un'occhiata per sapere che cosa pensasse l'altro, per comunicare con l'altro. Avevano realizzato quell'unità, che esprimevano con l'unione dei loro corpi, che solo l'amore sa rendere reale.

A questo pensava l'uomo mentre con calma passione si dava al suo "ragazzo" (ormai un uomo) muovendosi con virile passione dentro di lui. L'amore non è qualcosa che ti piove dal cielo, qualcosa da cogliere en passant, ma lo si deve alimentare e far crescere giorno dopo giorno, ora dopo ora, così come si pone nel solco un seme, si annaffia la pianticella che ne spunta e si fa in modo che trovi sempre sufficiente acqua e nutrimento, sì che diventi un grande albero e dia frutto.

Quante relazioni, che siano fra persone dell'opposto o dello stesso sesso, muoiono sul nascere, o anche dopo anni di crescita, solo perché uno dei due ad un certo punto inizia solo a prendere, pretendere, anziché dare. Solo perché uno dei due inizia a fare la contabilità di quanto dà lui (o lei) e di quanto dà l'altro. Non era così per Giosuè e Pierre: per ognuno dei due l'altro veniva prima di sé stesso, ognuno dei due si preoccupava più di dare che di conteggiare quanto riceveva.

Di passaggio a Roma, videro che Cesare Pericoli stava mandando avanti molto bene la casa. I ragazzi erano in gran parte nuovi, i vecchi avevano quasi tutti trovato un lavoro regolare ed erano riusciti a togliersi dalla strada. Qualcuno di loro andava spesso a trovare Cesare e ad assisterlo, sia moralmente che concretamente. I "fallimenti" disse loro Cesare, erano veramente molto pochi. Molti degli "ex" sentivano quella casa come la loro casa, la loro famiglia.

Flavio aveva fatto sapere a Cesare, che era stato impossibile non mettere al corrente di tutto, che presto le case sarebbero state riunite in una fondazione, che avrebbe loro garantito l'assistenza legale e psicologica di cui i responsabili potevano avere bisogno. L'assistenza finanziaria, come s'era deciso fin dall'inizio, consisteva solo nel fornire i locali e lo stipendio al responsabile perché vi potesse lavorare a tempo pieno. Miracolosamente, anche grazie al basso profilo che si teneva nelle case, non avevano ancora avuto problemi con la legge.

Quando era capitato che uno dei ragazzi che facevano il mestiere veniva pizzicato dalla buon costume, non uno di loro aveva mai detto che viveva nella casa, per non coinvolgere gli altri: fra i ragazzi di strada che vivevano nelle case c'era un forte senso di solidarietà. Quelli che finivano in casa di correzione, in riformatorio, appena erano di nuovo liberi, tornavano alla casa che sentivano come la loro unica e vera famiglia. Qualcuno purtroppo si perdeva per strada, ma era una piccola minoranza.

Simili cose disse Flavio quando passarono per Milano. Flavio aveva deciso di fare domanda per dotare la casa di un telefono e pensava di suggerire la stessa cosa anche a Cesare. Chiese a Pierre e Giosuè se approvavano la sua iniziativa.

"Flavio, tu vivi questa realtà e se pensi che sia utile, devi farlo. Vogliamo che i responsabili delle case siano autonomi nelle decisioni quotidiane. Ti ricordi le regole che t'avevamo dato quando s'era aperta la casa a Roma? Solo quelle restano immutabili, non potete cambiarle senza il nostro consenso." gli disse Giosuè.

"Ci sarebbero tanti altri ragazzi da aiutare, ma non possiamo trasformare la casa in una topaia in cui chiunque entra ed esce. Però Cesare e io abbimo deciso che se uno dei ragazzi porta qui un amico per una doccia, per un pasto o per cure mediche, cerchiamo di essere disponibili, per quanto possiamo." spiegò Flavio.

"Ottimo. Le cure mediche a volte costano... come ve la cavate?" chiese Pierre.

"Se si tratta solo di piccole cose, raduno i ragazzi e ci tassiamo tutti per fare qualcosa. Ma qualche volta non gliela facciamo. A volte ci si appoggia a un medico che magari è cliente di uno dei ragazzi e che si presta, ma non sempre quelli vogliono essere coinvolti..."

Pierre e Giosuè, dopo questo colloquio, decisero che la neonata fondazione doveva anche coprire le spese di assistenza medica che ogni casa non fosse riuscita a sostenere. Il problema era che far ospedalizzare uno dei ragazzi, minorenni e fuggiti di casa o senza una famiglia, significava far cadere il ragazzo nelle mani della cosiddetta "assistenza sociale" il che voleva dire farlo chiudere in una casa correzionale o in un riformatorio. Quei ragazzi preferivano rischiare di morire o trascinare il loro problema di salute, piuttosto che finire in quei posti. L'assistenza medica perciò doveva essere ottenuta al di fuori dalle strutture pubbliche. Bisognava, in altri termini, trovare medici che curassero i ragazzi senza denunciarne l'esistenza alle autorità.

"Non riusciremo a risolvere questo problema né facilmente né in breve." disse Giosuè, "Ma se qualcuno dei ragazzi potesse e volesse studiare per diventare infermiere o medico, potremmo stipendiarlo perché assista i nostri ragazzi. So che è un investimento a lunghissimo termine, ma non vedo altra via."

"Nel frattempo, potremmo comunque trovare qualche medico disponibile a fare volontariato, non credi?" propose Flavio.

"Sì, e a non denunciare il ragazzo e di conseguenza noi, col rischio che le autorità chiudano le nostre case. A me non dispiacerebbe andare in galera per quello che stiamo facendo, ma mi dispiacerebbe molto che non potessimo più dare a questi ragazzi neanche il poco aiuto che stiamo dando." disse Pierre.

"Siamo già fuori legge, con le case, se lo siamo per una cosa in più, il rischio che corriamo non cambia o cambia poco. Va bene, Flavio, vedremo di far sì che, in un modo o in un altro, la fondazione si faccia carico anche del problema medico." promise Giosuè.

Nel 1958 Pierre e Giosuè erano a Napoli per l'apertura di un nuovo laboratorio di confezione di accessori per l'abbigliamento. Una sera, mentre passeggiavano chiacchierando del più e del meno, si resero conto di trovarsi in una zona in cui sostavano alcuni ragazzi che si prostituivano. Un ragazzo sui diciassette anni li accostò e, senza mezzi termini, si offrì loro.

"Per duecento lire, me lo faccio mettere in culo da tutti e due."

"No, grazie." rispose Pierre con un sorriso.

"E allora, perché non mi dai un po' di soldi... è da ieri che non mangio. Cento lire, anche cinquanta..." disse il ragazzo e li guardò con un'espressione a metà fra quella di un monello e di un angioletto.

Pierre e Giosuè si guardarono e si capirono. Così Giosuè disse: "Se hai fame, che ne dici di venire a mangiare qualcosa con noi. Conosci una pizzeria dove fanno della buona pizza?"

"Sì... ma preferisco che mi pagate una pizza e che la porto via, così la posso dividere col mio amico..."

"Invita anche lui, ne paghiamo una anche al tuo amico?"

"Davvero? Aspettatemi solo un momentino!" disse e corse via chiamando a squarciagola: "Melio! Melio!"

Spuntò da dietro un angolo un altro ragazzo più o meno della stessa età che gridò di rimando: "Che vuoi, Nello?"

Si incontrarono e confabularono. Quello che si chiamava Melio ogni tanto guardava verso di loro e l'altro ragazzo, Nello, annuiva. I due ragazzi s'avvicinarono a Pierre e Giosuè. Melio li squadrò, serio in volto, e chiese: "E voi ci offrite una pizza e non volete niente in cambio?"

"Che vuoi che sia, una pizza? Certo che ve l'offriamo." disse Giosuè con un sorriso.

"Che vuoi che sia una pizza, dice quello! Si vede che mangia ogni volta che vuole." commentò Melio con sarcasmo.

"Beh, che ti frega, se ce la pagano?" insisté Nello.

"Va be', andiamo. Ma solo per farvi un favore!" disse Melio con un sorrisetto ironico che gli baluginava negli occhi.

A tavola, davanti alle quattro pizze, Giosuè chiese: "Davvero non mangiate da ieri?"

I due ragazzi annuirono, continuando a mangiare con evidente gusto.

"E come mai, non trovate clienti?"

"Che te ne frega a te?" rispose Melio.

"Siamo in troppi... c'è troppa concorrenza." disse contemporaneamente Nello.

"E sta zitto, tu!" lo rimbeccò Melio.

"E sta zitto tu! Io parlo quanto mi pare!" gli disse Nello, ma nonostante il tono combattivo, sorrideva all'amico. Poi, rivolto ai due uomini, chiese: "Se non cercavate uno di noi da portarvi a letto, che ci facevate voi due lì?"

"Ci siamo capitati per caso. Non conosciamo Napoli, siamo di fuori."

"Sì, si sente che siete forestieri, dalla parlata." disse Nello. "Venite dal nord, non è vero? E che ci fate a Napoli?"

"Affari. Avete casa, voi due?"

"Per fottere? No. O pagate la stanza in una pensione che non fa storie, o ci si imbosca in un posto tranquillo."

"E dove dormite?"

"Dove capita."

"Siete sempre insieme, voi due?"

"Da due anni, sì. Culo e camicia, vero Melio?"

"Ma voi due, volete fottere con noi o no?" chiese l'altro.

"Lo facciamo solo fra noi due, non ci interessa altro. Io prima ero uno come voi, facevo la vita, battevo la strada, poi un giorno ho incontrato lui e così..."

"Da quanto state insieme?" chiese Nello sgranando gli occhi.

"Anni." rispose Giosuè.

"E lui ti mantiene?" chiese Melio.

"No, lavoriamo assieme."

"Beato te. Io non ho mai trovato uno come lui, ho trovato solo Melio, 'sto disperato qui. Però stiamo un sacco bene insieme, non lo lascerei mai, manco se trovo uno ricco sfondato che mi offre una vita da pascià. Se solo potessimo lasciare 'sta vita di merda e scopare solo fra noi due come fate voi..."

"Nello, vuoi stare zitto!" lo rimbeccò novamente l'altro, arrossendo.

"Oh, senti, loro c'hanno detto che scopano, no? Che male c'è se sanno che noi due pure ci piace scopare insieme, che siamo più stretti che marito e moglie? Mica c'abbiamo da avere vergogna con loro, no?"

"Ma saranno cazzi nostri?" insisté Melio, seccato.

"Che è, ti vergogni di più a dire che tu fotti me e io fotto te o che ci vogliamo bene come due fidanzatini?" lo stuzzicò Nello.

"Quanto sei stronzo!" lo rimbeccò Melio, arrossendo un poco.

"Che vi piacerebbe fare, se poteste smettere di fare il mestiere?" gli chiese allora Giosuè per far cessare quella schermaglia.

"E chi lo sa? A lui gli piaceva studiare, c'ha testa, lui. Suo padre gli faceva fare pure l'università, se non scopriva che è un ricchione. Io invece, mia madre m'ha avuto per sbaglio da un soldato tedesco, poi durante la guerra è morta e mica ho potuto studiare come lui."

"E come hai vissuto, dopo che è morta tua madre?"

"Facendo mille cosette, rubacchiando, arrangiandomi, vendendo il culo. Non volevo finire in un orfanotrofio, io. Poi mi sono preso una cotta per questo qui e fare la fame in due è meno difficile. Lui adesso fa lo scontroso, ma solo perché è timido..."

"Nello! E piantala, no?" protestò Melio.

"Melio, sta per Amelio?" gli chiese Giosuè con un sorriso.

"Sì. Che nome del cazzo m'ha messo mio padre."

"Che nome ti sarebbe piaciuto?"

Melio fece spallucce e non rispose.

Finita di mangiare la pizza, Giosuè chiese: "Avete voglia di mangiare ancora qualcosa?"

"No, a me mi basta così." rispose Melio.

"Grazie." aggiunse Nello.

Mentre tornavano in albergo, Pierre disse: "Mi sa che dobbiamo aprire una casa anche qui..."

"Stavo per dirtelo. A chi chiediamo di venire giù, A Flavio o a Cesare?"

"Prima a Flavio, ha più esperienza. Se non se la sente di lasciare Milano, anche Cesare può andare bene, purché trovi chi può prendere il suo posto."

Flavio, quando gliene parlarono, si consultò con Orlando. L'unico problema era trovare un nuovo lavoro per Orlando, dissero i due ragazzi. Pierre gli propose di andare a lavorare nel nuovo laboratorio di accessori che aveva appena aperto a Napoli. Orlando accettò, così, nominato Ardito come responsabile della casa di Milano, i due si trasferirono a Napoli per aprire la nuova casa. Nel novembre del 1958 i primi ospiti iniziarono ad andare a vivere nella casa, un appartamento nei bassi dietro a San Gregorio Armeno, con Falvio ed Orlando.


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