Pierre non riusciva a togliersi dalla testa Giosuè, e al tempo stesso continuava a chiedersi perché fosse "fuggito" in quel modo. "Mah," si disse, "forse voleva solo passare una notte al caldo." Dopotutto era solo uno dei tanti ragazzi che s'era portato a letto. Con lui era stato piacevole avere sesso, meglio che con altri, ma non poi così straordinario. E allora, perché continuava a pensare a lui? Presto fu assorbito dalle sue tante attività, eppure l'immagine, il ricordo di Giosuè non lo lasciava.
Riuscì a fare una scappata a casa dei suoi per Pasqua, soprattutto perché aveva saputo che Giuseppe stava poco bene. Quando arrivo, però, per fortuna l'uomo s'era rimesso. Il giorno di pasquetta, decise di prendere la bicicletta e di andare a vedere il priorato di Saint Pierre, dove non andava da anni. Quando arrivò su, vide che c'erano impalcature attorno alle costruzioni e si rese conto che le stavano restaurando e ristrutturando, solo la chiesetta era intatta, cioè ancora in rovina.
Di lì passava un pastore con il suo gregge e Pierre gli chiese, in patois, se sapeva che lavori stessero facendo. L'uomo gli spiegò che si diceva che ci volevano fare un albergo. Pierre riuscì ad arrampicarsi sulla recinzione provvisoria che delimitava la zona dei lavori, a salire nel torrione fino alla stanza ottagonale dove per la prima volta aveva fatto l'amore con Roger.
Era ancora intatta, esattamente come la ricordava. Provò una fortissima emozione. Si accostò alla bifora di fronte alla quale s'era unito con lui e si affacciò. Respirò a lungo, guardò un gruppo di rondini che garrivano e volteggiavano nel cielo d'un turchino purissimo, e sospirò. Sentiva che una lacrima premeva dietro i suoi occhi, ma non voleva uscire.
"Non ti ho neanche mai detto che ti amavo..." mormorò alla brezza.
L'emozione era troppo grande, molto maggiore di quanto avesse potuto prevedere, perciò lasciò la stanza, scese, e tornò alla propria bicicletta. Quanti anni erano passati da quel lontano giorno? Quante cose erano accadute? Allora era solo un ragazzo spensierato, ora era un uomo maturo pieno di responsabilità... Però gli pareva quasi che quella dolce unione fosse avvenuta soltanto pochi giorni prima.
Per un attimo smise di pedalare: all'immagine di Roger s'era sovrapposta quella di Giosuè. Eppure erano così diversi: così... etereo Roger, così concreto Giosuè. Biondo il primo, moro il secondo. Tratti gentili il "contino", tratti maschi quel ragazzo di vita... Uno di alto lignaggio, l'altro probabilmente di origine contadina...
Riprese a pedalare ed in breve fu di nuovo al paese. Sulla piazza si sentì chiamare. Un uomo, di poco più anziano di lui, lo guardava con aria interrogativa.
"Non sei Pierre Martinet, tu?" gli chiese, ma con il tono di chi non teme smentite e gli sorrise.
Fu quel sorriso che gli aprì gli sportelli della memoria: "Serge!"
"Ti ricordi ancora di me, allora! Chi non muore si rivede, eh? Dio, come ti sei fatto grande, sei un uomo fatto e rifinito ora. Sei tornato?"
"No, sono di passaggio, riparto domani. Che fai di bello? Vivi sempre su in frazione?"
"Sì sempre lassù. Che faccio? E che vuoi che faccia, il contadino come mio padre e come farà mio figlio."
"Ti sei sposato? Hai un figlio?" gli chiese Pierre un po' sorpreso.
"Che altro potevo fare: o sposarmi o farmi prete, e davvero io prete non mi ci vedevo. Ho tre figli. E tu?"
"Scapolo."
"Beato te."
"Perché? Non sei contento d'aver messo su famiglia?"
Serge gli si accostò ed abbassò la voce: "Tu lo sai, no? Tu lo sai bene che a me piace... altro, no? Ho una moglie brava, tranquilla, obbediente, tre figli, due femmine e un maschio, che non mi danno problemi... però... mi manca un po' fare quelle cose... Anche se devo dire me la cavo, a volte, con qualche ragazzo della frazione, con la scusa di farmi aiutare nei lavori... ma per loro è solo uno sfogo, un gioco, finché non trovano una fidanzata. Oh, si resta amici, e tengono acqua in bocca, si capisce, però... però mi sento sempre solo e scontento. Ah, bei tempi, i nostri... E tu? Anche tu solo o magari... tu ce l'hai qualcuno che... mi capisci, no?"
"No, non ho nessuno. Ma lavoro, lavoro, lavoro: io mi sono sposato col lavoro, e mi va bene così."
Serge abbassò di nuovo la voce: "Ma il lavoro, mica te lo puoi portare a letto."
"Anche io a volte trovo qualche ragazzo che non ha problemi a darmi un po' di piacere. Magari in cambio di soldi."
Serge lo guardò stupito: "Esistono anche puttani maschi?"
"Come, no, specialmente nelle grandi città, e specialmente in tempo di guerra, come pure subito dopo, è facile trovarne. Anche troppo facile. Per mangiare... danno via il culo. Se paghi, fanno quello che vuoi a letto."
Serge scosse la testa: "Non credevo che c'erano anche puttani maschi. E... costano molto?"
"Dipende, ce n'è per tutte le tasche."
"Un po' come tutta la merce, insomma."
"Già, proprio così. Merce di prima scelta costa cara, ma c'è anche merce che costa poco."
Chiacchierarono ancora un po', poi si salutarono.
Dopo essere stato a Sion ed a Berna, Pierre tornò a Milano per vedere come andavano le cose lì. A sera, nel proprio appartamentino, si sentiva irrequieto. Con Serge aveva parlato di merce... Ma Giosuè e i ragazzi come lui, anche se facevano quel certo commercio, era ingiusto considerarli come merce... Giosuè... D'impulso si mise nuovamente le scarpe ed uscì, sperando di poterlo trovare e che il ragazzo accettasse di andare di nuovo con lui.
Rientrò oltre mezzanotte, da solo: non c'era traccia di Giosuè. Avrebbe voluto chiedere ad uno degli altri ragazzi se sapevano dove fosse Giosuè, ma poi non ne ebbe il coraggio. Un ragazzo sui venti-ventidue anni gli si era avvicinato e gli aveva detto, chiaro e tondo, guardandolo dritto in faccia: "Per cento lire, me lo faccio succhiare."
"No, grazie." aveva risposto lui: oltre a sembragli sporco, quel ragazzo aveva un'aria di sfida che non gli piaceva.
"Cosa vuoi fare, allora?" aveva insistito il ragazzo.
"Niente, essere lasciato in pace." aveva risposto con voce stanca.
"Sono troppo vecchio per te? Preferisci carne giovane? Mio fratello ha tredici anni e lo prende anche in culo, sempre per cento lire. Lo chiamo?"
"Lascia perdere. Non mi interessa, t'ho detto." rispose Pierre, questa volta un po' bruscamente.
Tornò a casa. Dormì male, quella notte. Ma la sera seguente era nuovamente nei dintorni della Stazione Centrale a fare la ronda, a valutare i ragazzi, a sperare di rievedere Giosuè. Nuovamente tornò a casa da solo.
Fu dopo tre sere che lo vide. Stava appoggiato ad un lampione, in una posa languida, da solo. Pierre si fermò e lo guardò da lontano. Il ragazzo non guardava verso di lui, che comunque era in una zona d'ombra. Lo guardò a lungo. Ogni tanto il ragazzo cambiava il piede su cui era poggiato e vi incrociava sopra l'altro, le spalle sempre appoggiate al lampione. Questa volta indossava una giacchettina di tela celeste chiaro ed un paio di calzoni blu scuro. Sotto la giacchetta aveva una camicia bianca, abbottonata fino al collo, senza cravatta. Accanto ai piedi aveva una borsa di tela.
Avrebbe voluto andargli vicino, chiamarlo per nome, invitarlo ad andare a casa con lui, a passare di nuovo la notte assieme, ma non si decideva a muoversi dal suo posto di osservazione. Vide un uomo piuttosto basso e robusto, con un soprabito color grigio topo, che un tempo era stato elegante, ed una lobbia nera in testa. L'uomo si fermò davanti a Giosuè. Pierre intutì che stavano parlando. L'uomo mise una mano in tasca e ne trasse qualcosa che mostrò al ragazzo. Soldi? si chiese Pierre. Vide Giosué rizzarsi, prendere la sua borsa ed avviarsi a testa bassa con l'uomo, che lo teneva per un braccio. Stavano camminando verso di lui. Quando gli passarono accanto, senza vederlo, senza essersi accorti della sua presenza, sentì chiaramente la voce dell'uomo.
"... la solita storia. In centrale vedremo come stanno le cose."
Pierre intuì quello che stava accadendo. Uscì dall'ombra e ad alta voce chiamò: "Giosuè! Dove cavolo stai andando? Io e mamma sono ore che ti aspettiamo. Cazzo, possibile che non ci si può fidare di te? Sai che ora è?"
I due si fermarono e si girarono a guardarlo. Giosuè lo riconobbe ma non disse niente. "Chi è quest'uomo? Dove stai andando? Cazzo, tua madre già voleva andare alla polizia, agli ospedali, era angosciata a morte! Adesso torni subito a casa e facciamo i conti! Oh, se facciamo i conti!"
L'uomo gli chiese: "È suo padre, lei?"
"Che cazzo gliene frega a lei!" disse Pierre accostandosi a Giosuè e prendendolo per l'altro braccio. "Vuoi dirmi una buona volta perché non sei a casa? E chi è questo tizio? E dove cazzo stavi andando?"
L'uomo disse: "Polizia. Lo stavo portando in centrale per accertamenti. È suo figlio, questo ragazzo?"
"È il figlio di mia moglie, figlio di primo letto. Chi mi dice che lei è della polizia? E perché Giosué dovrebbe seguirla in centrale? Che ha combinato?"
L'uomo tirò fuori dalla tasca il tesserino della polizia e lo mostrò a Pierre. Nel far questo aveva lasciato il braccio del ragazzo e Pierre lo tirò a sé spostandoglisi davanti, in un istintivo gesto di protezione.
"E che avrebbe fatto, questo campione, per essere arrestato?"
"Non è ancora in stato di arresto, lo stavo portando in centrale per accertamenti. Ha rifiutato di mostrarmi i suoi documenti."
"Eh, cazzo, li avrà dimenticati come al solito in casa, questa testa vuota!"
"E che ci faceva, il suo figliastro, in quel posto? A quest'ora?"
"Questo non lo so proprio... Perché, stava facendo qualcosa che non doveva fare?"
"Non lo sa lei cosa fanno i ragazzi qui intorno e a quest'ora? Adescano clienti, si danno alla prostituzione." rispose l'uomo in tono secco, rimettendosi in tasca il tesserino.
"Che? Ma via! Giosuè? Non è quel tipo di ragazzo. Giosuè, che cavolo facevi lì? Avrai una spiegazione, spero!"
Finalmente Giosuè parlò: "Non avevo il coraggio di tornare a casa. Mi hanno licenziato di nuovo..."
"Eh che cazzo! Ecco, li vede questi ragazzi d'oggi? Trovano un lavoro e non sanno tenerselo. Mi dica lei! E che volevi fare, testa di cazzo? E perché stavi lì, eh? E perché t'avrebbero licenziato? Cosa hai combinato, eh? E non mi dire: niente. Scommetto che hai di nuovo litigato con qualcuno, magari col padrone come l'altra volta!" esclamò, poi, rivolto al poliziotto, gli disse: "Sono pieni d'orgoglio, 'sti ragazzi! Solo perché il vecchio padrone gli aveva detto che..."
L'uomo con il soprabito grigio lo interruppe: "Se lo porti a casa, il signorino. E tu, non ti far più trovare lì a quest'ora di notte, o la prossima volta almeno un paio di notti in gattabuia non te le leva nessuno."
"Oh, meriterebbe che ce lo portasse adesso, se non fosse che mia moglie le penderebbe un accidente! A casa facciamo i conti, giovanotto. Buon notte, ispettore..."
"Agente, solo agente. Buona notte. E lo tenga più d'occhio, il ragazzo, se vuole un consiglio."
Pierre, tenendolo per un braccio, portò via Giosuè ed allontanandosi gli diceva, a voce alta ed irata, in modo che l'altro sentisse: "Questa volta a cinghiate ti prendo, testa di cazzo! Ma ti rendi conto? Sono due ore che tua madre si dispera per colpa tua!"
Quando furono lontani, girato l'angolo, Pierre si fermò, gli lasciò il braccio, lo guardò negli occhi e gli disse: "Giosuè, se vuoi venire con me sei il benvenuto, oppure puoi andartene, ora. Stai solo attento che non ti becchi di nuovo quello."
Il ragazzo lo guardò: "Davvero posso venire da lei?"
"Se vuoi."
"Perché l'ha fatto?" gli chiese mentre si avviavano verso casa.
"Preferivi passare qualche notte in gattabuia ed essere schedato? Cosa hai detto, a quello, che stavi facendo lì?"
"Che aspettavo un mio amico..."
"Meno male che non gli hai chiesto se cercava compagnia, come avevi fatto con me, o eri fregato."
"Con quello non ci sarei andato, perciò non gliel'ho chiesto."
"Meno male che non era il tuo tipo, allora."
"Lei sa recitare bene... Pierre."
"Ti ricordi ancora il mio nome?"
"Anche lei si ricorda il mio."
"Perché non gli hai mostrato la carta d'identità, quando t'ha mostrato il tesserino della Polizia?"
"Non lo so... mi stavo cagando sotto per la fifa, non ragionavo più... Poi è spuntato fuori lei, come un angelo salvatore... Perché l'ha fatto?" gli chiese di nuovo.
Pierre sorrise: "Forse perché ero geloso che te ne andavi con quello sgorbietto. No, avevo capito che potevi essere nei guai. Ero venuto a cercarti e quando ho intuito che era un poliziotto..."
"A cercare me? E perché gli ha detto che sarei il figlio di sua moglie e non suo?"
"Se quello mi chiedeva i documenti e vedeva i tuoi, come potevo giustificare che abbiamo un cognome diverso?"
Giosuè annuì: "Pensa in fretta a tutto, lei."
"Se non lo facessi, non potrei fare il lavoro che faccio. Hai cenato?"
"Stasera sì, ho ancora qualche soldo in tasca."
Entrarono in casa. "Vuoi farti il bagno? Il boyler è acceso."
"Sì, grazie. Ne ho proprio bisogno."
Pierre si chiedeva se il ragazzo fosse andato con lui per fare sesso, o solo per togliersi dai pasticci. Aveva voglia, desiderio, ma al tempo stesso non voleva imporgli nulla. Che doveva fare? Forse la cosa migliore era semplicemente chiedergli che cosa volesse fare, mettere subito le cose in chiaro. Era talmente immerso nei soi pensieri che non si rese conto del passare del tempo e così se lo vide davanti, come la volta precedente, in accappatoio, la pelle arrossata per il bagno, i capelli umidi e pettinati, sbarbato di quella lieve peluria che aveva. Pensò che era bello e tremendamente desiderabile, e si eccitò.
"Andiamo a letto? A fare qualcosa, prima di dormire?" gli chiese il ragazzo.
Con questa domanda aveva risposto ai suoi interrogativi. Si alzò e tirò fuori il portafogli dalla tasca per dargli l'anticipo, come l'altra volta.
"Che fa?" gli chiese il ragazzo.
"Duecento adesso e duecento domattina, no?" rispose Pierre.
"No. Questa volta no, dopo quello che ha fatto per me."
"Che c'entra. Ero venuto a cercarti, no?"
"Questa volta no." disse deciso il ragazzo. "E poi ho qualche soldo in tasca, come le ho detto. E nessun cliente avrebbe fatto per me quello che ha fatto lei, raccontare balle alla madama, rischiando di andare nelle grane. Gli altri avrebbero tagliato la corda."
Pierre sorrise: "Amo il rischio, e forse sono un po' incosciente."
Andarono in camera. Stava iniziando a spogliarsi, quando Giosuè gli si accostò, gli tolse le mani dai bottoni e si mise a spogliarlo lui, lentamente, guardandolo negli occhi. Quando Pierre fu nudo, Giosuè gli chiese, quasi sottovoce: "Non mi toglie l'accappatoio?"
Poi fu il ragazzo a guidarlo sul letto ed a cominciare a fare l'amore con lui. Dopo lunghi, quasi estenuanti ma gradevolissimi preliminari, Giosuè, steso sulla schiena, sollevò le gambe e gli si offrì. Pierre lo prese con delicato vigore: mentre gli scivolava dentro, il ragazzo chiuse gli occhi e sul suo volto, mentre s'arrossava, si soffuse un lieve sorriso di piacere, facendolo sembrare ancor più bello. Quando Pierre iniziò a muoversi dentro di lui, le mani del ragazzo salirono a carezzarlo per tutto il corpo, soffermandosi sulle parti più erogene. Pierre si chinò su di lui e lo baciò.
Si scambiarono le parti più volte, prendendosi e dandosi l'un l'altro con crescente, vicendevole piacere. Pierre si sentiva felice per aver ritrovato quel ragazzo. Fare all'amore con lui era incredibilmente bello, più bello di quanto ricordasse. "Peccato che faccia la vita..." pensò Pierre con un velo di rammarico. Guardò il viso di Giosuè, che ora glielo stava muovendo dentro in un virile va e vieni. Il ragazzo aveva il volto lievemente rovesciato indietro, gli occhi chiusi, e si mordicchiava un labbro. Capì che stava provando un intenso piacere. Lo sentì rallentare.
"Non ti fermare..." mormorò Pierre.
"Sto per... venire..."
"Voglio vederti godere... e se vuoi, domattina lo facciamo di nuovo."
Giosuè gli sorrise e riprese a stantuffargli dentro con crescente foga, pur senza essere mai rude. Pierre spiò le emozioni affiorare sul suo volto che trascolorava man mano che il ragazzo si avvicianava all'orgasmo, ed infine vide le sue labbra schiudersi come in un silenzioso grido, e si scaricò in lui con una serie di forti getti, ognuno preceduto da un vigoroso affondo. "Dio, quant'è bello, mentre gode!" pensò emozionato l'uomo.
Quando Giosuè ebbe ritrovato l'autocontrollo, gli disse: "Non muoverti..." e, sfilatosi da lui, gli si pose cavalcioni del bacino e, guidando il membro durissimo dell'uomo sulla meta, vi si impalò, prendendo poi a molleggiare su di lui. Pierre aveva notato che, inconsciamente, il ragazzo gli aveva dato del tu e ne provò piacere. Giosuè si muoveva su di lui ad arte, e presto portò oltre le soglie dell'orgasmo anche l'uomo. Mentre Pierre gli versava dentro il proprio tributo di piacere, Giosuè lo guardava con un lieve sorriso sulle labbra.
Poi, atteso che anche Pierre ritrovasse la quiete del corpo, scese agilmente dal letto e, con l'asciugamano umido, lo ripulì e si ripulì. Quindi Pierre lo sentì trafficare. Si alzò un po', puntando i gomiti in dietro, e lo guardò. "Che stai facendo?"
"Sto ripiegando i suoi abiti, altrimenti domattina sono tutti stazzonati, se li lasciamo qui a terra." Vide che li raccoglieva dal pavimento ad uno ad uno, li stendeva, li ripiegava accuratamente e li sistemava sulla sedia.
"Mi hai dato del tu, poco fa, perché sei tornato al lei?"
"Mi scusi, non l'ho fatto apposta..." rispose Giosuè arrossendo.
"Non hai niente da scusarti. Per me va bene, se mi dai del tu."
Gli piaceva guardare quel corpo nudo, snello, dalle movenze virili eppure eleganti, affaccendarsi per lui. Era un po' più in corpo della volta precedente, aveva acquisito il suo peso forma. Evidentemente era riuscito a mangiare regolarmente.
Giosuè stava ripiegando i calzoni, quando da una tasca cadde a terra la tabacchiera d'osso, il cui coperchio s'aprì. Il ragazzo si chinò a prenderla e la guardò: "Non s'è rotta, mi pare... Oh... dentro c'è..."
"Che cosa?" chiese Pierre quasi trattenendo il fiato.
"L'Amore! Un cuore, fatto di due metà che s'incastrano perfettamente." disse il ragazzo con voce quasi sognante.
Pierre sentì come una mano stringergli lo stomaco, poi il cuore, poi togliergli il fiato. Quasi con voce strozzata, gli disse: "È solo una conchiglia..."
"Sì, vedo, ma è la più bella rappresentazione dell'amore che uno possa pensare, no? Non è SOLO una conchiglia."
"Ma tu, ci credi nell'amore?"
"Perché, lei no?"
"Sì, ma... credo che sia una cosa molto rara, e da coltivare con cura, se si vuole che viva. Ma tu ci credi?"
"Le sembra strano? Perché mi prostituisco?"
Il ragazzo aveva terminato di ripiegare gli abiti. Chiuse la tabacchiera e ve la posò sopra. Si girò verso Pierre che batté con una mano sul materasso facendogli segno di raggiungerlo. Giosuè salì sul letto e si stese al suo fianco poi, come la volta precedente, appoggiò la testa sull'incavo dell'ascella dell'uomo e la guancia sul suo petto.
"Certo è che..." disse sottovoce il ragazzo, "non è con la mia vita, col mio mestiere che posso sperare di conoscerlo, l'amore, un giorno."
"E secondo te, due uomini, due ragazzi, un uomo e un ragazzo potrebbero innamorarsi?"
"Certo. Non è d'accordo? Non è stato mai innamorato, lei?"
"Forse sì, anche se probabilmente non ero ancora capace di rendermene conto al cento per cento. E tu? Sei mai stato innamorato, tu?"
"Sì, una sola volta. Avevo tredici anni..."
"E lui?"
"Venti."
"Ma è finita..."
"Lui... l'hanno ucciso in guerra."
"Mi dispiace..."
"Era buono..."
"Anche bello?"
"No, all'inizio non mi pareva bello, ma poi... poi non m'importava più, perché i miei occhi vedevano quello che gli altri non sanno vedere."
"Come mai ora fai..." iniziò a chiedere Pierre ma si fermò, pensando che non aveva diritto di chiederglielo e che il ragazzo poteva leggere una critica in quel tipo di domanda.
"... la vita?" concluse il ragazzo. "Quando in paese è arrivata la notizia che Duilio era morto al fronte... Nessuno capiva che tragedia era per me... mi piagliavano in giro, anche mio padre... io allora... non ci ho visto più e gli ho gridato che piangevo perché Duilio era il mio uomo... Davanti a tutti gliel'ho gridato... Mi hanno detto di non sporcare la sua memoria, il suo nome... e mio padre... mio padre..."
Giosuè si alzò a sedere e lo guardò negli occhi: "Mio padre mi ha sputato in faccia, poi mi ha preso a calci, a pugni, a sberle... e mi ha detto che era meglio se avevano ammazzato anche me, che sono un porco, un degenerato..."
Il ragazzo aveva il volto arrossato d'ira, i suoi occhi mandavano lampi e lacrime silenziose ne scendevano in un lento gocciolio. "M'ha detto che non sono suo figlio e che potevo andare ad ammazzarmi subito, ad affogarmi nel fiume... E mia madre e i miei fratelli ripetevano le sue parole, inseguendomi fino a fuori dal paese, e la gente era divertita, e mi derideva e mi insultava, e ho anche sentito qualcuno che gridava a mio padre: ammazzalo, ammazzalo..."
Pierre lo tirò giù a sé e lo carezzò, cercando di farlo calmare, di confortarlo, di lenire il dolore che tutta la sua espressione, il tremito del suo corpo, la sua voce arrochita esprimevano.
Giosuè continuò: "Sono scappato fin qui a Milano, a piedi, senza niente altro che quello che avevo addosso. Mi illudevo di trovare un lavoro, ma nessuno voleva darmelo, ero minorenne, mi dicevano che prima volevano parlare con mio padre. E allora... allora... ho incontrato un ragazzo che faceva la vita e che m'ha spiegato come potevo fare soldi."
Tacque per riprendere fiato. Poi, con voce più calma, ma colma di dolore, proseguì: "Qualcuno dei clienti era anche disposto a prendermi in casa, purché gli facessi da schiavetto a letto... Ma erano solo uomini schifosi, a cui interessava solo il mio culo o il mio cazzo... E io non potevo dirgli di sì, anche se avevo fame... perché vedevo gli occhi di Duilio e sentivo la sua voce che mi diceva: per te darei la vita, amore mio! Ma avevo fame... così ho fatto un compromesso..."
Pierre lo ascoltava con un groppo alla gola, e continuava a carezzarlo teneramente.
"Così, ho cercato di dire di sì solo a uomini non troppo sporchi, non troppo schifosi, anche se a volte mi sono sbagliato a giudicare la gente. Mi sono dato a fascisti, a tedeschi, a partigiani, ai soldati alleati, a preti e a chiunque aveva bisogno di sfogarsi e fosse disposto a pagare per usarmi, per godere come più gli piaceva..."
Tirò su con il naso, si terse con un gesto, fra il rabbioso e lo sfinito, gli occhi.
"Ho imparato il mestiere, l'unico che so fare. Ho imparato a farlo bene. Ho imparato a fingere, a simulare, a dire a ogni cliente quello che voleva sentirsi dire. Ma non ho mai fatto come mi dicevano certi miei compagni di strada, non ho mai derubato un cliente. Sono una puttana, d'accordo, ma non sono un ladro. Preferisco essere fregato che fregare. Sono solo uno stronzo, ma non un disonesto. Ho preferito restare con la fame che rubare o darmi a chi mi faceva schifo. Sono solo una puttana, ma ho il mio orgoglio."
"Non sei solo una puttana, Giosuè, sei soltanto un ragazzo ferito e sfortunato. Non lasceresti la strada, se solo potessi? Non sei tu che l'hai scelto, questo mestiere, ti sei trovato costretto a farlo."
"Non so fare altro, so solo fare la puttana, ormai. Finché dura, finché non sarò troppo vecchio e nessuno mi vorrà più. Non so fare altro, ma, almeno, lo so fare bene. Non so fare altro." ripeté in un sussurro.
"Che facevi prima di dover lasciare il tuo paese?"
"Il contadino. A dire la verità, lo scorso gennaio avevo trovato un lavoro. A ventuno anni non mi chiedevano più di parlare con mio padre, ormai. Un lavoro, sì!" disse con ironia e scorno. "Avevano una lista di gente che gli era morto in guerra il padre, il marito, il figlio, il fratello. M'avevano persino dato una specie di uniforme. Si doveva fargli riempire un sacco di carte, con la scusa che così ottenevano una pensione di guerra... poi dovevano darci dei soldi per le pratiche, e mica poco... e poi si scompariva. Si doveva rubare ai poveri, giocando sul loro dolore, capisci? All'inizo non l'avevo capito, ero persino contento di fare quel lavoro, credevo di aiutare davvero quella gente... Che schifosi pezzi di merda! No, la merda è più pulita di loro. Allora sono andato a denunciarli alla polizia. Lo sai cosa m'hanno detto? Che io ero pazzo, che l'ANEC, l'associazione nazionale ex combattenti, è un ente serio, e che o me ne andavo subito o mi beccavo una denuncia per calunnia! Così, sono tornato a vendere il culo, era più onesto!"
"E che ti sarebbe piaciuto fare, se potevi?" gli chiese allora Pierre.
"Così, tanto per sognare? Qui a Milano ho visto gente vestita in tutti i modi, gente elegante, gente ridicola, gente estrosa... Specialmente nelle ore quando non lavoravo, di giorno, mi sedevo su una panchina, o in stazione, o dovunque c'era gente e li guardavo, e mi chiedevo cosa mi piaceva del loro modo di vestire e perché, e cosa non mi piaceva e perché. Era come un gioco. Ho capito presto che non era un problema di vestiti cari o a buon mercato, ma di come erano tagliati, e come erano messi insieme. Una questione di foggia, di colori, di materiali, voglio dire. Ecco, mi sarebbe piaciuto fare il disegnatore di vestiti, sai, quelli che fanno la moda. Guardavo le vetrine dei negozi di vestiti e cercavo di capire cosa mi pareva ben fatto, bello, e perché e cosa mi pareva da buzzurri, mal fatto e perché... e mi facevo le mie idee..."
"Hai mai visto le vetrine del negozio che c'è in piazza Cordusio?" gli chiese: era il negozio che aveva aperto a Milano.
"Sì... non male, ma neanche veramente roba bella."
"È abbigliamento a prezzi popolari..." gli disse Pierre.
"E che c'entra? Anche roba a basso prezzo può essere bella, no?"
"Il disegnatore è uno svizzero abbastanza noto."
"Ah sì? Secondo me quel disegnatore svizzero abbastanza noto gli frega il salario al padrone del negozio, io avrei saputo fare meglio... forse."
Pierre sorrise. Quel "forse" finale gli era piaciuto.