Si chiamava Flavio Piccoli, aveva diciannove anni. La ferita al cuoio capelluto non era profonda, era stata causata da un colpo datogli con la catena di bicicletta ed aveva numerose ecchimosi per tutto il corpo, dovute ai colpi di bastone.
Gli fecero fare un bagno, gli curarono la ferita, gli spalmarono un unguento sulle ecchimosi. Poi gli preprarono qualcosa da mangiare, mentre il ragazzo, che a poco a poco si era calmato e che aveva capito che Pierre e Giosuè erano omosessuali come lui, raccontava loro la sua storia.
Durante i bombardamenti su Trastevere era rimasto solo, senza famiglia: i nonni ed i genitori, con due sorelle piccole, erano rimasti sotto le macerie. Lui si era salvato perché era "al lavoro", stava cioè battendo il marciapiede, ammise poi. Si dava ai soldati tedeschi per portare a casa i soldi o il cibo che questi gli davano per le sue prestazioni. Dopo la liberazione, aveva continuato a vivere prostituendosi ai soldati americani. Finché c'erano stati questi, se l'era cavata bene, ma una volta andati via, aveva faticato a tirare avanti.
Quella sera il tizio col coltello gli si era avvicinato, da solo, e gli aveva chiesto quanto voleva per farselo mettere in culo. Era la prima volta che un ragazzo giovane, della sua età, evidentemente di buona famiglia, e caruccio, gli faceva quella richiesta, perciò l'aveva seguito fra le fratte tranquillo, anzi, contento. Infatti Flavio sperava che a quello piacesse farlo con lui e che gli proponesse di vedersi ancora...
S'erano appena infrattati quando erano spuntati fuori gli altri tre ed avevano cominciato a insultarlo, schernirlo e poi a pestarlo. Lui era risuscito a fuggire e quelli l'avevano inseguito, urlandogli che lo avrebbero ammazzato... per fortuna c'erano Pierre e Giosuè che l'avevano salvato.
Il ragazzo, con l'accappatoio di cotone indosso, mentre mangiava non tremava più, ma era ancora visibilmente scosso.
"Dove stai di casa, adesso?" gli chiese Giosuè, versandogli un po' di vino.
"Casa? Da quando la mia è stata rasa al suolo non ho più una casa. Di notte dormo nelle grotte intorno al Pincio. Siamo una decina a dormire lì, tutti ragazzi che fanno il mestiere come me."
"Allora, almeno per stanotte, dormi qui." gli disse Pierre.
"Volete scopare con me?" chiese il ragazzo.
Giosuè sorrise: "No, noi due lo facciamo solo fra noi, non ci interessa il terzo a letto, non lo vogliamo. Devi solo rimetterti in sesto, Flavio. Non ci va che tu vada a dormire nelle grotte, in queste condizioni."
"Non mi conoscete e vi fidate così? Non sapete che molti di noi, appena possono, sgraffignano qualcosa e poi tagliano la corda?"
"Certo che lo sappiamo. Anche io ho fatto il tuo mestiere, prima di incontrare Pierre." disse Giosuè. "E adesso stiamo insieme da cinque anni."
Il ragazzo lo guardò stupito, poi disse: "Tu facevi il mestiere? Sei stato fortunato a poterti togliere dal giro... e a trovare un uomo che ti ha preso anche se sapeva quello che facevi per campare."
"Sì, hai ragione, sono stato molto fortunato. Ma a te, Flavio, piace farlo con gli uomini o la fai solo per bisogno?"
"Un po' uno e un po' l'altro. Prima di farlo per portare soldi a casa, lo facevo con un amico e mi piaceva un sacco. Poi Papà e due fratelli più grandi sono partiti per la guerra e a casa non c'era più da mangiare. Così... ho cominciato a fare la vita."
"E dove sono adesso, tuo padre e i tuoi fratelli?"
"Non lo so. Cioè, di un fratello sappiamo che è morto, ma l'altro e papà sono dispersi in guerra. Non so se sono vivi, morti, prigionieri o cosa."
"L'ha pagata cara, la guerra, la tua famiglia." commentò Pierre con tristezza.
"Non la pagano sempre e solo quelli che hanno le pezze nel culo?" chiese il ragazzo. "Anche fra i soldati tedeschi e quelli americani, erano i più poveri che cadevano al fronte, mentre i figli di papà stavano al sicuro nei comandi che decidevano per loro dove dovevano andare a crepare!" disse il ragazzo.
Dopo un breve silenzio. Flavio continuò: "Mia madre aveva capito che davo via il culo per portare a casa soldi e roba da mangiare. Non m'aspettavo un grazie, no, però... neanche che mi diceva che si vergognava di me e che era meglio se ero crepato anche io al fronte come mio fratello Eugenio o se non ero mai nato. Ma intanto mangiava quello che portavo a casa, prendeva i soldi che le davo, si metteva i vestiti che le portavo. E poi mi diceva pure che se papà fosse stato a casa, m'avrebbe ammazzato di botte. Mia madre... E a scuola ti insegnano che l'amore di una madre è un amore santo! Fregnacce!"
Il ragazzo finì di masticare l'ultimo spicchio di mela. Poi disse: "Voi siete i primi che mi danno qualcosa senza chiedermi niente in cambio, neanche il culo. I primi, sì. Anche monsignore, quando sono rimasto solo, m'ha tenuto per una settimana in canonica, e di giorno gli dovevo fare da servo, e questo andava anche bene, ma di notte voleva il culo per tenermi lì, e mentre mi fotteva era violento, mi dava certi pizzicotti e morsi che mi lasciava il segno, e mi diceva che ero solo una puttana... finché l'ho mandato a cagare e ho preferito fare la puttana per davvero."
"Sei stato sfortunato, Flavio..." commentò con tristezza Pierre.
"Non più di altri. Dovereste sentire le storie degli altri ragazzi che dormono con me nelle grotte. Gino lo fottevano sia il padre che i fratelli, ogni notte, da quando aveva dodici anni, finché s'è rotto e è scappato. Pensate che il padre è un professore all'università... Cesare è il figlio di una puttana che fin da piccolo lo metteva a disposizione di clienti con certi gusti e poi lo menava perché non portava a casa abbastanza soldi. Tiziano è scappato via dall'orfanotrofio perché era stufo di essere il giocattolo dei più vecchi e di uno degli educatori... begli educatori, sì. Tonio zoppica, perché il padre gli ha rotto una gamba a bastonate, e è pure sordo da un orecchio, per le botte che ha preso, perché l'hanno trovato che lo metteva in culo al fratello di suo padre: secondo il padre Tonio, che aveva quindici anni, avrebbe corrotto quello zio che ne aveva ventidue... tutto da ridere. E ve ne potrei raccontare da riempire una biblioteca, credetemi."
"Ti credo, Flavio..." mormorò Giosuè. "Ne potrei raccontare altrettante io. Sarebbe un mondo di merda, questo, se non ci fossero anche persone come il mio Pierre. Per fortuna ce ne sono..."
Flavio scosse la testa e disse: "Fino a stasera non ci avrei creduto, se me lo dicevano. Finché ho incontrato voi due. Davvero mi lasciate dormire qui, stanotte?"
"Sì, certo. Adesso Giosuè ti prepara il divano lì nel tinello."
"Perché vi fidate così, voi due?"
"Perché se durante la notte mentre noi due dormiamo ti vesti, freghi quello che vuoi e te ne vai... chi ci rimette di più sei tu, non noi. Noi ci possiamo rimettere qualche oggetto, tu ci rimetti due amici."
"Potete chiudere a chiave la porta d'ingresso e non farmi vedere dove nascondete la chiave." disse Flavio.
"Perché, tu hai intenzione di derubarci?" gli chiese Pierre.
"No, ma almeno dormite tranquilli." rispose il ragazzo.
"Ma noi dormiamo tranquilli e ci fidiamo di te."
"Ho rubacchiato, qua e là, a casa di certi clienti..." ammise Flavio.
"Perché?" chiese Giosuè in tono gentile.
"Perché li invidiavo: loro avevano tutto e io niente. O perché mi trattavano da puttana, come quel monsignore, mentre loro erano persone per bene che si divertivano con me. Per rabbia. Perché prima scopavano con me come scimmie in calore, poi mi facevano la paternale. Per dispetto. Per... perché sono un poco di buono."
"Va bene, Flavio, rischieremo. Non è necessario chiudere a chiave la porta." disse Pierre.
Quando la mattina si svegliarono, sentirono rumori in cucina. Si vestirono ed andarono a vedere. Flavio s'era rivestito, e stava lavando i piatti. Quando li sentì arrivare, arrossì. "Avrei voluto prepararvi la colazione, ma non so dove sono le cose e non volevo che mi trovavate a frugare negli armadietti..." si giustificò.
"Hai dormito bene?" gli chiese Giosuè.
"Ho avuto incubi tutta la notte, però ho anche dormito un po'. Il divano era soffice, ci si stava bene. E voi?"
"Come due sassi." disse Pierre mentre preparava la colazione per tutti e tre.
"Dopo colazione me ne vado. Grazie per tutto, senza voi... avrei dormito all'obitorio, per sempre. Quelli volevano ammazzarmi davvero..."
"Dove ti troviamo, Falvio, se volessimo incontrarti?" gli chiese Giosuè.
Il ragazzo li guardò un po' sorpreso: "Incontrarmi? E per cosa, visto che avete detto che non vi interessa farlo con me? I clienti mi fanno questa domanda per scopare di nuovo, se gli è piaciuto..."
"Mah, così... Ieri ci hai parlato un po' di te, e noi due di noi... Non sei più solo uno dei tanti, e magari qualche volta ci si potrebbe incontrare."
"Non lo so, sinceramente. Mah... alle grotte del Pincio o lì dove ci si è incontrati. Se non ci sono, potete chiedere a qualcuno dei ragazzi. Il mio nome di battaglia però non è Flavio, gli altri mi conoscono come Little... non c'entra niente le misure però. È un soprannome che m'avevano affibbiato gli americani."
"D'accordo, Flavio. Magari ci si rivede..."
Quando il ragazzo li salutò disse: "Posso darvi la mano, prima di andare?"
Si strinsero la mano e per la prima volta Flavio sorrise.
Quando s'erano messi a letto, Giosuè e Pierre avevano parlato a lungo di quel ragazzo e degli altri di cui aveva parlato Flavio e che dormivano con lui nelle grotte del Pincio. Pierre aveva preso una decisione, e l'avevano messa a punto discutendone assieme. Perciò Giosuè, quando fu in ufficio con Pierre, iniziò a fare i suoi giri di telefonate, finchè trovò quello che cercavano. Due giorni dopo andarono a vedere e, soddisfatti, firmarono il contratto. Quella sera stessa andarono al Pincio per cercare Flavio.
Non trovandolo, individuarono uno dei ragazzi che aspettavano clienti e gli chiesero dove fosse Little.
"Con un cliente. Volete me, al suo posto? Sono bravo anche io, e faccio tutto, per il giusto prezzo."
"No, dobbiamo parlare con Little." rispose Pierre.
"Mica siete della madama, no?" chiese il ragazzo guardandoli con sospetto, sulle difensive e pronto a tagliare la corda.
Giosuè rise: "No, altrimenti avremmo beccato te, appena hai detto che fai di tutto per il giusto prezzo. No, stai tranquillo. Beh, se lo vedi, digli che Giosuè e Pierre domani mattina a mezzogiorno vengono qui, dove siamo adesso, per incontrarlo."
"Va bene, glielo dico. Ma che ha di speciale Little che non posso darvi anche io? Guardate che ci so fare..."
"Non lo metto in dubbio, ma noi dobbiamo parlare con Little." gli disse Pierre.
Quando la mattina dopo tornarono al Pincio a mezzogiorno, Flavio era già lì che li aspettava.
"Flavio, sei libero, adesso?"
"Fino a sera. Noi facciamo il turno di notte, no?" rispose il ragazzo con ironia.
"Allora ti va di venire a pranzo con noi, poi a fare una passeggiata?" gli chiese Pierre.
"Un pranzo non si rifiuta mai." rispose il ragazzo.
"Però facciamo alla romana, tu scegli la trattoria e noi paghiamo il conto." gli disse Pierre.
Flavio rise: "Veramente alla romana non è proprio così, ma logicamente ci sto. C'è giusto un posto poco lontano, si mangia bene e costa poco. Non è elegante, anzi, piuttosto rustico, ma la roba è buona. Andiamo?"
Era più un'osteria che una trattoria, ma il ragazzo aveva ragione, costava poco e il cibo era veramente buono. Durante il pranzo parlarono di tutto e di niente, dato che la sala era affollata e chiunque avrebbe potuto sentire i loro discorsi. Poi andarono alla vecchia giardinetta di Pierre che guidò fino ad un quartiere popolare. Parcheggiato di nuovo, camminarono per un isolato, girarono in una viuzza, si fermarono davanti ad una porta e Pierre, tirata fuori una chiave, l'aprì. Entrarono e fecero girare le stanze a Flavio.
La stanza che dava sulla via era una cucina ampia. Dietro aveva due stanze piccole e una media, con pochi vecchi mobili un po' sgangherati, alcune reti senza materassi. Poi c'era un cesso con una vecchia vasca da bagno di ghisa smaltata, con striature color ruggine ed una stufa a carbone per scaldare l'acqua.
"Che ne dici, Flavio?"
"Di cosa?" chiese il ragazzo che si stava domandando perché l'avessero portato lì.
"Di questo appartamento. Fa un po' pena, ma... non credi che è meglio delle grotte? Che ne dici di trasferirti qui dentro? Abbiamo pagato l'affitto per un anno. Ti diamo la chiave, se ti va, e puoi venire a vivere qui."
Flavio li guardò a bocca aperta. "In cambio di cosa?"
"Di niente. Che lo tieni pulito, ordinato. E che non lo trasformi in un casino." gli disse Pierre.
"Di niente? E che, sei Gesù Bambino tu, arrivato fuori tempo?"
Pierre rise: "Un po' troppo vecchio per essere Gesù Bambino, piuttosto sono la Befana che porta le arance ai bimbi buoni..."
"Lo sai perfettamente che non sono un bimbo buono... Dov'è il trucco?"
"Flavio, t'ho detto che anche io ho fatto la vita come te, no? E che Pierre m'ha tirato fuori, senza chiedere niente in cambio."
"Neanche il tuo culo?"
"No, neanche quello, e se ce lo diamo, lui e io, è perché ci vogliamo bene."
"E dovrei smettere di fare la vita? Anche se la casa è gratis, con che mangio?"
"Quello devi deciderlo tu, non noi. Puoi fare quello che vuoi."
"E... grande com'è, posso far vivere qui anche i miei amici?"
"Sì, certo, proprio per quello l'abbiamo preso grande. Decidi tu chi portare a vivere qui dentro con te, sei tu il padrone di casa. Però è meglio mettere in chiaro alcune cose, prima."
"E ti pareva. Doveva esserci il trucco. Sentiamo."
"Primo, siccome siete quasi tutti minorenni, niente casini, in modo che i vicini non chiamino la polizia. Tranquilli, rispettosi, buon giorno e buona sera e nessuna storia."
"Fin qui ci arrivavo da solo. Poi?"
"Per lo stesso motivo, nessuno di voi deve mai portare qui dentro un cliente per nessuna ragione."
"D'accordo. Ma poi?"
"Tu decidi le regole, per i tuoi compagni sei tu il padrone di casa. Se ci fossero problemi seri, noi ti lasciamo un numero di telefono di Milano. Alla signora che ti risponde dici come ti chiami, e chiedi dove ci puoi trovare, perché spesso noi siamo in giro. Quando rispondiamo al numero che lei ti dà, dici solo il tuo nome e se Giosuè o io ti diciamo di parlare, ci dici quale è il problema. Se no ti diciamo noi quando richiamare."
"Complicato, ma si può fare. E poi?"
"Cercate di tenere bene questo posto. Dopo tutto conviene pure a voi. Fine delle condizioni."
"E non vi dobbiamo pagare niente? Né in soldi né in natura?"
"Niente."
"Ma chi cavolo siete, voi due? Perché fate... questo?"
"Te l'ho spiegato, Flavio. Pierre, come ha aiutato me, ha già aiutato altri ragazzi come noi. Vogliamo semplicemente darti una mano, per tirarti fuori dalla merda, te e i tuoi amici che tu decidi di far venire qui. Non ci interessa se continuate a fare la vita o no, questo dipende solo da ognuno di voi. Ma pensiamo che tutti hanno diritto a una casa, alla possibilità di farsi un bagno, di farsi da mangiare, di stare tranquilli. E, se vogliono o se possono, di tirarsi fuori dalla strada e dai pericoli."
"E se viene la polizia? Se ci arresta?"
"Hai diritto ad una telefonata per avere un avvocato. Chiama il numero di Milano e dì alla signora che ti risponde che vi hanno messo dentro, e dove, di avvertire l'avvocato, e ci muoveremo noi, nel limite del possibile."
Flavio scosse la testa: "Quelli devono avermi dato troppe botte, la testa non mi funziona più bene... Siete seri? Non è solo che sto avendo le allucinazioni? Per quanto poco, questa casa costa... E avete pagato un anno anticipato?"
"Sì, e fra un anno ci si rivede e se le cose funzionano bene, continuiamo a pagare l'affitto, se no, si chiude baracca e burattini." disse Pierre.
"Cazzo, questo sì che è un colpo di culo! Beh, preparatevi a continuare a pagare l'affitto, allora, perché, cazzo, vedrete se non funziona!"
"Scegli tu chi far vivere qui con te e chi no. Tu li conosci, i ragazzi, sai di chi ti puoi fidare."
"Niente casino, nessun cliente qui dentro, gentili col vicinato, e tenere pulito e ordinato. Poche regole semplici e logiche. E io ho carta bianca."
"Sì, e con la carta bianca, la responsabilità di far girare bene le cose. E se vi viene voglia di derubare un cliente, è meglio che non lo fate voi che vivete qui, e che comunque non ci sia refurtiva qui dentro, o rischiate di far fallire tutto se vi beccano. E state tranquilli che prima o poi vi beccano, per quanto crediate di essere furbi. Ricordati che siete già in pericolo per essere minorenni e scappati di casa. Non aumentate i pericoli." gli disse Giosuè.
"E anche per il mestiere che facciamo. Lo so. Beh, se vi potete fidare della mia parola, vi giuro che vedrò di fare del mio meglio. Dio santo, saremmo stronzi a sciupare un colpo di culo come questo. Ma... che devo dire agli altri? Come mai ho questa casa?"
"Digli che un cliente te l'ha data, con i patti che t'abbiamo detto."
"In cambio di che? Quelli non mi credono se gli dico che è in cambio di niente... Faccio ancora fatica a crederci io..."
"Inventa una balla, no? E più è grossa e più ci crederanno." gli disse Giosuè.
"Sì... magari gli dico che ho conosciuto un vecchio che gli hanno ammazzato suo nipote che faceva la vita e allora vuole dare una mano agli sbandati come noi... o qualcosa del genere. Ci penso su, va bene. Ma noi... ci vediamo solo fra un anno? Non venite a verificare prima?"
"Tra un anno circa, se non sei tu a chiederci di venire. Ma solo se c'è un problema grave che non puoi risolvere da solo." gli disse Pierre.
"E posso già cominciare a vivere qui adesso?"
"Sì, certo, eccoti le chiavi di casa. Non ci sono materassi e poche reti. I mobili sono sgangherati, ma questo sta a voi migliorarlo, darvi da fare se volete viverci meglio."
"Certo, Pierre, hai già fatto anche troppo. Adesso tocca a noi, è giusto."
Salutarono il ragazzo e se ne andarono.
Mentre Pierre guidava verso l'ufficio, Giosuè gli disse: "Sai che ti ammiro e stimo sempre più, e che ti amo sempre più?"
"Quest'ultima cosa è la più importante. E vale anche da questa parte. Non mi sarei neanche accorto di questo problema né avrei pensato a questa soluzione, senza te."
"Neanche io ci avevo mai pensato, finché non abbiamo soccorso Flavio e poi parlato con lui. Anche se in parte c'ero passato anche io in una storia analoga, l'avevo rimossa, non ci volevo più pensare. Mi godevo la mia sicurezza con te, senza pensare ad altro."
Nel 1953 andarono al paese per festeggiare la nascita del quinto figlio di Enrico. Quando il più grande, Giuseppe, li vide scendere dall'auto, corse in casa gridando felice: "Zio Pierre e zio Giosuè sono arrivati!" e subito sciamarono fuori tutti i piccoli ed andarono ad aggrapparsi alle gambe e alle braccia dei due, felici, quasi impedendo loro di camminare. Pierre e Giosuè li presero in braccio e sulla soglia furono accolti dal radioso sorriso di Madeleine.
"Eccoli, finalmente, i miei giovanotti! Come stai, Giosuè, e tu Pierre? Entrate, entrate. Ah, il mio Enrico deve mettere al mondo un figlio per avere la grazia di vedervi, voi due!"
"Eh, non puoi lamentarti, mamma, ne sforna uno ogni due anni!" le rispose Pierre. "Pare che lui e Marité ci hanno messo l'orologio."
"E ci mancherebbe che per vedervi più spesso ne dovessimo sfornare uno ogni nove mesi, visto che più spesso non è possibile!" esclamò ridendo Maria Teresa, la moglie di Enrico, che era comparsa sulla soglia alle spalle della suocera.
"Tu diventi più bella a ogni figlio che fai, Maritè, e mamma più giovane." disse Pierre.
"Forse sarebbe meglio se io fossi meno bella e che mamma invecchiasse regolarmente, no?"
"Ti lamenti, Maritè?" le chiese Enrico che era arrivato per salutarli.
"No che non mi lamento, lo sai. Sono una benedizione di dio, i nostri figli. Solo che, per una volta, mi piacerebbe se tu mi facessi fare una figlia."
"Oh bada, Marité che io c'entro quanto c'entri tu! Ecco, lo vedi come sono le donne, Pierre, scaricano tutte le colpe sul marito!" disse ridendo Enrico.
Pierre, ridacchiando e a mezza voce in modo che i clienti nella piola non udissero: "È per questo che io preferisco gli uomini!" rispose e guardò verso Giosuè.
Questi stava parlando fitto fitto con Madeleine, che l'aveva preso a braccetto e gli sorrideva beata.
"Mamma vuole bene a Giosuè, per fortuna." notò Pierre.
"Tutti gli vogliamo bene, qui dentro. Sei stato fortunato a trovare un ragazzo come lui, che sopporta la tua vita da disperato, mai fermo in un posto. Stavi avvizzendo come un frutto non colto, Pierre, e lui t'ha dato la vita, t'ha fatto rifiorire. Come potremmo non volergli bene?"
"Siete tutti speciali, Enrico, ad avere accettato così completamente il mio Giosuè. È una vera benedizione, per me, averlo incontrato. Sì, hai ragione tu, senza di lui sarei avvizzito. Anche Giosuè vi vuole bene, in voi ha trovato la famiglia che non aveva più."
"È tutto merito del povero papà, che ci ha tirati su con le idee giuste in testa."
"E vostro. Anche la tua Maritè ci ha accettati senza problemi."
"Eh, certo, sennò mica la sposavo. Prima di sposarla ho messo le cose in chiaro: ho due fratelli tutti e due che gli piacciono gli uomini. O ti sta bene, o in casa mia non c'entri e non ci sposiamo."
"Questa non la sapevo. E lei?"
"E lei mi fa: per me basta che siano uomini onesti e buoni. Ognuno nasce com'è e ha il diritto di vivere com'è. Se sono come te, non posso che volergli bene. Non sta a me giudicare cosa fanno a letto. In gamba la mia Maritè, no?"
"Sono già arrivati gli altri?"
"Charles col suo David arrivano stasera. Maximilian e Thibaud non possono venire, perché Thibaud s'è preso una brutta influenza. Diego e Dami sono di sopra."
"Allora riusciamo a dormire tutti in casa, questa volta."
"Sì, e comunque, ho comprato l'appartamento della vecchia Donnaz, quando è morta. Così adesso abbiamo allargato sia la piola a pian terreno che aggiunto due stanze al primo piano. Vieni a vedere..."
"Ho visto che il paese s'è ingrandito..."
"Sì, a spese delle frazioni che si stanno svuotando. E poi, dietro al campo sportivo che hai fatto costruire tu per la parrocchia, hanno aperto una fabbrichetta di liquori, sai, genepì, grappa alle pere, eccetera, e sulla strada del camposanto, oltre il bivio per la frazione di sotto, un caseificio dove fanno dell'ottima fontina. La gente comincia a stare meglio, c'è lavoro, girano un po' più di soldi, e perciò anche gli affari della piola vanno bene. Non ci possiamo lamentare."
"Ho visto che fuori del portale non c'è più la vecchia insegna Aux Cinq Marches che aveva dipinto papà. Come mai?"
"Si stava rovinando, con la pioggia, il sole e il gelo. Così l'ho portata giù ad Aosta per farla restaurare, ripulire e proteggere con una vernice impermeabile, e poi la rimetto su."
"Ah, bene. Hai fatto proprio bene. Sono contento."
"Sì, e mi hanno assicurato che la vernice satinata impermeabilizzante non si noterà, e sembrerà bella e nuova come quando papà l'aveva dipinta. Sei passato in camposanto a salutare papà?"
"No, ci vado dopo. È finita la tomba di famiglia? È venuta bene?"
"Credo di sì, è anche più bella che sui disegni del progetto, ma mi piacerebbe sapere cosa ne pensi tu. Anche Diego deve ancora vederla."
Nel pomeriggio, Giosuè e Pierre andarono a mettere fiori sulla tomba di Giuseppe. A Pierre piacque molto, l'architetto aveva fatto un buon lavoro. Era un cubo di granito chiaro, ogni faccia divisa da scanalature profonde in nove riquadri e con il nome di Giuseppe e le date in uno dei riquadri, in lettere di bronzo brunito. Torno torno c'era un letto di muschio rigoglioso e in un angolo un salice piangente che si curvava sul cubo. Il tutto era delimitato da un bordino anche di granito che formava un basso gradino.
Dopo aver deposto i fiori sulla tomba, salirono su al Prieuré de Saint Pierre, per salutare Leon, il gestore, e sua moglie Margot. Ma l'albergo era chiuso e, spiando dai vetri, videro che era deserto: dentro non v'era più nulla. Quando scesero al paese, Enrico spiegò loro che avevano chiuso solo un mese prima, perché non c'erano abbastanza clienti, non rendeva abbastanza.
A sera arrivarono Charles col suo David. Tutti assieme festeggiarono la nascita di Mattia, l'ultimo figlio di Enrico. Gli altri quattro piccoli s'erano accaparrati ognuno uno degli "zii" e sedevano loro in grembo. Quando finalmente, dopo aver messo a letto i piccoli ed aver passato assieme un po' di tempo, si ritirarono nelle loro camere da letto, Giosuè, abbracciato a Pierre, gli disse: "Dovremmo venire qui più spesso. Ogni volta è un bagno di felicità. Tua madre, poi, mi vuole bene più che se m'avesse partorito lei, come mia madre non m'ha mai amato."
"Sì, è così, amore. Sono d'accordo con te, ma vedi, non riusciamo mai a ritagliarci un po' di tempo per noi, con tutto quello che c'è da fare. E se le cose vanno bene, è perché dedichiamo alle nostre attività tutto il nostro tempo. È un po' come per un ballerino o un musicista: solo chi si dedica a tempo pieno alla sua arte ha successo."
"Se c'è anche talento. Sì, è vero. Mica mi lamento, Pierre, solo che mi piacerebbe avere un po' più di tempo da dedicare alla famiglia, agli affetti."
"Il mio affetto non ti basta più?" gli chiese Pierre stringendolo a sé, e conoscendo già la risposta.
"Certo che mi basta, mi stai dando tutto l'amore di cui ho bisogno. E poi, sai... pensavo che col passare degli anni, forse, il sesso fra di noi si sarebbe affievolito... sai, la routine e tutte quelle cose lì... E invece..."
"E invece?"
Giosuè lo carezzò fra le gambe, saggiandone l'erezione che aveva sentito essersi risvegliata: "La risposta eccola. Non vedevo l'ora che potessimo stare un po' soli, tu e io."
"Eravamo soli, oggi pomeriggio."
"Mica potevamo metterci a fare l'amore per la strada, no?"
"Magari infrattandoci..." disse l'uomo carezzandolo in modo sempre più intimo ed erotico.
"Mi sento imborghesito, preferisco farlo in un letto comodo ed accogliente."
Si baciarono con crescente passione, e presto i loro sensi chiusero fuori il resto del mondo, e furono consapevoli solo della presenza dell'amato e dell'ardente meraviglia dei loro corpi che si cercavano, si univano.