"Il fatto è che gli americani non si fidano veramente di noi partigiani, perché o ci mettiamo completamente ai loro ordini, o ci prendono per anarchici. Oltretutto sono infastiditi che le brigate cattoliche siano coordinate con quelle comuniste, perché per loro il comunismo è quasi peggio del nazismo, nonostante siano alleati di Stalin!" tuonò Pierre durante la riunione del CLN.
"Comunque, hanno accettato di delegare al CLN il governo di Roma..." fece presente uno dei membri. "Gli hanno affidato pieni poteri civili, militari e giudiziari, no?"
"Sì, ma frattanto gli alleati restano fermi sulle rive del Po, nonostante i tedeschi siano in fuga e loro abbiano abbondanza di mezzi e uomini. Che aspettano? Aspettano che ci muoviamo noi, che ci facciamo il culo noi, poi loro verranno a liberarci! Ma in fondo a me va bene così, siamo noi italiani che dobbiamo liberare l'Italia e prenderla in mano." disse Pierre in tono deciso. "Nessun altro paese deve pretendere di decidere il nostro destino."
"Ieri Mussolini ha trasferito il governo dei repubblichini a Milano. È lì che dobbiamo concentrare tutti i nostri sforzi. E chi se ne frega della Direttiva 16 concordata con gli alleati. Loro fanno i propri interessi e noi dobbiamo fare i nostri."
"Milano è piena di repubblichini e di truppe dell'RSI. Se anche riuscissimo a convincere tutte le forze partigiane a convergere su Milano, non credo che giela faremmo a prenderla in mano e ad arrestare Mussolini e gli altri gerarchi." disse Pierre calmandosi.
"Il fatto è che siamo troppo divisi anche fra noi partigiani. A tutti, noi compresi, interessa più che trionfi la nostra idea politica che la liberazione dell'Italia."
"Non parlare da disfattista, Fosco!" lo rimproverò uno dei presenti.
Pierre intervenne: "Ho paura che Fosco abbia ragione, amici. Lo vedete no? Metti insieme dieci italiani e vengono fuori venti idee opposte. Siamo troppo individualisti. Per quello il fascismo, a suo tempo, ci ha fregati tutti."
"Che vorresti dire, Tobia, che sarebbe meglio un'altra dittatura?"
Pierre, che in quel tempo aveva il nome di battaglia Tobia, rispose: "No, basta e avanza aver avuto il fascismo. Ci mancherebbe. No, dico solo che siamo un popolo che preferisce pensare ai propri interessi personali piuttosto che accettare un sacrificio a vantaggio di tutti. Ognuno vuole che la spazzatura sia raccolta e smistata purché non nel suo orto, ma in quello del vicino, che una strada non sia costruita nel suo campo, ma in quello del vicino, che l'acquedotto non passi nel suo terreno, ma in quello del vicino. Sacrifici? Certo che bisogna farne, purché siano gli altri e non io a farli: questa è la filosofia di noi italiani."
"Non ti pare di esagerare, Tobia?"
"No, ho paura invece di aver persino detto troppo poco. Eppure... eppure sono fiero di essere italiano, lo sapete tutti."
"E perché prima ti lamentavi che gli alleati non si muovono? Preferisci gli americani e gli inglesi o magari i francesi a noi italiani?"
"No, ragazzi, no." disse Pierre con voce stanca, "Vorrei che gli americani facciano presto, perché so già che fra la cacciata dei tedeschi e l'arrivo degli alleati, ci sarà un massacro. Averranno migliaia di esecuzioni sommarie travestite da motivi politici, scorrerà sangue per schifosi rancori personali. Vedrete. Qualcuno sparerà al vicino che l'ha fatto cornuto, un altro al parente per prendersi tutta l'eredità, gente farà fuori il funzionario che gli ha negato un presunto diritto, studenti ammazzeranno il professore arrogante e stronzo che li ha bocciati, faranno fuori il commerciante che si è arricchito mentre loro non ci sono riusciti, e i ladri spareranno ai giudici che li hanno condannati."
Gli altri gli dissero che esagerava. Ma invece, purtroppo, i fatti dettero ragione a Pierre.
In aprile, in parecchie città furono proclamati scioperi generali e l'occupazione delle fabbriche, i partigiani inseguirono i tedeschi in fuga, il CLN assunse i pieni poteri anche in gran parte del nord Italia, Mussolini tentò la fuga ma fu preso a Dongo ed ucciso dopo un processo sommario eseguito, contro ogni accordo, dai partigiani comunisti, e appeso con Claretta Petacci, Storace ed altri, a testa in giù a piazzale Loreto, e lasciati in balìa della folla inferocita, in un'ordalia indegna di un popolo civile.
Il due maggio le truppe sovietiche completarono l'invasione di Berlino. Ormai solo il Giappone resisteva ancora. L'Europa era stata liberata dal fascismo e dal nazismo, solo Franco, che astutamente o saggiamente non aveva partecipato alla guerra, restava in sella in Spagna.
Il cinque maggio Pierre sfilò in prima fila nel corteo di liberazione di Milano e ricevette, con altri, la "Bronze Star" dalle mani del generale statunitense Mark Wayne Clark.
Due giorni dopo i Francesi avevano invaso, per ordine di De Gaulle, la Val d'Aosta e la parte alpina del Cuneese, malgrado i generali Alexander e Clark non li avessero mai autorizzati, sperando di potersi annettere quei territori a spese della sconfitta Italia.
Pierre andò a protestare violentemente, assieme ai capi della resistenza piemontese e valdostana, con i comandi delle truppe americane. La Val d'Aosta e il Piemonte erano territorio italiano e non doveva essere alienato, o i partigiani si sarebbero rivoltati ed avrebbero combattuto contro le truppe francesi.
Truman, avvertito, intervenne immediatamente ed inviò a De Gaulle un messaggio in cui, fra l'altro, lo avvertiva: "Se non vi ritirate immediatamente dai territori italiani, tutti i rifornimenti americani alla Francia saranno sospesi". De Gaulle dovette abbozzare e far ritirare le sue truppe.
Il sei agosto gli americani sganciarono la prima bomba atomica su Hiroshima poi il nove agosto la seconda su Nagasaki, per evitare che il Giappone si arrendesse a Stalin. Il quindici agosto il Giappone capitolò e si arrese agli americani. La guerra era finita.
Finalmente Pierre Martinet, che aveva potuto riavere il suo vero nome anche in Italia per decreto del tribunale, poté tornare ad Aosta. La riunione con la famiglia fu la cosa più lieta che potesse sperare. Non aveva loro notizie da quando era entrato in clandestinità, infatti, per non metterli in pericolo, non era si era mai messo in contatto con loro. Enrico aveva ora ventisei anni, s'era sposato ed aveva un bimbo di un anno. Anche la moglie lavorava nella piola con gli altri. La madre e Giuseppe stavano bene, nonostante l'uomo avesse settantatré anni e la madre sessanta.
Poi, dopo essersi goduta per un po' la famiglia, assieme ai suoi più stretti collaboratori, andò in Svizzera a riprendere in mano tutte le sue attività. Con i suoi collaboratori discusse una nuova linea di abbigliamento, prima di recarsi a Milano per aprire anche lì un laboratorio ed un negozio.
"L'Italia e la Germania sono state ridotte allo stremo dalla guerra, e la gente vive in povertà: ci vorranno anni per la ricostruzione. Anche Francia e Inghilterra, a causa dello sforzo bellico, e l'Austria per altri motivi, non è che stiano bene, economicamente. Perciò credo che sarebbe opportuno affiancare la nostra produzione con abiti pronti a prezzo molto basso im modo che tutti, o quasi, possano comprarli."
"Ridurre i costi senza ridurre troppo la qualità è quasi impossibile." obiettò Damiano.
"Ho diverse idee per ridurre i costi, Dami." rispose Pierre."La prima è eseguire i tagli a pacchetti, guardate questi disegni: si fanno pacchi di tessuti sovrapposti, diciamo venti strati, li si pressa con opportuni morsetti fra due tavole di legno compensato, poi con una sega a nastro a denti fini ed estremamente affilati, si tagliano i pezzi da cucire: nel tempo che si impiega per tagliarne a mano uno, si può così tagliarne venti. Logicamente vanno fatte prove e il progetto va perfezionato, questa è solo una bozza di idea. Seconda proposta: confezioni in buste di cellofane, senza scatola: costano molto meno e occupano meno spazio sia nelle spedizioni che nel magazzinaggio. Terza idea: mettiamo su un'impresa di trasporti e distribuzione nostra, così tagliamo anche i prezzi della distribuzione..."
Gli altri lo ascoltavano attentamente mentre continuava ad esporre i propri progetti per tagliare drasticamente i costi; a volte prendevano appunti per non interromperlo e discuterne poi. Lavorarono a lungo sulle idee di Pierre, fecero preventivi, prove tecniche, modificarono i piani, vennero loro altre idee: era una vera e propria fucina di progetti e l'entusiasmo di Pierre contagiò tutti.
Pierre viaggiava spesso, per controllare le sue varie attività, consigliare, incoraggiare, corregere, stimolare. A fine anno si concesse di passare il Natale in famiglia. A capodanno invece era nuovamente a Milano, per inaugurare la nuova linea di abbigliamento a prezzi popolari e la nuova impresa di trasporti e spedizioni. Tutto era controllato dalla sua finanziaria svizzera "Pimathi".
A fine febbraio del 1946, Pierre, Diego, Damian, Maximilian e Thibaud si ritrovarono nuovamente nella sede di Milano per verificare, in una serie di riunioni, lo sviluppo delle imprese e per pianificare l'apertura di nuovi laboratori anche in altre nazioni.
Una sera, dopo essersi salutati alle undici ed essersi dati appuntamento per il pomeriggio del giorno seguente, Pierre tornò con la sua utilitaria, una giardinetta Fiat, nell'appartamentino che aveva comprato non lontano dalla Stazione Centrale. Si versò un drink, ma mentre lo sorseggiava, si disse che non aveva voglia di andare a letto. Piuttosto, dato che da tempo non aveva rapporti sessuali, decise di uscire per andarsi a cercare una compagnia per la notte. Sapeva che nei dintorni della Stazione c'erano ragazzi che vendevano i loro servizi.
Indossò il giaccone foderato di pelliccia di pecora, ed uscì. Sperava di trovare un bel ragazzo. Prima di uscire aveva acceso il boyler: sapeva che a volte i ragazzi di vita non erano granché puliti, perché non avevano un posto dove andare a lavarsi. Perciò era opportuno fargli fare un bagno, prima di portarseli a letto.
Fece un primo giro per vedere che cosa offriva la piazza. Faceva freddo, non erano molti i ragazzi che attendevano un cliente. Probabilmente erano solo quelli che avevano più bisogno di soldi, gli altri avevano rinunciato ed erano restati a casa loro al calduccio. Probabilmente i pochi che nonostante il freddo stavano lì, o vivevano in posti senza riscaldamento o addirittura non avevano neanche un buco da chiamare casa. Fatto il primo giro, e dopo aver adocchiato un paio di ragazzi tra cui decise di scegliere, iniziò il secondo giro.
Stava per andare verso uno di quelli che gli parevano interessanti, quando vide arrivare un ragazzo che camminava verso di lui. Camminava lento e lo guardava. Notò che era vestito con abiti primaverili e pensò che doveva star morendo per il freddo. Aveva calzoni di tela, attillati, ed una maglietta anche attillata, che mettevano in risalto un bel corpo. Quando il ragazzo gli giunse davanti, guardandolo con occhi da cerbiatto smarrito, gli chiese: "Sta cercando compagnia, signore?"
Aveva occhi scuri, capelli un po' lunghi, castano scuro, lisci, tagliati male, labbra morbide, dolci, teneva le mani in tasca, probabilmente per non farle congelare, e tremava visibilmente.
"Sì. Ti va di venire con me? A casa mia?"
"Non mi chiede quanto voglio e cosa faccio?" gli chiese il ragazzo un po' sorpreso.
"Va bene, quanto vuoi e cosa fai?" gli chiese Pierre con un sorriso.
"Se vuole fare tutto... e per tutta la notte... quattrocento lire."
"Va bene, faremo tutto e per tutta la notte. Vieni?"
"Pagamento anticipato."
"No, metà quando siamo a casa mia e metà domattina, dopo che abbiamo finito."
"Anticipato, adesso." insisté il ragazzo.
"No. Prendere o lasciare. Ci sono altri ragazzi, non sei l'unico."
Il ragazzo rifletté un attimo, poi, anche se un po' incerto, disse: "Va bene. Sta lontano?"
"No, a due passi." rispose Pierre e si avviò.
Sentiva lo scalpiccio dei passi dietro di lui. Pensò che il ragazzo era molto bello e aveva letto pena nei suoi occhi, pena e uno sguardo pulito. Pierre sapeva valutare bene gli uomini: grazie a questo aveva sempre scelto le persone giuste per il posto giusto nelle sue attività commerciali ed industriali. Non aveva letto in quegli occhi scuri la furbizia che spesso la vita insegna ai ragazzi di strada, né la strafottenza o l'aggressività che a volte li caratterizza. Non vi aveva letto calcolo, cinismo. La prima impressione di guardare in occhi da cerbiatto smarrito s'era rafforzata durante il loro breve colloquio.
Mentre salivano le scale, gli chiese: "Con che nome devo chiamarti, ragazzo?"
"Con il mio."
"Non me l'hai detto ancora."
"Giosuè."
"E quanti anni hai?"
"Ventuno."
"Ah, te ne davo diciannove, venti..."
"Beh, non ha sbagliato molto." osservò il ragazzo.
Entrarono. Pierre gli disse: "Adesso ti fai un bel bagno caldo e ti lavi bene."
"Come vuole. Mi dà le duecento lire, prima?"
"Certo." Contò quattro biglietti da cinquanta e glieli porse. Il ragazzo li infilò in tasca. "Aspetta, ti do un accappatoio da metterti quando ti sei lavato." Lo accompagnò nel bagno, riempì la vasca di acqua fumante, gli dette un pezzo di sapone e uno spazzolino da denti. "Il dentifricio è lì e c'è pure il pettine. Se ti vuoi radere, lì c'è il rasoio con una lametta nuova. Ti aspetto in soggiorno."
Il ragazzo annuì e Pierre uscì dal bagno chiudendo la porta dietro di sé. Sedette in soggiorno e si mise a sfogliare una rivista di moda, attendendo che il ragazzo finisse di lavarsi. Poi si chiese se il ragazzo potesse aver fame e desiderio di mangiare qualcosa, magari caldo. Così andò in cucina e mise sul fornello una pentola per preparargli un bel piatto di pasta. Aveva anche un buon ragù pronto. Purtroppo non aveva né carne né verdura in casa, e c'era poco pane, ma aveva qualche frutto che mise a tavola.
Sentì la porta del bagno aprirsi e gridò: "Sono qui, in cucina. Vieni."
Il ragazzo arrivò. Pierre notò che aveva la pelle lievemente arrossata per il bagno caldo, i capelli umidi, pettinati, e s'era rasato. Ora pareva anche più giovane di prima.
"Ti senti un po' meglio, adesso?" gli chiese.
"Sì. Deve ancora cenare?"
"No, sto preparando qualcosa per te. Hai fame?"
"Un po'..." rispose il ragazzo e Pierre capì che mentiva.
"Siediti, fra dieci minuti è pronto." disse. "Hai davvero ventuno anni?"
"Vuole vedere la mia carta di identità?"
"No."
"Tanto non gliel'avrei fatta vedere, non voglio che veda come mi chiamo di cognome, né da dove vengo."
Pierre sorrise: "E ti chiami davvero Giosuè?"
"Sì, certo."
"Hai un posto dove abiti?"
"Perché mi fa tante domande?"
"Così, per parlare. Perché sei una persona e sei ospite a casa mia, anche se solo per il tuo lavoro."
"Sono qui solo per scopare, non per fare salotto." disse il ragazzo, ma non in tono di sfida, piuttosto con rassegnazione, e forse con un po' di tristezza.
"La conversazione non è compresa nel prezzo? Devo pagare una tariffa supplementare?" gli chiese Pierre con lieve ironia.
"Quanti anni ha, lei?"
"Quarantadue, quasi quarantatré. Esattamente il doppio di te."
"Anche io gliene davo di meno. Non ha l'accento milanese."
"Tu sì."
"Non l'avevo mai vista là..."
"Eppure qualche volta ci vado, anche se non molto spesso. Anche io non t'avevo mai visto prima."
"A che ora devo andare via?"
Pierre capì che gli stava chiedendo se avrebbe potuto passare lì tutta la notte. "Io devo uscire verso l'una di pomeriggio, perciò prima di quell'ora, ma anche prima, se vuoi."
Come aveva immaginato, il ragazzo allora chiese: "Posso restare anche dopo che abbiamo fatto? Fino a domattina?"
"Te l'ho detto, basta che sia prima dell'una del pomeriggio."
La pasta era pronta. Pierre la scolò, gliela mise sul piatto e gli versò sopra una dose abbondante di ragù. Poi gli chiese: "Ti andrebbe anche un bicchiere di vino?"
"Non sono abituato a bere, ma... mezzo bicchiere va bene."
Pierre mise in tavola la bottiglia del vino e una caraffa d'acqua. "Serviti." gli disse, poi sedette anche lui.
Il ragazzo mangiava lentamente, masticando a lungo.
"Ha cucinato lei il sugo?"
"Sì."
Pierre s'aspettava che il ragazzo gli facesse i complimenti per come cucinava, sapeva di cavarsela bene, ma Giosuè non disse nulla. Dopo aver finito la pasta, il ragazzo pulì accuratamente il piatto con il pane.
"Posso mangiare anche un frutto?"
"Anche tutti, se vuoi. Non ho altro in casa."
"E domani, come fa per pranzo?"
"Mangio fuori. Non ho voglia di fare la spesa e cucinare." rispose Pierre e si chiese se il ragazzo aveva sperato di rimediare anche il pranzo.
"Lei come si chiama?" chiese il ragazzo mentre addentava il secondo frutto.
"Pierre."
"Francese?"
"No, Val d'Aosta."
"Mezzo francese, allora."
"No, tutto italiano."
"Andiamo a scopare, adesso?"
"Hai fretta?"
"Se non ha fretta lei..."
"A me piace fare le cose con calma, quando posso."
"Anche a letto?"
"Anche a letto."
"Posso farle una domanda?"
"Mi pare che ne hai già fatte. Come mai adesso mi chiedi se puoi?"
"Certe domande si possono fare, altre no."
"E tu falla, vedrò se risponderti."
"Lei va solo coi ragazzi?"
"Sì. E tu?"
"Anche. Ne ha avuti tanti?"
"Anche troppi."
"Cosa vuol dire, anche troppi?"
"Che..."
"Che gliene basterebbe uno, scommetto, ma fisso."
"Eh, proprio così."
"Uno come lei non dovebbe avere problemi a trovarsene uno fisso."
"Forse ho una vita troppo vagabonda e troppo piena di impegni. Non credo che sia facile trovare qualcuno che la vuole condividere."
"A meno che è uno gli piace la vita vagabonda. C'è chi gli piace."
"A chi piace la vita vagabonda, piace farla a modo proprio, non a modo di un altro."
"Vuole che lavo piatto e pentole?"
"No, ci penso io domattina."
"Allora andiamo a letto?"
"Sì."
Il ragazzo si tolse l'accappatoio e si stese sul letto mentre Pierre si spogliava. L'uomo lo guardò: era molto ben fatto, attraente. Non era eccitato, il suo membro era appoggiato su una coscia, morbido, bello. Quando Pierre fu nudo e si avvicinò al letto per salirvi sopra, Giosuè lo guardò ed abbozzò un sorrisetto.
"Ce l'ha già duro."
"Già."
"Allora le piaccio..."
"Sì." gli rispose Pierre stendendoglisi di fianco.
Il ragazzo, mentre l'uomo gli si stendeva a fianco, gli passò un braccio attorno alle spalle e lo tirò a sé: "Cosa le piace fare, Pierre?"
Era la prima cosa che lo chiamava per nome. Gli fece piacere. "Tutto, s'è detto, no?"
"Sì, è vero. Le piace anche baciare?"
"Certo."
Giosuè si sollevò su un gomito, si chinò su di lui e lo baciò. Sapeva baciare bene. Pierre gli prese il volto fra le mani mentre gli rendeva il bacio. Pian piano il ragazzo gli si stese sopra e cominciò a sfregare il corpo contro il suo. Pierre sentì che ora anche il ragazzo era eccitato, i loro membri duri premevano uno contro l'altro. L'uomo gli carezzò la schiena e le chiappette sode e liscie. Giosué gli sfregava tutto il corpo col suo, sostenendosi sui gomiti e le ginocchia in modo di non pesargli sopra. Ci sapeva fare ed era evidente che piaceva anche a lui. Pierre pensò che avrebbe passato una notte assai piacevole.
Poi il ragazzo lo forzò gentilmente a girare assieme a lui in modo che Pierre gli andasse sopra. Gli cinse quindi la vita con le gambe, offrendoglisi. Ma Pierre non lo prese, voleva fare le cose con calma, godersi quel ragazzo a lungo.
Continuarono così, girandosi e rigirandosi, mettendosi uno al rovescio dell'altro, abbracciandosi e baciandosi, intrecciando le loro membra in un crescendo di piacere e di desiderio, in una piacevole ginnastica erotica.
Come avevano concordato, fecero veramente di tutto, dandosi piacere l'un l'altro fino a quando, prima Giosuè poi Pierre, raggiunsero il pieno appagamento. Allora il ragazzo andò in bagno, tornò con un asciugamano umido e ripulì coscienziosamente Pierre e poi se stesso. Quindi tornò sul letto accanto a Pierre.
"Andava bene?"
"Sì. Ora vuoi il resto dei soldi?"
"Quando me ne vado."
"Come vuoi." gli disse Pierre tirandolo a sé e circondandolo con le braccia e le gambe.
"Se... se domattina o durante la notte le viene voglia, Pierre... può fare quello che vuole, per me va bene."
L'uomo gli sorrise. "Un attimo, vado a spegnere la luce."
"Ci penso io. Resti comodo, lei."
Il ragazzo scese agilmente dal letto, spense la lampada, e tornò, andandosi a raggomitolare contro il corpo dell'uomo e poggiandogli la guancia sul petto. Pierre gli carezzò lievemente il corpo. Giosuè, pochi minuti dopo s'era addormentato. Pierre coprì con il lenzuolo e la coperta i loro corpi. In breve si addormentò anche lui.
Si svegliò alle nove, sentendosi fresco e riposato. Il ragazzo ancora dormiva profondamente. Pierre si divincolò senza svegliarlo, scese dal letto, andò in bagno a vuotarsi, poi, nudo come era, in cucina a preparare la colazione per tutti e due. Era quasi pronta, quando con la coda dell'occhio percepì un movimento. Si girò e vide Giosuè, anche lui ancora completamente nudo, che lo guardava e si stropicciava gli occhi.
"La colazione è quasi pronta."
"Non ha fatto niente, stanotte o stamattina." disse il ragazzo guardandolo serio.
"Stanotte dormivo io e stamattina dormivi tu, Ho preferito lasciarti riposare. Siediti, mangiamo un po' di caffelatte."
"Abbiamo tempo prima dell'una... se le va di farlo di nuovo."
Pierre sorrise. "Perché no? Tu hai voglia di farlo di nuovo?"
"Per quattrocento lire, ha diritto di farlo di nuovo."
"Rispondi alla mia domanda."
"Lei lo sa fare bene. Perché no? E poi... lei è gentile."
Pierre mise in tavola due ciotole di caffelatte caldo e un pacchetto di biscotti. Mangiarono in silenzio. Giosuè lo guardava spesso.
"Che hai da guardarmi in quel modo, Giosuè?"
"Mi stavo chiedendo che tipo è lei, Pierre. Mi incuriosisce."
"Anche io mi chiedo che tipo sei tu..."
"Io sono solo una marchetta."
"E io allora, se tu sei solo una marchetta, io sono solo un cliente." ribatté Pierre con voce piana.
"Se le dà fastidio che dico che sono una marchetta, perché è andato a cercarsene una dove ci sono solo marchette?"
"Cercavo un ragazzo."
"A pagamento."
"Se lo facevi gratis, ti invitavo lo stesso."
"Bella scoperta. Magari era pure più contento." ribatté il ragazzo in tono ironico.
"Comunque mi piace farlo con te, e anche a te è piaciuto, e mica solo perché pagavo, no?"
Non fecero di nuovo all'amore, quella mattina. Dopo la colazione Giosuè chiese se poteva andare. Pierre gli disse di sì. Il ragazzo si rivestì, Pierre gli dette le altre duecento lire, Giosuè le intascò e andò via senza dire una sola parola di commiato.
Pierre ci rimase un po' male, non tanto per non aver fatto di nuovo all'amore, ma per la quasi fuga del ragazzo. Si chiese perché, dopo aver detto che gli sarebbe piaciuto fare di nuovo all'amore con lui, aveva cambito idea ed era scappato via.