Pietro Martinello fu chiamato nell'ufficio personale del padrone, che ora era diventato, con il cognome italianizzato, il signor Berro. Lo fece sedere, gli disse sorridendo che era sempre più lieto di averlo alle proprie dipendenze, che era il suo collaboratore più prezioso, che se la sua fabbrichetta era ora una grande fabbrica di camicie lo doveva, onestamente, anche alla sua capacità organizzativa, alla sua inventiva, al suo lavoro indefesso...
Pietro si chiese se, come aveva predetto Umberto qualche anno prima, l'uomo gli stesse per proporre di diventare suo socio...
"Quindi," continuò l'uomo con aria grave e il sorriso stampato sulle labbra, "mi pare che sia opportuno che voi, signor Martinello, vi decidiate a prendere la tessera del Partito Fascista. Anzi, più che opportuno, essenziale."
Pietro stava per reagire con un forte diniego, ma si trattenne. Respirò a fondo, poi disse: "Non ne vedo la necessità, signor Berro. Che io abbia o no la tessera del partito, non cambia nulla sul modo in cui affronto il mio lavoro o assumo le mie responsabilità."
"Siete l'unico qui dentro senza la tessera. Non siete dunque un patriota, voi? Non amate la nostra grande Italia? Non capite che non prendere la tessera equivale, in qualche modo, ad una aperta critica del nostro governo e del nostro Duce? Non volete essere una forza attiva nella costruzione di una Grande Italia?"
"Mi pare di stare già facendo il mio dovere fino in fondo, signor Berro..." disse Pietro cercando di conservare la calma.
Non aveva mai amato né il fascismo né il suo Duce, osservava anzi con crescente preoccupazione l'evolversi degli eventi. I fascisti avevano messo le mani sull'Italia, e stavano facendo in modo che nella nazione vi fosse posto solo per chi la pensava come loro. Si era agli antipodi della democrazia. Pierre non si era mai occupato attivamente di politica, ma non era neppure completamente all'oscuro della pericolosa china su cui il fascismo stava spingendo la nazione.
"Ma via, che vi costa prendere la tessera del partito? Non è che un atto formale, dopo tutto!" insisté l'uomo, ma ora il suo sorriso era come congelato, senza vita, senza significato.
"Scusatemi, signor Berro, ma se prendere la tessera di un partito è un atto puramente formale, e questo significa pura forma senza sostanza, non ha senso che io mi iscriva. Oppure posso iscrivermi a qualsiasi altro partito... a parte che non sono più permessi partiti diversi da quello fascista."
"Suvvia, non giocate con le parole." Ora l'uomo non sorrideva più. "A me personalmente poco interessa se voi prendiate la tessera del partito o no, per me voi potreste anche farvi frate e ingravidare una monaca, che non mi interesserebbe più che tanto, finché svolgete bene il vostro compito qui dentro."
"Molto bene..."
"Però... è da molto in alto che mi si sollecita, che mi vengono fatte pressioni, che non posso ignorare, affinché io non impieghi personale che rifiuta di far parte del nostro grande partito!"
"Molto dall'alto, dite? Dal Buon Dio in persona? O da Sua Maestà il Re? O di quanto devo scendere per capire..." iniziò a chiedere il giovane uomo con una lieve ironia nella voce.
"Io ho fatto quanto dovevo, Martinello. Se non volete capire..."
"Al contrario, io vorrei capire. Che accade ora, visto che io rifiuto di prendere qualsiasi tessera?"
"Suvvia, non precipitate le cose! Vi lascio una settimana per pensare al mio consiglio. Non vi sto chiedendo nulla di immorale, no? Non vi sto chiedendo di darmi il culo, dopo tutto!" esclamò seccato l'uomo.
Pietro rise: "Sarebbe meno immorale se mi aveste chiesto di darvi il culo, piuttosto che chiedermi di iscrivermi al partito fascista."
"Bene, non ho altro da dirvi." disse con durezza il padrone. "Entro una settimana, prenderete le vostre decisioni ed io le mie, di conseguenza. Buona giornata, signor Martinello!"
Pietro uscì dall'ufficio decisamente urtato da quel dictat. Per il resto della giornata lavorò male, non riusciva a togliersi dalla mente la (non troppo velata) minaccia del padrone. No, non aveva nessuna intenzione di prendere quella tessera!
Umberto vide che era turbato e volle sapere che cosa fosse successo. Pietro glielo raccontò.
"Ma via, Pietro, se resti su queste tue posizioni, rischi di distruggere tutto quanto hai costruito fino ad oggi! Non ti pare che sarebbe più opportuno non prendere le cose così di petto? Nessuno ti chiede di sentirti fascista, solo di chiedere un pezzo di carta e vivere in pace."
"No, Umberto, no. E comunque, se qualcuno distrugge tutto quanto io ho costruito fino ad oggi, non sono io, ma chi valuta più quel pezzo di carta che il mio lavoro e le mie capacità. Non solo non condivido l'ideologia del fascismo, ma ancora meno le ingiuste imposizioni."
"Abbassa la voce, almeno. Non sai che è pericoloso essere antifascisti?"
"Bello, no? Non siamo più neanche liberi di avere le nostre idee, di fare le nostre scelte, mi stai dicendo. A questo hanno ridotto la nostra Italia?"
"Ma se la maggioranza degli italiani è fascista, bisogna accettare il parere della maggioranza, no? Questa è democrazia, no?"
"Una maggioranza creata con le minacce, non è una maggioranza. E comunque una democrazia in cui non si può manifestare dissenso, non è una democrazia."
"Io ho la tessera del partito fascista: valgo forse meno di prima?"
"Io non la voglio: valgo forse meno di prima?" ribatté Pietro.
"Ma, Pietro..."
"E il mio nome è Pierre Martinet, nonostante quello che hanno scritto sui miei documenti!" dichiarò il giovane uomo e, alzatosi, lasciò l'ufficio e la fabbrica.
Era furioso. Passeggiò per un po' per le vie della città cercando di calmarsi, ma non ci riusciva: tutto nella città era marchiato, in un modo o nell'altro con il sigillo del fascismo. Decise quindi di tornare a casa. E per prima cosa, tolse la targhetta dalla porta e la sostituì con la vecchia targhetta che aveva conservato: Pierre Martinet.
Dopo aver cenato, controllò e mise in ordine alcune carte che riguardavano il suo lavoro, pianificando quanto avrebbe dovuto fare nei giorni seguenti. Dedicarsi al lavoro lo aiutò a non pensare ad altro e lo calmò un poco. Erano le undici e trenta quando decise di andare a letto.
Fu svegliato da un'insistente scampanellata alla porta. Gurdò la sveglia: erano le cinque del mattino. Si chiese chi potesse essere a quell'ora. Scese dal letto sentendosi un po' intontito, s'infilò la vestaglia e gridò a chi stava continuando a scampanellare "Vengo! Vengo!"
A piedi nudi, andò ad aprire. Erano cinque uomini che non aveva mai visto prima.
"Il signor Pierre Martinet, immagino." disse uno.
"Sì, sono io..." rispose ancora un po' intontito a causa del sonno interrotto.
"Già, c'è scritto così sulla porta." disse un altro e lo spintonò entrando, seguito dagli altri quattro.
"Ehi, ehi, questa è casa mia, chi vi dà il diritto di..."
"Il diritto del più forte, coglione!" disse uno degli uomini.
"Uscite subito o chiamo la polizia!" minacciò Pierre.
Scoppiarono a ridere e gli furono sopra. Dopo una lotta non breve, i cinque uomini riuscirono ad immobilizzarlo. Uno gli infilò un imbuto in bocca, un altro tirò fuori una bottiglia contenente un liquido giallastro, e glielo versò dentro, obligandolo ad inghiottirlo per non soffocare.
Quando finalmente ebbero finito di versarglielo tutto, sempre tenendolo fermo e con una mano sulla bocca perché non vomitasse l'olio di ricino né gridasse, iniziarono a picchiarlo sistematicamente, con arte, in modo di non lasciargli segni ma di fargli male. Dopo un tempo che a Pierre sembrò eterno, finalmente lo lasciarono sul pavimento e se ne andarono.
Pierre era sconvolto. Si trascinò in bagno e cercò di vomitare. Poi, a fatica, cercò di ripulirsi, si tolse gli indumenti impregnati di olio di ricino, si vestì e, trascinandosi e barcollando, andò fino al posto di polizia. Il piantone lo guardò e gli chiese: "Che è? Siete già ubriaco di primo mattino?"
"No. Sono venuto a denunciare un'aggressione."
"Vi hanno aggredito? E chi? Sedetevi lì, dobbiamo fare il verbale della denuncia. Vi hanno derubato?"
"No... cinque uomini sono entrati in casa mia, mi hanno immobilizzato, mi hanno costretto a bere una bottiglia di olio di ricino e poi mi hanno pestato a lungo..."
"Ah. Olio di ricino, dite. E ora volete sporgere denuncia. Sì, capisco. Datemi le vostre generalità, allora."
"Mi chiamo Pierre Matinet..."
"Siete straniero? Siete cittadino francese?" lo interruppe il poliziotto.
"Ma no, sono nato qui in Val d'Aosta e sono cittadino italiano."
"E allora non potete chiamarvi Pierre Martinet come dite."
"Sui miei documenti è scritto Pietro Martinello..."
"E che, mi volevate dare generalità false? Pietro Martinello. Nato a? Il?"
Pierre dette tutte le generalità. Il poliziotto sorrise con scherno quando disse che era figlio di Maddalena Martini e di N.N. ma Pierre non vi fece caso.
"Dunque, siete stato aggredito da cinque uomini, in casa vostra. Quali sono i loro nomi?"
"Non lo so, non li ho mai visti prima."
"Ma allora, chi volete denunciare?"
"Una denuncia contro ignoti, mi pare evidente. Sta a voi indagare."
"Ah, denuncia contro ignoti. E va bene. E perché vi avrebbero aggredito?"
"Non mi hanno detto perché mi aggredivano."
"Quindi, vi hanno aggredito senza nessun motivo. Così, tanto per passare il tempo."
"Ho detto che io non ne conosco il motivo, semplicemente." ribatté Pierre, urtato e infastidito per l'atteggiamento del piantone.
Quando finalmente, dopo altre domande, il verbale fu completato, il poliziotto glielo fece firmare.
"Non me ne date una copia?" chiese Pierre.
"Tornate domani, avrete la copia dopo che è stato archiviato."
"Ma ho diritto di averne una copia ora, subito."
"Volete fare il mio mestiere, Martinello? Vi ho detto di tornare domani, perciò tornate domani."
Mentre Pierre usciva, ebbe l'impressione che il poliziotto stesse stracciando il suo verbale...
Tornò a casa. Si sentiva ancora addosso la puzza acre dell'olio di ricino che in parte s'era versata su di lui e sul pavimento. Si lavò di nuovo, pulì meglio il pavimento, gettò la vestaglia e gli indumenti intimi impregnati di olio di ricino in un secchio pieno di acqua saponata poi cercò di mangiare qualcosa per togliersi dalla bocca quel gusto orribile. Aveva appena finito di mangiare che dovette correre al cesso: l'olio di ricino iniziava già a fare effetto.
Non andò al lavoro, si sentiva troppo debole. Sprofondò nella poltrona ed appoggiò la testa sullo schienale. Fu scosso da una nuova scampanellata, ma breve. Si alzò e, prima di aprire, guardò dallo spioncino. Era Umberto.
"Che vuoi?" gli chiese appena ebbe aperto.
"Non mi fai entrare?"
"Per me..."
"Dio, che faccia stravolta hai? Stai male?"
"Non ne sai niente tu?"
"Di cosa?"
Gli raccontò l'accaduto, compresa la sua denuncia alla polizia.
"Cazzo, si sono mossi in fretta!" esclamò Umberto.
"Evidentemente tuo padre li ha avvertiti."
"Ma no, benché... Cazzo!"
"Che volevi? Perché sei venuto?"
"Per vedere perché non eri venuto al lavoro."
"Ho ancora un lavoro?"
Umberto fece un lungo silenzio imbarazzato. Pierre ripeté la sua domanda.
"No." gemette quasi l'amico.
"E non è stato tuo padre a mandarli, o per lo meno ad avvertirli che avevo rifiutato?"
"Può essere stato chiunque, l'hai urlato, quando eri nel nostro ufficio, quello che pensavi!"
"Già. E la settimana di tempo che m'aveva dato tuo padre? Solo una finta, un presa per il culo?"
"Perché, ora cambieresti idea?"
"No."
"Appunto. Senti Pietro, io ti sono amico..."
"Pierre, per favore. Pietro è morto ieri."
"Senti, io... io ti sono amico..."
"L'hai già detto."
"E... Prendi, ti ho portato questo..." disse e gli porse una busta.
"Cos'è, la lettera di licenziamento?"
"No, prendi. È tutto quello che posso fare per te."
Pierre prese la busta, era voluminosa. Vi guardò dentro: era piena di soldi, cartamoneta in tagli da cento lire.
"Cos'è questo denaro?"
"Tutti i miei risparmi."
"Perché?"
"Sei senza lavoro..."
"Ti rimorde la coscienza? Non li voglio."
"Non fare lo stupido, prendili, ne avrai bisogno. E... se accetti anche un consiglio da me... vattene da Aosta."
"Cosa sai che non mi vuoi dire?"
"Niente. Ma non vorrei che..."
"E perché dovrei prendere questi soldi?"
"Eravamo amici, speravo che lo fossimo ancora."
"Umberto... non ho niente contro di te, non ne avrei motivo, ma... dio... Scusa, devo correre al cesso!"
"Ti aspetto."
"Come vuoi."
Quando tornò, Umberto lo convinse ad accettare i suoi soldi e gli consigliò di nuovo di andarsene. Poi, sulla porta, si girò e lo abbracciò stretto, senza dire nulla, lo lasciò e scese di corsa le scale. Pierre notò che non c'era più la targhetta col suo nome sulla porta. Non se n'era accorto quando era tornato a casa dal comando di polizia. Fece spallucce. Rientrò in casa.
Dovette correre più volte al cesso, ma riuscì a preparare due valigie mettendoci dentro tutto quello che intendeva portare via con se. A sera andò a prendere la corriera per andare su al paese. Si sentiva ancora terribilmente debole e sperò di non avere un altro attacco di diarrea durante il viaggio.
Si presentò alla piola e il primo che lo vide fu Diego.
"Cazzo, Pietro, che t'è successo?" gli chiese appena lo vide. Gli andò incontro e gli tolse le due valigie dalle mani.
"Devo andare di corsa al cesso..."
"Ti accompagno..."
"No, credo di fargliela."
"Chiama se hai problemi."
Mentre Pierre andava a liberarsi, Diego chiamò il padre e Maddalena e disse loro che era arrivato Pierre e che era in uno stato pietoso. Quando questi uscì dal cesso, c'erano sua madre e Charles ad attenderlo in cortile.
"Che t'è successo, Pietro. Mio dio, in che stato sei!" gemette la madre.
"Almeno tu, chimami Pierre per favore, mamma." le rispose sottovoce.
"Vuoi appoggiarti a me, Piet... Pierre?" gli chiese Charles.
"Cerco di fargliela da solo, grazie." ripose cercando di fargli un sorriso.
"Vieni, andiamo su. Diego ha già portato su le tue valigie e con Enrico sta mettendo un letto nella cameretta di Carlo... Giuseppe e Damiano si occupano dei clienti. Ma che t'è successo, stai male?"
"Bene no, questo è sicuro. Ma niente di grave, mamma, non ti preoccupare. Vi racconto tutto dopo che Giuseppe ha chiuso. Preferisco farlo una sola volta, quando ci siete tutti."
"Come vuoi, caro. Ma adesso andiamo su."
Pierre si sdraiò sul lettino, Diego scese con Charles. Enrico lo guardava con aria preoccupata.
"Andate giù, ho visto che la piola è piena, avranno bisogno di voi."
"Io resto con te!" disse con aria determinata Enrico.
"Ehi, bamboccio, hai solo sedici anni, non sei tu che puoi dare ordini." gli disse Pierre, ma con un sorriso.
"Non è necessario che Enrico venga, ce la caviamo, e io vado giù più tranquilla se c'è tuo fratello con te."
"Mamma, non sto morendo!" protestò Pierre.
"Ehi, bamboccio," gli fece il verso la madre, "Gli ordini qui dentro li do io e Giuseppe e nessun altro."
Quando i due fratelli restarono soli, Enrico gli chiese: "Ti senti tanto male, Pierre?"
"Oh, almeno tu ti ricordi il mio vero nome." gli disse sorridendo stancamente.
"Cos'è questo odore?"
"Non sono riuscito ancora a levarmelo di dosso, merda! È olio di ricino, fratellino."
"Avevi bisogno di una purg... Oh cazzo! I fascisti, sono stati i fascisti, quei fetenti!"
"Ssst, zitto, Enrico, non è aria questa per dire certe cose. Non vuoi fare la mia fine, no?"
"Lo sai che hanno obbligato papà a mettere il ritratto del Duce, giù in piola? Ha dovuto metterlo, sennò gli levavano la licenza, quei bastardi! E io devo andare al sabato fascista a rompermi le palle e a fare l'avanguardista del cazzo!"
"Ti sei fatto la ragazzina, nonostante questa casa piena di cupio?"
Enrico sorrise: "Meglio cupio che fascista."
"Beh, meno male. Ma te la sei fatta la ragazzina o no?"
"No, non proprio. Cioè... c'è una che mi fa gli occhi dolci e che mi piace, però ancora non ci si è detti niente..." rispose il ragazzo sorridendo ed arrossì.
"Se son rose fioriranno, Enrico."
"Lo sai che Charles non sta più con Ivano?"
"No, non lo sapevo. Come mai?"
"Perché Ivano è un fascistaccio convinto."
"Allora questa, oltre che essere una casa piena di cupio, a parte qualche lodevole eccezione, è anche un covo antifascista..." disse Pierre ridendo e scompigliandogli i capelli.
Enrico se li rimise a posto con una mano. "Sei tornato? Per sempre?"
"Non credo, e credo che sia meglio anche per voi se me ne vado. Avevo solo bisogno di rimettermi in sesto... e del vostro consiglio. Perché non mi parli un po' di quella ragazzina che ti fa gli occhi dolci, mentre aspettiamo che chiudano e vengano su?"
Enrico sorrise, sedette sul bordo del letto ed iniziò a raccontare. Più tardi salirono su tutti e si affollarono nella cameretta. Allora Pierre raccontò loro tutto quanto gli era accaduto. Quando ebbe terminato, Giuseppe disse: "Secondo me fai bene ad andartene, a questo punto, e di andartene all'estero, in Francia o in Svizzera."
"Forse è meglio in Svizzera, visto che Pierre parla bene sia italiano che francese che tedesco, no? Là gli può essere utile più che in Francia." disse Diego.
"A fare che?" chiese Pierre.
"Qualcosa trovi. Hai lavorato qui in piola, hai fatto una bella carriera giù in fabbrica. Qualcosa trovi, magari ti puoi mettere in proprio. Damiano, scendi a prendere i libri dei conti, che vediamo quanto possiamo dare a Pierre per rifarsi una vita."
"Non è necessario, Giuseppe, grazie. Un amico m'ha dato qualcosa..."
"Tanto meglio, più soldi hai con te più sei indipendente." ribatté l'uomo.
"Ma io..."
"Pierre, non te lo ricordi già più quello che ha detto mamma?" interloquì Enrico. "Qui dentro comandano solo papà e mamma."
"Dami e io abbiamo qualcosa da parte e te lo diamo volentieri..." disse Diego.
"E io..." iniziò a dire Charles, ma si interruppe, perché Pierre era scoppiato a piangere.
"No... no..." gli disse la madre abbracciandolo.
"Scusate... è solo la tensione nervosa che si scarica. Siete tutti meravigliosi, tutti... ma non è necessario..."
"Non era necessario che tu ti occupassi di me, Pierre," gli disse Charles, "ma l'hai fatto. Non essere orgoglioso, ora, accetta che anche noi si fa qualcosa per te, no? Cristo, mi hai dato da mangiare quando ne avevi appena per te, m'hai trovato qui un lavoro, una famiglia, un tetto! Perché ci vuoi offendere rifiutando che ora siamo noi a darti una mano, ora che possiamo?"
Giuseppe mise un braccio sulla spalle di Charles: "Ha ragione lui, ha parlato meglio di quello che potevo fare io. Non essere orgoglioso, Pierre, accetta che la tua famiglia si occupi di te, ora."
"Grazie, papà..." mormorò Pierre.
Non vide che a Giuseppe scendeva una lacrima: era la prima volta che Pierre chiamava Giuseppe papà, né vide che Madeleine abbracciava contenta il marito. Pierre si teneva la testa fra le mani e piangeva quietamente, lasciando scaricare completamente tutto il dolore e la rabbia che sentiva dentro.
Quella notte, al buio, Pierre disse a Charles: "Ho saputo che ti sei mollato con Ivano. Mi dispiace."
"A me no."
"Non ci credo. Ne eri innamorato."
"Avevo sbagliato ragazzo."
"Ne hai sofferto molto?"
"Ne avrei sofferto di più, se non avessi avuto tutti loro attorno, specialmente Diego. Ma anche Enrico, sai? Una notte mi ha sentito piangere ed è venuto a passare tutta la notte qui con me... No, non pensare male, non abbiamo fatto niente, sta tranquillo..."
"Ma io sto tranquillo, Charles, e non penso male. Troverai qualcuno meglio di quell'Ivano, vedrai."
"Dio, quanto mi dispiace che te ne devi andare."
"Non ci si vedeva spesso e comunque resteremo in contatto. E magari, quando mi sarò sistemato in Svizzera, mi verrete a trovare, eh?"
"Ma non andrà mai affanculo questo maledetto fascismo?"
"Volesse il cielo. Ma per ora mi pare troppo forte e gli italiani mi sembrano diventati un popolo bue! Cioè castrato." disse mestamente Pierre.
"Perché il re non l'ha fermato, quando quel porco ha fatto la marcia su Roma?"
"Per evitare una guerra civile, penso e anche per salvare la sua corona: Mussolini era già troppo forte."
"Un re senza coglioni, che regna su un popolo di castrati!" commentò amaramente Charles.
"Non parliamo di questo, ora, Charles. Non hai nessuno, ora che hai mollato Ivano?"
"E dove vuoi che lo trovo, qui in paese. Mi sfogo alla vecchia maniera, come quando ero un ragazzino. Anche tu sei solo, no?"
"Sì, per ora."
"Magari in Svizzera ti trovi un bello svizzerotto."
"E se non lo trovo, mi consolo con gli cioccolatini." ridacchiò Pierre.
"Sì che lo trovi, bello come sei!"
"Adulatore. Che è, ci stai provando di nuovo?"
"Ma no che non ci sto provando."
"Se solo non dovessimo fare tutto di nascosto... se potessimo essere apertamente quello che siamo, alla luce del sole, come fanno i ragazzi con le ragazze, sarebbe più facile trovare un ragazzo, il ragazzo giusto. Chissà quanti ce ne sono, anche qui in paese, che gli piacerebbe venire con te, Charles, ma non ci provano neanche, per paura di essere smerdati."
"Forse un giorno sarà possibile. Le cose cambiano."
"Ma troppo lentamente. Quanti secoli ci sono voluti per capire che la schiavitù era immorale e per abolirla? E poi, finché i preti dicono che è male, che è peccato... Anche se magari di nascosto lo fanno anche loro..." disse Pierre.
"Lo sai che quando ero ad Aosta, un paio di volte un prete m'ha portato in canonica per fare quelle cose? E dopo mi dicva che dovevo cambiare vita e pentirmi del mio peccato, il porco ipocrita."
"Ma va?!"
"Ma io gli ho detto che se lui riusciva a convertirci tutti, doveva menarselo da solo, perciò non gli conveniva. E quando poi si è presentato di nuovo e m'ha chiesto se andavo in canonica con lui, io gli ho detto: no, reverendo, io sono un buon cristiano, io i peccati non li faccio con i preti. Vada a farsi fottere da un ateo."
Pierre rise: "Ma almeno, era un bell'uomo?"
"Sì, era un bell'uomo. Aveva trent'anni circa. E non era neanche male, a letto, ma m'aveva rotto con quella sua doppiezza: prima chiavava con me come un coniglio in calore, poi mi diceva che avevo fatto un peccato. Io! Mica lui. Che stronzo!"