Ormai Pierre aveva quaranta anni e la sua vita si svolgeva in attività sempre più frenetiche. Era spesso a Lugano e qui si avvicinò al Parito Popolare che spesso aiutava con donazioni, procurando lavoro ai fuoriusciti o dando consigli organizzativi.
Proprio per questo ad un certo punto gli venne offerto l'incarico di rappresentare il Partito Popolare nel comando militare del CLN. Fu tutt'altro che facile per il giovane imprenditore fare un passo come quello: da un lato questo lo avrebbe sottratto ai suoi molteplici impegni, ma dall'altro capiva che gli veniva offerta la possibilità di fare qualcosa di concreto ed in prima persona per combattere il fascismo.
Questo però gli avrebbe imposto di entrare in clandestinità, impedito quindi di mandare avanti i propri affari. Alla fine decise di accettare, chiese solo il necessario tempo per sistemare le proprie cose. Grazie ad un partigiano, fece recapitare un messaggio a Diego, in cui gli diceva che aveva un estremo bisogno di lui e Damiano per i suoi affari, e pregandoli di trasferirsi in Svizzera. Non ne spiegò la ragione, per il timore che il messaggio cadesse in mani sbagliate.
Dopo meno di un mese i due arrivarono a Sion, dove Pierre li aspettava. Così disse loro della sua decisione, e chiese loro di accettare una delega generale, in modo che potessero prendere il suo posto e mandare avanti tutti i suoi affari e le sue imprese. Maximilian e Thibaud li avrebbero affiancati come avevano sempre fatto con lui. I due, dopo aver discusso la cosa con Pierre, Charles, Thibaud e Maximilian, accettarono. Così Pierre poté lasciare tutto, scomparire ed entrare in clandestinità.
Piemme, Stella, Vespa e Tobia furono i nomi che Pierre via via assunse operando nella Resistenza, di volta in volta come rappresentnte politico nel CLN, come ufficiale di collegamento fra i gruppi partigiani, e anche come comandante militare dei gruppi di partigiani democristiani. Essendo un abile ed esperto manager con un forte senso dell'organizzazione, Pierre svolse un ruolo di grande utilità all'interno delle formazioni partigiane, curando i collegamenti interni, dedicandosi a reperire ed allocare soldi, armi e vettovagliamenti.
Le sue attività lo portarono a rientrare clandestinamente in Italia diverse volte. Grazie alla sua opera ed alla sua capacità di trattare con gli uomini, il gruppo partigiano di cui era entrato a fare parte, da un numero iniziale di circa tremila uomini, divenne quasi venti volte più grande e ciò non ostante, perfettamente organizzato e coeso. I suoi uomini lo adoravano letteralmente.
Più di uno dei suoi giovani partigiani, in diverse occasioni, gli fece capire che avrebbe accettato con piacere le sue eventuali avance sessuali, ma Pierre non aveva mai ceduto alle pur allettanti occasioni ed aveva sempre scoraggiato, con delicata fermezza, quel tipo di approccio. Essendo onesto con se stesso, capì che il vero motivo per cui non voleva legarsi con uno di quei giovani combattenti, era il timore di innamorarsi e che poi gli morisse: la vita del partigiano era a stretto contatto con la concreta possibilità di essere uccisi.
Ai primi di settembre del 1944 Pierre, con il nome di Vespa, era a Bologna per organizzare la resistenza in loco. Aveva svolto un buon lavoro e si stava preparando per tornare in Svizzera quando, nel pomeriggio del 12 settembre, mentre lasciava l'albergo dove si era registrato come Antonio Donvito, si trovò improvvisamente circondato da un gruppo di camicie nere. Uno, con una pistola in una mano ed un pugnale nell'altra, e che doveva essere il comandante del gruppo, gli disse: "Martinello Pietro, vi dichiaro in arresto. Seguitemi."
Pierre, restando calmo, anzi, glaciale, rispose: "Io mi chiamo Antonio Donvito, avete sbagliato persona. Inoltre solo la polizia di stato ha il diritto di eseguire un arresto."
L'uomo fece un sogghigno: "Sappiamo bene chi siete, siete stato riconosciuto, è inutile che negate o che ci fate perdere tempo con documenti falsi. Inoltre, ogni cittadino degno di questo nome ha il sacrosanto dovere di arrestare un criminale e di condurlo al posto di polizia. Seguitemi e non opponete resistenza, altrimenti saremo costretti ad usare la forza."
"Se mi immobilizzate e mi prendete di peso, potete portarmi ovunque volete, spezzarmi le gambe a manganellate, imbottirmi di olio di ricino o spararmi un colpo alla tempia. Ma io non mi muovo di qui. Se, come dite, ho commesso un crimine, chiamate la polizia di stato ed io andrò al comando con loro."
Attorno al gruppetto s'era adunata parecchia gente e tutti guardavano con volti impenetrabili la scena. Volti che non davano l'idea di sostenere né l'una né l'altra parte. Fra questi però Pierre riconobbe due partigiani, impassibili come gli altri.
"E si farà come dite voi. La legalità innanzitutto, no? Tonio, vai ad allertare la polizia che abbiamo preso un traditore della patria." ordinò il comandante ad uno dei suoi uomini. Questo corse via e la gente si scostò per lasciarlo passare, per poi richiudere il silenzioso cerchio.
"Ah, di questo mi si accusa?" chiese Pierre, sempre tranquillo. "E in base a che cosa?"
"C'è un grosso fascicolo che vi riguarda, e dentro c'è abbastanza per mandarvi al capestro, credetemi."
Giunse una camionetta della polizia. Due agenti ed un graduato ne scesero e si fecero largo fra la gente. Il capo della banda di camicie nere salutò il graduato con familiarità.
"Lo prendiamo noi, Brusca." disse il graduato, poi, rivolto a Pierre, "Seguiteci."
"Veniamo anche noi." dichiarò il capo della squadra fascista.
Il graduato fece spallucce. Fece mettere le manette a Pierre, e lo condussero sulla camionetta e, con questa, fino al comando di polizia. Poco dopo giunsero anche gli squadristi che l'avevano fermato e che avevano percorso il tragitto a piedi. Osservarono in silenzio lo svolgersi delle formalità. Quando il poliziotto che batteva a macchina il verbale compitò le parole "Donvito Antonio", il capo della squadraccia intervenne: "Si chiama Martinello Pietro, non Donvito Antonio. Quelle carte sono false!"
Il graduato gli fece cenno di stare tranquillo e disse al poliziotto: "Scrivi: il sedicente Donvito Antonio." poi rivolto all'altro gli disse: "Dopo farete le vostre deposizioni ed osservazioni."
"Il federale ha un fascicolo su quello lì, e..."
"D'accordo, Brusca, sarà attentamente studiato anche il fascicolo, non dubitate. Seguiamo le procedure."
Uno degli squadristi disse ad alta voce: "Che cazzo perdete tempo a fare? Al muro dovete metterlo, a morte. Se solo sapeste chi è questo pezzo di merda..."
Il graduato lo guardò con durezza: "Noi non si mette al muro nessuno: si farà il processo e si eseguirà quanto decide il giudice. Non dubitate, giustizia sarà fatta."
Poi Pierre fu portato in una cella e chiuso dentro. C'era un altro uomo seduto sul bordo del tavolaccio che fungeva da branda, che lo guardò entrare e si spostò di lato per farlo sedere. Quando furono soli, l'uomo gli chiese, con forte accento bolognese: "Per cosa v'hanno messo dentro, a voi?"
"E chi lo sa. Secondo me è un errore di persona, mi hanno preso per un altro."
"A me m'hanno beccato mentre taccheggiavo in un negozio, invece. Eh, sto invecchiando, non sono più abile come un tempo." disse l'uomo con una bassa risata amara. "Voi sembrate una persona per bene. Che lavoro fate?"
Pierre lo guardò ma non rispose.
"Non vi va di parlare? Vi do fastidio perché sono solo un poveraccio? Un poveraccio e un ladro?"
"Non mi va di parlare, ma non per il motivo che dite. Non giudico mai un uomo per il suo aspetto o per altro."
"È che sono qui dentro da tre giorni e siete il primo con cui posso scambiare due parole. Quelli..." e fece con un gesto verso il corridoio che conduceva agli uffici, "non mi parlano manco quando vengono a portarmi quello schifo che chiamano pasti. Uno ha bisogno di parlare per sentirsi ancora un uomo, no? Però, se vi do fastidio..."
"No scusatemi. È solo che sono seccato per questo contrattempo."
"È la prima volta che vi mettono dentro?"
"Sì."
"Anche a me. Non m'hanno mai beccato, prima, me la sono sempre svignata in tempo. Mah, come si dice, tanto va la gatta al lardo... Stanotte, preferite dormire qui o sul tavolaccio di fronte?"
"Non c'è differenza, uno vale l'altro."
"Levo subito la mia roba se preferite sedervi lì invece che starmi vicino."
"Non ha importanza. Potete levarla quando è ora di stenderci."
"Quand'ero giovane, facevo tanti sogni, pensavo di diventare chissà chi, e invece, eccomi qui, vedete? Non me n'è andata bene una nella vita. A voi, a guardarvi, invece, pare che le cose sono andate bene."
"Non posso lamentarmi."
"Buon per voi. Fumate? Avete una sigaretta da darmi?"
"Non fumo, mi spiace."
"Siete sposato, voi?"
"No."
"Neanche io. Troppi pensieri una moglie, e ancora di più i figli. Comunque in giro ci sono anche troppe mogli da accontentare, scontente del marito, ho avuto la mia buona parte, a seminare corna e magari anche qualche figlio illegittimo, chi sa..." disse ridacchiando l'uomo. "Sono un buon galletto, sapete, alle donne ancora piaccio, o per lo meno gli piace il mio arnese e come lo uso. Meglio dei loro mariti, a giudicare quello che mi dicono mentre me le metto sotto."
Pierre lo ascoltava appena, a volte inseriva un'osservazione nel monologo dell'altro, più per cortesia che per interesse. A sera portarono loro qualcosa da mangiare. Aveva ragione l'uomo, era una sbobba insipida, ma Pierre finì tutto fino all'ultima briciola.
Poi le luci si spensero ed accesero tre volte.
"Il segnale che ci si deve mettere a dormire da bravi balilla. Voi non sarete abituato a dormire sul tavolaccio. Volete la mia coperta da mettervi sotto?"
"No, grazie. Io basta che mi stendo e dormo che non mi svegliano nemmeno le cannonate. Quando ho sonno, potrei anche dormire in piedi come i cavalli."
"Già, mi sono sempre chiesto come fanno, i cavalli. Oh, se russo e vi disturbo, svegliatemi."
"Ve l'ho detto, non mi svegliano neanche le cannonate, non vi date pensiero."
Dopo tre giorni, Pierre fu trasferito nel carcere mandamentale. Gli fu comunicato che l'otto ottobre vi sarebbe stato il processo. Lo misero in cella con un ragazzo di ventuno anni appena compiuti. Nella cella v'era un letto metallico a castello, il ragazzo gli disse di prendere quello sopra, che lui dormiva in quello sotto. La cella era piccola, aveva un minuscolo tavolo di fronte ai letti, con due sedie e, sul fondo, la turca del cesso con un coperchio di legno e il secchio dell'acqua accanto. A lato v'era un basso lavello con il rubinetto. Pezzi di carta di giornale pendevano da un chiodo come carta igienica. La porta era una grata a sbarre spesse un dito e sopra al cesso v'era una finestrella quadrata, anche questa chiusa da robuste sbarre.
Il ragazzo lo guardava dal basso, con uno sguardo duro, e non parlava. Da quando era entrato, le uniche parole che aveva detto riguardavano i letti. Pierre avrebbe voluto avere qualcosa da leggere, per passare il tempo. Non pensava a che cosa gli poteva accadere, a come sarebbe andata a finire. I suoi pensieri andavano invece a tutte le persone che gli erano care, cercando di immaginare che cosa stessero facendo in quel momento...
Dopo aver pranzato, decise di salire sul proprio letto e di stendersi per un po'. Notò alcune scritte graffite sul muro, e le seguì leggendole. Sorrise quando lesse: "Qui, il nove maggio 1941, Carlo m'ha fottuto in culo. Sa fottere bene." Si chiese che fine avessero fatto l'autore di quella scritta e quel Carlo...
Sentì un lieve rumore e si girò a guardare. Il ragazzo era seduto al tavolo e, con una pallina fatta con la mollica di pane, stava giocando a calcio, usando indice e medio delle due mani come fossero le gambe di due calciatori. "Ti piace il gioco del calcio?" gli chiese Pierre.
L'altro si interruppe e lo guardò per un po', dritto negli occhi, senza rispondere. Poi disse a voce bassa: "Giocavo nella squadra giovanile dell'Ancona." e continuò a guardarlo negli occhi.
"Eri bravo?" gli chiese Pierre, sollevandosi su un gomito.
L'altro fece spallucce: "Dicevano che ero una promessa del calcio."
"E poi?"
"E poi, cosa?" chiese il ragazzo con tono duro.
Pierre non rispose, ma continuò a guardarlo negli occhi. Senza sapere perché, sentiva che non poteva distogliere lo sguardo, fra loro due era iniziata una specie di sfida silenziosa. Dopo un po' il ragazzo abbassò gli occhi.
"E poi." disse. "Tanto, se non te lo dico io, lo vieni a spere lo stesso, pare che lo sanno tutti qui dentro. E poi... M'hanno cacciato perché m'hanno trovato che fottevo con un compano di squadra. Solo che lui era il figlio di un pezzo grosso, non gli hanno fatto niente. E poi hanno avvertito anche al lavoro e ho perso il lavoro, e poi anche mio padre, che m'ha cacciato di casa, e poi allora ho cominciato a vendere il culo per mangiare, e poi eccomi qui per prostituzione. Contento, adesso. Stai tranquillo, non hai bisogno delle mutande di latta, a me piace prenderlo, non metterlo, non rischi niente!"
Aveva detto tutto d'un fiato e via via la sua voce era diventata più acuta, quasi stridula.
"Come ti chiami?" gli chiese Pierre in tono gentile.
L'altro lo guardò stupito, poi, sottovoce, rispose: "Stefano Beccacece."
"Io mi chiamo Antonio Donvito." gli disse Pierre dandogli le sue false generalità. Non poteva dirgli il suo vero nome, come d'impulso gli era venuto da dire.
"Tu invece sei dentro perché sei un antifascista, no?"
"Così dicono loro. Io no ne so niente, non mi sono mai interessato di politica."
"Non interessarsi di politica, per loro, è uguale a essere antifascisti. Chi non è con noi è contro di noi, dicono."
Di nuovo cadde il silenzio, per ore. Pierre s'era appisolato. Poi dovette andare di corpo e solo allora si rese conto che doveva farlo di fronte all'altro. Fece quietamente quello che doveva. Notò che Stefano, fingendo di guardare altrove, stava in realtà ispezionando il suo equipaggiamento.
Pensò che era un ragazzo attraente, e il pensiero lo fece eccitare. Una volta finito, si rimise a posto gli abiti, ed andò a sedere al tavolo, quasi di fronte all'altro.
"T'è venuto duro, quando ti sei accorto che ti guardavo." disse all'improvviso Stefano.
"Sì." ammise quietamente Pierre.
"T'è venuta voglia di mettermelo in culo? Dopo che spengono le luci, se ti va di farlo, per me va bene. Non vengono mai a controllare dopo il buio, abbiamo tutto il tempo che occorre."
Pierre non rispose.
"L'hai mai fatto, con un ragazzo, tu?"
Di nuovo, Pierre non rispose.
"Allora l'hai già fatto, sennò ti precipitavi a dirmi di no." osservò Stefano con un sorrisetto. "Li conosco gli uomini, io, li conosco bene. Sono stato con gente di ogni tipo, compreso un vescovo, un federale ed il primario dell'ospedale. Uomini sposati, poliziotti, fascisti spaccafighe, meccanici, autisti, pittori, negozianti... e ho imparato a far godere un uomo meglio di qualsiasi puttana, sia di bocca che di culo."
Pierre lo ascoltava senza reagire.
"Una sera un poliziotto m'ha fottuto fra i cespugli nel parco, in cambio di non arrestarmi, di non denunciarmi. Quello s'era levato i calzoni per fare meglio, io li avevo solo calati quanto bastava. Quando quello ha finito di fottermi, io lesto mi son tirato su i calzoni, gli ho fregato calzoni dell'uniforme e mutande e sono scappato via lesto come una lepre. Mi chiedo com'ha fatto a tornare in caserma o a casa nudo dalla cintola in giù, come poteva giustificarlo!" disse e per la prima volta rise, divertito.
Anche Pierre rise, immaginandosi la scena.
"Nei calzoni aveva il portafogli con i soldi, i documenti, la foto della moglie e del figlio di due anni, non più, che teneva in braccio. Allora mi sono tenuto i soldi, ho preso i dati dei documenti, poi ho scritto dietro la foto: m'è piaciuto come m'hai fottuto in culo; e di notte sono andato a mettere il portafogli nella buca delle lettere di casa sua. Per fortuna, stavolta che m'hanno fregato, non l'ho ancora incontrato."
"E se anche lo incontrassi, che potrebbe dirti, che potrebbe fare? Gli conviene stare zitto e tenersi quello che si è meritato."
"Sì, hai ragione. Sì, gli ho dato quello che s'è meritato, e mi sono ripagato con abbondanza per il servizietto che m'aveva costretto a fargli. Comunque... era bravo a fottere, devo ammetterlo. Pochi uomini lo sanno fare bene, anche se si danno arie da gran scopatori."
Arrivò la ronda per la perquisizione delle celle e la perquisizione personale. Più tardi portarono la cena.
"Quelli di questa volta no, ma tre giorni fa, quello che mi faceva la perquisizone corporale, mi toccava in un modo che mi sa che gli piaceva toccarmi. Pensavo che magari tornava più tardi, era un bel giovanotto, l'avrei accontentato volentieri, ma non s'è fatto vedere."
"Parli solo di quello, Stefano?" gli chiese Pierre, ma senza critica nella voce.
"Ognuno parla del proprio lavoro, no? Che altro so fare, io?"
"Sai giocare a calcio."
"Oh, è preistoria, quello. Sono sei anni che non tocco più un pallone e che faccio la vita. Ognuno parla del proprio lavoro, specialmente se gli piace."
"Allora a te piace."
"Non sempre, no. Solo qualche volta. Mica posso scegliere, fare lo schizzinoso. Devo prendere quello che la piazza offre. Ma forse è così per qualsiasi lavoro, che ne so. Il bello del mio lavoro è che non devo spendere niente, gli attrezzi li ho sempre con me, il locale o lo offre il cliente o la natura, il guadagno è netto, non ci devo manco pagare le tasse. Il brutto è che a volte, con certi clienti, ne faresti volentieri a meno ma di rado puoi. E che devi stare attento che a volte, dopo averti fottuto, ti menano o ti derubano."
"T'è mai capitato?"
"A me no, ma a un paio di miei amici sì. Uno è pure finito in ospedale. E mica ha potuto denunciare lo stronzo, ha dovuto dire che aveva avuto una lite con un ubriaco che manco conosceva."
Si misero a letto, spensero le luci. Pierre si stava addormentando, quando fu svegliato: Stefano era salito nel suo letto e si stava sdraiando accanto a lui.
"Allora, ti va di fottermi in culo, Antonio?"
"Non è necesario, Stefano. Torna a dormire tranquillo."
"Ma io ho troppa voglia, sono tre, anzi quattro settimane ormai che nessuno me lo mette. E tu mi piaci, sei un bell'uomo. Dai... vedrai che ti faccio divertire." Dicendo così s'era sfilato le mutande, poi aveva messo una mano fra le gambe di Pierre. "Vedi che t'è venuto duro? Ne hai voglia anche tu. Dai, mettimelo." insisté frugando nelle mutande dell'altro.
Anche per Pierre era parecchio tempo che non aveva più rapporti, e quel ragazzo lo attraeva, ed era lì, disponibile, anzi, insistente. Ma qualcosa ancora lo frenava. Stefano ora glielo stava manipolando a piena mano, dentro le mutande. Poi il ragazzo si contorse finché riuscì a portare il capo sul pube di Pierre.
"Fermo, che fai..." disse l'uomo cercando di allontanarlo.
"Te lo preparo a modino, così mi scivola dentro meglio. Lascia fare a me..."
"No..."
"Non fare come le femmine, che dicono no, no e poi sì. Lasciami fare. Lui sta dicendo di sì, è inutile che tu dici di no."
Stefano si tuffò sul suo pube ed iniziò a muovere la testa su e giù. Pierre si rilassò e lo lasciò fare. Con una mano gli carezzava la nuca, con l'altra le spalle. Dopo un po' il ragazzo smise, si stese sullo stomaco e gli disse: "Dai, vienimi sopra e fammelo godere tutto. Dai!"
Mentre Pierre gli entrava dentro, Stefano gli mordicchiava una mano e mugolava a bassa voce. Pierre si mosse su di lui, prendendosi il proprio piacere ma preoccupandosi di darne il più possibile al ragazzo. Stava riuscendo nel proprio intento, perché il ragazzo sussurrava lievi "Sì..." carichi di piacere ad ogni sua spinta.
Quando tutto fu finito, Stefano gli disse: "Cazzo se ci sai fare tu! Sei uno dei migliori che ho avuto, sei riuscito a farmi venire senza bisogno di menarlo. Non capita quasi mai. A te è piaciuto, no?"
Pierre lo abbracciò gli carezzò una guancia e poi il petto. "Sì, mi è piaciuto molto."
"Sono bravo, no? Cazzo, t'ho bagnato il materasso. Se vuoi, puoi andare a dormire sotto e dormo io qui."
"Non ha nessuna importanza."
"Vuoi che me ne vado, adesso? Vuoi dormire?"
"No, resta ancora un po' qui." rispose Pierre continuando a carezzarlo con tenerezza.
"Sai una cosa?"
"Cosa, Stefano?"
"Nessuno mi ha mai detto di restare, dopo che s'era sfogato. Mi piace come mi tieni, come mi tocchi. Non sono il tuo primo ragazzo, giusto?"
"Giusto."
"E tu... li tratti tutti così, i ragazzi con cui vai, dopo?"
"Se a loro piace, sì."
"Perché?"
"Perché sono esseri umani come me, e perché si è condiviso il piacere."
"Anche se sono solo puttani come me?"
"Non sono forse esseri umani anche loro?"
"No, siamo solo buchi da riempire..."
"Non per me. E tu non ti sei prostituito a me. Ma se anche fosse, per me non cambia niente."
"Sei un uomo strano, tu."
"Perché?"
"Beh, no, forse strano non è la parola giusta. Ma tu sei diverso da tutti gli altri."
"Forse è solo perché ci si è incontrati qui, in galera."
"Non credo. Anzi, in galera gli uomini diventano ancora più bestie."
"Ci sei già stato, tu?"
"No, mai. Ma qualche mio compagno di strada sì, e quello che mi raccontava a quattr'occhi... tutto meno come mi stai tenendo tu! Siccome era giovane e belloccio, era diventato il giocattolo di tutti, facevano la fila per fotterlo. Anche un paio di sorveglianti se lo portavano in infermieria con la scusa di farsi aiutare e glielo mettevano in culo. Mi piace stare così, dopo aver fatto. Sai una cosa?"
"Cosa?"
"Mi piacerebbe rincontrarti quando saremo fuori da qui."
"Non sarà facile, ma non è impossibile."
"È meglio che torno nel mio letto. Se ci addormentiamo e ci trovano così, sono cazzi amari, domattina."
"Forse hai ragione. Buona notte, Stefano."
Il ragazzo si rimise le mutande e la canottiera, fece per scendere dal letto, ma prima disse: "Sì, sarà la prima notte buona, questa, qui dentro." e scivolò via. Poi, una volta sdraiatosi nel suo letto, sussurrò: "Mi sarebbe piaciuto addormentarmi lassù con te."
Dopo quella prima volta, fecero all'amore tutte le notti. Quando un giorno Pierre gli fece notare il graffito sul muro, accanto al suo letto, Stefano sorrise. Prese un chiodo e sotto scrisse: "Qui Stefano ha conosciuto un uomo speciale, e vorrebbe poter dare il culo solo a lui. 29 settembre 1944".
Giunse l'otto ottobre. Dopo aver fatto gli auguri al ragazzo, ed aver ricevuto i suoi auguri, Pierre seguì la sua scorta. Fu fatto salire in una camionetta che doveva portarlo al tribunale. Stavano attraversando un mercato, quando davanti a loro un carretto sbarrò la strada; quello che lo spingeva cercò di scartare ma il carretto si rovesciò spargendo tutte le cassette di insalata sulla strada. Due poliziotti scesero urlando di sgombrare subito la carreggiata, quando un camion tamponò violentemente la camionetta. Scesero anche gli altri due, e presto fu tutto un bailamme di grida, urli, spinte, proteste, gente che si ammassava, aiutava, intralciava...
Pierre, rimasto solo sul sedile posteriore, i polsi ammanettati fra loro, si sentì prendere rudemente per un braccio e tirar fuori dalla camionetta. Guardò preoccupato intorno, poi riconobbe l'uomo: era un partigiano. Sospinto da questo, corsero dietro un banchetto, passarono a quattro zampe sotto un altro, poi fu spinto dentro un uscio che si chiuse con un tonfo alle loro spalle. Fuori la confusione parve aumentare. Corsero su per un scala, arrivarono sul tetto, saltarono su un altro tetto e scesero per un'altra scala. Pierre aveva il cuore in gola.
Poi l'uomo lo sospinse in una stanza, dove altri uomini attendevano. "Tutto bene?" chiese uno che non conosceva.
"Sì, stanno ancora litigando. Gli amici hanno fatto un lavoro perfetto."
Un altro degli uomini prese le mani di Pierre, trafficò nelle sue manette con un ferretto e dopo poco erano aperte. Pierre si massaggiò i polsi.
"Svelto, spogliati e indossa questo!" gli disse quello che pareva il capo porgendogli una tonaca da vescovo, completa di croce pettorale, anello pastorale e scarpe con le fibbie di metallo. Gli fecero mettere un piccolo cuscino sulla pancia per farlo sembrare grassoccio, mentre due degli altri uomini indossavano la talare da preti e si mettevano in testa il saturno.
"Sotto c'è un'auto con la targa del Vaticano. Ti portano fuori da Bologna, poi ti dovrai travestire di nuovo. Nostri uomini di lì ti portano fino in Svizzera, è tutto pronto."
"Grazie, ragazzi."
"Dovere, non potevamo perdere te. Ah, tieni, mi hanno detto che per te questa è molto importante." gli disse l'uomo porgendogli la sua tabacchiera d'osso.
Pierre spalancò gli occhi e, prendendola, la carezzò quasi: "Come avete fatto ad averla? Me l'avevano requisita con tutte le altre cose quando m'hanno portato in carcere!"
"Abbiamo i nostri mezzi, è bastato ungere le ruote giuste e passare voce a uno dei nostri che è... nel posto giusto. Andate, ora, non c'è un minuto da perdere."
Così Pierre, dopo un viaggio di tre giorni e cambiando auto e travestimento altre due volte, giunse finalmente in Svizzera attraverso i sentieri usati dai contrabbandieri e dai partigiani.