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una storia originale di Andrej Koymasky


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QUEL CHE FA LA SINISTRA
CAPITOLO 17
L'ONOREVOLE MARTINET

Pierre, riorganizzati i propri affari ed iscrittosi alla DC, si recò ad Aosta, dove aprì il suo "ufficio politico" per organizzare la propaganda elettorale per le elezioni che si sarebbero tenute il diciotto aprile del 1947. Impostò la sua campagna elettorale su discorsi in funzione decisamente anticomunista: "non ci siamo liberati a prezzo di sangue dalla dittatura fascista per cadere in quella comunista" era il suo slogan.

Si adoperò per sottrarre alla sfera comunista-marxista le forze progressiste per avvicinarle invece all'area cattolica della democrazia cristiana. Era un buon parlatore, e soprattutto sapeva valutare gli uomini ed affascinarli, ma, ancora più importante, sapeva organizzare le sue forze. In breve si circondò di uno staff di persone devote e ben preparate che lo affiancarono con successo per tutta la campagna elettorale. Anche le donne avevano avuto per la prima volta il diritto al voto, perciò Pierre curò in modo particolare questa nuova forza elettorale.

Era, al suo solito, instancabile, teneva comizi in francese, in patois e in italiano, con una martellante propaganda con cui metteva in guardia gli elettori e le elettrici dal votare uno schieramento politico che esalta come esempio di democrazia il comunismo reale dell'Unione Sovietica. Partecipava ad incontri, a pranzi per raccogliere sovvenzioni e voti, si interessava ai problemi di tutti e prendeva note, e le sue giornate iniziavano alle sette di mattina per concludersi spesso oltre la mezzanotte. Si affidò inoltre a una propaganda capillare esercitata attraverso le parrocchie e i comitati civici fondati dal professor Luigi Gedda, un noto genetista e un più che fervente cattolico.

Anche il fatto che alla fine della guerra s'era opposto, con successo, all'occupazione della Val d'Aosta da parte dei francesi giocò a suo favore.

Di tanto in tanto faceva un giro di telefonate per sapere come andavano i suoi affari privati, dare consigli e direttive.

Nonostante le laceranti divisioni del periodo della campagna elettorale, in cui ogni partito faceva del tutto per limitare con ogni mezzo l'influenza degli altri, le elezioni fortunatamente avvennero in un clima di ordine e tranquillità. Pierre venne eletto, e con ampio margine, deputato per la circoscrizione di Aosta.

Il nuovo governo, essendo Pierre un finanziere, gli affidò un piccolo incarico: quello di commissario speciale all'Ente Commercio Internazionale (ECI) col compito di chiudere tutte le attività dell'ente e svenderlo. Appena insediato ufficialmente nella carica di commissario, Pierre si mise subito ad esaminare a fondo il suo nuovo giocattolo, a studiarne le attività ed il funzionamento fino a quel momento, deciso a non buttare via alcuna chance, nel caso ne avesse individuata una.

A inizio luglio Pierre invitò ad un incontro privato l'ingegner Marcello Serrani, il suo predecessore nel ruolo di commissario ECI, che era stato allontanato dal quel posto a causa dei suoi precedenti di repubblichino e anche, aveva scoperto Pierre, di omosessuale. Pierre aveva già capito da solo, ormai, che l'unica cosa valida rimasta all'ECI era il valore dei suoi tecnici e la loro capacità nell'effettuare ricerche di mercato.

Pierre prese molto sul serio le informazioni che gli fornì Serrani. Radunò e parlò coi tecnici, si fece spiegare tutto sul mercato, poi dette via libera all'ingegnere per riprendere l'espansione del mercato in USA, che dopo la guerra era diventato il maggiore fornitore di cotone dell'Italia, nonché del mercato Sud Americano (Argentina e Brasile dove erano vaste e potenti le comunità di immigrati italiani) e in Oriente (specialmente nel Giappone, gravemente provato dalla guerra), in aperta violazione degli ordini ministeriali che aveva ricevuto.

In questa opera, logicamente, fece in modo di favorire le proprie catene di abbigliamento in Italia ed all'estero, che ebbero così un notevole impulso, espandendosi ed assumendo non pochi disoccupati. "Voglio che ogni ramo, ogni sede controllata dalla Pimathi sia una vera famiglia: dovete perciò occuparvi di tutti i lavoratori, fornendo loro i servizi perché la loro vita migliori: alloggi, mense, asili per i loro figli, locali per il dopo-lavoro, aiuti per far studiare i figli e la promessa di assumerli se sono meritevoli." disse ad una riunione dei vari direttori delle sue imprese.

Così la Pimathi fondò e controllò anche una agenzia immobiliare che agiva in Italia ed all'estero. Pierre continuava a reinvestire la quasi totalità dei guadagni nell'espansione delle sue imprese, tenendo e spendendo per sé il minimo. A volte i dirigenti delle sue imprese vivevano in maggiore agiatezza di lui. Grazie al sistema di scatole cinesi e di lunghe catene di controllo che a suo tempo avevano suggerito Maximilian e Thibaud, Pierre dirigeva un sempre più vasto impero, pur apparendo solo come amministratore di una piccola finanziaria svizzera.

Una volta Charles gli aveva detto: "Ti stai circondando di valdaostani e omosessuali: quasi tutti i tuoi quadri sono o l'uno o l'altro se non tutti e due come me."

"Sì, e non è casuale la mia scelta: gli uni e gli altri sono quelli che so capire, valutare, giudicare meglio, e fra cui mi sento sicuro quando scelgo qualcuno per un incarico importante. Fino ad ora è stato assai raro che abbia dovuto rimuovere qualcuno." gli rispose Pierre.

Era continuamente in viaggio fra Roma, Aosta, Berna e Milano. Ogni volta che poteva passare tanto o poco tempo a Milano, Giosuè andava a stare con lui. Il direttore del negozio, dopo circa un anno dalla sua assunzione, l'aveva già nominato capo-commesso nonostante la sua giovane età. Giosuè, nel suo tempo libero, s'era messo a studiare per conto proprio tutto quanto riusciva a trovare nel campo dell'abbigliamento e della moda.

All'inizio del 1948, una notte, dopo che avevano fatto a lungo l'amore con il consueto piacere ed abbandono, Giosuè, che lui aveva convinto a dargli del tu, gli disse: "Pierre, mi manchi, fra una visita e l'altra a Milano. Mi manchi sempre di più. Non si potrebbe trovare una soluzione in modo che io possa lavorare per te e seguirti nei tuoi viaggi?"

"Non ti piace più lavorare là al negozio?"

"Sì che mi piace, mi piace molto! Però tu mi manchi troppo."

"Lo vedi, la mia vita è caotica... Forse sarebbe meglio che tu ti trovassi qualcun altro, più calmo e giovane di me e, soprattutto, qui a Milano, non credi?"

"Non posso cercarmi un altro, non mi interessa, non voglio. Se non c'è altra soluzione... mi rassegno e ti aspetto."

"Cosa vuol dire che non puoi?"

"Pierre, io... io mi sono innamorato di te! Vuoi accettarmi come tuo ragazzo? Io sento che anche tu provi questo per me. Io so che anche tu, quando non siamo assieme, non cerchi nessun altro. So che, come è duro per me starti lontano, lo è anche per te."

L'uomo era commosso e felice per queste parole, però gli disse: "Sì, Giosuè, è giusto quello che dici di ciò che sento per te. Però, che vita posso offrirti, io? Sbattuto di qua e di là, con troppe case e nessuna casa, nessuna che sia veramente il mio nido, un nido da condividere con te."

"Per me, il mio nido, vorrei che fossi tu e io vorrei essere il tuo nido. Non mi spaventa dover viaggiare continuamente: se lo fai tu, posso farlo anche io. E potrei farti da segretario, da portaborse, da qualunque cosa."

"Ma così tu, lasciando il tuo lavoro, perderesti a tua indipendenza, dipenderesti da me. Potei darti uno stipendio, come mio segretario..."

"Questo è l'ultimo problema, finché sei disposto a dividere con me il tuo piatto e il tuo letto. Non mi serve altro, se ho te. Ti prego, Pierre... Non te lo chiederei, se pensassi che tu non sei innamorato di me..."

"Non te l'ho mai detto. Come puoi esserne sicuro?"

"Mi basta vedere il tuo sorriso quando ci si vede, la tua difficoltà a staccarti da me quando te ne devi andare. E io so che se non me l'hai mai detto che mi ami, è solo perché aspettavi che mi decidessi io a dirtelo, per non forzarmi, perché tu hai sempre rispettato sia me che la mia libertà. So di non sbagliarmi."

Pierre lo abbracciò e lo baciò. Poi, staccandosi un poco da lui, guardandolo negli occhi, gli disse: "Giosuè, se tu e io dobbiamo diventare una coppia, se dobbiamo condividere la vita, devo prima confessarti una cosa, un segreto di cui non ti ho mai parlato."

"Qualunque cosa sia, non cambierà niente."

"Tu sai che dirigo la finanziaria Pimathi."

"Sì, certo. E che ora sei anche un deputato."

"Sì, però non sai che la Pimathi in realtà cotrolla la Fida, Finanziaria internazionale dell'abbigliamento, come pure la Sapi, Società Anonima Piccole Imprese. La Fida è azionista di maggioranza della Nova Tecno e..." iniziò a spiegare Pierre, svelando al ragazzo tutta l'estensione del suo impero.

Alla fine della lunga spiegazione, Giosuè, che non aveva battuto ciglio, gli disse: "Tutto qui, il tuo segreto? Bene, e resterà tale, e per me non cambia niente, solo mi fa capire meglio perché devi viaggiare tanto per controllare tutto..."

"Ho anche ottimi collaboratori, che gradualmente conoscerai anche tu, e che..."

Giosuè lo interruppe: "Ma allora, senza saperlo, lavoravo già per te! Anche il negozio di Piazza Cordusio e tuo! Sei tu che mi hai fatto assumere."

"Sì e no. Ho chiesto al direttore di valutarti e l'ho lasciato libero di decidere. Semplicemente ero sicuro che ti saresti meritato quel lavoro ampiamente, come hai dimostrato."

"Davvero non gli hai ordinato di assumermi?"

"Assolutamente no, anzi, gli ho detto che se anche ero stato io a presentarti, doveva essere libero di licenziarti se non meritavi quel lavoro. Gli ho solo chiesto di prenderti in prova. E è stato lui che ti ha fatto capo-commesso, è stata una decisione sua, io l'ho saputo solo dopo che t'aveva dato quell'incarico."

"Grazie. L'ho sempre detto io che sei un giusto, tu! Ti amo, Pierre."

"Anche io ti amo, Giosuè. Siamo veramente come le due metà..."

"... della conchiglia che hai sempre con te, nella tabacchiera del tuo papà."

"... legate dal filo rosso dell'amore."

"... e che si incastrano perfettamente per formare un solo cuore!"

Pierre in quel momento pensò a Duilio. Quasi gli avesse letto nel pensiero, Giosuè disse: "Se è come dici tu, che la vita non finisce con la morte, so che in questo momento Duilio è felice con me e per me. Come il tuo Roger."

"Ne sei sicuro?"

"Sì, Pierre. Allora, mi prendi come tuo segretario, come tuo portaborse?"

"Sì, e ti do anche uno stipendio..."

"Non lo voglio! Se fossi tua moglie, mica mi pagheresti uno stipendio, no?"

"Ma devo pensare al tuo futuro..."

"Se hai intenzione di separarti da me, allora sì. Se invece hai intenzione di vivere con me, allora no."

"Potrei morire da un momento all'altro: una moglie erediterebbe i miei beni, tu ti troveresti in mezzo alla strada, se non hai un lavoro tuo, o soldi da parte."

"Correrò il rischio. Io voglio te, non la tua roba."

"Come vuoi, Giosuè." gli rispose l'uomo, ma decise che avrebbe al più presto fatto testamento in suo favore, a sua insaputa.

"Ehi, Pierre..."

"Sì?"

"Ho detto che voglio te... non hai capito?" gli chiese con aria maliziosa il ragazzo, spostandosi in modo di offrirsi al suo uomo in un gesto e con uno sguardo invitante. Giosuè accolse in sé l'uomo, e si sentì felice anche più di tutte le altre volte. Ora sapeva di non essere più solo, che la sua vita stava veramente rifiorendo.

La mattina seguente Pierre lo portò in ufficio, dove disse alla signora Benzi di fare tutte le pratiche per assumere Giosuè con la qualifica di segretario personale. Notò che la segretaria, pur avendo detto di sì, era un po' tesa e capì: "Signora Benzi, guardi che ho detto segretario personale, non ho la minima intenzone di licenziarla, di far prendere al ragazzo il suo posto! Come potrei mai rinunciare al suo lavoro qui? Il ragazzo viaggerà con me."

La donna ebbe un lieve sospiro di sollievo e gli sorrise: "Per un momento avevo temuto che..."

"Ma ci mancherebbe altro. Semplicemente lei non può viaggiare con me, dato che ha famiglia, e qui lei è preziosa. Ho bisogno invece di qualcuno che mi affianchi ogni giorno per rendere un po' meno caotico il mio lavoro e le mie attività, che viaggi con me. Non avrebbe dovuto dubitare nemmeno per un attimo, signora."

Mentre la donna faceva compilare a Giosuè le necessarie carte, Pierre disse: "Io devo andare un attimo a fare una commissione. Tu, Giosuè, quando hai finito qui, passa in negozio a dare il preavviso per licenziarti. Poi torna qui ed aspettami."

"Sì, signor Martinet." rispose il ragazzo.

Pierre stava per chiedergli perché era tornato improvvisamente al lei, poi capì: non avendone parlato prima, Giosuè aveva pensato che fosse più opportuno non mostrare che aveva intimità con lui ed apprezzò la delicatezza del ragazzo.

Dall'ufficio aveva telefonato allo studio di un notaio con cui era in contatto per i suoi affari chiedendogli se lo poteva ricevere subito. Avutane conferma, si recò nel suo studio e stese un testatmento in cui nominava Giosuè suo erede universale.

Un mese più tardi, Giosuè aveva ancora tre giorni di lavoro al negozio, e dopo sarebbe partito per Berna con Pierre, questi ricevette una telefonata da Diego.

"Pierre, papà... è mancato."

"Quando?" chiese l'uomo sentendo un tuffo al cuore.

"La notte scorsa."

"Ma stava bene..."

"Dice Enrico che mamma si è svegliata perché durante la notte papà ha emesso un rantolo ed è spirato subito, così, improvvismente. Probabilmente è stato un colpo al cuore, non lo sappiamo ancora. Puoi andare su al paese? Io e Damiano arriveremo stasera."

"Hai avvertito Charles?"

"No, lo farò ora."

"Aveva settantacinque anni, povero papà..." mormorò Pierre.

"Per fortuna c'è Enrico con la sua famiglia, ora, a badare a mamma e alla piola."

"Ci vediamo su al paese. Non so esattamente quando arriverò su, ma farò più presto possibile. Devo solo sistemare alcune cose. Avverto io Maximilian e Thibaud. Ah, arriverò su assieme a un ragazzo... Sarei stato contento se papà lo avesse conosciuto..."

"Il tuo ragazzo? Non ci avevi detto niente..."

"Abbiamo deciso solo un mese fa, più o meno, di metterci assieme. Ve l'avrei fatto conoscere alla prima occasione."

"Bene. Lo conosceremo adesso, anche se non è l'occasione ideale. Ci sentiamo."

Pierre iniziò a fare un giro di telefonate per sistemare le sue cose e prendersi qualche giorno. Poi telefonò al negozio e, spiegando quello che era successo, chiese al direttore di lasciar libero Giosuè due giorni prima del previsto e di dirgli di andare subito al suo ufficio. Stava facendo le consegne alla sua segretaria, quando arrivò Giosuè, trafelato.

"Ho saputo quello che è successo. Mi dispiace molto..." mormorò il ragazzo assestandosi con una mano i capelli, spettinati dalla veloce pedalata.

"Pare che sia morto improvvisamente, durante il sonno. Così ho perso per la seconda volta mio padre. Mi voleva bene, nonostante non fossi suo figlio."

"E chi non le vuole bene, signor Martinet?" gli disse la signora Benzi. "Quando ho cominciato a lavorare qui per lei, lei per me era solo il padrone, il capo... Lei ora è invece per me quasi... una persona di famiglia. E la dipartita del suo patrigno mi addolora, anche se non lo conoscevo di persona, come se fosse morto un mio parente."

"Grazie, signora Benzi, le sono veramente grato per queste parole."

Pierre, per finire a sistemare tutte le sue cose, non poté partire prima della mattina seguente. Con la sua vecchia utilitaria, e con Giosuè, partì per Aosta e di qui, giunse al paese poco prima dell'ora di pranzo. Diego e Damiano erano già arrivati la sera prima. Nel pomeriggio arrivò Charles con il suo David. A sera anche Maximilian e Thibaud erano arrivati e si sistemarono in albergo perché non c'erano più letti liberi in casa.

Il giorno seguente si celebrarono i funerali. Il medico aveva detto che l'uomo era morto per un infarto. C'era tutto il paese, al funerale, e gente anche dai paesi circostanti e da Aosta. Il partito aveva inviato rappresentanti e una corona. Dopo il funerale, si riunirono tutti alla piola e la moglie di Enrico preparò da mangiare per tutti.

"Mamma, Diego, Enrico, ho deciso che farò fare una tomba di famiglia qui nel nostro cimitero. Qulcosa di semplice ma di bello. Puoi occupartene tu, Enrico, per favore? Non badare a spese, voglio pagare tutto io, è il minimo che posso fare per papà, dopo tutto quanto m'ha dato. Qualcosa di molto semplice ma di molto bello. Assumi un architetto ad Aosta o a Torino, non voglio una cosa fatta da un geometra e copiata da un manuale."

"Sì, me ne occupo io, Pierre. Quando il progetto è pronto, farò in modo di farlo vedere a te e Diego, prima di dare il via ai lavori."

"Sì, grazie. E anche a Charles, Maximilian e Thibaud: fanno parte anche loro della mia famiglia, ormai. Spero che non vi dispiaccia, Diego, Enrico."

"No, certo."

Madeleine prese una mano di Pierre: "Scusami caro, sto invecchiando, ma... come hai detto che si chiama questo tuo bel ragazzo?"

"Giosuè Lunati."

"Mi piace, sai? Sono contenta che ti sei messo con lui. Era ora che ti trovassi un compagno."

"Eh, le madri non sono contente finché non vedono i figli accasati!" disse Enrico. "Benvenuto in famiglia, Giosuè, mi dispiace che ci si è conosciuti in un'occasione così triste. Mi sarebbe piaciuto poter festeggiare la vostra decisione di mettervi insieme."

"Non preoccupatevi, avremo altre occasioni." disse Pierre.

La mattina di due giorni dopo, prima di salutare tutti e partire, Pierre prese la sua utilitaria e portò Giosuè su fino alla Prieurie di Saint Pierre. Era stata trasformata in un albergo. Entrò con Giosuè e chiese all'uomo al banco dell'accoglienza, a pianterreno del torrione centrale, di parlare con il padrone.

"Il conte? Non è qui, non viene mai." rispose l'uomo.

"E chi gestisce l'albergo?"

"Io, signore."

"Avete un buon giro di clienti?"

"Non molti, signore. Ci paghiamo appena le spese. Va un po' meglio in inverno, se c'è neve. Vengono sciatori anche dalla Francia e da Torino. Più che altro famiglie, hanno aperto due piste, una per sciatori provetti, l'altra adatta anche a bambini. Volete una stanza, signori?"

"No, non possiamo fermarci. Prima che fosse restaurato e trasformato in albergo, venivo spesso quassù, e ne ho parlato molto al mio amico. C'è ancora la sala ottagonale con le bifore, su al secondo piano?"

"Sì, signore, è la mia camera da letto, ora."

"So che le sto chiedendo una cosa un po' strana, lei non mi conosce, ma... le dipiacerebbe portarci su, in modo che io possa far vedere la stanza al mio amico? Per me è un posto pieno di bei ricordi..."

L'uomo lo guardò un po' sorpreso. "Ma... no so neppure se è in ordine... attenda un attimo..." si girò verso la porta che dava sul retro e chiamò ad alta voce: "Margot! Margot!"

Apparve una donna formosetta, sorridente, con un gembiule legato alla vita ed un mestolo in mano. "Che c'è Leon?"

"Questi signori vorrebbero vedere la nostra camera da letto... anni fa venivano quassù e il signor..." iniziò a dire poi si girò verso Pierre come per chiedergli il nome.

"Oh, mi perdoni, non mi sono neppure presentato. Io sono Pierre Martinet e lui è il mio assistente, Giosuè Lunati..."

"Pierre Martinet? L'onorevole Martinet?" chiese l'uomo sgranando gli occhi.

"Sì, sono io..."

"Mi scusi, onorevole, non sapevo... Io ho votato per lei, sa? Ma si accomodi. Margot, portaci una brocca di vino, poi vai a vedere se la nostra camera è in ordine. Potete fermarvi un po', vero?"

"Non volevo darvi disturbo... sì, abbiamo un po' di tempo..."

"Ma che disturbo, si figuri! Anzi, è un onore. Anzi, invece del vino, vi andrebbe se preparassi la grolla dell'amicizia? Qui da noi si beve il miglior caffè alla valdostana di tutta la valle, sa? Mi permette di preparargliene una?"

"Sono anni che non bevo una buon caffè alla valdostana. Le sarei veramente grato, monsieur Leon." Poi spiegò a Giosuè di che si trattava: "È una specie di tazza larga e bassa, di legno, scolpita in un solo pezzo, con un coperchio e quattro, sei o più beccucci. Si preparano sei tazzine di caffè espresso bollente, tre bicchieri di vino rosso, sei bicchierini di grappa di dolcetto, 12 cucchiaini di zucchero e una scorza di limone tagliata a sriscioline, preparati a parte. Si mescola tutto in una casseruola, sul fuoco, fino a far sciogliere lo zucchero, poi si filtra versando tutto nella grolla, che si chiude con il coperchio. Si beve à la ronde, cioè ognuno beve da un diverso beccuccio e passa la grolla al vicino. È un po' forte, ma è fantastico!"

"Ah, lei è un intenditore, onorevole! E sa, giovanotto," aggiunse rivolto a Giosuè, "una grolla nuova bisogna farla bollire nel burro fuso, poi la si pulisce ben bene con un panno, dentro e fuori, per togliere l'eccesso di burro. E dopo una bevuta, non si deve assolutamente lavare, ma la si pulisce soltanto con un panno pulito. In questo modo, più la grolla è vecchia e più il caffè è buono! E la grolla che ora Margot ci porterà, l'aveva fatta con le sue mani il mio povero papà, ha almeno quaranta anni." spiegò con fierezza.

Dopo poco arrivò la moglie del gestore, portando la grolla con la stessa solennità con cui un prete porta la pisside con le ostie consacrate. Era una grolla molto bella, intagliata in linee purissime, quasi priva di decorazioni, a parte una stella alpina scolpita sul coperchio, e che fungeva da manico. La donna la posò al centro del tavolo ed avvicinò un fiammifero acceso ad ognuno dei quattro beccucci e ne scaturì una fiammella azzurrognola. L'uomo, dopo un po', le spense tutte soffiandovi sopra, poi sospinse la grolla verso Pierre. Questi la prese fra le mani, sorseggiò un po' di caffè, poi la girò in modo di presentare un altro beccuccio e la passò a Giosuè.

"Stai attento a non bruciarti, è bollente. Sorbisci a piccolissimi sorsi, poco alla volta, in modo di non ustionarti la lingua. Poi passala a monsieur Leon girandola in modo di presentargli un beccuccio non usato. Si fanno più giri, fino a vuotarla." spiegò al ragazzo mentre Leon annuiva.

Il ragazzo prese la grolla e seguì i consigli di Pierre. Poi la passò a Leon dicendo: "È forte, ma è veramente fantastico! Davvero non ho mai bevuto un caffè così buono! E in un contenitore così bello!"

Leon bevette poi la passò alla moglie. Questa sorbì il caffè e la passò di nuovo a Pierre, per il secondo giro. Poi la donna accompagnò al secondo piano i due e mostrò loro la stanza ottagonale. A Pierre fece uno strano effetto vedere che le bifore eran chiuse da vetri con tendine, che c'era un letto matrimoniale su un lato, un armadio su un altro ed un comò su un terzo lato.

"Possiamo affacciarci dalla finestra centrale, madame?" chiese Pierre.

"Sì, certo, fate come foste a casa vostra. Prego!"

Pierre aprì i battenti della bifora centrale e con Giosuè si affacciò a guardare il panorama. Vi era una lievissima foschia, che rendeva la vista ancora più suggestiva.

"È bellissimo!" mormorò Giosue con un tono pieno di stupore.

"Sì, per questo desideravo fartelo vedere."

"Oh, noi quasi non ci facciamo più caso." disse la donna. "A forza di vedere questo panorama, ci viene quasi a noia."

"Credo che a me non potebbe venire a noia... Neanche se passassi qui dentro tutta la vita." osservò il ragazzo.

Quando scesero, l'uomo aveva in mano una grolla quasi identica a quella che ancora era sul tavolo.

"Anche questa è una di quelle che ha scolpito mio padre, ma è più nuova, ha solo venti anni e l'abbiamo usata poche volte. La prima volta che la usate, gettate via il caffè, non bevetelo, in modo che la riportate alla vita. Ecco, onorevole, la prenda."

"Ma no, monsieur Leon è un oggetto prezioso, oltre che bellissimo, dato che l'ha fatta suo padre. Non se ne deve privare!"

"No, no, la prenda, per favore. Sarei fiero se lei, onorevole, la usasse. E se le capita di passare da queste parti, ci faccia l'onore di una visita, qui sarà sempre il ben venuto."

"Non so come ringraziarla, lei è veramente gentile. Certamente non dimenticherò questa visita e se avrò tempo, una volta verrò a passare qualche giorno nel suo albergo, lo prometto."

Sulla via del ritorno, Giosuè, che teneva la grolla in mano, disse: "Sì, davvero, è stata una visita indimenticabile. Questa grolla bellissima, la stanza ottagonale di cui m'avevi parlato, il panorama stupendo, la gentilezza di quei due signori... Davvero io ci passerei tutta la vita, in un posto così!"

"Con te, anche io. E invece dobbiamo sbatterci qua e là..."

"Con te, qualsiasi posto è il posto migliore del mondo, Pierre. Sai che, quando eravamo affacciati alla bifora, m'è venuta voglia di baciarti?"

"Per fortuna non l'hai fatto: pensa che faccia avrebbe fatto madame Margot se avesse capito che siamo amanti!"

"Ti ha dato fastidio vederla trasformata in una camera da letto?" gli chiese il ragazzo.

"Non troppo. Non mi sono piaciute le tendine alle finestre, questo sì."

Tornati in paese, salutarono tutti e partirono per Berna assieme a Maximilian e Thibaud.

"Gli affari stanno andando bene, eppure... sento che manca ancora qualcosa!" disse Pierre ai suoi amici e collaboratori. "Ho come l'impressione di avere qualcosa di grosso per le mani e di non aver ancora imparato ad usarlo."

"Ma hai già fatto miracoli, Pierre." gli disse Thibaud. "Sei una fucina di idee e anche quelle che all'inizio potevano sembrare più strambe, si sono rivelate poi utilissime, come quella di avere la tua compagnia di trasporti, che apparentemente non c'entra niente con il campo dell'abbigliamento. Abbiamo tagliato le spese, possiamo fare prezzi concorrenziali."

"Ma la tua risorsa più grande sono senza alcun dubbio i tuoi uomini, che sono pronti ad aiutarti in tutti i modi. Tutti scelti personalmente da te, ti sono fedeli e lavorano con entusiasmo, pronti a spendersi senza risparmio per la tua impresa." gli disse Maximilian.

"Una volta m'hanno detto che mi circondo di parenti, di valdostani, o di omosessuali..."

"No, ne hai anche presi dalle forze dell'ordine, altri dalla Resistenza, altri ancora li hai scovati chissà dove, ma tutti ti sono grati e sono pronti a farsi in quattro per te. E tutti ti riconosciamo una indubbia leadership ed ammiriamo la tua totale dedizione al lavoro." disse Maximilian. "È un piacere lavorare con te e per te."

"Ho l'impressione di trascurare una cosa, però..." disse Pierre.

"E cosa?" chiesero quasi ad una voce gli altri tre.

"Il mio Giosuè." mormorò Pierre.

Il ragazzo gli prese una mano fra le sue: "Ma io non mi sento minimamente trascurato. E comunque, se dovesse capitare, ti prometto che te lo dico. Va bene?"

Pierre sorrise. "Sì, grazie, va bene. Comunque, senza voi, io non avrei potuto fare quasi niente. Sono molto fortunato di avere amici fidati intorno. Quindi, piantatela di dire: le tue imprese. Sono le nostre imprese. Vostre quanto mie."

"Siamo come un corpo. Ognuno di noi è una mano, un piede, un polmone, il fegato, la testa, magari... Ma tu sei il cuore: senza il cuore, tutto muore!" gli disse Thibaud.

Pierre sorrise: "E prova allora a tagliare la testa, poi vediamo se funziona ancora a dovere, il corpo, per quanto il suo cuore possa essere valido e forte!"

"Beh..." gli disse Giosuè con un sorrisetto lievemente canzonatorio, "esistono anche gli zombi, no?"

Pierre gli tirò fuori scherzosamente la lingua. Poi, rivolto a Maximilian, gli disse: "Ho un incarico importante da darti."

"Qualsiasi cosa. Farò del mio meglio."

"Se improvvisamente dovessi morire..."

"Eh, che discorsi, Pierre!" reagì subito Thibaud.

"Discorsi che si possono fare solo prima che succeda." lo rimbeccò con un sorriso Pierre, poi continuò: "Se dovessi morire, non vorrei che tutto vada a scatafascio. Devi pensare a una riorganizzazione del tutto, in modo che in qualsiasi momento, voi possiate mandare avanti tutto nel modo migliore, scegliendo chi mettere al mio posto. Ti va di occupartene?"

"Posso pensarci, Pierre. Farò del mio meglio."


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