Due giorni dopo, tornando a casa dopo il lavoro, Pierre trovò Charles ad attenderlo.
"Oh, Charles, vieni... ieri non sei venuto..."
Mentre entravano nella sua stanzetta, il ragazzo spiegò: "Ieri sera ho trovato uno che mi ha dato soldi, perciò non sono venuto. Uno che mi piaceva. E mi ha detto che forse mi trova anche un lavoro. Così stasera volevo solo venire a ringraziarti. Tu sei l'unico che m'ha offerto da mangiare senza chiedermi niente in cambio."
"Siedi che preparo qualcosa. Qui puoi venire quando vuoi, non ti chiederò mai niente in cambio, te l'ho detto."
"Ma tu non vivi nell'abbondanza, non mi va di sfruttarti."
"Quello di ieri... davvero ci sei andato perché ti piaceva?"
"Sì, abbastanza. Non è vecchio, è anche un bell'uomo, ben fatto... e a letto non è violento. E dice che se vado a lavorare da lui, mi dà anche un posto per dormire, basta che lo accontento e gli do il culo ogni volta che gli viene voglia..."
"Sei sicuro che ne vale la pena? Non ti converrebbe cercare qualcuno che ti dà un lavoro senza pretendere altro in cambio?"
"Non so fare niente, ho fatto solo il pastore per tutta la vita, che lavoro vuoi che trovo? E dare il culo... te l'ho detto che non mi dispiace..." concluse con aria che voleva essere spavalda, ma che mostrava invece una forte incertezza.
"Non mi pare giusto, ecco. Quello magari si stanca e dall'oggi al domani ti sbatte di nuovo in strada. Ci sono lavori che si imparano, anche se ora dici di non sapere fare niente. Io ho trovato un lavoro come ragazzo delle pulizie in una fabbrichetta, e fare le pulizie, mica ci vuole niente a imparare."
"Lo sai che è difficile trovare lavoro, le cose non vanno bene, di questi tempi. E se quello mi sbatte di nuovo sulla strada... ricomincio come prima. Dopo tutto, darlo a lui o a un altro..."
Mentre mangiavano, Pierre gli chiese: "Tu, come hai capito che ti piace fare... quelle cose?"
"Che sono un cupio? Oh, su in montagna, da quando avevo dodici anni... con gli altri pastori, quando si era soli su alle malghe per settimane... I due figli del padrone, di notte, si divertivano con me. Dicevano che il mio culetto era meglio di quello delle pecore, e che per di più io lo potevo anche succhiare. Uno mi faceva di dietro e uno davanti, a turno, contemporaneamente..."
"E ti piaceva?"
"Sì. Forse non le prime volte, ma poi... adesso mi piace se chi me lo mette non è violento, non ce l'ha troppo grosso e non è uno troppo vecchio o troppo brutto. Tu... non ci hai mai provato? Tu sei bello, sei giovane e sei gentile. Mi piacerebbe farlo con te. E mica perché mi dai da mangiare, sai?"
"Io... anche io vado solo con i ragazzi, non mi interessano le ragazze..."
"Davvero? Allora... mi vuoi nel tuo letto, stanotte?" gli chiese il ragazzo guardandolo con un'espressione di speranza negli occhi.
"No, Charles. Non mi sento."
"Non sono il tuo tipo?"
"Non è questo, sei un bel ragazzo..."
"Ti faccio godere come vuoi tu... mi piacerebbe farlo con te, davvero, se dici che sei come me."
"No, Charles. Davvero non mi sento né con te né con nessuno."
"Ma se dici che pure a te ti piace..."
"Il ragazzo di cui ero innamorato è morto neanche due mesi fa." spiegò Pierre a voce bassa.
"Innamorato? Due ragazzi possono anche innamorarsi?" chiese Charles sbalordito.
"Certo che possono. E quando si è innamorati, fare quelle cose è anche più bello. Non è più solo un gioco, un divertimento e tanto meno solo uno sfogo."
"Credevo che solo un maschio e una femmina possono innamorarsi. Credevo che due maschi possono solo chiavare. Ma... chi di voi due dava il culo all'altro? Lui, penso, tu sei così maschio..."
"Anche lui era maschio almeno quanto me. C'è chi gli piace solo prenderlo, chi solo metterlo, ma anche chi gli piace tutte e due le cose."
"Dici davvero? Cioè... non è che uno fa sempre il maschio e l'altro fa sempre la femmina?"
"Anche tu non mi sembri per niente una femmina, non sei femminile. Sei un bel ragazzo, sei maschio, no?"
"Ma io lo prendo solo e lo succhio, e mica mai nessuno l'ha fatto a me. I due figli del padrone dicevano che sono bravo a fare quelle cose come una femmina... Mi dicevano che io sono nato per fare quello. Mi dicevano che avevo qualcosa di troppo fra le gambe e di troppo poco sul petto..."
"Erano stronzi. A te piacerebbe essere una femmina?"
"No, non lo so, ma non credo. No, credo che mi piace essere un maschio, anche se mi piace farlo coi maschi."
Finita la parca cena, Pierre gli disse: "Bene, Charles, ricordati, ogni volta che non hai da mangiare, vieni qui e dividiamo quello che ho."
"Vorrei fare qualcosa per te, per ringraziarti. Ma a parte quello... non saprei che altro darti."
Pierre gli scompigliò i capelli: "Non ti preoccupare, Charles. Buona notte..."
"Buona notte, e grazie."
"Aspetta!" gli disse Pierre sulla porta. Gli era venuta un'idea. "Sabato sera, ti va di venire qui?"
"Sì..."
"Puoi venire prima delle otto?"
"Credo di sì."
"Bene, così prendiamo l'ultima corriera e ti porto in un posto dove forse ti danno un lavoro, senza chiederti niente in cambio. Non ti prometto niente, non dipende da me, ma forse..."
Pierre era quasi sicuro che, spiegando a Giuseppe la situazione di Charles, avrebbe dato a quel ragazzo un tetto e un lavoro. Anche se l'aveva visto solo due volte, gli pareva un bravo ragazzo, buono. Era solo un ragazzo sfortunato.
Quando la domenica Pierre prese la corriera per tornare ad Aosta, era contento. La sua famiglia aveva accolto Charles senza problemi, lo avevano messo a dormire nella sua cameretta e l'avrebbero fatto lavorare nella piola al suo posto.
Quando il ragazzo aveva saputo che Damiano e Diego erano una coppia, aveva sgranato gli occhi, e anche più quando aveva saputo che in casa lo sapevano tutti e andava bene così. Charles lo accompagnò alla corriera.
"Sei un angelo, Pierre. E che famiglia incredibile, la tua! Dio santo, non avrei mai creduto che sarei stato così fortunato, sai? Pensavo che... che dovevo vendere il culo per tutta la vita, e invece... E senza chiedermi niente in cambio..."
"Sì che ti chiedono qualcosa in cambio: devi lavorare sodo là in piola, per quello che Giuseppe ti dà."
"Certo. Vedrai, non saranno delusi di me. Neanche tu sarai deluso di me. E... Pierre... se per caso un giorno... A me piacerebbe farlo con te, non te lo scordare, mi piacerebbe proprio!"
Pierre gli scompigliò i capelli, senza rispondere, e salì in corriera. Charles aspettò finché non scomparve giù per la discesa, salutandolo fino all'ultimo agitando un braccio.
Al lavoro, Pierre sapeva rendersi sempre più utile e prezioso, grazie alla sua costante attenzione. Osservava le varie fasi di lavoro, e a volte, con tatto, dava anche qualche consiglio per migliorarlo. Il padrone, senza che lui lo sapesse, lo teneva d'occhio: aveva subodorato che il ragazzo delle pulizie aveva talento, poteva diventare altro.
Così lo promosse a operaio e, con la scusa di fargli sostituire una o l'altra delle operaie ammalate, l'aveva fatto girare, gradualmente, per tutte le fasi della lavorazione delle camicie, dal taglio alla cucitura, alla stiratura, al collaudo, al confezionamento. La fabbrichetta lavorava a pieno ritmo e presto dovette cominciare ad espandersi e furono assunti nuovi operai, così il padrone promosse Pierre a capo-operaio e, dopo nemmeno un anno, a capo-reparto.
Nonostante fosse così giovane, Pierre dimostrò anche talento nel dirigere gli operai e le operaie. Sapeva consigliare, aiutare e anche riprendere, sgridare, ma senza mai lasciare cattivi sentimenti negli altri. Era sempre pronto ad ascoltare, incoraggiare, lodare.
La sua rapida carriera corrispose anche ad un rapido aumento del salario, così Pierre poté permettersi il lusso di prendere in affitto un appartamentino decente e di arredarlo in modo semplice e funzionale.
Il fatto che fosse diventato capo-reparto lo mise a più stretto contatto con Umberto, il figlio del padrone. Condividevano infatti l'ufficio.
"Ti piace, Pierre, lavorare con noi?" gli chiese un giorno Umberto.
"Sì. Ho imparato un sacco di cose nuove. E c'è un bell'ambiente, qui dentro. Tuo padre è un burbero, ma è un uomo giusto, mi piace."
"Sì... se pensi che sua madre, mia nonna, era una camiciaia che lavorava in casa, e che lui ha trasformato quel lavoro semplice e umile in tutto questo... E che stiamo ancora crescendo... Dimmi, Pierre, l'altro giorno t'ho sentito che dicevi che dovremmo confezionare le camicie in modo più furbo..."
"No, non più furbo, più elegante, dicevo. La prima cosa che un cliente vede, quando compra le vostre camicie in un negozio, è la confezione. Se sulla scatola ci fosse un bel disegno attraente, se aprendola ci fossero carte veline che la avvolgono come una cosa preziosa... la camicia sembrerebbe anche più bella, e la gente preferirebbe la vostra ad altre marche, no? Hai mai osservato come si comporta la gente in negozio quando va a comprare camicie?"
"No, io no. E tu?"
"Mi è capitato, un paio di volte: pare che aprono un regalo di Natale o di compleanno. E allora, visto che le camicie che facciamo qui sono di ottima qualità, perché non presentarle anche noi come un bellissimo regalo?"
"Ti andrebbe di fare un campione come hai in mente tu, per capire meglio cosa vuoi dire?" gli propose Umberto.
"Posso provarci, anche se non è che sono esperto in questo, non è il mio lavoro."
"Sei entrato qui come ragazzo delle pulizie, e sei già capo-reparto. C'è gente che entra qui con una mansione e non la cambia finché non è più in grado di lavorare. Papà dice che tu hai talento, e secondo me ha ragione. Che ti costa provare? Male che vada, hai solo sprecato un po' di tempo..."
Pierre annuì. Si portò a casa alcune scatole, girò per i negozi di Aosta a comprare carte, nastrini, cose varie e provò, riprovò, ma non era soddisfatto, non del tutto. Un giorno vide in giro per la città alcuni manifesti che reclamizzavano la Dubonnet ed ebbe come una folgorazione: ora sapeva che cosa mancava per dare corpo alla sua idea! Ma dove e come trovare un disegnatore come intendeva lui? Pierre non se la sentiva di provare a disegnare, non aveva talento...
Decise di parlarne con Umberto, ma preferì invitarlo a casa sua, piuttosto che parlargliene in ufficio. Così, una domenica pomeriggio, Umberto si presentò alla sua porta. Pierre gli fece vedere la confezione che aveva preparato.
"Vedi, la scatola è bianca, perché qui sopra ci andrebbe un disegno, un bel giovanotto in maniche di camicia, sorridente, bello, aitante, come ad ogni uomo piacerebbe essere o essere stato, o come a ogni donna piacerebbe che fosse il suo uomo... Capisci quello che voglio dire? Poi, apri la scatola, e, vedi, un bel nastrino di seta azzurra, il colore del re, bordata in oro che dà un'idea di lusso, con un semplice fiocco, come fosse un pacco regalo, e sotto, avvolta in due striscie di carta velina bianchissima e setosa, la camicia ben ripiegata e infilata in una busta di cellofan... Qualcosa di prezioso... Il tutto costerebbe poco più dell'attuale confezione ma..."
"Sì... sì, è elegantissimo, così, è veramente chic; la camicia pare persino più bella di quello che è... ma perché hai messo sotto il colletto quel cartoncino a forma di papillon?"
"Perché tiene su il colletto e dà l'idea di rifinito, di... pronto da indossare e tiene sempre in perfetta in forma il colletto."
"Vedo. Hai ragione."
"E le confezionatrici, una volta imparato, ci metterebbero solo un paio di minuti in più. Solo che non so come fare a trovare un disegnatore come dico io per l'immagine sulla scatola. L'immagine è almeno altrettanto importante, sarà la prima cosa ad attirare lo sguardo."
"Io un po' me la cavo a disegnare, almeno quel tanto per poter presentare la scatola a papà e fargli capire la tua idea. Che ne dici? Tu mi spieghi come la devo disegnare... e tu mi puoi fare da modello. Posso fare tre, quattro, cinque disegni e scegliamo quello che mi viene meglio... poi la portiamo a vedere a papà."
L'entusiasmo di Umberto fece piacere a Pierre. Così indossò una camicia fresca di bucato, vi mise una semplice cravatta e sedette mentre Umberto iniziava a fare alcuni schizzi, facendolo mettere in diverse pose. Ottenuto quello che volevano, Umberto andò a prendere a casa sua una scatola di pastelli colorati e, tornato, disegnò sul coperchio bianco della scatola la versione che avevano scelta. A sera erano soddisfatti del risultato ottenuto.
"Sì, se il disegno sarà fatto da un bravo illustratore, mi pare che sarà perfetto! E se convinciamo papà, ci pensa lui a scovare l'illustratore giusto."
"Un disegnatore che trovi soprattutto il modello giusto." commentò Pierre soddisfatto.
"Tu sei, comunque, il modello giusto: sei un gran bel ragazzo." disse in tono basso Umberto, guardandolo con occhi in cui ardeva una fiamma, che provocò un lieve turbamento in Pierre.
"Pensi?" chiese con un filo di voce, cercando di nascondere quello che l'osservazione e lo sguardo dell'altro stava suscitando in lui.
"Dal primo giorno che t'ho visto." asserì il giovanotto quasi sottovoce.
Nella stanza s'era creata un'atmosfera carica di tensione, i due ora non si guardavano più negli occhi, sembravano entrambi impacciati, eppure nessuno dei due voleva disturbare, distruggere quell'atmosfera. Dopo un breve silenzio, che ad entrambi sembrò lunghissimo, Umberto spostò la mano sul tavolo e la pose su quella di Pierre, che sussultò. Poi il ragazzo girò la mano e le loro dita si intrecciarono. Pierre si accorse di essere fortemente eccitato e fremette. Voleva togliere la mano, ma non ne aveva la forza.
"Dal primo giorno che t'ho visto..." ripeté Umberto, "ho pensato che non avevo mai conosciuto un ragazzo... come te."
"Dici?" sussurrò Pierre.
"Bello, in gamba, e... desiderabile." disse infine Umberto alzandosi in piedi e facendo alzare l'altro.
Pierre si girò, liberando la propria mano da quella del giovanotto, e gli diede le spalle per nascondere il proprio turbamento. Ma Umberto gli cinse la vita fra le braccia e lo tirò a sé, gli si addossò. Pierre sentì chiaramente che l'altro era eccitato quanto lui. Gli si abbandonò contro il petto, sentendosi la testa e il corpo in fiamme.
Una mano di Umberto scese sulla patta dei calzoni di Pierre e premette a sentirne la vigorosa erezione.
"No..." gemette Pierre, ma senza sottrarsi.
"Perché no, Pierre? Io... io ti desidero da morire, ti desidero da sempre. E anche tu, a giudicare da... dalla tua reazione. Perché no, Pierre?" gli sussurrò all'orecchio, emozionato.
"Io... io..." balbettò quasi il ragazzo. "da quando è morto il mio ragazzo..."
Umberto gioì: se Pierre aveva avuto un ragazzo, era chiaramente come lui! Gli baciò e lecchettò il collo.
"Dio... Umberto... che fai?" il ragazzo gemette quasi.
"Ti voglio, Pierre, ti voglio. Non mi vuoi, tu? Non vuoi essere il mio ragazzo?" chiese con voce suadente e calda di passione il giovanotto, facendogli sentire ancora la propria erezione e massaggiando lieve quella del ragazzo.
Pierre appoggiò indietro il capo sulla spalla dell'altro, e posò una mano su quella che massaggiava sulla sua patta, ma non per toglierla, anzi per premerla contro il proprio membro in fiamme. Umberto lo forzò gentilmente a girarsi, lo strinse di nuovo a sé e lo baciò. Pierre rispose con passione a quel bruciante bacio. I loro corpi aderivano strettamente, i loro bacini si muovevano appena in un moto rotatorio, per sentire meglio lo stato dell'altro.
"Non vuoi essere il mio ragazzo, Pierre? Non voglio solo un'avventura con te."
"Il tuo ragazzo... Che ne sappiamo se possiamo davvero metterci assieme? Non ci conosciamo ancora... non per queste cose. Io..."
"Non ti piacerebbe metterti con me? Non sono bello come te, però..."
"Sei un bell'uomo, Umberto, ma non ho mai pensato a te... in questo modo."
"Ma sei eccitato almeno quanto me..."
"Il mio corpo... il mio corpo è in fiamme, e anche la mia testa..."
"E allora?"
"Ma il mio cuore no..."
Umberto gli poggiò l'altra mano sul petto: "Ma sta battendo forte forte... come il mio, d'altronde. Anche io, pur desiderandoti, non avevo sperato che... di poterti dire un giorno quanto ti desidero. Non mi porti di là, sul tuo letto?"
Pierre era combattuto: il suo corpo gli urlava di sì, ma si sentiva ancora incerto: era stato colto alla sprovvista dalla proposta di Umberto. Era un giovanotto piacente, su questo non c'era dubbio, ed anche di buon carattere, per quello che lo conosceva, ma era pronto a cominciare qualcosa di serio, di impegnativo con lui? E Umberto, voleva davvero qualcosa di impegnativo e serio?
"Non mi porti di là?" insisté Umberto.
"Ma se poi, fra te e me, le cose non funzionano? Se solo i nostri corpi dicono di sì, ma non le nostre menti, i nostri cuori? In questi mesi il mio corpo avrebbe avuto altre occasioni, ma le ho sempre rifiutate..."
"Sei ancora innamorato di lui?"
"Come si può essere innamorati di qualcuno che non c'è più? Però... è sempre nel mio cuore. E dopo lui, non mi interessa avere un'avventura."
"Questo ti fa onore. Ma se non provi, non potrai mai sapere, non potrai mai incontrare un altro, non credi?"
"Tu non ce l'hai un ragazzo?"
"No, non più."
"Ma l'avevi?"
"Ne ho avuto uno. Mi ha lasciato due anni fa."
"Perché?"
"Si è sposato, e gli bastava la moglie, ha detto."
"Allora non era innamorato di te. E poi?"
"Poi... solo una lunga serie di avventure senza legami, senza seguito. Ma con te... vorrei provare a vedere se può diventare qualcosa di serio. Gli ultimi... cercavo sempre qualcuno che ti somigliasse, sai?"
"Ma il fisico non è tutto..."
"No, appunto. Non è solo il tuo corpo che mi attrae. Perché non vuoi dirmi di sì, Pierre? Perché non vuoi almeno provare?"
Umberto, sempre tenendolo fra le braccia, lo sospinse verso una porta. Pierre sorrise: "No, lì c'è il cesso... è l'altra porta..." disse e si lasciò guidare fino alla propria camera da letto.
Sotto le finestre stavano passando alcuni uomini ubriachi, che cantavano a squarciagola canzonette oscene. Pierre si liberò dall'abbraccio di Umberto, prese i fiammiferi ed accese il lume sul comodino. Poi, guardando l'altro, iniziò a spogliarsi.
"No..." disse Umberto con un sorriso di vittoria, "tu spogli me e io spoglio te. Mi piace di più, è più bello." disse, gli si accostò ed iniziò a sbottonargli la camicia.
Dopo poco erano stesi sul lettino, entrambi nudi, le membra intrecciate, che si baciavano di nuovo e sfregavano i petti ed i ventri uno contro l'altro, i loro membri eretti, imprigionati fra i loro corpi. Dopo un po' Umberto si girò e si unirono in un anello di piacere. Poi, girandosi di nuovo, gli disse: "Se... se faccio qualcosa che non ti piace, hai solo da dirmelo, Pierre."
"Certo."
L'alro gli passò un dito fra le natiche, soffermandosi sul foro in un lieve massaggio: "Qui... ti piace?"
"Sì, ma sono anni che... vacci piano, per favore."
"E a te piace metterlo?"
"Sì."
"Molto bene, hai i miei stessi gusti, allora. Ma forse, se sono anni che non lo prendi, è meglio che questa volta lo metti tu. La prossima volta mi porto un unguento che rende tutto più facile."
Pierre lo guardò un po' stupito: "Esiste anche un unguento... per fare queste cose?"
Umberto ridacchiò: "Forse l'hanno inventato per altro, ma funziona bene anche per queste cose."
"E tu, non ne hai bisogno?"
"No, ormai sono abituato e il tuo è della dimensione giusta, né troppo grosso né troppo piccolo."
"Chissà quanti ne hai avuti, tu!" gli disse Pierre un po' divertito: stava cominciando a rilassarsi.
"Non posso proprio lamentarmi; mica per vantarmi, eh?"
"Ma è così facile trovare uno come noi?"
"Più di quello che credi. Anche se molti giurano che loro sono normali, basta che nessuno lo sa e vengono anche a letto con te, e mica solo per fare gli uomini, lo prendono pure... Anche uomini sposati."
"Ma va! Anche uomini sposati? Davvero?"
"E come! Anche perché quelli come noi spesso devono sposarsi, per non far capire. Ho paura che prima o poi anche io mi dovrò sposare, mio padre sta diventando sempre più insistente, e vuole nipotini, per la continuità della famiglia e io sono il suo unico maschio."
"No, io non mi sposerò mai. Non saprei cosa fare, con una donna. Ho paura che non mi verrebbe neanche duro. Tu ci hai già provato, con una ragazza?"
"Solo un paio di volte. Funziona, anche se preferisco un uomo o un bel ragazzo come te." rispose Umberto.
Poi si mise in posizione, a quattro zampe, invitando il ragazzo a penetrarlo. Pierre s'inginocchiò fra le sue gambe, lo afferrò per la vita e, mentre Umberto, spingendo una mano indietro, glielo guidava sulla meta, iniziò a penetrarlo con una spinta salda e continua. Lo guardava scivolare tutto dentro e scomparire gradualmente fra le forti natiche dell'altro, che lo incoraggiava con bassi "Così... così..."
Finalmente si lasciò andare in un rapido e vigoroso va e vieni, e pensò che gli era mancato quell'atto, nonostante l'avesse sempre rifiutato dopo la morte di Roger. Dopo un po', Umberto gli chiese di rallentare, non voleva che finisse troppo in fretta. Pierre obbedì e si mosse con spinte lente e lunghe, mentre gli stava sulla schiena e gli carezzava il petto ed i genitali turgidi.
"Va bene così?" gli chiese.
"Sì, Pierre, va benissimo, mi piace. E a te?"
"Credo che... ne avevo bisogno."
"Spingilo bene dentro, ma cerca di non venire subito."
"Ti piace di più prenderlo o metterlo?" gli chiese continuando a muoverglisi dentro ma controllandosi.
"Tutt'e due. Molto tutt'e due. E a te?"
"Anche a me. Ma forse un po' di più metterlo. Al mio Roger invece piaceva solo prenderlo."
"L'importante è essere contenti tutti e due, no?"
Pierre sentì che gli stava diventando sempre più difficile controllarsi, trattenersi. Inconsciamente aumentò il ritmo ed il vigore delle spinte. Umberto capì che il ragazzo si stava avvicinando al momento senza ritorno. Ora non parlavano più, entrambi assaporavano quella sospirata unione.
Pierre accelerò ancora, e i suoi colpi si fecero forti e disordinati. Mentre stava iniziando a scaricarsi, sentì il membro dell'altro palpitare nella propria mano e anche Umberto raggiunse l'orgasmo, mentre lui gli si spingeva con vigore fino in fondo. Entrambi gemettero per l'intensità del piacere, e per un attimo la loro testa si sgombrò di ogni altro pensiero e sensazione, abbacinata dall'intensità del loro godimento. Si stesero ansanti, e si rilassarono, mentre Umberto carezzava lieve il corpo di Pierre.
"Cavolo, è stato forte farlo con te. Era un secolo che non mi capitava di venire solo a farmelo mettere! Chiavi da dio!"
Pierre rise: "Sa quasi di bestemmia, quello che dici." gli fece notare.
"Sei religioso, tu?"
"Vado in chiesa, qualche volta."
"Sai che uno dei ragazzi con cui ho chiavato alcune volte è un seminarista?
"Allora sei religioso anche tu." gli disse Pierre con lieve ironia. Poi gli chiese: "Ma come fai a trovare i ragazzi con cui chiavi?"
"Ci sono posti e ore, qui, dove è facile trovare: quasi tutti quelli che ci vanno è solo per quello. Soprattutto i soldati."
"Ma li devi pagare?" chiese Pierre, pensando a Charles.
"Qualche volta sì. Ma se ne vale la pena, perché no? L'importante è che non fanno i preziosi, che sono disposti a fare di tutto perché gli piace. Prima di combinare, io glielo chiedevo. Quelli che accettano solo di farselo succhiare o di mettermelo e niente altro, li mandavo a cagare."
"E dove sono, questi posti?"
"Perché, Pierre, preferisci andarti a cercare qualche ragazzo, invece che farlo con me?"
"No, è solo curiosità. Per me, se le cose funzionano fra noi, non ho bisogno di altro."
"Mi pare che funzionano, no? Anche per me è così, comunque. Se accetti di essere il mio ragazzo, ti giuro che non ne vado più a cercare. Sul serio."
"Non lo so, Umberto. Possiamo provarci, comunque." rispose Pierre, poi scese dal letto, prese dalla tasca dei calzoni la tabacchiera del padre e l'aprì mostrandogliela. "Ti piace?"
"Un cuore! Ma è... è una conchiglia?"
"Sì, me l'ha regalata una vecchina, tempo fa. È una specie di talismano..." rispose Pierre, che pensò che forse Umberto era il "terzo" di cui gli aveva parlato la masca. La loro relazione non era quella definitiva, perciò. "Speriamo solo che non muoia anche lui..." pensò il ragazzo rattristandosi lievemente.