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una storia originale di Andrej Koymasky


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QUEL CHE FA LA SINISTRA
CAPITOLO 12
L'ESILIO VOLONTARIO

Pierre entrò in Svizzera attraverso il Gran San Bernardo ed inizialmente si stabilì a Sion, capitale del Valais. Nonostante i suoi documenti lo qualificassero come Pietro Martinello, avendo portato con sé vecchi documenti con il suo vero nome, riuscì, con l'aiuto di un avvocato locale, a farsi registrare dalle autorità svizzere come Pierre Martinet: il poter riavere il proprio nome era diventato per Pierre un punto di onore, un'affermazione della sua opposizione al fascismo, un atto di libertà.

A fine anno s'era sistemato in un negozio vuoto che aveva preso in affitto e dove, nel retro, aveva sistemato un lettino ed un fornelletto per potervi vivere. Vi aveva aperto una camicieria, il lavoro che conosceva meglio, comprando una macchina per cucire e belle pezze di tela. Aveva intaccato solo una parte del denaro che aveva potuto portare con sé.

Dopo pochi mesi dal suo arrivo, la sua attività iniziò a rendere, sì che dovette acquistare una seconda macchina per cucire ed assumere due aiutanti. Erano questi due giovanissimi sposi, Robert e Sylvie Cattin, il primo di ventidue anni e la ragazza di diciannove. Robert era figlio di un sarto di Sierre e fu da subito un validissimo aiuto. Fu così che, oltre le camicie con cui Pierre aveva iniziato, presto il negozio divenne una sartoria per uomo e gli affari ebbero un nuovo impulso.

Ma Pierre, grazie anche alla sua esperienza, intendeva trasformare la sartoria in un'impresa di capi pre-confezionati: sentiva che questo sarebbe stato il futuro dell'abbigliamento. Robert inizialmente non era molto d'accordo, ma quando i loro capi pronti iniziarono ad avere più successo di capi fatti su misura, aderì entusiasticamente all'idea del suo principale. Infatti i capi pre-confezionati, con pochi adattamenti, erano quasi identici a quelli fatti su misura, ma costavano di meno.

Pierre fu in grado di prendere un ampio magazzino ed attrezzarlo per il confezionamento degli abiti, poi ad ingrandirlo, ed alla fine del 1937 aveva già una ventina di dipendenti. Non viveva più nel retro della sua prima bottega, trasformata ora in un bel negozio, ma aveva un appartamentino, modesto ma funzionale. Pierre non spendeva quasi nulla dei suoi guadagni per se stesso, ma li reinvestiva per potenziare le sue attività. Approfittando dei contatti che aveva avuto quando lavorava ad Aosta ed era stato rappresentante esclusivo per i paesi germanofoni dell'associazione italiana manifatturieri dell'abbigliamento, presto iniziò ad esportare i propri capi di abbigliamento, oltre a poter comprare le pezze di tessuto a prezzi convenienti.

Pierre, ora che era padrone di se stesso e del proprio lavoro, mostrò subito la tempra del grande condottiero d'industria: il coraggio, la capacità di cogliere al volo ogni possibile opportunità e una grande resistenza agli stress e alla fatica furono le doti che lo portarono, gradualmente, sempre più in alto.

Per parecchi mesi, completamente assorbito dalle sue attività di lavoro, dette poco spazio alla sua vita privata, affettiva e sessuale. Ebbe solo qualche avventuretta, solitamente quando era in viaggio e per lo più con ragazzi che vendevano le proprie grazie nelle vie, nei parchi o nelle stazioni.

Un giorno Pierre ebbe un piacevole, interessante ed utile incontro. Si chiamava Thibaud Michaud, aveva ventidue anni ed era studente di economia all'università di Berna. Erano le vacanze di fine d'anno del 1937 e Thibaud era tornato a casa dai sui a Sion per passare con loro le feste. Si conobbero quando il ragazzo andò nel suo negozio per acquistare un completo per la festa di capodanno.

"Davvero non riesce ad adattarmelo per domani?" gli chiese il ragazzo carezzando sovrappensiero la stoffa del completo che aveva deciso di comperare. "Ci terrei molto... non può proprio favorirmi?"

"Come le ho detto, anche noi si chiude per le feste... dovrei lavorare da solo per tutta la notte..." ripeté Pierre.

"La prego... ci tengo veramente parecchio, e questo completo mi piace molto."

"Ma da solo... se avessi un aiuto..."

"Deve essere qualcuno pratico di sartoria?"

"Non necessariamente, solo qualcuno che mi passi gli attrezzi, mi faccia scaldare i ferri sulla piastra e curi che la carbonella sotto sia sempre sufficiente, che mi dia una mano in mille piccole cose. Ma non posso chiedere ai miei dipendenti di rinunciare alle feste così all'ultimo minuto... e poi non ci sarebbe il tempo per fare le prove..."

"E se venissi io a darle una mano? Oltre ad aiutarla, potrebbe anche fare le prove... e non le chiedo sconti, anzi, sono disposto a pagare anche di più per l'urgenza del lavoro..."

Pierre stava per rifiutare, ma lo sguardo di preghiera che lesse negli occhi del ragazzo, dopo una breve esitazione, lo convinse ad accettare. Così, dopo la chiusura e lo scambio degli auguri con i dipendenti, Pierre si mise all'opera. Aveva appena iniziato quando Thibaud bussò alla porta posteriore della bottega. Andò ad aprire.

"Eccomi qua, monsieur Martinet, mi dica che cosa devo fare." gli disse il ragazzo con allegria.

"Bene, monsieur Michaud, per prima cosa, veda di accendere la carbonella sotto la piastra dei ferri da stiro. Venga qui, le faccio vedere. Ma è meglio se si toglie la giacca, si rimbocca le maniche della camicia e indossa questo grembiule, almeno non si sporca gli abiti."

"Bene. E... non potremmo, per semplicità visto che si lavora assieme, chiamarci per nome? Io mi chiamo Thibaud e lei Pierre, no? Le dispiace?"

"No, no, va bene. Dunque, venga qui..."

Iniziarono a lavorare. Pierre scucì alcune parti dell'abito. Thibaud lo guardava fare e di tanto in tanto faceva quello che Pierre gli chiedeva.

"Tenga qui, Thibaud: tolga con cura tutti i filacci che ho tagliato nella cucitura dei pantaloni, mentre io scucio i fianchi della giacca... Stia attento a non far andar via i segni del gesso... Mi passi un ferro caldo e metta questo a scaldarsi... Tenga fermo qui, per favore..." erano gli ordini che gli dava e che il ragazzo eseguiva prontamente.

Frattanto scambiavano anche qualche breve conversazione.

"Ha famiglia, Pierre?"

"No, sono solo... altrimenti non sarei qui a lavorare per lei." rispose con un sorriso.

"Non le pesa vivere da solo?"

"Ho troppo da fare per chiedermi se mi pesa o no. Però, forse, un po' sì. Avere un affetto aiuta ad essere più forti nella vita."

"Sì, la capisco. Io ho un... affetto a Berna e già mi manca. Non vedo l'ora di tornare."

"Non è potuta venire, la sua ragazza?"

"No. I miei non l'accetterebbero mai. Non ho nemmeno potuto parlarne, in casa."

"E come mai?"

"Vorrebbero farmi sposare una ragazza di loro scelta. Ma ormai sono adulto abbastanza per fare le mie, di scelte."

"Ma forse, se la conoscessero, la accetterebbero, no?"

"Non credo proprio, ne sarei grandemente stupito. Mio padre è un calvinista tutto d'un pezzo, e noi figli dovremmo obbedire senza discutere, anche se avessimo cinquanta anni, tanto più ora che ne ho ventidue."

Fecero la prima prova. "Ancora qualche ritocco qui sui fianchi... e anche le spalle, mezzo centimetro in più per lato e le cadono alla perfezione."

"Non potrebbe fare in modo che qui davanti i pantaloni siano leggermente più attillati? Sa, in modo che... si veda e non si veda..."

Pierre sorrise: "È possibile, sì. Reclamizzare la merce senza esporla, cioè. Capisco. Vuol fare in modo che le amiche della sua ragazza siano gelose di lei." gli disse con lieve ironia.

Thibaud annuì: "Sì, niente di sfacciato, ma... suggestivo." rispose sorridendo.

"Permette, allora?" chiese Pierre, "Dovrei rendermi conto di quanta... merce ha qui sotto..." e con mano lieve lo palpò fra le gambe.

Thibaud non si scompose minimamente, solo disse: "Non controlli troppo a lungo, o la merce... non sta più in magazzino."

"Se le capitasse mentre indossa i calzoni, se glieli faccio più attillati qui davanti, la visione potrebbe diventare... un po' troppo sfacciata." gli fece notre Pierre.

"No, indosserò mutande molto attillate, non queste che ho ora. Non c'è pericolo."

"Ha pensato a tutto. Mi perdoni la domanda un po' troppo intima, ma... le cresce molto?"

"Vuole sincerarsene di persona?" gli chiese Thibaud con un sorrisetto ironico e per nulla imbarazzato. "Se non toglie la mano di lì, lo vedrà ben presto..."

Pierre non tolse la mano e lo guardò dritto negli occhi: "Preferisce che mi fidi della sua parola o che me ne siceri di persona?" gli chiese con voce bassa.

"È lei il sarto, faccia come le pare più opportuno..."

"Non la infastidisce se la tocco così?" chiese Pierre muovendo lievemente su e giù la mano come se stirasse la stoffa e quanto c'era sotto.

"Al contrario, è molto gradevole, Pierre... ma forse è meglio che mi tolga i calzoni, ora, o rischio di far saltare l'imbastitura, non crede?" e prima che Pierre potesse rispondere, si fece calare i calzoni sulle anche, ed aggiunse: "Ecco, ora può controllare, se crede."

Le morbide mutande di filo di scozia del ragazzo erano già tese, Pierre vi pose sopra la mano a coppa e sentì il membro del ragazzo inturgidirsi rapidamente. Lo strinse lievemente attraverso la sottile tela bianca.

Con voce bassa e un po' roca, il ragazzo disse: "Non le danno fastidio le mie mutande? Non è meglio se fa un'ispezione più... più accurata?"

Pierre gliele sbottonò, le fece calare giù con i calzoni, poi lo tirò a sé, gli afferrò il membro semi-eretto a piena mano, lo abbracciò e lo baciò in bocca. Thibaud rispose al bacio con ardore ed il suo membro divenne duro come granito.

Quando le loro labbra si stacarono, Pierre sospirò: "Scommetto che preferirebbe che ci fosse la sua ragazza, qui, ora, al posto mio."

"La mia ragazza... si chiama Maximilian e fa l'avvocato. E che ci sia lei, ora... va bene, non si faccia problemi." e scese con la mano fra le gambe di Pierre a saggiarne il membro che trovò già duro e palpitante.

Si baciarono di nuovo e Pierre, continuando ad impastargli i genitali, con l'altra mano gli carezzò il culetto nudo.

"Mi vuole, Pierre? Me lo vuole mettere?" chiese il ragazzo iniziando a sbottonargli i calzoni con dita febbrili. "Mi vuole fare questo regalo di fine d'anno?"

"Sì, Thibaud, con piacere..." mormorò il giovane uomo.

Il ragazzo lo liberò dai calzoni e dalle mutande, gli si accoccolò davanti e prese a leccarglielo per tutta la lunghezza, soffermandosi a lecchettargli il glande che aveva liberato dal prepuzio. Poi se lo fece scivolare completamente in bocca, muovendoci contro la lingua ad arte, ed iniziò a muovere il capo avanti e dietro.

Pierre guardava il proprio membro duro apparire e scomparire fra le labbra del ragazzo e pensò che era una visione fortemente erotica. Gli carezzò i capelli per esprimergli il proprio apprezzamento. Poi Thibaud si alzò, si girò, appoggiò le mani sul bancone e sporse indietro il culetto, volse il capo a guardarlo, gli fece un sorriso invitante e disse una sola parola: "Adesso!"

Pierre gli si addossò e lo accontentò: tenendogli le natiche divaricate con entrambe le mani, con una serie di piccole spinte, penetrò il voglioso ragazzo, che ad ogni suo colpo spingeva indietro il bacino. Quando gli fu completamente immerso dentro, Pierre gli cinse il petto infilando le mani sotto gli abiti, prese a stuzzicargli i capezzoli duri come due piccoli ceci, ed iniziò a muoversi con piacere avanti e dietro. Ad ogni immersione il ragazzo mugolava ed agitava lievemente il bacino.

"Ti piace, Thibaud?"

"Sì, dai, fai più forte." Erano istintivamente passati entrambi al tu. "Oh, Pierre, dai, dai. Così... Oh che bello... dai, dai..."

Non aveva alcun bisogno di essere incitato, Pierre. Ad ogni suo colpo il bancone, a cui s'era appoggiato il ragazzo, sussultava lievemente. Entrambi gemevano e mugolavano in preda ad un crescente piacere.

"Ti piace, Thibaud?" gli chiese di nuovo.

"Sì, ci sai fare. Dio, che bello... oh, sì, così..."

Continuarono in silenzio, consci solo l'uno della presenza dell'altro, del fuoco che bruciava nei lombi di entrambi, della passione che divampava nei loro corpi. Pierre lo impalava con gusto, Thibaud lo accoglieva con forte piacere. Pierre gli afferrò nuovamente il membro duro, masturbandolo a ritmo con le sue spinte. Nel laboratorio si udivano solo il sommesso scoppiettio della carbonella sotto la piastra, il lieve battere del pube del giovane uomo sull'accogliente sedere del ragazzo ed i loro respiri sempre più forti man mano che si avvicinavano entrambi all'orgasmo.

Raggiunto l'apice del piacere, Pierre gli si immerse fino in fondo e gli versò dentro tutto il suo tributo in una serie di potenti getti, e presto sentì che anche il ragazzo si stava scaricando: il suo membro guizzava nella mano di Pierre, ad ogni schizzo.

Restarono fermi per un po', ansanti, poi Thibaud si rizzo, si sfilò dal membro ancora duro dell'altro, si girò, lo abbracciò, lo baciò intimamente poi gli sussurrò: "Grazie."

Preso un panno si pulirono, poi si riassettarono gli abiti.

"Non credevo che ti piacessero i ragazzi." gli disse Thibaud guardandolo con un sorrisetto.

"Né che piacessero a te. Pensavo che avevi una ragazza, a Berna. Ora capisco perché non l'hai potuto portare qui con te. Quanti anni ha il tuo uomo, il tuo avvocato?"

"Ventinove. Oh, non pensare male di me: in tre anni da che siamo insieme, tu sei solamente il secondo uomo con cui lo tradisco."

"Chi sono io per pensare male? Ma lui... lo sa?"

"No. Ci resterebbe troppo male. Allora, perché lo faccio, tu magari ti stai chiedendo, no? Non lo so neanche io, davvero."

"Forse perché ora ti manca?" gli suggerì Pierre mentre Thibaud aggiungeva la carbonella sotto la piastra dei ferri.

"Forse. O forse è curiosità, la mia. Maximilian, prima che ci mettessimo assieme, aveva avuto molte esperienze. Lui invece è stato il mio primo uomo, prima di lui non avevo nemmeno fatto i soliti giochini sessuali con altri ragazzini."

"Ma tu già sapevi di essere omosessuale, quando ti sei messo con lui?" gli chiese Pierre mentre riprendeva a modificare l'abito.

"Non ne ero sicuro, ma temevo di esserlo. Dico che temevo, perché sono cresciuto in una famiglia strettamente calvinista, come t'ho detto, puritana e rigida. Poi a Berna ho conosciuto Maximilian e mi sono innamorato di lui e lui di me... e lui mi ha aiutato ad accettarmi per quello che sono. Forse sono fatto male, ma da una parte mi dispiace averlo tradito e dall'altra sono contento di averlo fatto. Tu non hai un ragazzo?"

"No, sono solo, come t'ho detto."

"Peccato. Fortunato il ragazzo che sceglierai."

"Come puoi dirlo? Non mi conosci..." gli disse Pierre con un lieve sorriso. "O forse perché ti è piaciuto come l'abbiamo fatto?"

"Non per quello, anche se è vero che mi è piaciuto... molto. No, è che ho letto nei tuoi occhi che sei un uomo gentile, buono, onesto. Proprio per questo... è bene che tu e io non lo facciamo più... temo che sarebbe facile innamorarsi di te e non posso, non voglio. Io, anche se l'ho appena tradito, amo Maximilian."

"Non mi piacerebbe essere la causa della fine di una bella relazione." commentò Pierre.

"Grazie. Un punto in più per te. Mi piacerebbe se tu potessi conoscere il mio Maximilian, sono sicuro che vi apprezzereste a vicenda."

"Pronto per la seconda prova? Senza nessun pericolo, questa volta..." disse Pierre sorridendogli. Thibaud ridacchiò. Provò l'abito e si guardò allo specchio: era perfetto. "Ottimo, ora una bella stirata e poi te lo puoi portare via."

"Che fai per la notte dell'ultimo dell'anno?"

"Domani notte? Nulla, andrò a dormire."

"Perché non vieni con me alla festa che dà mio zio? Oh, lui e sua moglie non sono rigidi come i miei, lì ci si diverte. E io avrei piacere se tu venissi."

"Se non disturbo, potrei venire..."

"Ottimo. Ti passo a prendere domani sera verso le nove, va bene?"

"Sì, certo. Come mi devo vestire?"

"Da società. Sono contento di averti conosciuto, Pierre. E non solo per la... piacevole parentesi. Sì, sono convinto che tu e Maximilian leghereste bene. Non ti capita mai di venire a Berna?"

"Sì, devo giusto andarci in febbraio."

"Allora ti lascio il nostro indirizzo ed il telefono. Vieni a trovarci, se puoi. Ci tengo davvero. Vedi di avere una domenica libera, quando vieni a Berna, così la passiamo assieme."

In febbraio Pierre si recò a Berna come aveva detto, e passò la domenica con Thibaud e Maximilian. Come aveva previsto Thibaud, legò subito con l'avvocato. Era un giovanotto alto, con un casco di capelli castani ricci ricci e un paio di baffetti ben curati. Aveva un sorriso dolce ed occhi luminosi d'un bel color acquamarina. Inoltre era anche un ottimo cuoco: aveva cucinato lui il pranzo.

Mentre Thibaud era sceso in cantina a prendere una bottiglia di buon vino, Maximilian gli disse: "Il mio ragazzo m'ha parlato molto di te, ero curioso di conoscerti. Devo dire che ti ha descritto molto bene. E... per togliere ogni problema fra noi... mi ha anche detto quello che avete fatto mentre gli adattavi il vestito..."

Pierre arrossì ed abbassò lo sguardo. "Mi dispiace..." mormorò.

"No, mi ha detto che tu ancora non sapevi di noi, e anche quello che vi siete detti dopo. Ho apprezzato molto che me l'abbia detto. Ti confesso che in un primo momento ci sono rimasto un po' male. Ma sono sicuro del suo amore, perciò non ci sono problemi."

"L'hai perdonato? Non ce l'hai con me?"

"Non l'ho perdonato, l'ho capito, semplicemente. Non c'era nulla da perdonare, e tu non hai fatto nulla di male. Te l'ho detto solo perché ho l'impressione che fra noi possa nascere una bella amicizia, e non voglio che ci siano nubi ad offuscarla e renderla difficile."

"Sei generoso, Maximilian."

"Cerco solo di essere onesto con me stesso e con gli altri, onesto e ragionevole."

"Siete una gran bella coppia. Vi auguro di essere felici, assieme, e che nulla disturbi la vostra relazione."

"Grazie. Oh, eccoti qui, Thib! Ho spiegato a Pierre che m'hai detto tutto, anche dell'altro prima di lui, come eravamo d'accordo. Possiamo brindare all'inizio di una bella amicizia, ora?"

A sera, Pierre si mise ad illustrare ai due il proprio lavoro, i suoi progetti, le speranze che aveva per un'ulteriore crescita.

"Penso di creare una serie di negozi che vendano i nostri prodotti, qui in Svizzera per cominciare, poi anche in altre nazioni, investendo tutti i miei guadagni in questa impresa. Forse vedo troppo in grande, ma se non si mira in alto, alla cima di un monte, non si arriva nemmeno a metà costa."

"Sono d'accordo con te." replicò Maximilian, "però, se posso darti un consiglio da avvocato e Thibaud da studente di finanza..."

Maximilian gli consigliò di investire tutti i propri guadagni fondando una finanziaria, che sarebbe stata il mezzo per aprire altri negozi e laboratori, ognuno strutturato come società per azioni. Un sistema a scatole cinesi, congegnato in modo che lui, pur non figurando come proprietario di quasi nulla, avrebbe avuto il pieno controllo del tutto, con un semplice sistema di controlli a catena. Pierre obiettò che lui non se ne intendeva abbastanza di finanza, e, dopo aver discusso vari punti, chiese se se la sentivano di affiancarlo.

Maximilian e Thibaud accettarono volentieri di fungergli da consulenti, di lavorare per lui. Così, quella sera stessa, nacque il progetto della "Pimathi" la finanziaria che avrebbe permesso a Pierre di espandersi senza pagare troppe tasse e senza figurare.

Il loro progetto prese corpo e nel giro di tre mesi, la "Pimathi" iniziò a funzionare. La finanza affascinò Pierre, che iniziò a leggere testi di economia, appassionandosi alle teorie di Roosevelt, di Gandhi, di Peron, di Franco e di Lenin e prendendo da ognuno qualcosa. Inoltre decise di seguire un corso di ragioneria e contabilità da privatista. Non cessava di interessarsi comunque di moda e di industria della confezione, e per fare le sue ricerche viaggiò anche in Inghilterra ed in Francia. La sua vita divenne, se non caotica, un'instancabile girandola di attività. Non si risparmiava, spesso dormiva in treno durante i suoi spostamenti. Oltre al suo appartamentino a Sion, ora aveva anche un pied-à-terre a Berna, uno a Parigi ed uno a Londra. Per colmare la misura, si mise a studiare con determinazione anche l'inglese e lo spagnolo: si accorse che più lingue sapeva, più gli era facile impararne.

Un altro interesse, che affiancò i suoi numerosi impegni, fu per l'arte contemporanea. Iniziò così a collezionare opere di autori sconosciuti, per lo più giovani all'inizio della loro carriera artistica e che negli anni successivi divennero famosi. Aveva occhio nello scegliere chi sostenere acquistandogli le opere.

Bisogna dire che qualcuno di quegli artisti fu anche suo compagno per qualche notte, ma con nessuno nacque un vero e proprio legame affettivo. A volte, ricordando la profezia della masca, mostrava a qualcuno il suo dono, ma tutti invariabilmente vedevano, nella tabacchiera d'osso, solo una curiosa, interessante, bella conchiglia.

Frattanto era scoppiata la guerra, cosa anche questa che la masca aveva previsto, e la guerra presto divampò travalicando i confini dell'Europa: era la Seconda Guerra Mondiale. Pierre si rese conto che, vivere ora in Svizzera che era rimasta neutrale, era stata la sua fortuna.

Aveva aperto da poco un negozio ed un laboratorio anche a Lugano, dove vivevano molti fuoriusciti italiani antifascisti, e ne aiutò più d'uno offrendo loro un lavoro. Ora Thibaud e Maximilian lavoravano a tempo pieno per lui. A volte Pierre era stupito nel vedere come il suo modesto investimento iniziale gli faceva passare per le mani milioni! Lui continuava comunque a condurre una esistenza privata modesta, l'unico lusso che si concedeva era continuare a collezionare opere di artisti sconosciuti che accumulava nell'alloggio che s'era acquistato a Berna.

Charles, che aveva assunto un'atteggiamento sempre più apertamente antifascista, dopo aver ricevuto minacce di morte era dovuto scappare in Svizzera. Pierre l'aveva accolto a braccia aperte, e l'aveva messo a lavorare in uno dei vari laboratori che controllava. Poiché il ragazzo, ormai un giovanotto, s'era applicato con dedizione al lavoro, presto poté promuoverlo a direttore dello stesso laboratorio.

Frattanto Charles aveva conosciuto David, un ragazzo ebreo della sua età, che con la famiglia era fuggito dall'Austria e s'era stabilito in Svizzera. Fra i due era presto nato un idillio che Pierre vide di buon occhio, tanto che procurò loro un appartamentino e fece anche assumere David nel laboratorio che Charles dirigeva.

"Ma come vi siete conosciuti? E come vi siete scoperti?" gli chiese Pierre.

"Ci si è conosciuti al cinema e ci si è scoperti perché lui s'era seduto vicino a me e invece di guardare lo schermo guardava me, guardava me... e siccome mi piaceva un sacco, ci ho provato."

"Gli hai messo una mano sul pacco?"

"No... gli facevo piedino e lui, invece di togliersi, faceva piedino a me. Poi, finito il primo tempo, quando è tornata la luce, lui mi fa: ce l'hai un posto? No, gli faccio io. E lui: a casa mia adesso non c'e nessuno. Ti va di venire? E così..."

"Amore a prima vista?"

"Non proprio. Diciamo a terza o quarta vista. È un ragazzo molto in gamba, sai? E ci si intende come se ci conosciamo da sempre. Non è bello solo scopare con lui, ma qualsiasi cosa facciamo insieme."

"Che lavoro faceva, Davide, quando l'hai incontrato?"

"Il lavapiatti."

"Ah, sì, me l'avevi detto. E i suoi come l'hanno presa che è venuto a vivere con te, anche se ha una casa, una famiglia?"

"I suoi sanno di lui e credo che tutto sommato gli va bene che se n'è andato via da casa. All'inizio, erano ancora in Austria, quando hanno scoperto com'era, hanno cercato di fargli cambiare strada, ma poi non gli hanno detto più niente, bastava che non ne parlasse e che non si portasse a casa i suoi ragazzi. Non quando c'erano loro, per lo meno." rettificò Charles ridacchiando. "Io sono solo il quarto ragazzo con cui lo fa, il secondo qui in Svizzera, ma dice che finalmente ha trovato quello giusto."

"Sono d'accordo con lui. Vi vedo molto bene, insieme."

"Pierre, perché non ti trovi un bravo ragazzo anche tu?" gli chiese allora Charles.

"Non è che posso andare in giro come Diogene col lanternino per cercarmi un uomo." rispose allegramente l'uomo.

"Sì, scherza, tu. Cazzo, hai bisogno di un affetto, di qualcuno che ti sostenga, che ti affianchi. Qualcuno con cui rilassarti ogni tanto, sulla cui spalla appoggiare la testa, che ti dia tenerezza e la forza per continuare al ritmo pazzesco che ti sei imposto. Anche il mio David la pensa come me, e pure Maximilian e Thibaud."

"Cos'è, una congiura, questa? Volete a tutti i costi accasarmi? E se a me piacesse la vita da scapolo? Da scapolone impenitente? Dopotutto ho le mie avventure, di tanto in tanto, te lo garantisco. E se a me piacesse volare di fiore in fiore e cogliere il nettare là dove lo trovo, senza fermarmi mai troppo a lungo?"

"Ti conosco abbastanza per sapere che non sei un farfallone, Pierre. È inutile che ti atteggi a viveur, con me, non ci casco. Basta vedere come guardi me e David, o Thibaud e Maximilian, per capire che vorresti avere anche tu qualcuno stabile al tuo fianco e non essere sempre solo."

"Ma io non sono mai solo. Innanzitutto ho voi e il vostro affetto..."

"Non far finta di non capire! Non è la stessa cosa, lo sai bene."

"Non ho ancora trovato nessuno che accetti di condividere la mia vita da matto giramondo, semplicemente."

"Chi non cerca, non trova."

"Sto bene così. Non ho neanche il tempo per tristezze o per sentirmi solo, te lo assicuro. Comunque..." disse pensando alla profezia della masca, "comunque so che a suo tempo lo troverò anche io, quello giusto per me. Per ora sto bene così. Smettila di preoccuparti per me."

"Gli anni passano in fretta, mio caro Pierre..."

"Cos'è, mi stai già dando del vecchio? Ma se mi sento ancora un ragazzino, io! E poi... ho troppe cose da fare per fermarmi a cercare la mia dolce metà. Sono più funzionali le avventure che riesco ad avere, credimi."

"Ragazzi che ti vendono il piacere per due soldi? Lo so, non dovrei essere io a parlarti così, dopo tutto ci siamo conosciuti proprio perché mi vendevo per due soldi. E non hai mai voluto accettare le mie offerte, l'unica cosa che ti potevo dare..."

"Cos'è una proposta?" gli chiese Pierre lievemente ironico, ma con bonomia.

"No che non lo è. Non ora che ho David, comunque. C'è stato un tempo che ho sognato di poter diventare il tuo ragazzo, è vero, ma è passato, e ora per me sei... mio fratello, niente altro. È proprio perché sei per me un fratello che mi permetto di parlarti così. È perché ti voglio bene."

"Lo so, Charles, lo so, e ti ringrazio. Non ho mai conosciuto mio padre, ma la vita m'ha dato un altro padre e tanti fratelli, e ottimi amici. Sono un uomo fortunato. Se sono quello che sono, lo devo solamente a voi che mi volete bene, che m'avete sempre sostenuto, affiancato, incoraggiato..."

"Però, scusami se insisto, ti manca quello, l'unico, che ti può veramente e pienamente sostenere, affiancare, incoraggiare... ed amare."

"A suo tempo, Charles, a suo tempo arriverà. Non temere, ne sono sicuro." disse Pierre mettendo una mano in tasca a toccare la tabacchiera che portava sempre con sé col talismano in essa contenuto.


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