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una storia originale di Andrej Koymasky


pin NON SAPPIA LA DESTRA
QUEL CHE FA LA SINISTRA
CAPITOLO 20
CAMBIAMENTI DI ROTTA

Dopo sette anni di attività politica, il sette giugno 1954, a cinquantuno anni, Pierre decise di dare le dimissioni dalla sua carica di deputato in Parlamento per dedicarsi completamente alle sue aziende, nonostante le insistenze del partito perché rimanesse.

"Ho troppe cose da fare, e ho nuovi progetti. Non posso fare bene tutto, devo fare una scelta. E io non sono un animale politico, caro Giorgio, né mi sento di fare come te e dedicarmi esclusivamente alla politica..." disse al suo amico La Pira, sindaco di Firenze.

"È un peccato, credimi. Tu sei una persona onesta, decisa, e un ottimo organizzatore, cose tutte di cui il partito ha bisogno. Però, benché mi dispiaccia, comprendo e rispetto la tua decisione." gli rispose l'amico.

Pierre, ritiratosi dall'arena politica, riunì i suoi più stretti collaboratori ed espose loro le sue idee: innanzitutto bisognava trasformare la Minem da ente privato a società per azioni. Poi dovevano differenziare meglio la produzione di tutte le imprese che controllavano, in modo di iniziare una campagna per la vendita dell'abbigliamento su tre livelli: negozi di moda, grandi magazzini e mercatini.

Questo cambiamento di rotta, negli anni successivi, contribuì a trasformare le abitudini degli italiani: i camioncini della Minem portavano i prodotti in ogni villaggio, anche nei luoghi più isolati, e le famiglie italiane impararono ad apprezzare i vantaggi dell'abbigliamento Minem.

La seconda idea fu di iniziare a produrre in proprio anche gli imballaggi per i loro prodotti. Infine dette corpo a un'idea che da tempo coltivava: ritirare gli abiti vecchi (in buono stato) facendo sconti suoi nuovi. Quelli vecchi, assieme agli invenduti, li avrebbero esportati nel terzo mondo e regalati ai poveri, spingendoli però nel contempo a coltivare cotone, allevare bachi da seta, pecore per la lana, poi anche a filare e vendere a lui i loro prodotti, ottenendo così prezzi concorrenziali sulle materie prime. Queste operazioni verso il terzo mondo la affidò a Charles e David, che accettarono con entusiasmo l'incarico.

Verso Natale di quell'anno, cedendo alle pressanti richieste del suo amico Giorgio La Pira, che gli telefonava anche a nome di importanti esponenti DC, Pierre rilevò gli stabilimenti della Portolano, un'industria di meccanica decotta e vicina al fallimento e in pochi anni ne fece una ditta leader nella produzione di tecnologie innovative al servizio della ricerca e della fabbricazione di macchinari per la moda, di cui evidentemente approfittarono per prime le ditte controllate dalla sua finanziaria.

Prima della fine di quell'anno, poco prima di mezzogiorno, Pierre e Giosuè andarono a bussare alla porta della casa che avevano affidato a Flavio Piccoli. Fu lui in persona che andò ad aprire, coi capelli spettinati e in pigiama. Appena li riconobbe, s'aprì in un amio sorriso: "Oh, ecco i miei Gesù Bambino! Entrate, enrate..."

La stanza era pulita, ordinata, ed aveva ora qualche mobile, modesto e spaiato, che la rendevano quasi gradevole.

"Ti abbiamo svegliato? Sei solo?" gli chiese Giosuè.

"No, m'ero alzato mezzoretta fa. Gino e Marco sono appena usciti per fare la spesa. Tiziano, Eugenio, Tonio, Lele e Cesare ancora dormono. Rico e Carlo non sono rientrati ieri sera, credo che siano ancora a casa dei loro clienti, e Rinuccio è al lavoro: è l'unico di noi che è riuscito a lasciare la strada; fa il cameriere in una trattoria."

"Vivete in undici, qui dentro, se ho contato giusto!" disse Giosuè.

"Sì, un po' ammonticchiati, quattro per stanza, ma molto meglio che nelle grotte. Restate a pranzo con noi? Così conoscete i ragazzi."

"Volentieri. Ma come ci presenti, come Gesù Bambino?"

"No, come miei amici, se per voi va bene. Ognuno si fa i fatti suoi, qui, non ci sono problemi."

"Come clienti?" chiese Pierre sorridendo.

"No, la regola è di non portare qui nessun cliente, no? Per nessuna ragione."

"Giusto. Problemi in questo anno?"

"Niente di grave. Ho solo dovuto sbattere fuori due che non stavano alle regole."

"Vicini? Polzia?"

"I vicini si fanno i fatti loro. Quando capita gli diamo una mano, gli facciamo una commissione, e tutto va bene. La madama non si è ancora vista. E ormai Cesare, Gino e io siamo finalmente maggiorenni. Forse anche Gino riesce a trovare un lavoro, adesso, e così può lasciare il mestiere."

"E tu?" gli chiese Giosuè.

"Sto bene. Ho una specie di famiglia, anche se pare più un giardino zoologico. Mi piace prendermi cura dei più piccoli."

"Ti rispettano? Ti obbediscono?"

"Ci provino a non farlo. Ma no, basta saperli prendere per il verso giusto. Anche quando ho dovuto sbattere fuori quei due che vi dicevo, tutti gli altri erano d'accordo con me. Quando si sono alzati tutti, vi faccio vedere come abbiamo sistemato le stanze. Non aspettatevi niente di speciale, eh?!"

In quella si aprì una delle porte e ne uscì un biondino tutto spettinato, in mutande, che si stropiciava gli occhi: "È pronto da mangia..." disse e si fermò interdetto a guardare i due sconosciuti, con aria un po' preocupata.

"No, aspetto che Gino e Marco arrivino con la roba da mangiare. Saluta i miei amici, Lele. Poi vatti a lavare e vestire, dai!"

"Giorno..." disse il ragazzetto e corse in gabinetto. Si sentì l'acqua scorrere.

"Ma quanti anni ha?" chiese Pierre.

"Lele? Ne ha appena fatti quindici. È scappato di casa un anno fa per i soliti motivi: il padre la madre e i fratelli, in quattro, l'hanno caricato di botte perché è frocio come noi. L'ho trovato che batteva alla stazione e non aveva un posto per dormire, era lercio come un topo di fogna e aveva una fame arretrata di tre giorni..."

Uno dopo l'altro conobbero gli alri ragazzi. Allargarono il tavolo, ci misero una tovaglia rammendata ma pulita, e mangiarono tutti assieme. Verso la fine del pranzo arrivarono anche Rico e Carlo. Si fiondarono nella stanza eccitati, sventolando alcuni biglietti di banca: "Guardate, guardate quanta grana abbiamo fatto con quell'ingles..." e si interrupero interdetti quando videro Pierre e Giosuè.

Flavio si alzò in piedi: "Mettete via i soldi, adesso. Ecco, quello più alto è Rico e l'altro è Carlo. Lui si chiama Pierre e lui Giosuè e sono amici miei."

Quello che si chiamava Rico chiese: "Ci avete lasciato qualcosa? Io ho una fame..."

"Sì, qualcosa c'è. Tutto bene, con i clienti?" chiese Flavio. Carlo guardò un po' incerto i due ospiti. Flavio spiegò: "Potete parlare chiaro, sanno e non gliene frega. Anche Giosuè ha fatto il mestiere."

"Sì, era un professore inglese sui cinquanta anni, uno di Londra, e ci voleva a tutti e due. Fino alle tre siamo andati avanti, non pareva mai averne abbastanza. Però ci ha pagato bene. Sapete che c'aveva pure la televisione, nel suo attico di Piazza Navona?"

"L'avete vista?" chiese uno dei ragazzi sgranando gli occhi.

"Solo un poco prima di andare via." rispose Carlo sedendo a tavola.

"Andate a lavarvi le mani, prima di mettervi a mangiare!" li apostrofò Flavio.

I due ragazzi si alzarono ed andarono in bagno, mentre Carlo mormorava: "Sì, papà!" Gli altri ragazzi si misero a ridere.

Più tardi seppero da Flavio, che uscì con loro per parlare tranquillamente, che ogni ragazzo versava una quota fissa ogni settimana per le spese comuni e teneva il resto per sé.

Pierre, com'era d'accordo con Giosuè, disse al ragazzo: "Flavio, sono due anni che mandi avanti la baracca in modo egregio. E ormai sei maggiorenne. Allora noi si pensava che, se sei d'accordo, noi ti diamo uno stipendio fisso e la delega per la casa, e tu ti occupi solo di questi ragazzi. Che ne dici?"

"Uno stipendio? Abbastanza per smettere il mestiere?"

"Certo, e anche la tredicesima. Ti interessa?"

"Cazzo, sì che mi interessa. Uno stipendio fisso?"

"Sì, quarantamila al mese, nette. Ti va?"

"Altro che se mi va! E il mio lavoro è solo mandare avanti la casa e occuparmi dei ragazzi?"

"E ti pare poco? S'intende che l'affitto continuiamo a pagarlo noi."

"C'è solo un problema, però..." disse Flavio mentre il sorriso gli si spegneva in faccia.

"Cioè?"

"Ecco, la regola è che nessuno si può portare un cliente a casa, e va bene. Ma se... se mi faccio il ragazzo... non posso portarlo in casa con me?"

"Hai un ragazzo?"

"No, non proprio, non ancora. Però c'è uno che, forse, se le cose vanno bene..."

"Se è il tuo ragazzo e non un cliente, non c'è nessun problema. È un ragazzo di vita anche lui?"

"No, lavora in un panificio, lui. Per un po' è stato mio cliente, ma poi ho cominciato a farlo gratis con lui, perché mi piace troppo. Lui divide una stanza con altri tre garzoni di quella panetteria. Forse riesco a convincerlo a mettersi con me... Ha ventisei anni, si chiama Orlando... Non va più con nessuno dei ragazzi, viene solo con me ormai e mica solo perché con me è gratis... Credo che siamo innamorati..." concluse ed arrossì un poco.

"Ma non avreste l'intimità che una coppia deve avere, in quella casa. A meno che vi prendete una stanza tutta per voi." gli disse Pierre.

"Non sarebbe giusto per gli altri ragazzi. No. Ma la sera e fino a notte di solito non c'è nessuno in casa, così, se io non devo andare a battere, possiamo fare le nostre cose senza problemi, anzi, con meno problemi di ora, che né lui né io abbiamo un posto per farlo. E poi, se io smetto a fare la vita, sono quasi sicuro che lui ci sta a mettersi con me. Davvero potrebbe venire a abitare con me?"

"Ma certo, Flavio, non c'è proprio nessun problema."

"Questo giorno lo devo segnare sul calendario, come pure il giorno che mi avete salvato la vita. Siete eccezionali voi due, siete... siete un po' la mia famiglia. Come posso ringraziarvi?"

"Siamo noi che dobbiamo ringraziare te, Flavio, perché fai per noi quello che ci piacerebbe fare ma non abbiamo tempo di fare. Per ringraziarci, basta che fai una cosa: dai agli altri quel poco di buono che noi possiamo dare a te."

"Però sarebbe giusto che tutti i ragazzi sappiano chi siete davvero e vi siano grati per tutto quello che avete fatto e state facendo e farete per noi!"

"No, Flavio: non sappia la destra quello che fa la sinistra, c'è scritto nel Vangelo. Non vogliamo che nessun altro sappia, neanche il tuo Orlando. Per tutti siamo solo tuoi amici che hai conosciuto per caso."

"Anche se non vado mai in chiesa, so che dio esiste e pregherò che vi ricompensi lui come vi meritate."

Quando lasciarono Flavio, Giosuè disse: "Sai, Pierre, stavo pensando una cosa... Qui a Roma, con Flavio, è andata bene anche più di quello che avevamo previsto, non è vero?"

"Sì, hai ragione."

"Non si potrebbe fare qualcosa di simile anche a Milano, e in qualche altra grande città?"

"Forse, ma dove lo troviamo un altro Flavio? Il vero problema non è la casa, né i ragazzi, purtroppo, che ce n'è pure troppi, ma trovare gente adatta a mandare avanti il tutto. Con Flavio c'è andata molto bene, ma non credo che sia facile avere nuovamente altrettanta fortuna."

"Ma se non si prova... Dopo tutto l'investimento è minimo, rispetto al risultato. Cosa sarebbero quei ragazzi, se non avessero quella casa? E vedi, qualcuno, appena è maggiorenne e non rischia grane, comincia a cercarsi un lavoro per lasciare quella vita. Io, Charles, e ora anche Flavio abbiamo una vita decente grazie a te, e chissà quanti altri ragazzi, se potessimo aprire altre case, potrebbero finalmente avere una vita decente."

"Hai ragione, sono d'accordo con te, ma dove lo troviamo un altro Flavio?" insisté Pierre, pensieroso.

"Flavio conosce bene i suoi ragazzi, potrebbe dirti chi può prendere il suo posto a Roma e poi aiutarci ad aprire una casa altrove, no?"

"Bisogna vedere, se si lega con quell'Orlando, se il panettiere è disposto a trasferirsi. Non possiamo chiedere a Flavio di rinunciare al suo ragazzo."

"Beh, puoi parlarne con lui e chiedergli cosa ne pensa..."

"Questo sì. Lui sa cosa vuol dire mandare avanti un posto come quello. D'accordo, Giosuè faremo come dici. Prima di lasciare Roma, torniamo da Flavio e gliene parliamo."

Quando, prima di lasciare Roma, tornarono a trovare Flavio, lo trovarono in casa e con lui c'era un giovanotto. Flavio li presentò: "Orlando, questi sono due miei cari amici, Pierre Martinet e Giosuè Lunati. Pierre, Giosuè, questo è Orlando Laurenzi, di cui vi ho gà parlato."

Si strinsero la mano, poi sedettero attorno al tavolo.

"Orlando, ti spiace fare un caffè per tutti?" chiese Flavio. Poi, mentre questi andava a prepararlo, Flavio, con volto lieto, disse: "Ha appena accettato di venire ad abitare qui con me. È un po' scomodo per il lavoro, ma ha detto che si cerca un lavoro qui vicino, col mio aiuto."

"Ti hanno già versato il tuo primo stipendio, Flavio?"

"Sì, grazie, l'ho già ricevuto."

"Ascolta, Flavio, prima di lasciare Roma dobbiamo parlarti per farti una proposta. E va giusto bene che ci sia anche il tuo Orlando qui, perché vi coinvolge tutti e due. Abbiamo cambiato idea, è bene che anche lui sia al corrente di tutto, capisci?"

Un po' incerto, Flavio rispose: "Credo di sì, non so..."

Orlando mise a tavola quattro tazzine di caffè fumante e un barattolo con lo zucchero, poi sedette, avendo capito di essere coinvolto in quello che i due ospiti erano venuti a dire. Flavio, su invito di Pierre, mise succintamente al corrente il suo ragazzo su chi erano in realtà Pierre e Giosuè. Pierre sorrise nel vedere la faccia stupita del giovanotto.

Pierre poi spiegò l'idea che Giosuè aveava avuto, infine chiese: "Se noi aprissimo una casa come questa a Milano, tu, logicamene col tuo Orlando, sareste disposti a trasferirvi su a Milano per dirigerla?"

"Ma... e qui a Roma?"

"Fra i ragazzi che vivono qui, non ce n'è uno che secondo te può prendere il tuo posto e fare il tuo lavoro? Uno di cui ti fidi come di te stesso, come noi ci fidiamo di te?"

"Sì, ci sarebbe Cesare... gli dareste uno stipendio come a me?"

"Sicuro. E se voi venite su a Milano, avrebbe posto per prendere altri due ragazzi."

"Logicamente anche Cesare dovrebbe sapere di voi due..." disse Flavio.

"No, per ora preferiamo che faccia capo a te e non sappia niente di noi due. L'unico problema che noi vediamo è se Orlando è disposto a traferirsi a Milano. Sempre che a te interessi la nostra proposta."

"Orlando?" gli chiese Flavio.

"Per me, trovare un altro lavoro qui o cercarlo a Milano... non vedo problemi."

"La tua famiglia, Orlando?" chiese Pierre.

"Sono maggiorenne e vivo fuori casa da due anni. Posso decidere per me stesso. Se a Flavio interessa la vostra proposta, per me non ci sono problemi. Cercare un nuovo lavoro qui o lassù, non cambia niente." ripeté.

"Flavio?" chese allora Pierre.

"Sono sicuro che Cesare accetterà. Anche lui ha cominciato a guardarsi attorno per lasciare il mestiere. E mi ha sempre appoggiato quando c'erano problemi in casa, la vede esattamente come me. È in gamba, Cesare."

"Non è una cosa immediata, prima dobbiamo trovare una casa adatta a Milano, attrezzarla, poi ti chiamiamo e venite su. Frattanto tu hai tempo per preparare Cesare e passargli le consegne e, se accetta, riceverà anche lui lo stipendio anche prima che venite su. Basta che tu ci telefoni per farcelo sapere."

"Posso fare una domanda?" chiese Orlando.

"Certo."

"Ma a voi, che ve ne viene in tasca?"

Prima che Pierre o Giosuè potessero rispondere, Flavio spiegò tutto al suo ragazzo. Alla fine Orlando si alzò in piedi e disse: "Posso stringervi la mano? Non ho mai conosciuto due veri uomini come voi! Cazzo, ce ne fossero di più, il mondo sarebbe un paradiso. Flavio e io faremo del tutto perché quello che fate funzioni a dovere, vero Flavio?"

"È il minimo che possiamo fare." rispose il ragazzo con un sorriso.

"Se vuoi, Orlando, a Milano abbiamo delle conoscenze e per quando vieni su ti possiamo trovare un lavoro. Cosa sai fare tu, oltre che il panettiere?"

"Un po' di tutto e e un po' di niente. Anche il pane, io faccio più che altro il garzone. Qualsiasi cosa che mi dia una paga decente va bene, anche il lavacessi o lo sguattero in un ristorante."

"Bene, speriamo di trovarti qualcosa di più interessante."

"Oh, sapete, qualsiasi lavoro è un cesso se uno lo piglia di traverso e qualsiasi lavoro è interessante se un lo piglia bene."

"Se trovate una casa su a Milano, secondo me," disse Flavio, "va bene come era questa. È meglio se i ragazzi non trovano la pappa fatta e si devono impegnare per renderla vivibile: la sentono di più come casa loro e la rispettano di più. Una casa come questa, in un quartiere popolare, povero, è l'ideale."

"Terremo presente il tuo consiglio, Flavio. Ma almeno la stanza per voi due..."

"Anche quella, ci arrangiamo noi. Non possiamo partire con una stanza meglio degli altri, non sarebbe giusto." disse Flavio.

"Ci basta che ci sia un materasso matrimoniale in terra." aggiunse Orlando con un sorrisetto e Flavio gli dette un pugno scherzoso sullo stomaco.

Quattro mesi dopo Flavio e Orlando si trasferirono a Milano e Cesare diventò il responsabile di quella di Roma. La casa di Milano si affacciava sul naviglio, l'appartamento era composto di quattro piccole stanze, un cesso con doccia, e un ampio tinello con angolo cucina. Dentro c'era solo un vecchio tavolo, alcune sedie sgangherate, una credenza, un paio di stufe ed alcuni vecchi materassi in terra, niente altro. Era al terzo piano, sotto i tetti, ed aveva anche un terrazzo.

I due ne presero possesso e si misero a cercare gli inquilini. Per Orlando avevano trovato lavoro come aiuto magazziniere in un grande negozio di ferramenta e articoli per l'edilizia, a due passi dalla casa.

Logicamente, Pierre e Giosuè non trascuravano gli affari della finanziaria e delle varie attività che questa controllava.

Quando andarono a Berna a trovare Maximilian e Thibaud, ebbero una sorpresa: in casa con loro c'era un ragazzo di quindici anni, Andreas. Era il figlio del cugino di Maximilian, che quando il padre aveva scoperto essere omosessuale, voleva chiudere in collegio e far curare. Maximilian era riuscito a convincere il cugino che si sarebbe preso cura di lui del ragazzo che ora viveva con loro.

"Volevano farlo curare, capisci? Elettroshock, cure ormonali e assurdità del genere. Mi sono proprio infuriato e ho avuto una lunga discussione con mio cugino, che d'altronde già sapeva di me. Con l'aiuto di sua moglie, sono riuscito a convincerlo di non fare bestialità e di mandarlo a vivere con me."

"Sì, dopo che sua moglie ha minacciato di piantarlo e Maximilian di spaccargli il muso." aggiunse Thibaud.

"Andreas è il loro unico figlio?" chiese Pierre.

"No, il più piccolo di quattro, una femmina e tre maschi. La sorella diceva che aveva ragione il padre, i due maschi invece stavano dalla parte della madre. Ci abbiamo messo tre giorni di discussioni e litigate, per convincere mio cugino. Ha ceduto solo quando la moglie e gli altri due figli hanno cominciato a fare le valigie..." disse Maximilian.

"Che fa, adesso, Andreas?"

"Va a scuola, logicamente. Dice che vuole diventare psicologo per aiutare i ragazzi omosessuali e le famiglie ad accettarli."

Il ragazzetto aveva ascoltato la conversazione in silenzio. Poi chiese a Giosuè: "Ma anche voi due vi volete bene come zio e Thibaud?"

"Sì, Andreas, ci vogliamo bene, Pierre e io."

"Zio Thibaud m'ha detto che ci sono altri come loro e voi, per esempio un suo amico che si chiama Charles col suo ragazzo che si chiama David. Li conoscete?"

"Charles è come un fratello per me. E non ti ha parlato di mio fratello Diego e di Damiano?"

"Sì, pure. Zio Maximilian ha parecchi libri che parlano di quelli come noi, e me li sto studiando tutti. Solo che spesso si contraddicono. Ho l'impressione che non ci siano idee chiare sul perché ci sono quelli come noi..." e sciorinò a Pierre e Giosuè le varie teorie che aveva letto.

"Bene," concluse Thibaud, "tu studia, prendi la laurea e poi tira fuori la teoria giusta, Andreas."

"È quello che voglio fare."

"Hai già un ragazzo, Andreas?"

"No, sono ancora troppo giovane. Avevo qualche amico come me, ma qui ancora non ho fatto in tempo a farmi amici così. Quando sarò più grande, mi trovo un ragazzo, e ci mettiamo insieme. Zio Thibaud m'ha regalato un registratore. Avete voglia di raccontarmi come vi siete conosciuti voi due e rispondere alle mie domande e io registro? Loro l'hanno già fatto..."

"E a cosa ti serve?" gli chiese Pierre incuriosito.

"Voglio mettere insieme tante registrazioni per studiare i casi e capire meglio."

"Una mente da scienziato. D'accordo, Andreas, quando vuoi registriamo la nostra confessione e rispondiamo a tutte le tue domande." gli disse sorridendo Pierre.

"Come vanno le due case che hai aperto, Pierre?" gli chiese Thibaud.

"Quella di Roma bene. Quella di Milano è ancora vuota, l'abbiamo appena aperta."

"E hai intenzione di aprirne anche altre, ci scommetto." disse Maximilian.

"Se e quando quella di Milano funzionerà bene, e se i due responsabli mi trovano qualcuno adatto ad aprirla o a rimpiazzarli. Non è facile come aprire un negozio o una fabbrichetta, benché costa molto meno."

"Secondo me, visto che gli ospiti delle tue case sono per lo più minorenni scappati di casa, dovresti trovarti un ottimo avvocato per coprirti le spalle e proteggere le case ed i ragazzi."

"Già, forse hai ragione. Non potresti occupartene tu, Maximilian?" gli chiese Pierre.

"No, per vari motivi. Innanzitutto io conosco la legge svizzera e non quella italiana, e per di più mi sono specializzato in finanza. E poi non riuscirei a seguire anche questa nuova attività, specialmente se si espande."

"Ma sarebbe meglio se fosse un avvocato omosessuale..." insisté Pierre.

"Non necessariamente; basta che sappia fare molto bene il suo lavoro, che conosca a fondo tutte le leggi e i cavilli. Ci sarà pure un bravo avvocato esperto in diritto di famiglia, dei minori e riguardo a problemi di buon costume, in Italia, no? Con le conoscenze che hai, non ti dovrebbe essere difficile trovarne uno. Ma dammi retta, cercatene uno al più presto. Ti rendi conto che, dato che quei ragazzini, specialmente i minorenni, fanno i prostituti, rischi di essere messo in galera per sfruttamento della prostituzione?"

"Ma io non sfrutto nessuno, anzi ci spendo..."

"Vallo dire ai giudici, specialmente se ne trovi uno bacchettone e zelante. No, devi metterti le spalle al sicuro, Pierre, dammi retta. Stai facendo una cosa molto bella e giusta, ma pochi la capirebbero, l'apprezzerebbero. Un consiglio, comunque, posso dartelo anche io: né tu né Giosuè dovete comparire come quelli che hanno affittato le case, né che pagano gli stipendi ai responsabili. Usa il metodo delle fondazioni e delle scatole cinesi anche per quelle case. E un altro consiglio: non prenderli in affitto gli appartamenti ma falli comprare alla fondazione. Non avere a che fare con un padrone di casa vi semplificherebbe le cose."

"Sì, Maximilian ha ragione, non ci avevamo pensato." commentò Giosuè. "E ha anche ragione che dobbiamo trovare un avvocato molto bravo, esperto."

Tornati a Milano, Giosuè si mise subito alla ricerca, tramite i loro contatti, del migliore avvocato che ci fosse sulla piazza. Non era facile, dato che non potevano spiegare per che cosa esattamente cercavano quel tipo di avvocato. La ricerca prese più tempo del previsto. Ma finalmente, a febbraio del 1956, avevano trovato un indirizzo e un nome con cui provare a vedere se avessero trovato la persona adatta.

L'avvocato Roberto Tullio Carradori era un uomo di quarantotto anni ed aveva lo studio in Piazza Diaz, vicino al Duomo. Li ricevette in una stanza con le pareti coperte di elegante boiserie, a metà fra l'austero ed il lussuoso.

L'avvocato, dopo aver garantito che nulla di quanto i due gli avrebbero detto sarebbe uscito da quelle mura, li ascoltò, prese appunti, fece molte domande e prese altri appunti. Quindi disse: "Sì, il vostro amico, l'avvocato svizzero vi ha dato il giusto consiglio. Ma ditemi, perché non chiedete, per lo meno, che i ragazzi che ospitate nelle vostre case, smettano di fare quella vita?"

"Perché devono essere loro a volerlo fare oppure serve a ben poco." rispose Giosuè.

"Ma se voi offriste loro un lavoro, una fonte di guadagno... no, capisco, sono minorenni scappati di casa, non potete, almeno non legalmente."

"Inoltre, se li manteniamo, non li stimoliamo a cambiare." aggiunse Pierre.

"Anche questo è più che giusto. Però, benché quello a cui avete dato inizio è certamente assai meritorio, rischiate molto, con la legge. Devo studiare a fondo il vostro problema. Se siete d'accordo, pur seguendo personalmente la cosa, vorrei coinvolgere un mio giovane collaboratore: è un ragazzo in gamba, e oltretutto è omosessuale, quindi sicuramente molto sensibile al problema. Vi costerà un po' di più, se siamo due ad occuparcene, però..."

"Ci fidiamo di lei, avvocato e non ci sono problemi di costo. Possiamo conoscerlo, dopo che l'avrete messo al corrente del problema?"

"Dovrete conoscerlo, perché farete riferimento a lui, se accettate che lavori per voi. Inoltre, se come dite avete intenzione in futuro di ampliare la vostra opera, probabilmente il mio assistente dovrà occuparsene a tempo pieno, cosa che io non potrei fare."

"Molto bene, avvocato."

"Allora lo chiamo subito, così per lo meno vedete che faccia ha..." disse l'avvocato e chiamò la segretaria all'interfonico: "È in sede l'avvocato Galbiati, vero? Bene, gli dica che lo attendo nella sala due. Grazie."

Dopo poco, un sommesso bussare annunciò l'arrivo del giovane collaboratore.

Stefano Galbiati era un giovanotto sui trenta anni, con una simpatica faccia da americano, un fisico da ginnasta, capelli corti da nuotatore, ed indossava un elegante completo di modello italiano, con la nonchalance di un indossatore. L'avvocato Carradori fece le presentzioni, poi mise rapidamente al corrente il suo giovane collaboratore del compito che intendevano affidargli, sotto la sua supervisione.

Il giovanotto si mostrò entusiasta per l'occasione fornitagli. Per giustificare il suo entusiasmo, spiegò: "Da ragazzo ho sofferto molto per la mia condizione, per le mie preferenze sessuali. Certamente non come i ragazzi di cui vi occupate, ma non ho avuto una vita facile. Mio padre non mi ha cacciato di casa, ha terminato di pagare i miei studi, ma da quando, avevo diciotto anni, gli ho confessato quale fosse la mia sessualità, non mi ha mai più rivolto la parola. Mia madre continua a chiedermi, ancora adessso, dopo anni, dove ha sbagliato e perché le ho dato un tale dolore. Mio fratello, che è medico, fa sempre battutine feroci e mi ha proibito di incontrarmi a quattr'occhi con il figlio sedicenne... Come se avesse paura che l'omosessualità sia infettiva! Solo l'avvocato Carradori mi ha accolto senza problemi e con lui la consorte e la sua famiglia, che ormai sono per me la mia vera famiglia. Per questo sono veramente onorato e lieto di poter lavorare per la vostra opera."

"Più vivo, e più sono cosciente di essere stato fortunato ad aver avuto innanzitutto una famiglia meravigliosa, che mi ha accettato pienamente e pienamente sostenuto. E poi ad aver incontrato il mio Giosuè. Mi rammarico solo di non aver pensato prima a questa opera. Ma ora sono intenzionato a proseguirla ed ampliarla, costi quel che costi. Vi ringrazio di cuore, avvocato Carradori e avvocato Galbiati, di voler assumere questo compito ed aiutarmi ad organizzare il tutto nel modo migliore ed assistermi qualora insorgessero problemi."


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